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Autodafé
ZENUS, la tecnologia al servizio del corpo, presenta una nuova gamma di protesi ortopediche per giovani attivi, agguerriti e originali.
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Che abbiano un tumore, l'AIDS o siano tetraplegici, si chiamano tutti johndee.
Johndee come il protagonista della soap-opera che gli scorre sedici ore su ventiquattro nel cervello, la semi vita di chi conosce solo corsie d'ospedale, irose piaghe da decubito e sonde e tubi infilati in ogni orifizio disponibile. Johndee per i dottori, gl'infermieri e persino per quelli che svuotano i secchi dai liquami e puliscono vomito dagli asettici pavimenti che poi sanno di limone e cloro. Johndee anche per me, che per mestiere mi scarrozzo dietro un patofilo con tendenze mistiche tardo newage, tanto innamorato della sofferenza altrui da volerla vivere in prima persona, in technicolor neuronale da infarto.
Così, quando entriamo nella stanzetta d'ospedale, vedo il johndee prescelto ringhiare intanto che l'originale John Dee sorride in un bel primo piano. Il nostro johndee ha le labbra rinsecchite dall'arsura con gli angoli della bocca suppurati da ulcere violacee; l'esatto contrario del sorriso sensuale e igienico con cui l'originale John Dee ammicca nel minuscolo video-spia sistemato sul comodino accanto a un crocefisso a cristalli liquidi che viene da Lourdes.
Oramai ho l'occhio allenato per le malattie: questo johndee ha raggiunto il secondo stadio del morbo di Caldirola e le sue cellule sono preda d'un disordine irreversibile. Il corpo intero viene rimodellato a ogni successivo sviluppo delle metastasi; se anche aveva un nome vero, legittimamente suo, prima di diventare soltanto un johndee, è perduto fra le pieghe spesse della carne, al pari del viso deformato dal rancido gonfiore. Probabilmente, se non fosse per i sedativi e la connessione al network John Dee Entertainment, si sarebbe già impiccato con uno dei tanti cateteri.
Chiudo la porta dell'angusta camera d'ospedale. Baldrati è in orgasmo, emozionato come un bimbo per il giocattolo nuovo. Una volta ancora mi domando se a rifornire di quattrini cliniche e ospedali non siano proprio benefattori come il mio vecchio amico; così, tanto per avere un moribondo sempre a portata di mano.
Baldrati si avvicina allo scheletrico letto di metallo e rilegge in fretta, sempre più emozionato, la cartella clinica che ho avuto da uno dei tanti infermieri compiacenti: -- per oggi sarà lui la mia guida -- sentenzia giulivo.
Intanto - immagini troppo colorate nel piccolo video-spia - l'originale John Dee scende dalla sua sportiva ruggente, di cui è ben visibile la marca perché produce anche dializzatori e altre attrezzature biomediche, quindi ammicca a una splendida ragazza col corpo elaborato in base alla moda del momento. Il cielo di Montecarlo, al tramonto, è limpido e rosato; sullo zenit, nella soglia fra l'ultimo chiarore e l'oscurità, un'avanguardia di stelle brilla tra le nuvole sfilacciate simili a cotone idrofilo. Per una manciata di secondi la scena viene coperta dalla frase: COME COMBATTERE I PARASSITI INTESTINALI? CON VERMANOX, LO STERMINATORE AL DELICATO SAPORE DI FRAGOLA! Poi John Dee, in soggettiva, muove gli occhi come una telecamera, dalle magnifiche gambe nude sino al bel viso standard. -- Posso offrirti qualcosa da bere? -- domanda alla ragazza. Le sue parole vengono istantaneamente tradotte in 16 lingue diverse. Lei arrossisce, si passa una mano lungo la curva morbida del fianco e il vestitino di seta leggera fruscia invitante. Primissimo piano delle labbra rosse e dischiuse e della lingua guizzante: -- okay -- risponde.
Quando scolleghiamo il nostro johndee dal decoder neurale, il sorriso gli muore sulle labbra screpolate e ciò che ne resta gli conferisce un'aria a dir poco patetica. -- Che fate? -- mormora con un tremore nella voce.
-- Impariamo da te -- spiega come suo solito Baldrati, sollevandogli il cranio vulnerabile e piazzandogli il trasmettitore autoadesivo alla base della nuca.
