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Stray CatsGloria a Babele,Rincorrevamo come falene impazzite le scie delle luci, quelle strisce rettilinee di bianco incandescente che nel coprifuoco notturno sembravano gli unici consistenti punti d'appoggio. La notte si accendeva di lampi arancioni e noi attraversavamo la city come scariche elettriche, troppo istantanee per essere intercettate. La nostra auto fendeva l'energia luminosa e ci trasportava lungo i sentieri di caccia. E ci sentivamo partecipi a quelle disordinate fughe illegali verso la periferia, rese più pericolose dalle ronde della sicurezza. Ma non potevamo fermarci: erano le ore in cui iniziava la ricerca di ospiti compatibili. Ruby era sempre stanca in quel periodo. Nei nostri giri in auto si metteva sui sedili posteriori e apriva braccia e gambe a raggiera, come un ragno monco. Oppure si sdraiava per il lungo rannicchiandosi come un feto, e per un po' staccava i contatti con noi e il resto del mondo. Spallanzani sedeva di fianco a me, un walkman incollato alle orecchie e Monk Trane nel cervello. A lui quei comportamenti non andavano certo a genio. Pensava che fossero i capricci di una ragazzina o, peggio, gli atteggiamenti infantili di una femmina viziata. E gli seccava soprattutto che nella sua musica preferita ci fosse un pezzo che parlasse proprio di lei. Ruby, my dear. - Fa così quando ha fame - dicevo io. - Devi ricordartelo. Ognuno di noi ha bisogno dell'altro. - Potrebbe starsene a casa, allora. - Lo sai che non possiamo separarci, in certe situazioni. Quando sarà il momento di andare alla baia, dovremo essere insieme. Spallanzani non rispondeva. Guardava fuori dal finestrino come volesse dirmi, nella sua rozza semantica, che non poteva farci niente. - Dateci un taglio - interveniva Ruby. - Adesso sto meglio. Era un momento di down. - Non parlare come una tossica - rispondeva lui. - Lasciami stare, mollusco. Io ogni tanto mi intromettevo per calmare gli animi, anche se la mia preoccupazione maggiore era mantenere il controllo dell'auto su quei grovigli di strade, e fare in modo che le ronde non ci notassero troppo. Molti attentati avvenivano anche di notte, in varie parti della città. Ne avevamo il presagio quando si formavano quei lembi di fuoco nel cielo, oppure venivamo scossi da un rumore improvviso e roboante. Una specie di tuono, che chiamavamo l''inferno'. Ruby allora si guardava intorno come un animale impaurito. - Un altro - dicevo io. - Andiamo a vedere? - chiedeva Spallanzani. - Vedere cosa - rispondevo irritato. - Lasciamo stare - diceva Ruby - entrare nel raggio di uno di quegli accidenti mi fa schifo. C'è odore di morte. E di carne bruciata. -
* * * Il trasferimento d'informazione si propaga come un contagio virale e modifica la conformazione dei soggetti con cui viene a contatto. E' analogo a un'infezione perché altera profondamente la fisiologia del ricevente. Come l'informazione, anche i virus possono sopravvivere solo all'interno di un ospite.Noi ci sentivamo spesso in colpa per gli effetti deleteri del nostro comportamento parassitico e cercavamo di giustificarlo con ogni spiegazione plausibile. Tiravamo spesso in ballo, ad esempio, le teorie evoluzionistiche e la lotta per la sopravvivenza. Era comunque da prevedere, pensavamo, che prima o poi la natura selezionasse da individui con encefali particolarmente evoluti un sistema di parassitizzazione del 'linguaggio', che sarebbe stato semplicemente un modo come un altro per ricavare energia da un substrato energetico. E finivamo per definirci veri e propri predatori, molto sofisticati per le modalità di nutrizione, soltanto un po' perversi per il fatto che attaccavamo individui della nostra specie. Ma anche la competizione intraspecifica poteva essere spiegata in termini evolutivi. Poi ci rendevamo conto che si trattava solo di demagogia scientifica o, detto in altro modo, di banali scuse morali per giustificare il nostro operato. Io e Spallanzani, in quel periodo, non avevamo ancora compreso a quali risultati potessero portare le nostre azioni. Grandi punti di riferimento, purtroppo, non ne esistevano. E alzando gli occhi verso il Potere appariva l'ombra rapace del neopositivismo, che intriso di scientismo fino all'esasperazione, aveva la pretesa di intervenire con modelli matematici anche nelle scienze sociali... E giustificava in termini scientifici la nascita di una nuova classe sociale biologica. Alla fine, il nuovo ordine moderno aveva contagiato un po' anche noi, aumentando però anche la nostra confusione e le nostre discussioni senza senso. - Ma perché quei poveracci continuano a fare le prede? Non gli converrebbe, che so, convertirsi al nostro modo di vivere? - interveniva Ruby. - Non dire idiozie - l'interrompeva Spallanzani. - Non è