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di Alberto Cola

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racconto

kRIMINI

Fusi le ossa a Led Waco nello stesso giorno in cui Bonifacio X ammise la sua omosessualità in una conferenza stampa alquanto movimentata, davanti ai media di mezzo mondo.
Waco possedeva il Necrarium, il più grande nightclub di Rimini. Come attività secondaria importava bambini caucasici destinati al mercato dell'industria alberghiera; tutto compreso per facoltosi in vacanza nella capitale del divertimento sud europeo.
Quando finii con lui il suo viso era gonfio, purpureo, ma pur sempre una vista migliore del suo corpo. Lo lasciai per alcuni minuti a combattere con le articolazioni saldate, rigido come un tavolo dell'obitorio. Solo nel dolore sarebbe riuscito a redimersi.
Qualche cardinale troppo zelante chiese che fosse costituita un'apposita commissione, altri parlarono d'Inquisizione. Un teologo rispolverò il crimen sodomiticum e le relative pene da qualche codice decaduto e polveroso. La stampa si sbizzarrì; la rivista SweetGuy dedicò a Bonifacio X la copertina e lui, durante una cerimonia in cui ordinò venti nuovi sacerdoti da spedire nelle colonie, misericordiosamente, perdonò tutti.
Mancavano due giorni alla Pasqua e per la città si respirava un'aria nuova, espiativa quasi. Mai come in quel momento sentii di poterne purificare ogni angolo.

Gomed si presentò con una bottiglia di grappa. Aveva gli occhi cerchiati di rosso e la faccia tonda sotto uno zucchetto che solo in parte mascherava le ustioni. Mi squadrò dall'altra parte del bancone di finto mogano e sospirò. Gomed sospirava spesso, soprattutto dopo che si era convertito all'islamismo, e tollerava qualsiasi tipo di clientela nel suo locale, persino un prete come me. Il lungomare era deserto a quell'ora.
- Mia madre mi chiedeva sempre cosa volessi fare da grande - disse lasciando i pensieri alla deriva, come faceva sempre. - L'avrà ripetuto mille volte, e poi ancora mille. E ogni volta gli rispondevo una cosa diversa, che so: pompiere, dottore, imbianchino o astronauta. C'è sempre stato qualcuno che ha continuato a chiedermelo, e allora ho pensato, apro un bar e così tutti sapranno cosa faccio. Dico, io le storie le racconto e se qualcuno viene qua a raccontarmi le sue va bene, basta che non siano sogni; li odio quelli che pensano di poter cavare qualcosa di buono da questo schifo. Adoro strangolare i sogni altrui, così almeno imparano che i tempi buoni per averli erano altri.
Fabiano Gomedi, Gomed dopo la rinascita spirituale, è sempre stato così, "...datemi due orecchie che al resto ci penso io, sono qui per questo no?"; e via, fino a che qualche cliente non resta asfissiato dalla carenza d'aria perché quella, manco a dirlo, è tutta per lui mentre rigurgita parole risucchiando atmosfera.
- Cioè, questa mattina ho acceso la TV e sembrava la lista della spesa di uno psicopatico: Carla Nonsocosa, strangolata; Francis Vattelappesca, carbonizzato; un paio di mendicanti senza nome, decapitati; il convegno episcopale ha reintrodotto la lapidificazione per le adultere; Miss Fuoriditesta ha fatto vetrificare il marito per metterlo nel suo giardino di plastica a mo' di statua, un vero angelo da vivo... Bollettino di una giornata tranquilla, dicono. Ho spento per non vomitare sul bancone. A volte sento i vasi sanguigni che s'attorcigliano sotto la pelle come un mucchio di dannati serpenti. Noi eravamo normali una volta no? Ai miei tempi era cosa da andarne fieri. E lei padre, che dice?
- Bisogna aver fede Gomed - risposi sottovoce, le parole che nuotavano nella grappa.

