views


di Vittorio Catani

Il suo primo racconto apparve nel 1962 sull'edizione italiana di "Galaxy". Ha vinto la prima edizione del Premio Urania (1980). Ancora non sa cosa farà da grande, sa solo che per lui non ha piu' senso chiederselo.

Avanti Sommario Indietro

La fantascienza e' morta, viva la fantascienza

Il testo che segue è la trascrizione di una conferenza tenuta da Vittorio (Curtoni) a Courmayeur durante Fancon 2000. Secondo voci messe in circolazione dal relatore, il testo sarebbe di Vittorio (Catani), che era assente. Interpellato al riguardo, Vittorio (Catani) ha confermato, ma poi ha mostrato idee confuse. Si può salomonicamente concludere che di questo saggio gli eventuali pregi sono di Vittorio (Catani), quanto ai difetti... boh!

E' dalla fine degli anni Settanta che si parla di "morte della fantascienza". D'altronde sono decenni che si parla anche di "morte del romanzo", eppure i negozi di libri continuano a traboccare di volumi di mainstream, e anche di sf. Forse il romanzo, e soprattutto la sf (ciò che qui ci occupa) sono in crisi come strumento idoneo a descrivere la realtà attuale, ma almeno commercialmente si direbbero tuttora ben vivi: il che, presumo, qualcosa vorrà dire.
Nel 1979, ne I labirinti della fantascienza Antonio Caronia scriveva:
All'immaginario sembra essere accaduta la stessa cosa che accadde alla mappa dell'Impero di cui parla Jorge Luis Borges, che i cartografi allargavano sempre più, perché riproducesse meglio il territorio reale, fino alla versione definitiva, che lo ricopriva appunto tutto. L'immaginario oggi copre perfettamente il reale, e perciò non c'è più distinzione possibile, non si può nemmeno costruire dell'immaginario a partire dal reale. Tutto è ormai "iper-reale", ci troviamo nell'era dei modelli e della simulazione totale. Non ha più senso dire: "la tal cosa è reale perché è sensibile, visibile, intelligibile", più di quanto non ne abbia dire: "la tale cosa è reale perché sta nella memoria del calcolatore."
Si trattava delle prime interferenze, per così dire, nella distinzione tra immaginario e realtà, alla luce delle nuove tecnologie; e com'è intuibile il discorso diveniva essenziale allorché entrava in ballo la narrativa fantascientifica. A sua volta, Caronia si ispirava a precedenti elaborazioni di Jean Baudrillard. E si ricorderà che negli anni Ottanta Italo Calvino si era chiesto: "Quale fantascienza nel Duemila?"
In questa sede mi propongo di riepilogare le trasformazioni della fantascienza, dai tempi di Hugo Gernsback (il quale nel 1926 fondò negli Usa Amazing Stories, la prima rivista del mondo occidentale dedicata interamente alla narrativa sf), fino alle ultime recenti contaminazioni, tenendo presente i rapporti tra sf e scienza, e tra sf e mondo reale.

Per comodità di esposizione si può suddividere la storia della sf, dal 1926 ad oggi, in periodi caratterizzati dal diverso rapporto fra questa narrativa e la scienza, e tra sf e il mondo reale (ho già anticipato di assumere tale ottica). Parto dalla nota tesi secondo cui la fantascienza è in un certo senso figlia della Rivoluzione Industriale, ed è nata come reazione all'impatto della tecnologia sulla società. James G. Ballard ha provocatoriamente definito la sf come la narrativa che racconta "la trasformazione dell'uomo in macchina". E' quindi il caso di ricordare che la sf ha sempre intrattenuto con la scienza un rapporto contrastato e ambiguo, pur muovendosi in un ambito di sostanziale accettazione del portato tecnologico; accettazione che peraltro vuol essere solitamente critica, costruttiva. Nel suo libro La scienza della fantascienza, Renato Giovannoli sostiene che la science fiction sia anzi giunta, per ammissione degli stessi uomini di scienza, ad anticipare o quanto meno a stimolare alcune idee e acquisizioni teoriche.
Il cosiddetto "primo periodo" (si tratta pur sempre di divisioni di comodo) va circa dal 1926 alla seconda metà degli anni Trenta. Poco più di un decennio a suo modo "straordinario" (almeno fino alla crisi economica del '33), definito anzi da alcuni l'Età d'Oro della sf, in cui il rapporto con la scienza era ideale e idealizzato: le nuove intuizioni nel campo dell'elettricità lasciavano intravedere un mondo di benessere per tutti, o almeno per gli Stati Uniti; la Natura - quindi per estensione l'intero universo - era la frontiera da colonizzare e conquistare aproblematicamente; le storie che si scrivevano si incentravano su invenzioni mirabolanti, e su avventure senza confini.
Negli anni dal '39 al '50 subentra un rapporto più maturo con la tecnologia. E' l'era degli Asimov, van Vogt, Heinlein, Simak, Sturgeon, Leinster, insomma di tutti i "grandi" del passato. Il rapporto tra sf-scienza-realtà può essere riassunto in questo parole di Isaac Asimov, risalenti ai primi anni '40:

