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Dove sono le neviracconto vincitore del Premio Italia 1980
Sire, ma tu non chiedi
Il mio nome?
* * * Grazie, Nobile Signore. Buono davvero, questo vino! La lingua mi si scioglie per incanto.Nacqui in un piccolo villaggio sulle rive del lungo fiume che attraversa da ovest a est le terre occidentali dell'impero e, scorrendo verso il mare, raccoglie da destra e da sinistra tutti gli affluenti, tanto che, a vederlo riportato su una mappa, sembra la spina di un lungo pesce. Mio padre era vasaio, un artigiano degno del suo nome, ed io pensavo un giorno di imitarlo, magari superare la sua arte. Passavano lenti e dolci quegli anni, sembrava non potessero finire. Ricordo un gioco di ragazzi che ci riuniva tutti lungo le rive del fiume o sui pendii ondulati delle colline alle spalle del villaggio. Credo sia un divertimento antico quanto il mondo: giocavamo a preda e cacciatore. Allora avevo gambe agili e robuste che permettevano di sfuggire facilmente se toccava a me fare la preda; da cacciatore, difficilmente qualcuno mi sfuggiva. E c'era Leila, la piccola Leila, delicata come un pettirosso, a volte, invece, crudele come una gattina. Non credo mi importasse molto di lei, finché non venne una sera: il gioco era il solito, il nostro preferito. Io ero il cacciatore. Le prede si erano sparpagliate lungo il greto del fiume nascoste tra i cespugli, le canne, le macchie di arbusti coperte di grossi fiori gialli. La caccia era eccitante, una dopo l'altra avevo già fermato cinque prede, mi volsi intorno alla ricerca di qualche fuggitivo e vidi un'ombra rapida dileguarsi da un cespuglio; ne distinsi, nel riflesso morente della luce solare sull'acqua, i lunghi capelli e le gambine magre. Corse via leggera, ed io dietro, senza correre troppo per darle l'impressione di riuscire a fuggire. Appena lei si fermava, restavo fermo anch'io, ci squadravamo ambedue, aspettando che uno facesse il primo movimento. Vedevo il piccolo petto ansimare in respiri sempre più rapidi, infine si arrestò ancora inginocchiandosi sulla sabbia in riva all'acqua. -- Leila -- le gridai -- ti ho preso, coraggio, devi arrenderti. Lei alzò la manina in un gesto implorante, sembrava che il nostro non fosse stato più uno scherzo e si fosse trovata sul punto di cadere davvero mia prigioniera. La raggiunsi. Respirava in corte boccate ansimanti e i capelli le celavano il visino. -- Leila, cos'hai? Questa volta hai corso troppo davvero. Vieni ti faccio alzare. -- Tesi le braccia abbassando il volto verso il suo. Scattò. Era un gattino che graffia all'improvviso, appena credi di averne conquistato la fiducia. Sentii il dolore acuto dei granelli di sabbia dentro gli occhi e toccò a me di inginocchiarmi sulla riva cercando a tentoni il sollievo delle acque che lenisse il bruciore. La sentii fuggire via, mentre un dolore più acuto della sabbia mi si aggrumava in petto e mordeva i visceri. Se la odiavo, in quel momento! Avrei voluto stringere tra le mie robuste mani le piccole braccia di bambina e trascinarla per i capelli con il viso sulla sabbia; volevo restituirle la sofferenza e l'affronto che subivo per sua causa. Non la punii, invece. La ignorai, durante i nostri giochi con gli altri ragazzi del villaggio, sembrava che lei per me non esistesse, non la guardavo, non le rivolgevo la parola; questo la turbava e la offendeva molto di più che non se mi fossi vendicato. Venne un autunno ventoso, seguito da un gelido inverno. Poi fu di nuovo autunno con le sue foglie di metallo rugginoso e i lunghi melanconici tramonti. Era tempo di vendemmia. Gli Eterei danzavano su in alto fra le nubi, più eleganti dei gabbiani sulla cresta delle onde, guardandoci lavorare giù nei campi, tra i filari. Eravamo all'inizio dell'autunno, ma il temporale conservava ancora tutta la forza dell'estate. Venne da nord-est portando scuri nembi carichi di pioggia minacciosa a soffocare il sole del primo pomeriggio. L'acqua, la grandine ed il vento schiaffeggiavano le colline in selvagge ondate ricorrenti; potevi sentire gemere la terra nella furia e tra i sussulti laceranti del tuono. Seguì un silenzio gocciolante. La luce si