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di Emilio Saturnini

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racconto

Notte di dolore


1

A volte, l'universo spegne le stelle e accende la notte.

Il proiettile raggiunse la spalla destra penetrando la pelle, trapassando la carne, fracassando le ossa. Come uno spillo impazzito, continuò il suo volo dentro la notte buia e di esso non si seppe più nulla, come la maggior parte delle pallottole che fuoriescono dai propri bersagli.
Il dolore invase la ragnatela di neuroni pochi secondi dopo. Sangue scarlatto esplose dalle giunture in piccoli zampilli rossi. Una vampata di calore. Poi il freddo. Il corpo investito da una grande varietà di sensazioni, brividi, sussulti. Dell'aria gelida cominciò a soffiare dentro la gabbia toracica, premendo contro i polmoni.
La gola si riempì di paura.
Crollò facendo roteare le braccia in aria. Disteso sul selciato, ferito, terrorizzato, schiacciato in una pressa di dolore sordo, cominciò a vedere immagini di una vita che si stava spegnendo.
La sua.
E il buio balenò di luce improvvisa e centinaia di terminali accolsero ricordi passati, episodi recenti, frammenti di esistenza dimenticati nello stuolo degli anni. La nascita, l'infanzia, la violenza, l'adolescenza, la violenza, la maturità, la violenza. I pensieri da adulto, sua madre. Ai suoi occhi si aprì un tunnel luminoso che girava incessante e fastidioso. In fondo, oltre la corona bianca, un cerchio nero pulsante che lo invitava a raggiungerlo. Al suo interno, un'altra luce, intensa, straordinaria. Vibrava di pace e serenità. Entrambi davano la netta impressione di essere eterni.
Si girò. Dietro di lui, un corpo debole e morente, una ferita senza possibilità di guarigione, un cervello a corto di sangue e coerenza.
Una decisione.
E senza pensarci, la sua anima volò a ritroso abbandonando il tunnel che scomparve in un clima di palese severità.
Riaprì gli occhi, strinse le dita. Il dubbio di poter o meno camminare. Verificò subito con dolore e fatica. Svariati tentativi e riuscì ad alzarsi. Buona parte del suo sangue sporcava l'asfalto. Dell'altro gironzolava lento e quasi incredulo nelle vene.
In un modo o nell'altro, era ancora vivo. Quando notò di essere disarmato, si domandò per quanto tempo ancora lo sarebbe stato. Sputò un sostanzioso grumo di sangue e muco, configurò le mani in pugni chiusi, fece ondulare il capo in avanti un paio di volte, digrignò i denti. Aveva l'impressione di essere stato colpito da tre o quattro palle da bowling sulla schiena. Sentiva la colonna vertebrale spaccarsi ad ogni respiro, i polmoni inglobare sangue e altri liquidi, le gambe perdere consistenza. Piombò rovinosamente per terra. Orizzontale, si decise ad esaminare la ferita. Aveva le sembianze di una grande rosa completamente sbocciata, con i petali che si allungavano e spillavano fluido vitale. Non aveva mai pensato che un fiore potesse fare tanto male.
Allargò le braccia ma non in senso di sconfitta. Tutt'altro. Rimise in moto la propria volontà, chiuse così tanto i denti da creare una sola linea compatta. Si aiutò con le mani. Dalle enormi risorse di odio che lo avevano spinto fino a quel momento, trasse la forza per ergersi ancora una volta. Ormai non recepiva più il dolore, era diventato lui stesso uno strumento di tale sensazione. I suoi occhi, due sfere oscure, erano la sintesi di uno stato d'animo limitato alla vendetta, una parola che celava poteri inimmaginabili.
Quando ebbe riacquistato completamente la vista e la padronanza delle proprie azioni, notò i cadaveri sparsi per il vicolo. Alcuni non avevano la testa. Altri il torace completamente squarciato. Ma erano stati fortunati, la maggior parte aveva il busto separato dal resto del corpo.
L'aria contaminata di morte e di polvere da sparo riempiva di tragica realtà le sue narici. Macabri assembramenti di ossa e cartilagini stazionavano un po' ovunque; la carne era a brandelli, divorata, scorticata. Morsicata. I muri brulicavano vermi e sangue.
Presente, incessante, impenetrabile. Il suo fetore non lo aveva ancora seguito nella fuga.
Sputò ancora, stavolta tossendo subito dopo. Recuperò da terra una grossa arma automatica nera. Controllò la presenza delle munizioni, il funzionamento del mirino. Aveva un piccolo inferno che bruciava nella spalla destra. Con della stoffa ricavata da un indumento antiproiettile, medicò la ferita in modo da fermare la sgradevole emissione di altro prezioso liquido. Si muoveva con una certa lentezza, facendo fatica nell'abbassarsi o nell'articolare la presa delle mani. Era come percorso da piccole scariche di elettricità sottocutanee. Il sangue perso gli causava inevitabili disturbi alla vista.
Era rimasto solo. In realtà lo era sempre stato, anche quando venivano trasportati in massa da un posto all'altro. Niente era cambiato. Restava l'indefinibile necessità di raggiungerlo, colpirlo, impartirgli strazianti lezioni sul dolore. Restava il bisogno di chiudere il cerchio, quella notte. Per sempre. Perché non esiste nulla di meglio della vendetta per chi non ha nient'altro.
Così strinse il fucile e contemporaneamente gli occhi. Alzò il capo e puntò in direzione nord del vicolo che si estendeva ancora per poco. Cominciò a camminare. Senza accorgersene, dopo qualche metro stava correndo.