Il Duca me la regalò dopo una confessione. L'impugnatura era ancora calda e il caricatore ronzava evidenziando che il grado di nocività era al massimo. Le mie dita la strinsero dolcemente e sperai che fosse solo un riflesso involontario.
- Don Giacomo, io non ce la faccio più - gracchiò il Duca. In realtà nessuno nell'ambiente sapeva il suo vero nome. - Voglio andarmene da qui, ma la vita che ho fatto fino a ora, quella troia, me la porterò sempre dietro. Di notte, sempre di notte li rivedo, nudi o ricoperti di stracci, barcollano su gambe deformi e a volte strisciano pure. E mi parlano con delle vocine, li sentisse don Giacomo, sembrano uno scroscio di pioggia che mi sommerge finché non mi sveglio urlando. Tutti quelli che ho ammazzato, capisce? Sono loro e adesso vogliono quel che gli spetta. Questa gliela lascio, è il primo passo per uno come me, forse le servirà.
Le sue mani tremanti si strinsero intorno alle mie, la pistola gioì. - Non ne ho bisogno - farfugliai.
- Non capisce, non sopporto più il suo peso. Seppellisca lei i miei peccati - proseguì, senza neanche ascoltarmi. - Me stesso, voglio essere solo me stesso senza quel macello che ho combinato. Ce la farò don Giacomo, vero?
- Ego te absolvo...
Il Duca s'inginocchiò piangendo, aggrappato alla mia tonaca come un naufrago a un salvagente. - Le foglie stanno cambiando colore, ha visto padre?
Fu in quel momento che compresi appieno il mio ruolo in questa parte di mondo. Un'illuminazione quasi.
Sparai, stravolto dalla compassione.

La nebbia rosea di quest'inverno s'infittisce sempre più. Fuori, oltre le mura spugnose della chiesa, al di là dei sottili vetri delle finestre della sacrestia, è territorio nemico. La vita si diverte a dipingere strane congetture e nel suo bestiario compare di tutto, un tutto che arranca pesante verso una riva forse inesistente.
Io accompagnerò quelle anime nella ricerca.
O nel trapasso.
Irina è arrivata due anni fa dall'Estonia. Si prostituiva vicino ai resti della Rocca di Sigismondo quando l'ho trovata, curva sui suoi clienti in amplessi disperati e privi di colore. Liberandola avevo sentito un brivido gelato accarezzarmi la nuca, sintomo forse di una nuova rivelazione che traspariva da quel viso emaciato costruito su lineamenti esangui.
- Tu non avrai altra vita all'infuori di me - le dissi. Lei sorrise.
Oggi Irina viene tre volte a fare le pulizie in chiesa. Dividiamo la preghiera e il silenzio, le luci e le ombre nascoste nelle emozioni. Pochi ricordi, solo una briciola di futuro.
I suoi amplessi sono ancora impersonali e senza colore, ma sembra comprendere che a volte la fede non basta più per proseguire nella lotta. E il dolore, anche quello giustifica mentre asseconda i miei tentativi di ricerca, con brandelli di carne spellata che trasudano sangue e il suo volto che si lacera in un sorriso liberatorio.
Ogni tanto riusciamo a ricacciare indietro l'orizzonte decorato della solitudine.

- Fa quattrocento per quella senza naso. Oppure c'è questa, soffre di spasmi clonici e si mette nelle pose più strane. Gli viene naturale...
Marn agitò le foto davanti agli occhi degli avventori. Faceva l'inserviente in una clinica psichiatrica femminile, e per arrotondare la paga durante i turni di notte scattava fotografie che poi rivendeva in giro per i locali.
Gomed se ne stava accovacciato su una cassa d'acciaio, il suo coltello preferito che ruotava da una mano all'altra. - Hai dieci secondi per sparire; quante volte ti devo dire che certe schifezze non le voglio vedere qui. E lascia stare i miei clienti!
Marn emise un raglio stridulo. - Cristo Go, sono solo un operaio pagato poco, e poi che c'è di male? E' roba buona pubblicata anche dalle riviste, solo che la mia è di prima mano. Cazzo, guarda questa, le ho dato una pinza, tanto per vedere che faceva, vedi tutto quel sangue? Si sta strappando i denti, e ho qui pure quelli, dodici e cinquanta l'uno, un prezzo da amico. Poi il pezzo forte, un video da trenta minuti; sono in due, le ho messe nella stessa cella per un'oretta e non hanno fatto altro che masturbarsi; una è pure focomelica, uno spettacolo...
La lama svettò a un palmo dalla faccia di Marn. Di lui restò solo un confuso svolazzare d'impermeabile vicino alla porta.
- Non li fermerà mai nessuno, ce ne sono troppi - gorgogliò un vecchio dall'aria stanca. L'apparecchio infilato nella laringe ormai morta sussultò come se fosse vivo. Due dita di birra verdastra sparirono in una coreografia di denti guasti. - Bisognerebbe farli fuori tutti.
- Troppo poco - controbatté Gomed. - Io gli inoculerei quel nuovo ceppo di malaria arrivato dalla Svezia e poi, quando non riuscirà più a muoversi, lo butterei nel Marecchia. Tanto in quell'acqua gialla creperebbe comunque.
- Oppure - tornò alla carica il vecchio, - come dalle mie parti, c'è uno che a pagamento... - L'apparecchio emise uno sfrigolìo catarroso e le parole, improvvisamente, s'annodarono divenendo incomprensibili.
Gomed non capì più un'acca, ma annuì lo stesso.