Nel 1880 poteva essere facile prevedere l'avvento dell'automobile; molto più difficile sarebbe stato prevedere i problemi creati dal traffico... E' questa la sfida che oggi sta dinanzi allo scrittore di sf.
A sua volta, Robert Heinlein aggiunse che un ancora maggior successo della sf sarebbe stato "predire i mutamenti creati dall'automobile nello stile del corteggiamento nazionale". Insomma, anche per merito dei suggerimenti dell'editor John Campbell, gli scrittori trovavano motivazioni non solo per la fanta-invenzione tecnologica in sé, quanto per alcune sue influenze nella sfera sociale. C'era già, in nuce, un atteggiamento che la sf degli anni '50, quella definita social sf, avrebbe a suo modo amplificato.

R.A. Lafferty
Raphael A. Lafferty
E' noto che negli anni '50-60 emergono scrittori come Frederik Pohl, Cyril Kornbluth, Robert Sheckley, William Tenn, Damon Knight, Mack Reynolds, Philip Dick, Robert Silverberg, e una miriade di altri. La loro scrittura è caratterizzata da una maggiore consapevolezza stilistica e da un humour o un'ironia a volte graffianti; le tematiche diventano particolarmente "moderne": lo strapotere delle multinazionali, l'invadenza della pubblicità, lo stravolgimento operato dai nuovi media (la tv), gli oscuri giochi di potere sulla testa di milioni di persone, con riflessioni sull'etica, sul degrado ambientale e sociale, i pericoli della scienza. Il tutto con una forza dissacratoria (almeno per l'epoca e per il contesto) che per decenni non si sarebbe più incontrata nel genere fantascientifico. Indubbiamente la "opposizione" di questi autori non aveva nulla di veramente radicale: per esempio, temi come la guerra in Corea, o in Vietnam, la questione razziale e così via, erano praticamente assenti. E restava sempre inespresso un tema sotterraneo, nelle storie che si scrivevano a quel tempo: le strutture vere, profonde, del potere.
Peraltro, si incontravano pagine di contestazione spesso dura della tecnologia, ciò nella sf sarebbe divenuto sempre più raro. Inoltre, come si può intuire, nei temi della social sf è possibile individuare una (inconsapevole) anticipazione del cyberpunk.
Dopo il Sessanta si entra in un periodo di fermento, di convivenza dei vari "momenti": sf avventurosa, tecnologica, sociologica, con in più un allargamento verso gli stilemi del mainstream e delle avanguardie artistiche. Allargamento tardivo e velleitario, secondo alcuni, ma a mio personale avviso necessario e improrogabile: esso avrebbe portato (grazie anche agli echi del Sessantotto) nuova linfa e nuove modalità di rappresentazione della realtà, con l'esplorazione di nuovi codici di comunicazione, operazioni di destrutturazione del reale, immissione di contenuti più esplicitamente politici e così via. Avrebbe quindi posto in evidenza (o riconfermato) i talenti dei vari James G. Ballard, Philip Dick, John Brunner, Norman Spinrad, Ursula LeGuin, James Tiptree jr. , Raphael A. Lafferty, Samuel R. Delany, Roger Zelazny, Barry Malzberg, Harlan Ellison, Thomas Disch, David G. Compton, Philip J. Farmer, Chistopher Priest e molti altri.
Il decennio degli Ottanta fu sostanzialmente di riflusso, e la science fiction - specchio del reale - non poteva non risentirne. Tuttavia fu proprio in quegli anni che nacque il cyberpunk: e qui la storia diventa cronaca nota.