infiltrava tra i larghi squarci del cielo sereno sopra di noi che correvamo verso le viti devastate, calpestando tralci fradici, scavalcando i tronchi sul sentiero dove erano caduti. Quel giorno trovammo l'Etereo. Per la prima volta ne vedevo uno da vicino. Giaceva supino sull'erba umida al fondo di un filare e le gocce di pioggia traevano bagliori di madreperla dalla nuda pelle abbronzata; non c'era nulla di impudico nelle sue nudità. Bello - pensai - come potrebbe esserlo un angelo, umano però, assolutamente umano. Gridò un ragazzo: -- Un Etereo! Venite a vedere, è caduto dal cielo. -- Una voce d'uomo commentò: -- Adesso striscia sulla terra, pari a noi. Presto si radunò una piccola folla di abitanti del villaggio e altri ne giungevano. -- Allontaniamo i bambini -- sentii dire da una voce femminile. -- Potrebbe far loro del male. -- E' morto. Non vedi che è morto? Cosa volete che possa fare, adesso. -- Andiamo via. Lasciamo ai suoi fratelli il compito di venire a prendere il corpo. I discorsi si intrecciavano. Nessuno voleva prendere una decisione. Arrivò il reggente del villaggio, soltanto un ricco bottegaio ignorante, accompagnato dall'eremita che aveva il compito di guidare le nostre anime. La gente si infittì intorno curiosa di sentire cosa avrebbero deciso. Parlottarono un poco, ed io, che ero giovane per fare parte del gruppo, udii soltanto parole e pezzi di frasi smozzicate. -- Demone... lasciamolo stare alla sua sorte... se non li offendiamo, non ci faranno alcun male... allontaniamoci tutti affinché nessuno sia contaminato. -- Sussurravano le voci timorose quasi di essere udite. Proprio non sapevano cosa fare, ma venne in aiuto una vecchia: -- Ordinate che sia portato via. Cancelliamo con la purezza delle fiamme l'immonda nudità dell'angelo blasfemo! Non vorrete portare al male i nostri figli? -- li apostrofò, coprendosi il volto con lo scialle. -- Bruciamolo! Bruciamolo! -- Più voci si unirono in coro. Il reggente, sollevato dal peso della decisione, acconsentì: -- Bruciamolo -- , senza dare retta alle proteste del vecchio eremita. Lui si mosse. Tentò di alzarsi sulle braccia, ricadendo subito sull'erba bagnata. Un fremito di orrore percorse la gente, sembrò che il cerchio attorno all'Etereo si allargasse. Aperse gli occhi su tutte quelle facce incapaci di celare paura, cattiveria ed idiozia, cercò nuovamente di alzarsi; ricadde piegato dal peso degli sguardi. Udii un urlo isterico: -- Ora ci fulminerà tutti! Un contadino, non ho capito se il suo gesto fosse dettato da coraggio oppure dal folle bestiale terrore che i fatti inattesi a volte suscitano nell'uomo, alzò il forcone all'improvviso e lo conficcò nel petto dell'Etereo. La folla si sparpagliò fuggendo. Anche io fuggii, perché due Eterei erano comparsi sopra di noi, in un tratto di cielo libero da nubi. Corsi disperatamente, credendo di sentire sulle spalle l'alito incandescente di uno dei loro fuochi, fino a gettarmi in una buca del terreno al riparo tra le foglie di un nocciolo. Al suolo incontrai un'altra persona. Due braccia mi si strinsero addosso, e vidi Leila; era bagnata, uno spaurito passerotto, dal corpo scosso dai singhiozzi. Mi fissò. Le lacrime rigavano la pelle delle guance. Sentivo crescere in me una disperata tenerezza alimentata dal caldo contatto del corpicino delicato, non temevo più gli Eterei, né la loro vendetta; sarei potuto morire anche in quel momento, poiché sapevo di essere felice. -- Perché l'hanno ucciso? Non poteva fare nulla di male. Era solo, aveva paura, tanta paura di noi. Cosa rispondere? Credevo che piangesse spaventata di ciò che stava capitando, invece piangeva della cattiveria umana. La baciai delicatamente sul visino, su gli occhi, assorbendo il sapore dolce salato delle lacrime, le sfiorai la bocca. La abbracciai, per farle scudo della mia persona, mentre ci sovrastava l'ombra dei compagni dell'ucciso che volavano via sorreggendo il corpo sulle braccia. Non ricordo quanto rimanemmo là nascosti. Nessuno ci cercò. Lei si strinse, appoggiando la testa alla mia spalla, alzò gli occhi velati di pianto. Ti giuro, Nobile Signore, che conservo ancora il calore dei suoi baci sulle labbra.