-- Siete dottori? -- domanda instupidito johndee.
-- Sciamani -- lo corregge il mio amico, nonché datore di lavoro, con tono sussiegoso. -- E tu sei il nostro totem.
Realizzata la connessione, Baldrati è pronto a godersi lo spettacolo di sofferenza: ho già assistito a questa scena non so quante volte e non ha più alcun effetto sul mio stomaco, ma i primi tempi mi sembrava qualcosa di non troppo diverso da uno stupro.
La corrente acuta e penetrante del dolore viene captata e ritrasmessa dal cerotto neurale ed esplode nel cervello del mio amico, strappandogli un ghigno di soddisfazione. Lo sorreggo per un braccio e lo aiuto e sedere sul bordo del letto.
Il dolore diventa tanto intenso da farlo boccheggiare mentre trattiene un urlo: il suo corpo e quello di johndee si contraggono nel medesimo istante, assumendo una postura quasi identica; i loro gemiti si confondono.
Per un po' continuo a guardare questo spettacolo assai poco edificante, quindi raggiungo la finestra e occhieggio la città sovrastata dal consueto cielo cianotico. Mi accendo la sigaretta della sacrosanta pausa e pasteggio la prima boccata come farebbe qualsiasi altro onesto lavoratore.
Seduto a un tavolo appartato del Morbus, ignoro Baldrati e passo in rassegna con lo sguardo i culetti di ragazza che mi girano intorno.
-- La cosa fondamentale -- dice lui, -- è che dopo ti senti purificato. Sul serio.
Annuisco senza pensare; sono assuefatto alle parole del mio vecchio amico come a una droga ormai inutile. Piuttosto di guardarlo, rimiro il mio cocktail mediamente alcolico con abbastanza colorante blu da sembrare inchiostro.
Nel locale c'è un odore scuro e graveolente: muffa, acqua marcia, galleria. Sarà perché il Morbus è stato scavato nel sottosuolo come una catacomba, oppure per via delle troppe infiltrazioni che vengono dalla strada, o magari perché Baldrati si porta addosso quest'odore che sa di morte.
Intanto che lui continua a blaterale le sue banalità, la band sale sul palco, davanti al murales biomek vecchio stile saturo di colori, vernice densa e sporcizia. Qualche istante dopo la musica esplode dalle casse sovralimentate, stringe le strutture del Morbus come un aumento di pressione, comprime in gola fiato e parole. TUNZ-TUNZ-TUNZ!, fa la sincope digitale del ritmo. Sotto al palco, immersa nella penombra policroma, una creatura con decine di braccia e teste comincia a contorcersi su quel tempo: TUNZ-TUNZ-TUNZ! Le sciabolate iridescenti dei faretti fendono l'oscurità bluastra, riverberando seriche spirali di fumo e le sagome delle mani tese verso l'alto.
-- E' un atto di fede! -- urla Baldrati per farsi sentire.
TUNZ-TUNZ-TUNZ!
Penso che tre anni alla non so quale Communication Inc. hanno reso il mio vecchio amico uguale agli altri futuri amministratori delegati, cazzoni ben pasciuti, che ha conosciuto: abbastanza soldi nelle carte di credito per pagarsi le migliori biotecnologie mediche e prevenire qualsiasi dannata malattia; abbastanza per pianificare la propria vita sino all'ultimo versamento per la pensione; abbastanza per inalare Klavices-P dopo un brindisi con champagne e lo stupro di un'undicenne dell'est-europa. Tanto che alla fine, come per altri, è arrivato anche per lui il tracollo: allora s'è messo a rigurgitarsi addosso ogni senso di colpa assimilato, facendo dei propri peccati lo scudiscio con cui flagellarsi nelle ore dopo l'ufficio. Così anch'io ho dovuto cambiare mestiere: invece di procurargli droga e minorenni, adesso lo rifornisco dei pochi malati terminali rimasti.
-- Devo incontrarla prima che lo faccia! -- TUNZ-TUNZ-TUNZ! -- E' inutile stare qua, maledizione a te!...