S.R. Delany
Samuel R. Delany
Tratto distintivo del cyber fu un rapporto ancora diverso con la scienza e il mondo esterno alla narrativa, e che si potrebbe paragonare a quello degli hacker nei confronti della nascente rete (ma non era ed è, il Web, uno specchio virtuale del mondo?) Questo rapporto era: "vivere" le nuove tecnologie mass-mediali per appropriarsene, anzi per sfruttarle a proprio uso contro lo strapotere di... Di chi?
Di tutti i poteri. Ci si rende infatti conto che il vecchio Leviatano, lo Stato, non è più il sovrano assoluto, l'entità tentacolare kafkiana, orwelliana. Il Potere è sceso dal suo trono, dove era possibile magari colpirlo, e si è diffuso per il mondo, in "centri" a volte ben mascherati. Il cyberpunk è stato inoltre un vero e proprio movimento extraletterario, da alcuni paragonato per certi versi alla beat generation, con l'aggiunta di istanze politiche, spesso genericamente di sinistra. Forse, l'ultima avanguardia artistica del XX secolo.

Tentando una sommaria analisi della crisi, dirò che una prima motivazione appare, a mio avviso, intrinseca al genere. Questa letteratura ormai ha un secolo di vita: forse essa ci ha dato tutto quanto potevano dare i suoi meccanismi narrativi; nulla di strano quindi se essa si ripete sempre più spesso, con impatto minore se non nullo. Tutto è soggetto a saturazione. In più, i romanzi si gonfiano a dismisura; si ha la netta impressione che molti nuovi autori si siano dati alla sf dopo un calcolo puramente commerciale; tante opere sembrano filiazioni di certi corsi americani di creative writing che prendevano come modello esemplare proprio le peculiarità narrative della sf. Il risultato è un proliferare di noiosa e pletorica ripetitività.

L'immaginario mutante
Una seconda ragione è esterna alla sf, e risiede nella esplosione tecno-scientifica che ormai sovente anticipa ogni fantasia. Siamo a un fenomeno nuovo, mai verificatosi fino agli anni Ottanta. Le intuizioni della scienza erano state sempre ben scisse dalle loro mirabolanti ipotetiche realizzazioni, prevedibili magari in un lontano futuro. Nel suo saggio Il sottomarino transrealista (in L'immaginario mutante, Synergon, 1997) Vanni De Simone scrive:

La velocizzazione della realtà ha fatto sì che la scrittura fantastica non possa essere più di tipo "speculativo" su un tempo futuro. A differenza di quanto accadeva in passato, le speculazioni invecchiano più velocemente della contemporaneità. Non riuscendo a tenere il passo con i continui rivolgimenti del mondo, la funzione del fantastico diviene quella di analisi di un presente in costante mutazione (...) [Nella sf] si assiste cioè alla metaforizzazione del tempo presente in funzione della comprensione del tempo presente medesimo.
Un terzo motivo amplia ancora il discorso. Penso che la sf, fedele misura dell'immaginario corrente, rifletta anche la "nostra" crisi: quella appunto di una umanità lanciata a gran velocità verso un mondo high tech di innovazioni mirabolanti, in parte annunciate come salvatrici, ma dove ogni cosa appare già prevista, inevitabile, ripetitiva. Fin nei minimi dettagli. Per la prima volta, pare che la Storia sia al capolinea. Il nostro futuro è già scritto, come un in vecchio disco di vinile inceppato, o in una allucinazione dickiana. Ma quale futuro? A giudicare dai luoghi comuni prevalenti, esso sarà quello descrittoci nel film Blade Runner (1982), e ancora meglio in uno dei romanzi-chiave di fine Novecento: Neuromante (1984). E magari anche in Nirvana, di Salvatores. Globalizzazione selvaggia (che, parafrasando uno slogan politico degli anni Settanta definirei: globalizzare la miseria, parzializzare la ricchezza); quindi liberismo sfrenato, smantellamento dello stato sociale. Onnipervasività dei nuovi media; nuove frontiere dell'ingegneria genetica, delle biotecnologie alimentari; salvezza da tanti malanni ma avvento di altri; droghe "intelligenti"; estremo degrado urbano e ambientale; perdita di potere delle istituzioni tradizionali (specie lo Stato), soppiantate da centri di un potere occulto ma non troppo, come le grandi multinazionali e le nuove mafie, entrambi con i loro eserciti; e così via. In un contesto simile, problemi come quello del Terzo o Quarto Mondo o dei paesi in via di sviluppo eccetera, spesso sono lontanissimi, rimossi. Su questo sfondo (che nei suoi elementi meno inquietanti lo stesso battage istituzionale politico-economico-finanziario assicura inevitabile, e anzi salvifico) agiremo come Deckard e Case (i personaggi di Dick e Gibson): ai confini della legge, interessati alla pura sopravvivenza, dotati di poteri consentiti dalla cyborghizzazione e dalle biotecnologie, simili a marionette in un videogioco che non sapremo noi stessi se reale o virtuale. Sarà questa l'ultima versione del nuovo ordine mondiale e dell'homo homini lupus: un eterno, mortale luna park sostituirà le foreste del Quaternario.