* * * A volte dalla malvagità può sorgere l'amore. A noi due era successo; e non davamo peso alle storie raccontate nel villaggio su quel triste autunno di misere vendemmie. Allora gli oscuri signori dell'aria avevano fulminato un buon padre di famiglia che tentava di scacciarne uno dai suoi campi. Così cambiano le storie degli uomini: un gesto di stupidità, soltanto, sembra divenire nobile e grandioso per chi non ha occhi e non ha orecchie.Non adirarti. Nobile Signore, ti prego perdona il mio filosofare. Ora saprai ciò che ho da dire. Desideravo d'apprendere in fretta l'arte paterna, per me, per Leila. Crescevamo insieme, lei ed io. Avevo Leila accanto nelle gelide sere d'inverno; c'era lei, in primavera, sul sentiero al mio fianco; nelle notti d'estate guardavamo le lucciole ornare i cespugli di labili diademi luminosi; Leila ed io, quando l'acqua del fiume accoglie le foglie dei salici, d'autunno. Non ero più solo, non sarei stato mai solo con lei vicino. Venne inaspettato il maledetto giorno. Io ero un uomo e Leila ormai non era più bambina. Il corpo offriva al vestito di cotone colorato dolci curve armoniose. La sua femminilità sbocciava ogni giorno e la scoprivi nel gesto rapido con cui scuoteva i capelli scuri, nei turbamenti improvvisi che le aggrottavano le lunghe ciglia; la sentivo nella carne, appena mi abbracciava, con tutte le sue forze, fino a piantarmi le unghie nelle spalle. In un caldo giorno d'estate, senza il volo di un insetto, anche il fiume sembrava scorrere più lento, eravamo seduti in riva all'acqua pigra e la ascoltavo confidare un suo segreto. Da tempo la notte sognava di volare, di alzarsi in mezzo agli Eterei in cima al mondo. Tutto ciò la turbava; si svegliava in preda a un profondo disagio, e appena si riaddormentava il sogno tornava insistente. La consolavo: -- Non temere, è solo fantasia! Chi, almeno una volta, non ha creduto di volare nelle terre silenziose del suo sonno... E poi sei così bella che sarei contento di vederti salire sopra gli altri, in modo che ti possano ammirare. Rideva, accarezzandomi sul viso. -- Amore, cerca di capire, ho paura del mio sogno; però, la sera, chiudo gli occhi e sono felice di dormire. Apro le braccia tuffandomi, come le rondini dal nido, scendo verso il suolo... lui viene e mi sorregge, salgo alta, sempre più alta, vedo le nostre case, vedo il fiume, di lassù sembra l'argento di una bava di lumaca sopra un tronco. -- Lui! Chi? -- dissi. Avevo la sensazione di qualcosa che ferisse in petto. Scosse la testa, sorridendo: -- Nessuno, non aver paura, caro. Certo non sarai geloso delle fantasie notturne d'una donna? Il pomeriggio scivolava lentamente verso il tramonto, tra il frinire di cicale. Lei aveva chiuso gli occhi appoggiata con il capo sul mio petto. Di colpo fu sveglia, e tremava; il sudore copriva la fronte pallida di una fragile corona di goccioline iridate. -- Ti prego amore, ti prego non lasciarmi andare! -- Sollevò lo sguardo implorante, strinse i pugni fino a fare entrare le unghie nel palmo delle mani. -- Non voglio -- sussurrò. In quella frase, detta a fior di labbra, c'era un immensa pena. Mi si strappò di dosso con una forza che non le conoscevo e avanzò nella sabbia della riva. Corsi per fermarla. -- Leila -- gridavo disperato -- Leila, piccola mia, cosa vuoi fare... Dove vai? Stai male, la febbre ti brucia dentro e ti confonde. Slacciò di dosso il vestito. Il panno scivolò ai piedi facendola fiorire in tutta la giovane bellezza. Proprio un fiore che sboccia - credo di avere pensato - una farfalla uscita dal bozzolo. In quel momento ero anche troppo vicino alla verità. Allargò le braccia e si rizzò sulla punta dei piedi. Credetti