come cambiare un vestito. - Potrebbe essere possibile - notavo io. - Ma ogni cambiamento dovrebbe essere casuale... - Cioè? - chiedeva Ruby interessata, interrompendomi. - Mutazioni vere e proprie, che l'ambiente dovrebbe selezionare. Non sei tu a scegliere il cambiamento, ma il caso. - Parli come uno stronzo dell'Università - diceva Spallanzani. - Voi due siete d'accordo. - Sono uno stronzo dell'Università. - Eri - mi correggeva drasticamente Ruby. - Ero, ero. E con questo? - le dicevo. - Ho fame - rispondeva Ruby per dare un taglio a tutto. - Adesso arriviamo. - Fa' presto. - Il tempo di fare l'esame. - E' proprio necessario? - Sì, non possiamo rischiare. - Dove cerchiamo l'ospite? - chiedeva Ruby. - Sei tu che decidi sempre. Per noi... un posto vale l'altro. E allora partivamo. Sceglievamo spesso la notte, anche se non c'erano ragioni particolari. Semplicemente, sotto la luna, era bello giocare con le probabilità... E spesso, nella stagione dei vampiri e degli scarafaggi, s'incontravano tipi strani, disponibili, e nel range di ospitabilità. Noi li cercavamo soprattutto in periferia. In quella zona, qualche locale aperto veniva tollerato. - Che palle, l'esame... - insisteva Ruby. - Non possiamo rischiare - dicevo cercando di convincerla. - Vuoi spappolarli, quei disgraziati? Abbiamo smesso di essere troppo eradicanti. Ruby stringeva le spalle e faceva l'offesa. Forse avrebbe voluto buttarsi fuori dall'auto, aggrapparsi a una qualunque scia di luce e seguire l'istinto. Per applicare una buona strategia è necessario progettare i comportamenti. A conosce B ed elabora una teoria C. Mediante C, A interviene su B, ricavando energia dal substrato. D, tramite la teoria C, può intervenire su E senza l'incontro con A. Ruby sembrava dimenticarsene sempre. Ma i veri predatori non utilizzano coltura.
* * * Avevo conosciuto Ruby durante l'internato in clinica psichiatrica, all'inizio della dittatura neopositivista. Era ricoverata in un reparto di recupero per malattie mentali. Il Direttore aveva detto che possedeva un'encefalite al momento sconosciuta. L'infettività si manifestava a fasi alternate e durante le crisi acute era pericoloso stare vicino a Ruby.Le caratteristiche epidemiologiche erano le seguenti: 1) Ruby non manifestava i sintomi delle comuni encefaliti fulminanti; 2) era infettata in modo latente da un ceppo di prione; 3) le persone che Ruby contagiava possedevano sintomi simili a una meningite, ma all'esame non risultavano infettate dal patogeno; 4) nelle fasi successive al contagio era stato notato che Ruby andava incontro a un aumento delle attività psicomotorie. Sembrava ricavasse vantaggio, da quella condizione. - La vorremmo studiare - avevo detto al Direttore. - Va bene, fate pure. La potete prelevare a partire da sette giorni la compilazione del modulo. - E' pericolosa? - Molto - aveva risposto il Direttore. - Sta scherzando? - Io vi avverto. - E perché? - Ogni cosa che non si conosce a fondo è pericolosa. - Non avete isolato l'agente patogeno? - Certo che l'abbiamo isolato. - Allora? - Allora niente. L'unica cosa che abbiamo capito è che le fasi di contagio corrispondono al cambiamento di conformazione dell'alfa-elica da parte del prione. - E' già qualcosa. - Non è un cazzo. Scusi per il temine. - Mica male la tipa - aveva detto Spallanzani. - Non è esattamente la ragazza da sposare - aveva concluso il Direttore. Parlava da vero scienziato neopositivista, e all'inizio io non avevo prestato molta attenzione ai suoi avvertimenti. Avevo firmato e avevo portato Ruby in laboratorio. All'inizio lei non parlava, e noi non trovavamo la maniera di comunicare. Nonostante avessimo preso tutte le precauzioni che la scienza ci insegnava, alcuni assistenti, dopo una settimana, erano stati fulminati da una strana infezione al sistema nervoso. Quelle persone, comunque, non l'avevano nemmeno toccata. A+B si nutrono di C. Il sistema K utilizza A+B per intervenire su C. A+B sono vettori dell'informazione di K. In altre parole, K è il potere. Uno schema semplice ma efficace, che avrei capito solamente dopo un po'. Che in altre parole potrebbe essere chiamato 'controllo dell'informazione'.