E' la perdita dell'idea di futuro, anzi "del Futuro" che, si suppone, dovrebbe essere invece connaturato con il mistero, l'inatteso, la varietà; e dovrebbe consentire una riflessione sul mondo. Ma oggi film e romanzi solitamente evitano di porsi domande essenziali, o solo di porsi domande; fingono di ignorare che le nostre unanswered questions restano molte più delle altre. Si direbbe che pur avendo i mezzi per pensare, ci si astenga dal farlo. Anzitutto, queste narrazioni evitano di "sognare". Al massimo si "sogna di sognare", si trasogna. Si è attaccati minimalisticamente all'immediato, in tutti i campi. Una statistica recente riportava che i giovani d'oggi sognano molto meno di qualche decennio fa (o comunque non ricordano ciò che certamente hanno sognato). Qualcosa vorrà dire. Il fenomeno non riguarda la sola sf: ormai molto raramente la fiction - di qualunque genere - offre messaggi polivalenti, significati a più livelli, valenze allegoriche; artifici pur sempre intrinseci allo stesso atto del narrare. Le storie che si raccontano si sforzano di non suggerire alcun senso se non quello immediato, facciale, di minimo profilo, e comunque di assoluto disimpegno. Testimonianza evidente di un totale disincanto verso ogni possibilità di spiegare e capire meglio il mondo ricercandone significati più profondi. D'altronde siamo in piena estetica del cosiddetto postmoderno, secondo la quale il mondo è troppo complesso per poter essere capito secondo teorie sistematiche: accettandone invece la "opacità" si può almeno imparare a navigarne i contorni con maggiore efficacia.
Quindi: presente immutabile; frontiere raggiunte, o quanto meno raggiungibili con un altro piccolo passo. Pianeta controllato globalmente, smaterializzazione delle merci, dislocazione del lavoro produttivo.
Nuovo Ordine Mondiale.