di vederla tuffare nell'acqua. Era là, l'altro; stava fermo sulla riva opposta, in piedi in cima a una collinetta sabbiosa, senza alcuna veste, in tutto simile al suo fratello svenuto in fondo al filare di vite, un giorno lontano. La pelle ambrata lo faceva assomigliare a una delle statue scolpite sui portali del Palazzo dei Tutori, a Bila. Lui tese la mano. C'era il fiume che li separava. Leila si mosse, passò sulle acque sfiorandole in punta di piedi; si sollevò ondeggiante uguale a un petalo nel vento. L'Etereo spiccò un balzo e la raggiunse; le prese la mano, alzandola per intrecciare sopra la mia testa una danza di lunghe spirali gioiose. Avevo perduto Leila. Non volevo, non ero in grado di accettare la terribile verità. Senza rendermene conto, raccolsi al suolo una pietra acuminata, la stringevo in pugno, aspettando. Scesero a pochi passi di distanza. Lui aveva posto un braccio sulle spalle alla fanciulla. Il gesto ebbe il potere di farmi digrignare i denti; dimenticavo di essere un uomo per diventare un animale inferocito. La mia donna parlò; Leila che, ormai, sentivo non più mia. Parlò nel modo degli Eterei: le labbra non si mossero. Le parole comparivano già formate nel pensiero, in esse percepivo al tempo stesso tristezza, felicità, un senso di rinuncia consapevole che si trasformava in un'esplosione di gioia luminosa. Compresi pietà e speranza di perdono, la inalienabile certezza che il passato non può, né dovrà mai più tornare. Improvvisamente ebbi vergogna di possedere un corpo incatenato al suolo e della bestia che vi ruggiva dentro. La pietra cadde dalla mano, indietreggiai, piegato nella sabbia non li guardavo fuggire via, nascondevo la disperazione nel seno pietoso della terra.
* * * Comprendi, tu che ascolti? Chi ha vissuto dell'amore di una Eterea rimane senza casa, né parenti. Ho nelle ossa il morso dei sassi con cui venni cacciato. C'era bisogno di mandarmi via? Da niente ero legato a quei luoghi, soltanto da un ricordo lancinante. Ho vagato lontano, e più lontano ancora, lungo i sentieri dei punti cardinali, per cancellare oltre alla vista anche i ricordi del passato. Quando la distanza non bastava c'era il vino che offriva qualche pietoso sconosciuto, finché l'oste non gettava i miei sogni di ubriaco nel fango della via. Poi un giorno scopersi di avere le canzoni. La gente si fermava a ascoltare e ho visto più di una lacrima fiorire, evocata dalle note, su ciglia gentili. Qualcuno gettava una moneta, altri offrivano da mangiare. Il barone della provincia di Cuna, il temibile signore Lancelot, volle ascoltare una notte intera la mia voce, e fece mozzare la mano a un servo che s'era ardito di interrompermi.Come? Non sei venuto per le canzoni. himé, lo so, Nobile Signore. Ti chiedo venia, concedi che ne canti almeno poche strofe. Sono belle e anche i cuori aridi si sciolgono. Prima d'autunno la rondine è partita. Grazie per avere ascoltato. Credi, presto avrai le tue risposte.
* * * Le ballate crescevano nella mente, come nel ventre di Leila avrebbero dovuto crescere i miei figli. Fu questo il motivo per il quale restai vivo, forse solo questo. So che non era vero. Già farneticavo di volare usando il mio corpo, di levarmi dal suolo tramite un mezzo nuovo, senza possedere l'energia misteriosa degli Eterei. Ero troppo ignorante e incapace di risolvere da solo il problema, non avrei tentato di realizzarlo se non avessi incontrato l'Uomo delle Ali. Non aveva villaggio e ignoro dove ne abbia avuto uno; ma guardando i tratti austeri e a un tempo dolci del suo viso, dubitavo che provenisse da nobili natali. Una forza misteriosa lo spingeva sulle strade dell'impero; una mistica voglia