* * * Quando arrivavamo al laboratorio, io ero il primo a scendere dall'auto. A Spallanzani piaceva guardarmi mentre inserivo il pass magnetico. Per lui era un simbolo di potere. Ruby, recalcitrante, ci seguiva sospettosa, come un cane che entra in un centro di vivisezione. Io accendevo il display e la visitavo. Le facevo insomma quello già che ai tempi dell'internato chiamavamo l'esame. Ruby sbarrava gli occhi e ruotava lentamente la testa, ipnotizzata dai LED intermittenti dei display, passando lo sguardo da uno strumento all'altro. Con quei fili in testa sembrava più folle del solito.L'esame. A prima vista assomigliava a un elettroencefalogramma. Con la differenza che i tracciati che ne uscivano venivano registrati, filtrati e dalla decodifica del messaggio si poteva risalire alle conformazioni tridimensionali delle molecole che Ruby aveva in testa. Quella condizione determinava il livello di pericolosità che lei possedeva nei confronti delle future vittime. L'esame durava non più di cinque minuti, ma in quel lasso di tempo lei si comportava come un'isterica. - Quanto cazzo ci metti? - mi chiedeva con la grazia di un cobra. - Ho appena registrato. Dammi il tempo per la decodifica. - Ti ho fatto una domanda precisa. - Altri quattro minuti. Devo sovrapporre il tracciato al tuo segnale di controllo in riposo. - Perché collezioni i miei tracciati registrati? - Te l'ho spiegato. Servono per capire in ogni momento il tuo stato. - Non mi piace essere controllata. - E' una prassi normale. - Lo so che mostri a qualcuno le radiografie della mia testa. - Faccio elaborare un po' di dati all'Istituto Superiore di Sanità. E poi non sono radiografie... - Bella gente, quella. - Dai Ruby, smettila. - Non mi piace che mi guardiate nel cervello. Là dentro ci sono cose che sono solo mie. - E chi te le toglie? - E poi quei grafici del cazzo... è come se mi toglieste la pelle. - Non fare la bambina. - Mi fate sanguinare l'anima. - L'anima... - interveniva Spallanzani in tono ironico. - Perché, io non posso averla? - Bisogna meritarsela, quella. - Un giorno farò un viaggetto nel tuo cervello... - incalzava Ruby. - Non puoi. - ... e te lo spappolerò come un budino. Parlerai come una scimmietta ammaestrata. - Non verrei in giro con te se non fossi resistente. - Ruby, ho finito l'esame - intervenivo io, interrompendo quei due squilibrati. - Era ora - rispondeva Ruby. - Cosa dice il nostro scienziato? - Possiamo andare. Non sei troppo pericolosa, oggi. - Se c'è qualcuno pericoloso, siete voi. - Ruby, se ogni volta che facciamo un esame succede tanto casino... Lei si alzava di scatto strappandosi i fili dalla testa. A quel gesto Spallanzani aveva un sussulto, poi attendeva che io chiudessi il laboratorio osservando ogni mia minima mossa. Fuori la sera era già iniziata. Ruby ci aspettava stravaccata contro l'auto. Era nervosa come un predatore affamato. * * * Quando eravamo a caccia, di solito era Ruby a scegliere il locale. Usciva dall'auto spiralando a serpentina e odorava l'aria per captare chissà quali tracce olfattive. Era impossibile prevedere i suoi comportamenti e in quei momenti eravamo in balia del suo istinto. Ma forse aveva ragione Spallanzani. Erano solo capricci.C'era stato un periodo in cui Ruby attaccava spesso le lesbiche, non per motivi personali, ma perché aveva feeling con le femmine ed era brava ad agganciarle. E noi non ne potevamo più di quei locali, dai nomi tutti uguali e con quegli odori così progettati. A volte, quando spiavo dal retrovisore Ruby che perlustrava con la sua lingua la bocca della ragazza del momento, non riuscivo proprio a togliere gli occhi da quello spettacolo, anche perché ogni tanto ci scappava qualche preliminare. L'aspetto rivoltante della faccenda avveniva però alla fine dell'attività trofica. Gli ospiti risultavano regrediti mentalmente, e a un veloce esame si rivelavano dislessici. Da quel momento si esprimevano come bambini di due o tre anni. Il Ministero della Sanità stava cercando la maniera per curarli ma al momento non esistevano terapie efficaci. A volte qualche leggero risultato era ottenuto con una lenta e complessa rieducazione. La cosiddetta 'cura'... Anche se qualcuno di loro spariva dalla circolazione e nessuno sapeva che fine facesse. Gli altri erano classificati come patotipi cerebrali di tipo C e ricevevano una specie di invalidità. Dei pazzi da riabilitare, insomma. Questo comunque avveniva solo se Ruby attaccava durante la sua fase latente. Altrimenti, il cervello delle prede si riduceva a una torta di mele. - Ho Urano in Acquario... - diceva spesso Ruby a quella di turno, di solito vestita di pelle e con qualche tatuaggio sparso sul corpo. - Allora? - rispondeva lei. - Be', insomma... - Insomma cosa? - Ti scoperei volentieri. - E loro? - rispondeva sempre l'amica, come per lamentarsi della nostra sfacciata presenza. - Non avere fretta. Allora noi aspettavamo con pazienza che Ruby facesse il suo gioco. Una volta, mentre era impegnata con una rossa cosparsa di minuscoli orecchini, io e Spallanzani avevamo sentito rumori strani, una specie di strusciamento di carne e vestiti. Avevamo pensato che quelle due avessero combinato qualcosa di pesante nel sedile posteriore. Poi la rossa si era alzata di scatto, e aveva pisciato sangue denso dal naso. La sua testa era finita all'indietro. Ruby aveva imprecato. Io avevo osservato la scena dallo specchietto ed ero