Un quarto argomento sembra essere la maggior penetrazione acquistata, nei confronti della sf, da altri mezzi espressivi. Con l'elettronica, ora i film possono mostrare davvero tutto. E sofisticati videogiochi si rivelano esperienze totali, potenti full immersion. Una bella concorrenza, decisamente. Oggi la sirena irresistibile della "immagine" è nella sua tridimensionalità e interattività. 1
Un quinto elemento (nulla a che fare con il film omonimo) è che della fantascienza sta cambiando non solo il "fanta-", ma anche la "-scienza". Assistiamo insomma a una corrosione che si propaga dalle radici.
Il galileiano metodo scientifico è stato finora l'unico strumento razionale a nostra disposizione per indagare la fisicità del mondo. Senza il metodo scientifico non avremmo ponti, palazzi, aerei, radio, Internet, cosmologia, penicillina, chitarre elettriche e tutto il resto; e personalmente non so di nessuna cosa che sia stata inventata senza ricorrere, sia pure rudimentalmente, al detto metodo; né so di scoperte nate o esseri umani salvati dalla bacchetta magica. E tuttavia, il problema è che ormai il metodo scientifico non è quasi mai utilizzato nelle ricerche. Ci si accontenta, nelle recenti metodologie, di risultati "statisticamente ragionevoli". Si fa riferimento a modelli matematici funzionanti in condizioni di "normalità": nulla a che fare quindi col metodo scientifico, ma è questo l'unico modo per costruire case e ponti a un costo sopportabile, oggi. Siamo al metodo economico, altro che scienza! Ma forse scienza ed economia rischiano di diventare sinonimi. Lo stesso avviene in campo medico, dove le economie di scala sono ancora più importanti rispetto alla determinazione scientifica; e molto spesso, anche in buona fede, si è costretti alla difficile scelta etica del male minore. Lo si è fatto con i malati di Aids, somministrando l'Azt rivelatosi un disastro, lo si fa con cure di cui non è accertato il risultato, ma che "statisticamente" fanno pensare a un beneficio. L'universo newtoniano-galileiano non esiste più, perché la realtà è divenuta molto complessa. Oggi la scienza è fatta di teorie controverse, indecidibili o irrisolte; esse descrivono il mondo come un frattale può descrivere la natura; si cercano legami tra il visibile e l'ignoto, quasi un tentativo di trascendere l'inadeguatezza della scienza e razionalizzare la metafisica. Recentemente Archibal Wheeler, il fisico che ha coniato il termine "buchi neri", ha spinto le sue speculazioni cosmologiche così lontano che a un congresso dell'Associazione Americana per l'Avanzamento della Scienza la sua relazione è stata inserita nella seduta riguardante la parapsicologia. Se gli araldi del razionalismo conseguono esiti di questo genere, di quale scienza deve occuparsi oggi una narrativa, nel cui Dna dovrebbe risiedere un 50 per cento di razionalità?
Esiste infine un sesto elemento di destabilizzazione, in decisa crescita: la contaminazione dei linguaggi. La velocizzazione e accessibilità delle comunicazioni sta rimescolando lingue e culture; i tradizionali generi narrativi si mostrano contenitori insufficienti, i confini cadono. Giallo, romanzo rosa, romanzo storico, western, pornografia, mainstream, horror, noir, fumetto, spot pubblicitario, blockbuster film, sceneggiato, telenovela, "giovani cannibali", splatter... e naturalmente molta fantascienza, si intrecciano a formare inediti mosaici espressivi. Lo stesso mainstream diventa un melting pot di italiano, forme dialettali, gergo, vocaboli stranieri. Nascono collane come Stile Libero, di Einaudi; nasce l'avantpop, genere/non genere cui una casa editrice ha dedicato una collana. Cosa sia l'avantpop non è facile dire. E' un po' di tutto, tanto che Larry McCaffery, teorico e ideologo della materia, trova un primo autorevole esempio nella omerica Odissea (che è in verità origine di tutto), e non disdegna tra gli antenati Sgt. Pepper's Lonely Heart Club Band dei Beatles, Il dottor Stranamore di Kubrick, Pulp Fiction di Q. Tarantino, Una stagione all'Inferno di Rimbaud. Quindi: riciclaggio, provocazione, descrizione violenta e disincantata del reale, fantastico nel quotidiano, humour sulfureo, fiumi di sangue, sesso sfrenato, aberrazioni, naturalmente molta fantascienza, e tanto altro, per mano di scrittori noti e ignoti o emergenti: William Gibson, Don DeLillo, Neal Stephenson, Steve Erickson, Jack Womack, Jonathan Lethem eccetera, in opere dalla scrittura forte, provocatoria, vitale, capace talora di entrare in sintonia con la nuova realtà.