di conoscere, di capire, di ascoltare, vedere; una fame insaziabile di cose dette e sentite. L'ho visto commuoversi sfogliando le pagine ingiallite, zeppe di segni incomprensibili, di un vecchio libro scritto, chissà, all'alba dell'impero. Era capace di frugare e frugare fra rovine cariche di tempo, fino a scorticarsi le dita, per strappare alla polvere oggetti dei quali non conosco l'uso e lo scopo.Ci incontrammo in una taverna all'incrocio di due strade, decidemmo di procedere insieme nel cammino poiché nessuno dei due era diretto verso una meta precisa. Il sole scendeva oltre l'orlo sbrecciato delle montagne a noi di fronte, in una silenziosa sinfonia d'ombra e di fiamma. Gli Eterei intessevano danze sinuose sulle note di quella musica che non era fatta per l'udito; li seguivo con lo sguardo, volgendo la testa ora di qua ora di là, adeguandola ai volteggi. -- Credo che tu desideri volare -- disse l'Uomo delle Ali, stringendo gli occhi nel suo vago modo di sorridere. -- Da giorni ti spio mentre rivolgi al cielo mute domande. Non avere paura, non sono un membro del Braccio Tutelare. Desidera pure quello che vorresti, senza timore di offendere le mie convinzioni. Sarà stata la sincerità del sorriso, e poi da troppo tenevo celato il mio dolore, perciò gli narrai le vicende d'una breve amara vita. -- Certamente mai ti trasformerai in Etereo. Adesso è impossibile. -- Rimase lì pensoso: -- Non lo sai? Gli esseri che noi chiamiamo Eterei non sono gli angeli malvagi della tradizione, come insegna il Braccio Tutelare. Hai visto i bruchi strisciare sulle foglie? Eppure, dopo un determinato periodo di tempo, diventano le farfalle dalle ali luminose. Gli Eterei sono le farfalle dell'uomo. Solo alcuni di noi cambiano, e sono pochi; gli altri rimangono bruchi a strisciare sulla terra. -- Io, allora -- chiesi -- non potevo trasformarmi anch'io per restare sempre accanto alla mia Leila? C'era comprensione e un velato accento di pietà nella voce che mi rispose: -- Il cambiamento sopravviene poco dopo il periodo della maturazione sessuale, se non è successo allora, non hai più speranze di diventare uno di loro. -- Volevo sapere perché impariamo già da piccoli a sfuggire i nostri fratelli che hanno il dono di possedere l'aria, però lui proseguì: -- Nei tempi antichi tutti gli uomini sapevano volare e costruivano macchine adatte allo scopo. Macchine tanto complesse da non riuscire a immaginarle, senza dubbio molto diverse dalla semplice ruota del vasaio o dal telaio che serve al tessitore. Le nazioni gareggiavano per salire sempre più in alto. Infine qualcuno, un giorno, scoprì la maniera di raggiungere le stelle. Sembra che, in quel tempo, tutti gli uomini migliori siano andati nello spazio in cerca di tesori e di avventura, portando via il segreto che guidava le navi sulle rotte misteriose del grande viaggio. I libri antichi sono poco chiari riguardo ai fatti; probabilmente successero davvero questi eventi, se noi, gli eredi di coloro che sono rimasti, nutriamo un odio così amaro verso chi ha il potere di solcare ancora il cielo. Il fuoco di bivacco disegnava chiazze sanguigne sul terreno circostante; strinsi il mantello, volevo cacciare i cattivi pensieri insieme all'aria fredda della notte. Un pipistrello scendeva ondeggiando attratto dalla luce. -- Vedi! -- disse l'Uomo delle Ali. Nelle pupille gli ardeva il riflesso dei guizzi delle braci. -- Ha un corpo fatto per la terra, invece volteggia sopra il nostro fuoco -- e indicò l'animale svolazzante. -- Io ti insegnerò a fare ali uguali a quelle, ti darò la possibilità di tentare il tuo destino. Passai la notte in veglia, in compagnia della pallida luce delle stelle.