completamente sconvolto. - Cos'è successo? - avevo chiesto concitato. - Che tipino. Non è stato facile attaccarla. - Non ci stava? - Ci stava anche troppo. Mi aveva quasi infilato un braccio... voglio dire che era quasi resistente come neurotipo, cazzo, lo capite o no? - Come sarebbe, quasi resistente? - Facevo fatica a ciucciarle il logos. Capita per certi ospiti tenaci. Ho dovuto forzarla. - Forzarla? - era intervenuto Spallanzani. - Ruby, cos'è successo alla ragazza? Lei non aveva risposto. - Non potevi lasciare stare? Lo sai che non ci piace uccidere! - Voi e le vostre filosofie indiane del cazzo. Quella aveva le mani nelle mie mutande e... insomma non mi piacciono le donne fino a quel punto. - Cambiamo posti, allora. Sei tu che vuoi venire in questi locali. Non ti aveva fatto niente, quella! - aveva detto Spallanzani, rude ma sempre pragmatico. - Quando uccidiamo sto troppo male. - Io ho sofferto di più vivendo. - Che discorsi del cazzo, Ruby - aveva risposto Spallanzani. - Pacifisti di merda. Comunque io non ce l'avevo con lei, né con nessuna di loro - diceva Ruby. - Il punto è che si aggancia troppo bene, in 'sti ambienti. Si passa subito ai fatti. In giro ti devi lavorare le persone per ore. E io quando ho fame non posso aspettare troppo. Anche i maschi sono diventati meno disponibili, ultimamente. - E' per via delle leggi sul controllo demografico - aveva detto Spallanzani. - Liberiamoci della ragazza - ero intervenuto io. - Con la morte non si torna indietro - aveva aggiunto Spallanzani. - Anche con la vita. - Discorsi del cazzo. - Vorrei tornare nel periodo più bello della mia vita - sparava Ruby. - E quale sarebbe? - Prima di nascere. - Che dici? - incalzava Spallanzani. - Quando c'ero già ma non esistevo ancora. - Nel periodo in cui tua madre era incinta? - Non so. Qualcosa di simile. - Insomma quando? - Doveva essere molto bello, prima di nascere. - Era come essere morti. Quindi... - Si era in una specie di pausa. Come un pezzo in stand by in attesa di partire. Quando la musica finisce è come essere morti. - Cosa cambia? Sia prima che dopo sei dentro un buco nero organico e... ma che discorsi del cazzo. Con che ospiti hai avuto a che fare? - E' tardi - facevo io per smorzare gli animi. - E dobbiamo far sparire l'ospite. - Mettiamo su della musica - diceva Ruby. - Ma non quelle vostre smerdaggini insipide. Ho voglia di qualcosa... - Sentiamo. - ... che sanguini. Spallanzani grugniva, imprecando contro Ruby, ma durante quel lasso di tempo lei aveva già fatto ingoiare al lettore audio banche dati di gruppi rockettari in grado di sconquassarti per tutta notte. Come gli Stray Cats. - E' un vecchio gruppo. Li ascoltava sempre il mio papà - diceva Ruby. - Il tuo papà? - Sì. Quante canne si faceva, papi. - E' per questo che sei ridotta così - pungeva Spallanzani. - Hai il tatto di un vibrione - rispondeva Ruby. E io, con tutto il rispetto per Spallanzani, come facevo a non ridere? A volte, dopo aver spremuto l'ospite, Ruby si scaraventava giù dall'auto e iniziava a camminare come un'ossessa. Poteva andare avanti così anche per ore. Noi allora la lasciavamo sola e tornavamo a casa. Questo succedeva quando le arrivavano nel cervello rimasugli di linguaggi particolari. Logos consistenti, come diceva sempre lei. Il giorno dopo, comunque, era lei a cercarci. Aveva una gran voglia di parlare e ci sommergeva di discorsi senza senso, esprimendosi anche in altre lingue, sparuti avanzi semantici degli ospiti che aveva tracannato. * * * Da quando non lavoravo più all'università, Spallanzani aveva iniziato a considerarmi sotto un altro punto di vista. Era come se mi temesse, anche se era diventato molto diffidente. L'avevo capito da quella sottile cortina di indifferenza che si era interposta fra noi. Eravamo diventati in pratica dei colleghi.Le cose erano cambiate molto in fretta, e la dittatura neopositivista aveva spazzato via gli ultimi rigurgiti di opposizione usando anche le maniere forti, come i trattamenti ormonali selettivi. E gli attentati, come conseguenza, rendevano il governo sempre più repressivo. Negli ultimi tempi accompagnavo Ruby a caccia di ospiti con una certa preoccupazione. Perché collaborare coi comitati del Ministero della Sanità implicava accettare le cose fino in fondo. La faccenda era diventata come una specie di lavoro, infatti chi ti paga non vuole che tu faccia troppe domande e metta troppi sentimenti nel tuo operato. Svolgevo in pratica una ricerca scientifica, ma Ruby ne era al corrente solo in parte. Anche perché i dati che raccoglievo riguardavano soprattutto lei. Da un po' di tempo, le notti durante il coprifuoco avevano quel sapore ricorrente di pianificazione imposta dall'alto che ti toglieva la voglia di vivere. Anche il caos e il vizio erano organizzati, almeno