Mai come oggi quindi la fantascienza si è trovata bersaglio di un attacco concentrico che non sembrerebbe lasciarle molti spazi. Se è così, prepariamoci a vedere scomparire un genere che, in fin dei conti, ci ha dato non poco. E non rammarica per nulla il fatto che essa - come lamentano alcuni - non abbia avuto il tempo (o saputo) esprimere scrittori di altissima levatura: non ci sono stati non dico un Dante o uno Shakespeare, ma nemmeno un Proust o un Faulkner della science fiction. D'altronde il Novecento è stato "il secolo breve": non le è stato concesso il tempo giusto, ecco tutto. E nonostante ciò, sono apparsi autori decisamente notevoli: Dick e Ballard, per esempio. E proprio Ballard ha da tempo intuito una verità della fantascienza. Egli scriveva nel 1971:

James Ballard
James Ballard

La sf è stata sempre, prevalentemente, un'attività collettiva; i suoi scrittori hanno sempre condiviso un insieme comune di idee, e il criterio del risultato individuale non dà la misura del valore degli scrittori migliori, Bradbury, Asimov, Bernard Wolfe, Frederik Pohl. L'anonimato della maggioranza degli scrittori di fantascienza del XX secolo è l'anonimato della moderna tecnologia; non emergono più i "grandi nomi", come non emergono nel campo del design dei beni di consumo durevole, o, se è per questo, neanche nella costruzione della Cattedrale di Reims.
Eppure... personalmente non posso convincermi al cento per cento, nonostante tutto, che la sf sia davvero morta, o in agonia. Certamente sta cambiando, e non sarà più quella di un tempo. Ma consideriamo un istante.

Valerio Evangelisti
Valerio Evangelisti
Possiamo dire che mai come oggi la scienza (qualunque cosa significhi questa parola), la tecnologia, e la manipolazione che ne fanno i poteri forti (quali che siano), ci stanno spingendo sull'orlo di un abisso. Oppure - se si volesse dar credito all'altra campana - ci traghettano verso la definitiva redenzione.
Insomma oggi "temi forti", portanti, a volerli cercare ce ne sono quanti e più di prima: basta guardarsi intorno; la confusione aumenta e si preannuncia vivace come non mai, proprio per la crescita economico-tecnologica disordinata, brutale e stravolgente. Ma proprio questo dovrebbe essere, come è sempre stato, proprio il pane naturale della fantascienza; il suo elemento fondante.
Mi chiedo quindi: la fantascienza, specchio del reale, ha perso la sua forza e/o continua a proporre un futuro/presente a scenario unico, forse perché ha a sua volta assimilato il micidiale "pensiero unico"?
Se lo scenario, il rapporto fantascienza/realtà, non è mutato nella sostanza, magari il problema è essenzialmente quello di evadere dalle secche del "futuro a senso unico" che domina da un ventennio. Si tratta di convincersi che la Storia non può essere finita, come vorrebbero farci credere i gestori della allucinazione dickiana che ci avvolge. Si tratta di rendersi conto che la globalizzazione, con ciò che consegue, non può essere "tutto": perché attese, fantasia, previsioni, speranze, credo ve ne siano tante. Altrimenti, tanto per incominciare non staremmo neanche qui a parlarci.
D'altro canto proprio la fantascienza italiana ha fornito negli ultimissimi anni esempi validi e di successo di autori vecchi e di recente emersione, portatori spesso di idee particolarmente forti e innovative: basta riandare (per le opere in volume) ai vincitori dei Premi Urania degli ultimi anni, all'Eymerich e al Metallo urlante di Valerio Evangelisti, al Retrofuturo di Vittorio Curtoni. Forse non tutta è fantascienza al cento per cento? Poco importa. La Land Rover (o l'astronave) è ancora nel garage dietro casa, a motore acceso. E c'è davvero tanto da fare. Magari si tratta solo di guardarsi intorno con occhi nuovi... E tornerà il desiderio di partire.

Nota

1 Sul tema della maggior penetrazione di nuovi mezzi espressivi, e sulla critica all'utilizzo del metodo scientifico nelle ricerche - che segue immediatamente - resto fortemente debitore verso alcuni partecipanti alle mailing list di "Carmilla" e di "Eymerich": in particolare mi riferisco alle opinioni espresse, rispettivamente, da Sandrone Dazieri e da Hobo.

Tutti i diritti sono riservati. E' vietata la riproduzione in tutto o in parte del testo e delle fotografie senza la previa autorizzazione della direzione di Delos Science Fiction e degli aventi diritto.


Avanti Sommario Indietro Inizio pagina