* * * C'era finalmente una speranza, una strada da seguire, comunque intuivo di tuffarmi in un assurdo, impossibile sogno, dal quale prima o poi sarei uscito con la bocca amara e la testa ronzante. Date a un bimbo una tazza e ditegli di prosciugare il fiume in cerca di uno scrigno, a sera lo troverete presso la riva intento al suo lavoro!Catturavamo i piccoli violatori della notte e l'Uomo delle Ali li uccideva senza crudeltà. Passavamo i giorni studiando la conformazione delle ossa e delle membrane che permettevano ai Pipistrelli di alzarsi nell'aria. Nemmeno era poi facile, il nostro lavoro per trovare i materiali con i quali costruire le mie ali. Servivano giunchi elastici e resistenti per l'ossatura, e tela leggera più di un soffio, però tanto robusta da sopportare la sferza del vento. Solo a Bila, la città dei tessitori, potevamo trovare un simile tessuto; dirigemmo dunque verso quella meta, seguendo l'ampia curva dei monti intorno alla pianura. Entrammo nella città accompagnati dal sordo brontolio di un temporale per ritmare i nostri passi; grosse gocce battevano sui tetti e scivolavano sull'ardesia lucida simili a lacrime sui volti. Vendevo facilmente le mie canzoni alla folla dell'immenso mercato, dentro al grande cortile rettangolare, di fronte all'entrata del tempio degli Dei Imperiali. Sedevo all'ombra delle cariatidi tese nello sforzo immane di sorreggere il porticato che circonda il cortile, e le ballate sgorgavano ogni volta più belle dalle labbra. Più leggiadra sembrava la canzone della Preda e il Cacciatore; più allegra e scanzonata quella dell'Oste e Messer Vino; più selvagge erano le note della Battaglia di Gola del Vento. Infine la ballata di Perduta Leila la cantavo con il cuore, non con le labbra, alla folla che ascoltava muta in attesa che l'ultimo accordo si spegnesse nell'aria. Allora avevo la voce roca e la gola secca e mi concedevo un intervallo di riposo. Guardavo la strada che serpeggia lungo la costa del monte portando su da Bila al tempio i mercanti e i pellegrini; ma sono numerosi coloro che vengono a commerciare e pochi quelli che recano un'offerta e una preghiera. Cercavo, anche, insieme all'Uomo delle Ali, le cose che ci avevano attirati fin lassù. Le cariatidi di demoni che ad ogni colonna sostengono la volta del porticato, sembravano irridere i nostri sforzi, con i loro ghigni congelati in una smorfia di pietra. Alcune avevano sulle spalle le tetre vestigia di ali membranose. Un mercante, dalla pelle cotta dal sole dell'oriente, ci vendette i giunchi per l'ossatura delle ali; erano di un legno di canna leggero, forte, elastico che, nelle terre dell'alba, chiamano bambù. La fiducia del mastro tessitore, dal quale comprammo la tela, costò all'Uomo delle Ali lunghi indugi sulle grazie non troppo procaci di una sua figlia in cerca di marito. Così trovammo ciò che ci serviva.
* * * Percepivo l'odore della terra umida e vedevo dense nubi, sparse lungo tutto l'arco dell'orizzonte, fare scorrere le loro grandi ombre nell'incavo della valle. Questo restava della furia notturna che aveva scosso la nostra capanna, colmando di vividi bagliori e di rimbombi la montagna.L'Uomo delle Ali saliva chino sotto il peso della sacca di provviste fatte nella piccola città, di cui preferisco dimenticare il nome, laggiù nel fondo della valle. Quando fu di fronte a me buttò al suolo la sacca e alzò il braccio in una mossa ampia, che palesava la stanchezza, per detergere il sudore dalla fronte strofinando il dorso della mano. Sedette su un sasso e rimase immobile a fissare gli indecifrabili arabeschi dei licheni sulla roccia. Poi parlò: -- Anche oggi, ancora una volta, ho visto quanto sia facile trasformare la miseria umana in una cosa degna della considerazione della gente. -- Cosa intendi dire? -- chiesi. -- Non comprendo davvero il significato delle tue parole. -- Fece un gesto con la mano, come di chi voglia cancellare qualcosa che c'è nell'aria e non si vede. -- Lascia stare. Perché parlare? Lasciami lo strascico d'orgoglio d'esser uomo che ancora stringo addosso. Avanti! Pensiamo al nostro progetto. Sento vicino il giorno in cui le nostre ali ti regaleranno il cielo. -- No. Ora voglio sapere cos'hai visto che tanto ti ha ferito -- replicai. -- Va bene. Adesso lo saprai! Maledetto il giorno che ho cominciato a frugare tra le urne degli antichi; allora gli squarci di verità dimenticate mi hanno abbagliato e ho perso il dono prezioso dell'ignoranza e la mia pace. E maledetto due volte il giorno che ho incontrato uno come te, in cerca di un modo per volare tra gli Eterei a riprendere ciò che nulla e nessuno gli potrà restituire. Il temporale della scorsa notte -- lui proseguì -- ha gettato una coppia di Eterei nella piazza della