nella city. Si poteva uscire dalla città solo con un permesso del governo locale, ma se non avevi una buona raccomandazione la burocrazia positivista rischiava di farti soccombere. Qualche spiraglio di luce esisteva anche in periferia, se si avevano i contatti giusti. La politica di controllo delle nascite, benché dal punto di vista demografico avesse dato buoni risultati, per altri aspetti era stato un fallimento. I primi regolatori ormonali, somministrati su campioni casuali di femmine nei primi anni di vita, avevano innescato disastrosi effetti. E ci eravamo ritrovati, in pochi anni, con migliaia di femmine neoteniche che reclamavano un lavoro e si erano unite anche in un movimento. Quelle donne bambine erano il chiaro esempio di un intervento fallimentare di pianificazione positivista, gestito dalle correnti più estremistiche del governo scientista. Oppure, detto in altre parole, un esperimento legalizzato su campioni umani, partorito da qualche piano sociale cosiddetto avanzato. Fortunatamente i nuovi composti erano più sicuri, o almeno sembravano tali. Dopo il trattamento, eseguito su gruppi demografici fra i sette e i dieci anni di età, ogni individuo, raggiunta la maturità sessuale, disponeva di circa due anni di fertilità. Io avevo deciso di non riprodurmi. Ruby l'avrebbe fatto, ma rischiava di danneggiare il cervello del figlio, con effetti facilmente intuibili. Durante il periodo dell'università avevo studiato i genotipi resistenti ed ero riuscito a mappare le relative sequenze geniche. - Posso intervenire sul feto, se vuoi - le avevo detto. - Non è molto rischioso e con un intervento posso renderlo resistente. - Non dirlo neanche per scherzo - aveva risposto Ruby. - Lo faccio per il bimbo. - Bisogna avere la dignità d'accettare l'estinzione della propria linea. - Non facciamo i tragici, Ruby. - Siamo come quel gruppo che ascoltava papi. - Cioè? - Gli Stray Cats. - Gatti randagi. E perché? - Ci affezioniamo al primo padrone che ci fa mangiare un po'. E soprattutto tu, caro il mio scienziato. - Ce l'hai con me? Raccogliere dati per il Ministero non mi sembra così immorale. - E poi cacciamo di notte. Quando andiamo alla baia? - mi chiedeva cambiando discorso come un'ossessa. - Sei tu a dovercelo dire. - Non sono ancora pronta. - Non fare troppe storie - interveniva Spallanzani. - Basta - dicevo io. - Ho metà serbatoio e la notte è lunga. - Cos'è, un invito? - chiedeva Ruby. - Tu cosa dici? - Ho voglia di qualcosa di consistente, da non dimenticare in fretta. - Che tipi di logos? - domandavo. - Non so... roba forte. - Voi siete matti - replicava Spallanzani. - E che effetto ti fa? - le chiedevo. - Quando ci dici 'ste cose, non ci rendiamo conto cosa ti passi per la testa. - Non riuscirei mai a spiegarvelo - rispondeva Ruby. - E' come se cambiasse... il sapore. - Il sapore? - Basta con questi discorsi. - Inizio ad avere paura a viaggiare di notte - diceva Spallanzani. - Smettila - rispondevo. - Prima o poi finiremo in mezzo a un inferno. - Vederne uno da vicino deve essere mostruoso. - Se ci capiti in mezzo non vai in giro a raccontarlo. - Papi ne ha visti. Anche da vicino - diceva Ruby. - Forse era stato solo l'effetto di una canna - interveniva Spallanzani. - E lasciala parlare... - Mi raccontava che le persone, quando s'incendiavano, iniziavano a correre come pazzi senza punti di riferimento. Sembravano trottole in una pista di pattinaggio. - Che cazzo avrebbero dovuto fare? - l'interrompeva Spallanzani. - Non mi piacciono questi discorsi. - Falla finire - intervenivo io. - Quando tutto è fermo e silenzioso, si contano i resti dei morti. Poi si raccolgono. A volte le esplosioni sono sincronizzate, in sequenze intermittenti. Da lontano assomigliano ai lampi in miniatura delle lucciole, e sul momento non ci si rende conto che portano la morte. Comunque noi non rischiamo nulla. - Perché? - chiedeva Spallanzani. - Abbiamo loro che ci proteggono - rispondeva Ruby. - Loro... chi? - Gli Stray Cats. Io ridevo e Ruby cacciava un urlo, come un bambino che si sta divertendo con qualcosa di proibito. Il coprifuoco era appena iniziato e la notte sarebbe stata lunga. * * * Tutto avveniva grazie alla simbiosi con quelle molecole. Dico molecole perché non erano veri microrganismi. Certi ospiti resistenti, mediante l'associazione simbiotica i catalizzatori ottenevano una configurazione in grado di attaccare un cervello suscettibile.Postulato di Hadelbeck: l'informazione viene codificata come una struttura semantica ad accumulo quantico di energia. Teoria di McArthur: le strutture semantiche agiscono come sub-sistemi di flusso a feedback positivo. Le informazioni linguistiche introdotte in un cervello ne aumentano la configurazione energetica, o logos. L'energia accumulata è proporzionale ai dati