2

E gli uomini ombra invadono lo spazio bianco,
rumori omicidi raschiano l'asfalto.

Quando raggiunse la fine del vicolo, lo trovò accasciato in un angolo, tremante, impaurito. Aveva massacrato tredici persone quella notte e venti nei giorni scorsi. Si era cibato delle loro carni. Rubato le loro giovani, vecchie, nuove vite.
Era magro oltre l'inverosimile, il pallore estremo di un corpo morto e congelato da diverse ore. I piedi nudi, i capelli neri e lisci e sudati. La faccia quasi completamente imbrattata di sangue. Due piccoli pallini celesti circondati da un bianco accecante.
Le mani non si erano ancora adeguate all'aspetto umano. Lunghe e ossute, concludevano con affilati artigli cuneiformi che vibravano e pizzicavano l'aria. Anche la parte posteriore del collo non si era trasformata. Sotto la nuca, la sua pelle era grigia e lucida. I muscoli delle spalle orribilmente sviluppati senza simmetria. Squamosi come l'epidermide dei rettili.
Sembrava l'attrazione principale della Mostra delle Atrocità. La creatura di uno scrittore impazzito. Il nulla, il niente e al contempo il pieno significato di vita. Perché viveva, continuava a vivere. I suoi cuori deformi pompavano sangue. Il suo cervello sputava pensieri e visioni e ancora pensieri. Aveva pelle e epidermide, muscoli e rabbia. Forse persino un'anima.
E continuava a vivere. L'essere, il mostro, si ostinava ad aggrapparsi ad un filo di vita. Piccolo, indelebile. Trasparente. Con i suoi arti mutati, con i suoi occhi pieni di lacrime. Con tutto l'odio che aveva in corpo. Con tutta l'energia della speranza.
L'uomo era immobile. L'aria sembrava un composto a base di idrogeno liquido e catrame. L'inquinamento. Il rumore delle auto si mescolava all'affanno del suo respiro. Dentro di lui, alcuni organi avevano smesso di funzionare. Piano, lentamente, si lasciò andare prendendo la posizione del mostro. I loro occhi s'incontrarono. Per pochi minuti, per trecento secoli, per due millenni. Per l'eternità. Uno dei due piangeva. Lacrime umane da chi non lo era. Gonfie, rotonde, invisibili. Colavano per il volto orribilmente raggrinzito, insenature scavate fra le rughe e le piaghe. Anche lui respirava a fatica. L'addome si alzava a stento, poi scendeva veloce. La bocca completamente aperta, in un'espressione indefinibile e straziante. Le braccia larghe, morte, distanti dai fianchi. Il capo pendente da un lato.
La notte scivolava sotterranea trascinandosi neon, fantasmi, misteri e pipistrelli. Lontano, oltre la granitica monotonia del cemento, campanili e cupole e colline dormivano. E ancora pianure e boschi e vallate. La libertà. La distanza. La libertà.
Dal mondo degli umani.
Degli umani.
Un posto dove cancellare la diversità. Osservare il cielo. Vivere. Finalmente. Senza fughe e inseguimenti. Senza cadaveri. Senza rimorsi. Per quello che era stato. Per quello che poteva essere. Per quello che doveva essere. Per tutte le stelle che ci sono nel cielo. Per vedere il colore predominante nella veste della speranza.
Furono queste immagini che lo spinsero ad alzarsi, ad annusare l'aria come fanno gran parte dei predatori dotati di olfatto particolarmente sviluppato. Probabilmente aveva perso la vista già da diverso tempo. Così arrancava nello spazio fermo, lacerando il niente con le sue orribili mani a forma di artiglio. Come un cieco svegliatosi in un ambiente completamente nuovo, si rassegnò alla vittoria dell'ignoto e lasciò gli arti cadere privi di stimoli.
Poi, per un istante che parve infinito, chiuse gli occhi. In attesa. Il brusio della metropoli cessò improvvisamente. Oltre le sovrastrutture, oltre il reticolato già violato. Mentre gli esseri umani strisciavano dentro i propri stupidi letti. Oltre il suono compatto della monorotaia. Il silenzio. Assoluto, unico, lunghissimo. La creatura era in attesa, che l'arma nera dell'uomo ponesse fine alla sua utopia.