Inutile un corno. Siamo scesi nelle viscere del Morbus per raccogliere informazioni, ma un goccio e un bel culo non fanno mai male. Dò un'occhiata all'orologio: non è tardi. Alma non avrà nemmeno tirato fuori i bisturi e Padon, l'uomo con la faccia trasformata dagli innesti nel muso di un felino, non avrà ancora acceso le luci del palco. Sì, c'è abbastanza tempo, penso, per meritarmi i soldi del mio fortunato amico.
Lui, col suo colletto pulito e il dopobarba da duecento euro, freme. -- Cosa, questa volta?!
TUNZ-TUNZ-TUNZ!
-- Un occhio -- ripondo, con voce troppo bassa per abbattere il cemento armato della musica. Allora mi indico l'orbita destra.
Il cantante, sul palco, si avvicina al microfono. Indossa una tuta di latex rosso fuoco, residuato fetish del secolo scorso. Solleva le braccia e fa ruotare i moncherini senza mani. Il volto mutilato del naso, così simile a un teschio, sembra strapparsi in due quando dai polmoni gli prorompe un urlo che sa di quasi di autentica agonia.
-- Andiamo, avanti! -- strilla Baldrati.
E la musica continua, come il boato di una fabbrica da incubo: TUNZ-TUNZ-TUNZ!
Lo sbalzo di temperatura mi fa rabbrividire; sto dietro a Baldrati, mentre ci dirigiamo verso la sua sportiva multiaccessoriata. Piove piano, ma piove; le nuvole riflettono le luci ocra della città; c'è abbastanza umidità nell'aria da incollare i vestiti alle pelle e condensarsi sull'interminabile teoria di citycar elettriche posteggiate nel grande spiazzo antistante l'ingresso del Morbus, da cui i palpiti a 100 hertz, riemergendo dalla terra, rimbombano inscatolati.
Attraversiamo la zona industriale e la città torna a circondarci, dapprima coi primi palazzoni fuori mano, poi col suo corpo affastellato, quell'anatomia degenere che sembra disciogliersi nella fine nebbiolina che sà di merda e gas di scarico. Siamo diretti all'ex-ospedale San Padre Pio, oscenità architettonica anacronistica quanto una cattedrale gotica.
Una volta lì, appena scendo dalla macchina, noto una ragazza seminuda che ostenta una dermatosi bollosa come fosse un abitino griffato. Il tizio che le sta accanto, denti rossi, capelli catramosi, ulcerazioni cutanee estese, non le è da meno con la propria porfiria congenita. Non si contano pellagra, lupus vulgaris, scabbia. In tanti presentano mutilazioni auto inflitte, ustioni estese, deformità simil-congenite, cicatrici spesse come salsicce. Poliziotti in tuta isolante armati di idrogetti con disinfettante sono disposti in cerchio attorno al vecchio ospedale occupato. La luce lattea delle fotoelettriche montate sulle camionette sgrana la processione di pelli umane maculate, squamate e tumefatte.
Mentre ci avviciniamo all'ingresso, in molti ci guardano, certi con grugni sospettosi e altri con la curiosità lubrica per le malattie e le mutilazioni che i nostri vestiti potrebbero celare.
Spira una briosa aria di festa.
-- Perché non ti trasferisci in Asia, oppure in Africa -- domando a Baldrati, -- lì sì che c'è pane per i tuoi denti.
-- Sottili questioni filosofiche -- risponde lui con vischiosa ironia. -- E poi tu torneresti disoccupato. -- Pausa. Fa un cenno col capo. -- Quello è lui, nevvero?
Mi volto verso l'ingresso principale dell'ospedale occupato. C'è un gigante con la faccia da leone e un lungo pastrano tinta ghiaccio che chiacchiera con alcuni giovani alternativi che rabbrividiscono per la febbre alta. -- Sì, è Padon.
Mi conosce, faccia di gatto; naturalmente non sa che lavoro per uno di quelli che chiamano con dispezzo parassiti, ma ho venduto abbastanza droga a lui e alla sua ragazza perché mi elargisca sorrisi acuminati e amichevoli zampate sulle spalle. Infatti, poco dopo, siamo diretti al cospetto dell'idoltrata Alma. Conosco anche lei: ho assistito allo spettacolino offerto l'anno prima, quando si è segata via il piede sinistro e io mi sono fatto esplodere i capillari degli occhi a furia di vomitare; le avevo venduto tutto l'acido che si era fatta.