linguistici in possesso e al tipo di struttura semantica dell'ospite. Una volta Ruby aveva intercettato un tizio ed era quasi collassata, tanto era stato grande l'impatto energetico. Il rifornimento, quella volta, le era durato quasi un mese. Altrimenti, di solito, un ospite normale le bastava per non più di una settimana. Poi avevamo capito che si era trattato di un ospite particolare, un professore di greco antico. Avevamo dedotto che quella struttura semantica realizzava un accumulo energetico spropositato, superiore alla maggioranza dei cappi linguistici indoeuropei che conoscevamo. Fra le lingue antiche inquietanti leggende circolavano sull'aramaico, la lingua di Cristo, che sembrava realizzasse la più alta e sublime condizione di logos, mentre fra quelle moderne l'anglosassone non era male, molto meglio del cinese. Ma anche l'italiano non scherzava. Ruby, durante questi discorsi, si arrabbiava molto, perché secondo lei ci comportavamo come se si parlasse di spaghetti o polli arrosto. Ruby non era la sola a comportarsi in quel modo. L'infezione latente si era sparsa fra la popolazione, scegliendo, anzi selezionando, i futuri distruttori resistenti di logos. Eravamo una bella famiglia di spappolatori di linguaggi divisa in tante colonie. Quando Ruby era pronta puntavo l'auto verso la baia, e ci incontravamo tutti là. La nostra colonia si ricomponeva e noi stabilivamo i contatti. A volte si poteva passare anche mezz'ora col servizio d'ordine per il riconoscimento, in quei momenti Ruby litigava con tutti. Ma un controllo accurato era necessario per l'integrità della colonia. Poi ci disponevamo insieme agli altri su quella distesa, un lembo di sabbia dove il mare sembrava aver rinunciato a inghiottire la terraferma. Nella baia l'acqua si trascinava placidamente sulla spiaggia, ritirandosi con un rumore tenue e lasciando una schiuma biancastra che si disintegrava lenta. Le persone come Ruby si mettevano in circolo e noi, i resistenti passivi, di fronte a loro. Ruby era un catalizzatore primario e giocava un ruolo chiave nella nostra comunità... I catalizzatori entravano in contatto cerebrale, condizione che portava all'inversione delle conformazioni delle alfa-eliche che avevano nel cervello, passando in fase latente. Era necessario, perché la persistenza in fase acuta per troppo tempo poteva arrecare danni cerebrali permanenti. Una volta all'anno i catalizzatori primari di ogni colonia s'incontravano e qualche fanatico miscredente, spingendosi in chissà quali speculazioni, parlava di pleroma o metalogos, termini che mi facevano tremare e che preferivo non pronunciare neanche per scherzo. A noi non era concesso sapere cosa avvenisse realmente in quelle riunioni ed è inutile specularci troppo sopra. Per noi la faccenda era solamente passiva, ma quello era il nostro ruolo. Svolgevamo comunque l'importante compito di riconoscere, arruolare ed educare i catalizzatori primari, che molto spesso risultavano psicolabili o nevrotici. Erano i nostri bimbi che necessitavano di personalità guida. E potevamo farlo solo noi, essendo resistenti ai loro attacchi. Esisteva un attimo, si diceva, in cui i catalizzatori avevano una sorta di percezione visiva di ciò che stavano assorbendo. Ma per loro era difficile spiegare come veniva visualizzato il linguaggio logos-mediato, allorché gli arrivava dentro. Potrei parlare ore senza farmi capire, come capitava a Ruby quando cercava invano di comunicare con noi. L'unica cosa che posso dire è che avveniva. Me ne accorgevo semplicemente osservandoli. Ruby spesso era la prima ad abbandonare la catena, e noi la seguivamo con lo sguardo mentre camminava verso il mare. Si bagnava i piedi e scrutava intorno, respirando forte. Era impossibile capire cosa le stesse passando per la testa, e noi dovevamo accontentarci di guardarla. In quegli istanti io l'invidiavo. * * * Essere intercettati da una ronda nella city poteva essere molto rischioso. Ma in periferia le cose cambiavano. Anche un equipaggio di veterani lasciava perdere, perché sapeva di giocare in condizioni di sfavore, e tutto si risolveva in un controllo formale. E poi, fra i balordi della notte, si nascondevano spie del Ministero della Sanità e cacciatori di logos. E loro lo sapevano. Una notte eravamo stati beccati da una ronda. Durante l'identificazione, ci eravamo accorti che l'equipaggio aveva catturato una femmina neotenica. A Ruby quella cosa non sembrava andare giù. Io e Spallanzani non sapevamo cosa fare. - Cos'ha fatto di male? - aveva chiesto Ruby. - Pensiamo abbia innescato un inferno. - Lo pensate? - Lo crediamo. Ruby si era avvicinata al viso di uno dell'equipaggio. - Non bisogna mai pensare troppo - aveva detto. - Che cazzo vuole, questa? Io e Spallanzani eravamo paralizzati. Quelli dell'equipaggio