Mi vestii in fretta. Irina dormiva scompostamente, le coperte aggrovigliate tra le gambe e il respiro angosciato. Un corpo che conoscevo come la mappa della mia anima; ogni cicatrice un acuto pungente.
Fiocchi di nevischio misti a una pioggia gelata. Il solito coro di ragazze con i loro magnaccia accampate sul piazzale antistante la chiesa. La mia chiesa.
- Non vuole un po' di calore padre? E' una notte fredda...
Gridai loro un "no" più impetuoso di quanto fosse nelle mie intenzioni. I tombini nascosti tra i ciottoli irregolari eruttavano vapori che si perdevano nell'ombra.
Presi Corso Augusto, tirando dritto senza meta fino a incrociare il fiume. Attraversai il ponte di Tiberio ritrovandomi nel Borgo di S.Giuliano.
Camminare. Camminare. Una pulsione incontrollata che a volte mi prende a tradimento, finché non trovo la giustificazione a quell'impulso. Forse il filo dei miei pensieri sta svanendo, eppure mi sento così energico, vivo. Potrei volare invece che masticare passo dopo passo. Torba, liquami, solo essenze che trafugano aria consumata.
Il rione dei mendicanti. Una finestra non illuminata. Un muro crepato. Una porta socchiusa. Il raschiare d'un pianto. Topi che inseguono gatti.
Ho bisogno di scaricare la mia fede.
Giace in una scatola di cartone come una macchia di fango che incrosta il marciapiede. Il suo sonno è tormentato, lotta con gli stracci, singhiozza a ritmo. Pochi avanzi di carne su uno scheletro affievolito dalle sofferenze e pieno di feci abbandonate.
Il mio cuore s'innalza nella notte. Estraggo la pistola dalla tasca del cappotto sgualcito, il suo ronzio mi conforta. Nessuna figura umana in giro. Un bagliore che si sprigiona, l'aria che sa di elettricità purificatrice. Chiunque l'abbia creata sicuramente era ispirato da pensieri divini.
Torno in chiesa, i passi che ora s'inseguono tranquilli. La cripta sa di umidità raggelante; echi, anche in assenza di rumori. Qui l'aria è morta, ma mi sento a casa. Finalmente posso dare un senso alle mie preghiere.
- Domine, non sum dignus...

Cimurro stava facendo un altro monologo rivolto ai sedili vuoti lungo il bancone. Si era alzato il bavero della giacca mentre i brividi lo scuotevano, il naso che gocciolava in continuazione.
- Quando tornavo al villaggio mi festeggiavano, era un evento, mi volevano bene quasi. Li hanno fatti emigrare per una cazzo di diga. Hanno rivoltato la terra come un calzino e riempito tutto d'acqua, pure il cimitero. Ogni tanto torna su qualche cadavere, non ha importanza se a faccia in su o in giù. Quell'acqua che a vederla sembra colluttorio è come una ghirlanda su un monumento ai caduti.
Gomed reagì con una sommessa esclamazione di sdegno. Mormorii confidenziali dai tavoli.
Cimurro bevve di nuovo, bisbigliando qualche insulto rivolto a se stesso. - Due anni fa, solo due anni fa... - blaterò al fondo del bicchiere. - E poi che fanno? Decidono che il prossimo anno la smantelleranno per costruire un residence. Già lo vedo, orrendo e pieno di pesaresi.
Birre chiare, pasticcio di maiale, uova alla scozzese, piadina e cipolle... Gomed valutava gli ordini da lontano, schifato.
- Secondo me è questa luce del cazzo - continuò Cimurro. - Hai visto il sole? Bianco come un cadavere, ti picchia in testa e sei cotto, giusto il tempo d'una pisciata. E' questo che li fa impazzire, tutti quanti.
- Dicono ci sarà un'eclisse.
- Speriamo si porti all'inferno chi dico io.
Attraverso il vetro sudicio Gomed fissò la scalinata di S.Agostino. Don Giacomo urlava qualche predica agli scarni passanti, i paramenti sacri che si agitavano e le braccia simili a eliche che frustavano l'aria, ma che non volevano proprio saperne di decollare.
Ce ne fossero di più come lui, pensò con un sospiro.
Prese a pulire un boccale. Cimurro starnutì di nuovo.