Dentro non c'è abbastanza luce per scacciare le ombre nei corridoi dove lettighe rachitiche e contorti attrezzi ortopedici sembrano debordare dalle loro masse, tremolando grigiastri e melmosi. Le voci dei presenti rimbalzano fra il dismesso e lo smantellato, caricandosi di echi non privi di peculiare sacralità. Voci che si mescolano come i respiri affannati, sibilanti, catarrosi, profumati di clorofilla. Antiche lastre RX incollate malamente a schermi TV svelano scheletri lattiginosi e gelidi, ghoul anatomici brulicanti di cenere elettrica. Un venditore declamante, la fisionomia del viso rimodellata da anni di disciplinate ustioni, offre contenitori con feti deformi sotto formalina. La calca ammorbata si comprime davanti a lui; scivola sfiorando gli arti piagati sino ad altri mercanti di preziose infezioni, protesi usate, pionieristici attrezzi chirurgici.
-- Alma non sarà contenta di questa intrusione -- dice Padon, con tono neutrale. Il muso felino è abbastanza impenetrabile perché lo stato d'animo non vi si rifletta.
-- Non preoccuparti, di me puoi fidarti -- rispondo. E non aggiungo altro, perché preferisco non sputtanarmi troppo.
Troviamo Alma seduta sulle scale fra un piano e l'altro, il capo raccolto tra le braccia. La mano sinistra è mutilata, sostituita da una protesi di legno vecchia di chissà quanti anni. Solleva lo sguardo quando Padon le sfiora la sommità del cranio rasato. -- C'è una visita -- le sussurra. Ha occhi meravigliosi, Alma, d'un azzurro intenso e traslucido. Sotto al numero incalcolabile di piercing, il suo viso conserva una simmetria affascinate ed esotica.
-- Stavo pensando -- fa lei, trasognata. Probabilmente è già strafatta.
-- A cosa? -- domanda Padon. -- Al rito?
-- No, allo spirito -- risponde ignorando noi altri. Solleva dinanzi alla faccia la protesi scheggiata, socchiude le palpebre come se cercasse di focalizzare un'idea sfuggente. -- Il mio braccio è ancora qui: mi pare di poter stringere le dita, di avvertire delle sensazioni...
-- Una volta lo chiamavano arto fantasma -- dice Baldrati.
-- Chi è lui? -- chiede Alma a Padon, con voce tagliente. Non ci degna di un'occhiata.
-- E' un mio amico -- rispondo io dopo qualche istante di silenzio. -- E' venuto per te. Per il rito.
Con una sola occhiata, Alma capisce tutto di Baldrati. -- Non sarà un parassita? -- Pausa. -- Non voglio parassiti al mio rito!
-- Possiamo fare quattro chiacchiere in privato? Solo un momento... -- provo a dire.
Ma Alma mi zittisce con lo sguardo. Si alza e si avvicina a Baldrati. Lo spacco della gonna nera, aprendosi, rivela una fitta tessitura di cicatrici. -- Ciclici come le mestruazioni venite da me a pretendere qualcosa che non potrete mai avere. -- Brandisce il braccio artificiale davanti al viso impassibile di Baldrati. -- Uno spirito!
-- Mi dia modo di spiegarle... -- fa lui.
Alma scuote il capo con alterigia. -- Se vuoi, puoi stare a guardare come gli altri. Ma non metterò mai uno di quei maledetti cerotti.
-- Non per me solo -- incalza Baldrati.
-- E per chi anche? Per tutti i fottutissimi parassiti della città?
Baldrati annuisce. -- Perché no? Non è forse quello che desidera? Una platea più ampia, l'autentica partecipazione di chi sta a guardare?
Alma fa ruotare la mano naturale all'altezza dell'orecchio gremito di anelli e borchie. -- Voi parassiti sparate sempre le stesse stronzate, ma la vostra mira non migliora.
Baldrati non perde l'aplomb. -- E' la legge dello spettacolo. Se non le interessasse, l'occhio andrebbe a strapparselo da qualche altra parte, non su un palco davanti a un centinaio di immeritevoli patofili.
-- Okay, ora basta -- interviene Padon. Guarda me. -- Mi spiace, ma il tuo amico...
-- Che cazzo vuoi dire, parassita? Che sono solo una specie di show-girl? Gesù Cristo si è forse fatto crocifiggere per dare spettacolo?