3

E nella fragranza dell'oscurità,
attonita sta ciò che noi chiamiamo umanità.

Gelida, impassibile, straordinariamente indifferente. La notte adombrava il tempo e lo faceva schiavo del suo manto. Un universo di tintinnii esplose. Il cielo gonfio pianse lacrime acide e velenose. Protagonisti della danza, anime diverse, inzuppate, moribonde. Sconfitte. Ancora silenzio, ma più cinematografico. L'attesa.
La spalla aveva ripreso a pulsare. L'uomo rispose alla fitta alzando lo strumento della sua vendetta. Il freddo. Il mirino riempì bisbigliando lo spazio fra gli occhi del mostro. Affaticato, ridotto ad un ammasso di carne deforme, fradicio di liquidi strani. Povero gracile spaventapasseri della scienza. In attesa della propria esecuzione. La speranza. Il silenzio. L'attesa.
L'uomo chiuse gli occhi. Non sentiva più le gambe. Come se facessero parte di un altro corpo. Anche la sua vista cominciava ad annebbiarsi sensibilmente. Aveva una specie di macchia scura al centro di ogni occhio. Lo stimolo di vomitare, un sapore disgustoso in gola. Il sangue raggrumato nella trachea, i muscoli come strappati. Abbassò il fucile. Un altro treno sfrecciò vicino.
La creatura si adagiò piano sul selciato. La sua pelle era diventata ancora più bianca e ovattata. Provava un dolore inimmaginabile dentro il petto. Qualcosa che solo l'uomo a pochi passi da lei poteva comprendere. Entrambi stavano per intraprendere il medesimo viaggio.
Il tunnel illuminato si formò ancora. Questa volta per la creatura. Ed era bellissimo. Splendente. Sereno e dolce. Anni luce da esperimenti e pistole, sangue, cadaveri, fughe, omicidi, massacri. L'eternità. L'immortalità. Una guaina di calore meraviglioso imprigionò il corpo stanco, seviziato. Il dolore svanì lasciando uno strano formicolio attorno la nuca. Smise di respirare, l'addome si contrasse per l'ultima volta. I suoi due cuori si fermarono all'unisono, come le ali del gabbiano che plana sopra la costa. Anche il tempo cessò di battere il suo infinito ritmo e si sistemò fra le sagome dei grattacieli più alti come testimone della sua fine. Controllò le mani. Erano umane, come tutto il resto. Erano umane. Sorvolò veloce il tunnel che cominciò a dileguarsi fino a non esistere più. I suoi occhi si allargarono quanto poterono. Un altopiano, grandissimo, verde, straordinario. Si allungava fino a dove giungeva il suo sguardo. Ed era come sempre aveva immaginato che fosse. Forse anche di più. La speranza. La libertà. Il sonno infinito. E nel suo ventre, il sogno.
L'uomo lo fissò, ansimando come un maratoneta. I suoi occhi piangevano. Ma era quello che voleva, che desiderava. Vendetta. Agonia. Morte. Voleva vederlo crepare, quel mostro che aveva decimato i suoi amici, quell'abominio vomitato in laboratorio. Eppure piangeva. Non per il dolore, non per la sofferenza. No, niente del genere. Piangeva.
Per lui.
Per se stesso.
E tremava, raggelato dal terrore di rivedere il tunnel. Di scomparire dalla Terra. Di smettere di respirare, di esistere. Aveva paura di morire. Come tutti gli esseri umani. E sentiva già le palpebre scendere giù senza il suo volere.
Il vicolo si riempì improvvisamente di luce, ma non era quello che si aspettava, quello che attendeva.
Era la speranza.
Decine di uomini sbucarono dal bagliore accecante dei riflettori mobili. Alcuni lo soccorsero, altri si occuparono di portar via il cadavere della creatura.
Dentro il velivolo che lo stava trasportando in una sala operatoria dove medici in camice verde erano intenti a infilarsi i guanti, cominciò a tossire fragorosamente e necessitò di ossigeno.
Il flyer sorvolò il vicolo. Nient'altro che una piccola riga nel dedalo dei bassifondi. Un luogo inutile, un posto come un altro. Dove degli uomini avevano perso la cosa a loro più preziosa. Dove si erano spalancati portali per un altro mondo. Dove aveva rischiato di morire.
Ma tutto questo, alla città luminosa non importava. I treni continuavano a insidiare la notte, le gang a pestarsi per diritti di territorio. L'indifferenza. Altre creature avrebbero trovato nuove vie di fuga dalle proprie gabbie. Servendosi della violenza. Uccidendo, massacrando.
Sul tetto dell'ospedale, mentre veniva spostato da una barella all'altra, farfugliò cose senza senso. Qualcuno giurò di aver sentito la parola libertà.

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