avevano messo le mani sugli Steyr. - Sono sicura che non è stata lei - incalzava Ruby. - La testeremo. E comunque è un problema nostro. - Voi scoprite quello che vi fa comodo. Leccacazzi del governo. - Guarda che ti ammazzo - aveva detto uno di loro. - Provaci... - Sono dei resistenti, e quella dev'essere una catalizzatrice - era intervenuto improvvisamente il capo ronda. - Che cazzo dici? - Quelle spappolatrici di cervelli che il Ministero sta studiando... - Le sparo ed eliminiamo il problema. - Non ho voglia di rimetterci il mio cervello. Uno dell'equipaggio aveva puntato lo Steyr verso Ruby. - E' una catalizzatrice, ti ripeto, l'ho studiato nei test di riconoscimento. - Voglio vedere cosa fa 'sta scoppiata... - Bravo, così ci troviamo la testa al posto del culo. - Liberate la neotenica! - aveva urlato Ruby. - Fa' come dice. - Di che colonia siete? - aveva chiesto quello armato. - Nemesis. - Se facciamo qualcosa a una catalizzatrice avremo dei guai. Sono le nuove leggi. E quella è una colonia potente. - Hai studiato latino, vero? - aveva chiesto Ruby a uno di loro. Nessuno aveva risposto. - Non attaccare, Ruby - avevo detto io. - Se liberano la neotenica non faccio niente a nessuno. Da quel momento in poi nessuno aveva parlato. Ma una portiera del furgone si era aperta e una femmina piccola ed esile era schizzata fuori. La corporatura da bambina contrastava con i lineamenti da donna matura, e lo strano insieme faceva pensare a una specie di miniatura vivente. Ruby aveva sorriso. - Come fai a sapere che ho studiato latino? - aveva chiesto balbettando uno dell'equipaggio. - Certe cose si sentono - aveva risposto Ruby. Avevamo guardato la neotenica fuggire, con passo goffo ma veloce. Dopo una ventina di passi si era voltata verso di noi e ci aveva salutato. Spallanzani aveva riso, io avevo tirato un sospiro di sollievo. Poi noi tre ci eravamo diretti verso la nostra auto. - Chissà se scopano, quelle - aveva sparato Spallanzani. - Ormai hai il cervello di un celenterato - aveva risposto Ruby. - Che diavolo sono i celenterati? - Hai presente le meduse? - Devo averle viste, in qualche libro. - Tu fai solo più schifo. - Dicevo per scherzare, Ruby. - Io no. * * * Ruby quella volta piangeva, un comportamento insolito per lei. Non aveva voglia di andare a caccia e queste due cose ci preoccupavano molto. Anche Spallanzani era spaventato, ma forse la causa principale era l'aumento degli inferni nell'ultimo periodo.- Voglio andarmene - aveva detto Ruby. - Che dici - avevo chiesto. - Sei la mia bambina. - Basta che mi abbandoniate fuori dalla città. Poi ci penserò io. - Hai una delle tue crisi? - Questa volta non so se passerà. - Forse ti basterà un po' di quella tua musica. Domani sarai in forma come uno stray cat. - Non dire stronzate. Quando non me ne rendevo conto, la mia indifferenza al sistema era una specie di ribellione. Ma ora... Quella frase mi aveva lasciato di sasso. O forse avevo già previsto tante volte un discorso così ma avevo fatto finta di niente per anni. Non mi era mai piaciuto avere delle grane, con quelli del Ministero. - Ci usano come vettori umani. - Siamo nel punto di non ritorno, bambina mia... - l'avevo interrotta cambiando discorso. - Dicevate sempre di essere contro la morte. - Ruby, il tuo è un comportamento che si è selezionato naturalmente. Evoluzione e niente più. Non partire per la tangente. Ti posso trovare una motivazione biologica... - Mi passano qualcosa, ne sono sicura. Avevo guardato Ruby, sapendo di averla già persa. - ...E tu lo sapevi - aveva aggiunto. - Ci ho pensato per tre notti, e la conclusione è questa. - Sarà un caso... - avevo detto così poco convinto da non meritare una risposta. - Avviene durante le nostre riunioni alla baia. Qualche catalizzatore della colonia mi passa messaggi criptici, usandomi come vettore. Quando attacco un ospite, mentre mi nutro del suo logos lo infetto e senza volere gli passo quei messaggi. Ordini di morte. Avete mai pensato a chi scatena gli inferni? Patotipi cerebrali di tipo C, per esempio. Ditemi qualcosa, figli di puttana. Spallanzani non rispondeva e questa era la cosa più tremenda. Anche perché enfatizzava il mio silenzio. - Il nostro sottogruppo si deve sciogliere - aveva sentenziato Ruby. - Mi riferisco a noi tre. E poi le sue lacrime, che brillavano ai neon come perle liquide. Ruby, sul ponte, fissava il mondo sotto di lei, come se fosse consapevole di poter perdere tutto da un momento all'altro. - Papi mi portava proprio qui, e fumava in silenzio quelle sigarette che non finivano mai. Io non avevo il coraggio di dire niente. Mi piaceva guardare le luci, da quassù sembravano le uniche consolazioni della notte. Se mi spaventavo, lui mi abbracciava. Il buio per me è sempre stato un ostacolo da superare. Mi sono