-- Non volevo offenderla -- si schermisce Baldrati.
-- E allora cosa vuoi dire?
All'improvviso ho l'impressione che Alma abbia perso un po' della sua ben costruita fierezza. Quasi per un istante ne avessi scorto la ragazza gracile che si nasconde sotto alle araldiche mutilazioni. Quasi le parole di Baldrati avessero davvero fatto centro.
-- Le sto soltanto offrendo la partecipazione di un pubblico assai più vasto e sicuramente più attento.
Vedo Alma riacquistare la consueta presenza di spirito, intanto che sogghigna sprezzante. Sputa per terra, fissa Baldrati negli occhi, si passa la mano naturale sulla nuca come per tergere un inesistente eccesso di sudore. -- E non mi dici anche che noi martiri e voi parassiti siamo complementari, o qualche stronzata del genere?
-- Vedo che non ce n'è bisogno.
-- Fottiti! Non avrai mai il mio spirito! -- gli volta le spalle e fa per dirigersi verso la porta da qui siamo arrivati noi.
-- Un momento. Quanto le hanno offerto i miei predecessori? Mille? Duemila? Cinquemila? -- Baldrati estrae dal taschino una carta di credito e la getta ai piedi di Alma. -- Qui c'è dieci volte tanto.
Mi sembra che il silenzio spinga sulle mie orecchie. Persino le voci che vengono da sotto sembrano zittirsi, ridursi a un ronzio tanto basso quanto inaudibile. Alma rimane a fissare la carta, come inebetita. -- Siete solo dei pazzi -- sentenzia alla fine. Ma nella sua voce non c'è più convinzione. Adesso è proprio come se stesse recitando, e per giunta male.
-- La prenda e la mostri al suo pubblico di debosciati senza fede. Faccia vedere loro come un parassita ha cercato di comprarla; la applaudiranno senza nemmeno capire di cosa sta parlando, tanto per fare un po' di casino. Oppure metta il cerotto neurale e si conceda a noi, che siamo i soli ad aver compreso i vostri atti di fede e di coraggio. Così avrà le password della carta.
Sarà pure una deformazione professionale, ma raccolgo io la carta e la rigiro fra le dita. Cinquantamila, cazzo! Per una cifra del genere potrei strapparmelo anch'io un occhio. Ma credo di aver capito a cosa stanno giocando Baldrati e i suoi amichetti: corrompere un martire per poter vincere la palma del vero patofilo. E' una questione fra mistici e alternativi, fra diversi modi di essere giovani e ribelli e avversari del sistema. Vaccate d'altri tempi, se non fosse per questa carta di credito dai luccichii dorati.
Scambio un'occhiata con Baldrati e porgo la carta ad Alma. Lei, quasi istintivamente, la prende. La guarda con lo stesso miscuglio di orrore e meraviglia che probabilmente di solito riserva ai propri arti mutilati. I piercing, d'un tratto, sembrano più reali della sua faccia stranita. -- Voi... -- mormora piano, -- credete di poter comprare qualsiasi cosa?...
-- Non comprare -- dice Baldrati, con un sorriso educato, -- solo condividere le spese.
E' quasi mattino quando vengo a sapere che dei duecentonove parassiti collegati ad Alma, trentuno si sono strappati l'occhio destro mentre lo faceva lei sotto le luci roventi del palco. Hanno usato dita, chiavi di casa, cucchiaini, carte di credito. Ma il risultato è stato straordinario. In ospedale Alma ha ricevuto fiori e cioccolatini dietetici da riempire tutta la corsia. C'ero anch'io, fra i johndee immobili e sorridenti e le floreali dimostrazioni di affetto, a farmi fare i vaccini consigliabili dopo una serata del genere. Baldrati mi ha accompagnato, poi è andato da Alma per scegliere con lei l'occhio artificiale da mettere al posto di quello sacrificato; glielo pagherà come extra.
Magari, per loro, potrebbe essere l'inizio di una tenera amicizia.
PROTESI ORTOPEDICHE ZENUS, la tecnologia al servizio del corpo, presenta ALMA, la nuova star della PROTESTA GIOVANILE.
Conosciamo questa ragazza che vuole cambiare il mondo!
Il suo look fa tendenza!
Che musica ascolta? Quali olofilm ama?...
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