città. Il reggente, ho sentito dire, è un uomo tranquillo, e ha ordinato di lasciarli stare fino a quando si fossero ripresi e andati via. Purtroppo c'era di passaggio, incognito in città, un membro del Braccio Tutelare, un uomo gelido più della lama di una spada, dalla mente del rigore di un teorema. Mi devi credere, poiché lo conosco. Costui ha punito il reggente, ferendolo in ciò che ha di più caro. Mentre quello gemeva sulle sue monete duramente guadagnate solo per essere perdute, ha fatto mozzare il capo all'Etereo maschio e ha ordinato che legassero la femmina in pesanti catene di ferro per impedirle di recuperare il suo potere. Ho visto la testa dell'innocente in cima a una picca davanti all'entrata del Palazzo di Città. Sono passato in silenzio, senza avere il coraggio di gridare la mia vergogna, trascinando i piedi sotto il peso della viltà. -- La donna... la donna è ancora viva? -- domandai. Sentivo di avere ritrovato Leila, nell'ambiguo gioco del destino le nostre strade di nuovo si riunivano. Non attesi la risposta. Già scendevo a valle, percorrendo il sentiero in lunghi balzi affannosi, quasi fossi stato una capra di montagna piuttosto che un essere umano. Il sangue pulsava nelle vene e mi pervadeva una sorda vibrazione di tamburo. Guardavo il punto della piazza dove solerti cittadini affastellavano, intorno al palo al quale c'era l'Eterea incatenata, mucchi di legna. Vedendoli, pensai al viavai operoso delle formiche presso il corpo di una farfalla caduta. Forse, ad evocare l'immagine, contribuì la freddezza dei popolani che portavano le fascine; sembrava stessero preparando un allegro falò di primavera. Avevano rivestito la nudità della fanciulla di ruvida tela di sacco che la celasse agli occhi casti delle loro donne. Lei non li degnava di uno sguardo e non pareva le importasse di ciò che stavano facendo, aveva gli occhi rivolti verso l'orrido trofeo in cima alla picca, dinanzi alla porta del palazzo. Le dita dell'Uomo delle Ali si strinsero intorno al mio braccio con la rude forza di un artiglio, ricacciando il richiamo disperato nella gola da cui stava per prorompere. -- Vuoi morire, adesso? Credi di impedire tu, vagabondo lacero, la legge del Braccio Tutelare? -- sibilò nel mio orecchio. -- Guardala! Lei non ascolta e non ti può capire. Appartieni alla sua infanzia, al suo passato. Un bimbo ricorda forse i pensieri di quando era nel ventre della madre? Adesso ha l'attenzione rivolta solo a questo ignobile presente. -- E' la mia Leila! E' lei. Ne sono sicuro... per ritrovarla sto inseguendo accanto a te il folle sogno delle ali. Cosa vuoi che mi importi di volare, se non la posso più raggiungere! -- dissi, e tentavo di divincolare il braccio dalla stretta robusta della mano. -- Ho già cercato di spiegartelo, non è più la Leila che tu credi. Su, chiamala! Nemmeno ti risponderà, perché non si ricorda ormai di te. Aprii la bocca, la voce ne uscì appena. Il pugno dell'Uomo delle Ali colpì un istante prima che cominciassi a gridare. E rido. E piango. I singhiozzi si fondono ai miei singulti da ubriaco. Il volto pallido dell'amico a me di fronte si sfuma in una confusa cortina di lacrime. La sera scende sulle cose, sulla gente, sulla pira, sulla donna legata; l'ombra si mischia all'ombra di questa lurida taverna. Odo i richiami rincorrersi tra le viuzze, nel momento in cui la luce del rogo spacca le tenebre della piazza. Vorrei trovare conforto nell'Uomo delle Ali e lui non è vicino a me. Sono solo. Solo, maledettamente solo, come sono sempre stato. E credo di avere voglia di morire. Mi risveglio fuori dalla città. La gamba destra, quella che trascino, ora, dietro con passo zoppicante, è torturata da un feroce dolore. La carezza gelida dell'acqua ha il potere di farmi ricordare. Rivedo la fanciulla sul rogo; a terra, illuminato dal riverbero, c'è il corpo di un uomo martoriato da ferite e ferite, di spade, di lance. Lo sorveglia un gruppo di armigeri. Conosco quell'uomo. L'ho amato, ho condiviso con lui i miei giorni, confortato dalla sua arguta intelligenza, dalla sua saggezza. A volte sembrava difficile capire certi ragionamenti che faceva, ma ammiravo l'equilibrio delle sue parole e la sua calma. Adesso è morto. Io so il motivo. Lo sento mormorare di bocca in bocca: -- Chi sarà stato il pazzo vagabondo che ha osato assalire il Signore del Braccio Tutelare? Il fiore si consuma tra le fiamme e fuggo dalla città, ripercorro il sentiero della mattina fino al nostro rifugio. Sono certo di ciò che sto per fare. Indosserò le ali che insieme abbiamo costruito, salterò nel vuoto e volerò, volerò senza fine, per sempre, fino a gli orli di questo misero mondo in cui gli uomini vanno vestiti a festa nelle piazze a vedere i loro simili morire.