sempre sentita diversa dagli altri, per via di quelle molecole nel cervello. Un signore ci veniva a trovare spesso, a casa nostra. Diceva di essere dell'ospedale. Parlava con mio padre per ore di cose strane, cose che io non capivo. E papi non diceva altro che quella frase: 'Basta che non le facciate del male', la ripeteva ininterrottamente a quel tipo, che rimaneva immobile e in silenzio. Spallanzani si era voltato di scatto ed era corso in auto. Io non avevo la forza d'intervenire. Ruby continuava a parlare, frasi confuse che si perdevano fra le maree dei nostri destini. Ricordi destinati all'estinzione, come quelli di suo padre. Le fresche mattine sul fiume, i dolci alla cannella, l'infezione latente, quella diversità così indigesta da sopportare, l'incubo dell'internato in clinica e tante altre cose. - Perché non mi hai mai detto nulla? - mi aveva chiesto Ruby. - Non sarebbe stato facile. E poi le cose non sono mai state chiare neanche per me. - Un motivo in più per parlarmene. E io che pensavo di essere invincibile. Eravamo solo protetti. - In un certo senso lo siamo. - Oh, Cristo... - Se la colonia non ci vedesse arrivare in gruppo io passerei dei guai. - Capisco. - Abbiamo passato insieme dei periodi molto belli... - Non fare discorsi del cazzo. Quando papi ha capito di perdermi, ha avuto il coraggio di non dire nulla. - Ci andrei di mezzo io, Ruby. In fondo ti ho reclutato e sei la mia progenie. - Chiamate così i vostri schiavi? - La mia figlia preferita, volevo dire... - Le tue parole finiscono là, insieme ai ricordi di papi. - Senza la colonia, rimarresti per troppo tempo in fase acuta. Quando eri molto giovane non ti succedeva niente, ma ora le cose sono cambiate. La colonia è la tua unica salvezza. La tua casa madre. - Lasciami stare. - Cosa preferisci che faccia? - Devi guardarmi. - Ruby, cosa... Si era arrampicata sul parapetto del ponte e io ero rimasto come bloccato, inebetito. Erano passati pochi secondi, lunghi come una malattia. Ruby aveva aspettato il boato di un inferno, per buttarsi. Quella era un'ora buona e lei sapeva di non dover attendere molto. Dopo qualche metro di caduta era stata intercettata dai bagliori che venivano da laggiù, illuminandosi come una torcia. Poi era sparita, inghiottita da quell'oceano d'aria. Il ponte era talmente alto, che l'acqua là sotto sembrava un muro d'ebano. Ruby, la mia progenie. L'avevo persa così, dilaniata dal rimorso. Allora ero salito in auto a far compagnia a Spallanzani, che sembrava paralizzato. - Dovremo reclutare un altro catalizzatore - avevo detto. - Al più presto. - Ancora in giro per manicomi? - aveva risposto lui scocciato. - Se hai altre soluzioni, dimmele. - Che ce ne facciamo della musica di Ruby? - La teniamo. Piaceva anche a suo padre. - Se lo dici tu. Come si chiama, quel gruppo? - Stray Cats. - Ah, già. - Dai... andiamo. - Non mi sembri molto convinto. - A cosa ti riferisci? - A tutto. - E' molto profonda l'acqua, là sotto? - Penso di sì. - Andiamo a ripescarla? - Sei pazzo? A quest'ora chissà dove si trova. - Allora tu dici che si è salvata... - Di sicuro nuota bene. - E se invece... - E' inutile parlare. Il nostro silenzio faceva da sottofondo ai riverberi dei boati, mentre i bagliori di inferni lontani accendevano le tenebre. Fuochi fatui in un deserto di speranze. - Lavorano molto, 'sto periodo - aveva detto Spallanzani. - Anche noi. La notte era appena iniziata, ma ora sarebbe stato inutile intercettare prede senza un catalizzatore con noi. Avevo condotto l'auto fuori dalla città, lasciandoci alle spalle la baia. Sul parabrezza si formavano fastidiose goccioline d'acqua che scivolavano sul vetro attraverso la patina d'umidità... Le scie che creavano erano instabili reticoli trasparenti, destinati a scomparire. Una goccia più grande delle altre era precipitata rapida, squarciando le effimere venature di condensazione. Mi aveva ricordato Ruby. La nostra auto scorreva sulle rotaie dei nostri dubbi. Spallanzani aveva ricambiato un mio sguardo con uno strano cenno del viso. Ci allontanavamo dalla baia, ma lui non sembrava troppo preoccupato. - Non so se ne valga la pena - aveva detto. - Per cosa? - Qualsiasi cosa. - Una pausa. - Aveva ragione Ruby, siamo solo... Avevo fissato Spallanzani , cercando di decifrare la sua espressione. - Stray cats. Se avete racconti che ritenete adatti per Delos, inviateli alla Redazione Narrativa di Delos, delos.script@fantascienza.com: saranno letti e accuratamente valutati dai nostri editor Franco Forte ed Emiliano Farinella. Tutti i diritti sono riservati. E' vietata la riproduzione in tutto o in parte del testo e delle fotografie senza la previa autorizzazione della direzione di Delos Science Fiction e degli aventi diritto. |
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