Sento l'ambiente che crolla nella foschia quasi solida. Un caos senza forma che va alla deriva del mio campo visivo. Chimere ammassate le une sulle altre.
Il vecchio taxi ha attaccate sulle fiancate delle pubblicità cadute in disgrazia. L'autista sposta il sigaro con i denti, il fumo satura l'abitacolo. - Dove padre? - biascica mucoso.
Esalo l'indirizzo, e già l'auto scatta in avanti. Il percorso segue oblique forme di martirio mentre i freni ululano e i colpi d'acceleratore assomigliano a supplizi infiniti. L'autista affronta la strada rabbioso, strappando asfalto e marciapiedi.
Infine mi vomita al traguardo, quasi fosse una liberazione.
Il condominio di pietra si trova in fondo alla via sconnessa e mai terminata. In lontananza il baluginìo del reattore agita la bruma aggrappata alla notte. In questa zona tutte le case sono ricoperte con teli antiradiazioni.
Tubi per l'acqua, per l'elettricità, per i liquami; umidità, spazzatura, odore di stantio e putrefazione. Tutto sgocciola in egual misura dagli interstizi di cemento. I ratti volteggiano nelle crepe decorative.
Issa ha la barba più nera del petrolio, un colbacco di pecora, la mascella d'avorio e una striscia di stoffa verde che gli cinge la vita. Conferma con uno sghignazzo che è lui il marito di Irina, e che prima o poi lei tornerà perché la famiglia ne ha bisogno. E' abituato a ottenere ciò che chiede e lo fa capire nel suo italiano essenziale e macilento.
Un nugolo di bambini scompare a un ordine rauco di Issa. In un letto una donna anziana dal colorito cinereo respira con ansiti striduli, gli occhi chiusi. Non si muove, è solo un sottile rilievo bianco sotto le lenzuola sudice che la coprono.
Un coltello dalla lama ricurva e arrugginita emerge dalla cintura di Issa. Gli sghignazzi non cessano.
C'è mancanza di sapore in giro.
Il sorriso beffardo di Issa sembra dipinto su un iceberg mentre il riflesso della pistola gioca sul suo volto scuro. Ancora una volta ringrazio il Signore quando percepisco l'aria ionizzarsi e l'onda purificatrice invade la stanza mondandola.
La pelle si sgonfia senza sostegno; il calcio e le cartilagini convergono in una pozza interna guarnita di midollo e fibre, fino a quando il ghigno di Issa non si spegne in un urlo demineralizzato. L'Arca si richiude in un lampo, lasciando una penombra serena su quella sinfonia di necrosi ossea.
Non sento più il rantolo della vecchia.

Irina sbatte le pentole; pollo fritto a metà pomeriggio. Le accarezzo i capelli, tanto per ricordarmi che la carne è qualcosa di più che luce e illusione. Lei si stacca tenendomi lontano. Le valige sono pronte sul piccolo divano.
- Me ne vado. - Uno schiocco nel silenzio.
- Lo so - rispondo. Alla fine, credo, è sempre meglio il diavolo che si conosce.
Lo sentii, serpeggiare tra i banchi, infilarsi sotto l'altare, giocare con i piviali: il muto dolore dell'assenza.
Fuori qualcuno urlò: - E' l'eclisse... l'eclisse... che roba!
Nell'oscurità che avanzava, forse anche loro cercavano un ricordo qualsiasi al quale aggrapparsi.
Misurai a passi la distanza dalla porta, tirando via sogni e scavalcando speranze.
Irina arretrò.
Mai come oggi il ronzio della pistola è simile a una preghiera. Presi posizione, tra i sorrisi delle ombre e quel freddo, che non ne vuole sapere di lasciarmi in pace.
La battaglia per la redenzione sarà dura senza di lei.

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