* * * Mi guardi in modo oscuro, Nobile Signore. La storia è finita. Ti è piaciuta?Hai trovato l'oggetto della tua ricerca. Quando ci incontrammo l'altro giorno, subito pensasti che un pezzente menestrello poteva vendere al prezzo di poche monete certe notizie interessanti. Ammiro il tuo coraggio, sei venuto solo all'appuntamento... magari c'è qualche tuo fido nascosto nei paraggi. Non temere, se qualcuno c'è, non ci disturberà. Già li vedo i tuoi fedeli compagni dagli occhi dilatati rivolti a un cielo vuoto; le menti devono essere immerse in una tale orgia di piaceri da preferire mille morti alla grigia pena del risveglio. Conosco chi dona tali gioie raffinate; è un maestro che non ne ha di eguali. Volevi scoprire il luogo ove si nasconde FranPIois e il suo gruppo di anime dannate. Di più non posso offrire, ho mantenuto fede alla parola. FranPIois è qui davanti a te, gli stai parlando. Vedo che hai le guance madide e la mascella irrigidita nello sforzo. Senti il braccio pesare più del piombo, la mano stenta a raggiungere l'elsa del pugnale. Lo so, è davvero difficile alzarsi dalla panca. Ricordi il bimbo pallido, il gracile uccellino senza piume che ha portato le caraffe? Un male terribile succhia la giovane vita, però la forza del suo pensiero è così grande che sei inchiodato al sedile poiché lui lo vuole. Cercavi FranPIois e il suo mucchio selvaggio; pensavi di trattare con una lurida orda di predoni da strada, buoni per abbellire le forche dell'impero. Hai commesso un grave errore. Noi siamo qualcosa di diverso. Diverso. Comprendi il significato di una parola tanto semplice? Io invece ho compreso, la volta che, in una sola notte, distruggesti il mio mondo. Da allora ho cercato i differenti, li ho tolti dai loro rifugi per insegnargli il gusto del coraggio, perché imparassero a non avere vergogna, ma fossero orgogliosi dei loro talenti. Sotto la tenda di un saltimbanco, tra i giullari della corte di un signore, in una misera capanna tra i monti, nelle strade affollate di una grande città e con la ciotola tesa alla benevolenza dei passanti: in questo modo li ho trovati. Voi piangete sulle ceneri del passato timorosi di svegliare demoni nascosti. Noi cerchiamo, uniti dalla nostra nuova forza, di riscoprire le cose buone degli antichi. Forse, un giorno, le navi degli uomini spiegheranno di nuovo le vele sotto la luce di altri soli. E' opaco il tuo sguardo. Chini il capo per non vedere la luce a te davanti. Solo se potessi, mi faresti uccidere senz'altro. Metto in pericolo la tranquillità della statica reliquia di ciò che rimane di questo grande impero. Hai notato entrando il vecchio dalle occhiaie spente, seduto fuori all'ombra di una quercia? Ora lui guarda nel tuo corpo e cerca la grande arteria che porta dal cuore il sangue al cervello. Appena l'avrà trovata, l'indicherà al bimbo pallido e lui la stringerà senza nemmeno batter ciglio. E' vendetta la mia? Se ti uccido, lo faccio perché tu, al mio posto, non mi risparmieresti. Lo faccio senza odio, come tu uccidesti la piccola Leila, l'Uomo delle Ali e tanti altri, credendo di servire le tue leggi. Io servo le mie. I tuoi fedeli, al loro arrivo, troveranno solo un uomo il cui cuore stanco non ha resistito a una vita dura, mai temprata dalla dolcezza dell'amore. Ascolta ancora la voce del mio strumento! Essa si allarga intorno e sembra l'onda generata da un sasso sulla liscia superficie di uno stagno. Quando si spegnerà, anche tu la seguirai. Ascolta le note, dolci, flebili, selvagge, acute, leggere, profonde; esse gemono, rimbalzano, cantano, scivolano, si allontanano, tornano, si perdono, una dopo l'altra, per fare posto al silenzio. Perdonami, fratello dell'Uomo delle Ali. Che sia finita!
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