Le sfaccettature del "paradosso temporale", con le sue impossibilità e le sue razionalizzazioni. L'estensore si richiama anche alle opinioni in materia di varie personalità del mondo scientifico, e presenta estratti esemplificativi da note (e meno note) fantastorie sul tema.
1 - Premessa
Uno dei temi più fecondi della fantascienza, probabilmente il più affascinante, è quello dei viaggi nel tempo, con le relative implicazioni. E la
cronomacchina è una delle più mirabolanti invenzioni tra quelle che
non sono state realizzate. Con essa potremmo trasferirci istantaneamente nel futuro più lontano; oppure -- possibilità forse più intrigante -- recarci nel passato, magari col proposito di manipolare e riscrivere a nostro piacimento (intervenendo su alcuni eventi-chiave) la storia del mondo, o anche semplicemente, e più minimalmente, la nostra storia personale.
Introdusse il tema, nel lontano 1894, il romanzo
The Time Machine di
Herbert George Wells (una prima versione era apparsa nel 1888): un uomo, servendosi di un macchinario di sua invenzione, si recava nel lontano futuro, poi ritornava. Si potrebbe discutere su quale, fra gli scrittori, si aggiudichi il primato dell'idea. Nel 1881, ad esempio, tale E
dward P. Mitchell aveva pubblicato negli Stati Uniti il racconto
The Clock That Went Backward; ma certamente Wells fu il primo a presentare il tema in modo chiaro e coerente (benché i risvolti "paradossali" rimanessero quasi del tutto inespressi), al punto che da allora nella fantascienza è cambiato sostanzialmente ben poco nelle idee di base, e a volte nelle modalità, con le quali "si viaggia nel tempo".
Espresso in soldoni, il postulato fondamentale è che il tempo sia una "quarta dimensione", in aggiunta alle tre spaziali che già conosciamo. I nostri sensi ci suggeriscono infatti che ogni oggetto nell'universo è identificabile da quattro coordinate: altezza, larghezza, profondità, collocazione nel tempo. Nel suo romanzo Wells deduceva: "Ma se il tempo è realmente solo la quarta dimensione dello spazio, perché non dovremmo poterci muovere in esso, come ci muoviamo nelle dimensioni dello spazio?" Val la pena notare che solo nel 1908, cioè una quindicina di anni dopo, basandosi sul lavoro di Einstein il fisico Hermann Minkowski avrebbe elaborato una vera e propria teoria che concepiva tempo e spazio come un
continuum inscindibile, lo "spaziotempo": costrutto quadrimensionale costituito da tre coordinate spaziali e una temporale.
La fisica classica, in quanto deterministica, afferma che i fenomeni che accadono nell'universo si spiegano col rapporto causa/effetto, ritenuto
costante e
necessario.
Me è proprio il rapporto causale -- pilastro della nostra concezione del mondo -- che viene messo in discussione con i viaggi nel tempo, in particolare quello nel passato.
Quanto alla teoria einsteniana della
relatività speciale, essa riconosce la possibilità di viaggi nel futuro. Infatti, se si ammette che un'astronave partita dalla Terra e lanciata in volo a velocità prossime a quella della luce subisca effetti relativistici, se ne deduce che gli eventuali astronauti sopporterebbero la nota "contrazione del tempo" di Fitzgerald-Lorentz, per cui al loro ritorno essi scoprirebbero che sulla Terra è trascorso un tempo maggiore di quello registrato sull'astronave. Si ritroverebbero su una Terra futura: avrebbero -- di fatto -- viaggiato nel tempo e l'astronave sarebbe stata, per certi versi, la loro cronomacchina. Noi stessi viviamo un evento del genere ogni volta che saliamo in aereo o anche andiamo in bicicletta: tuttavia queste velocità, modeste in rapporto a quella della luce, non ci consentono di rilevare la "contrazione". Il fenomeno tuttavia è stato verificato a bordo di aerei supersonici, con cronometri di altissima precisione. La stessa relatività speciale, peraltro, afferma la
impossibilità di viaggi nel passato.
E tuttavia, la teoria della
relatività generale è meno rigorosa al riguardo. Afferma
Paul Davies in
I misteri del tempo: L'universo dopo Einstein (
About Time, 1995; Mondadori, 1996): "Non c'è nulla di così evidente, nelle leggi della fisica, che impedisca
in teoria che i viaggi nel tempo possano verificarsi".
Tuttavia più gli studi nel campo proseguono, meno c'è unanimità di posizioni. Due giovani ricercatori,
David Deutsch e
Michael Lockwood, nel loro articolo
La fisica quantistica dei viaggi nel tempo (in
Le Scienze n. 309, maggio 1994), sostenevano che, a dispetto delle apparenze, anche il viaggio nel passato non viola alcuna legge fisica e alcun principio filosofico.
Il mio intento, qui, sarà illustrare alcuni fra i più ricorrenti paradossi che emergono dall'idea di viaggio nel tempo, con esempi fantascientifici significativi, fornendo comunque un'idea dei presupposti.
2 - Com'è fatta una Macchina del Tempo?
La "macchina del tempo" è stata rappresentata in tantissimi modi. Ecco come il Viaggiatore, protagonista del romanzo di Wells, narra la sua prima esperienza:
Dopo averle dato l'ultimo colpetto mi assicurai che le viti fossero tutte a posto, unsi con una goccia d'olio la bacchetta di quarzo e mi accomodai sul sedile. Suppongo che un suicida nell'atto di portarsi la pistola alla tempia si chiederebbe, con la mia stessa perplessità di quei momenti, che succederà un attimo dopo. Strinsi i denti, tirai la leva della messa in moto con entrambe le mani e "partii" accompagnato da un rombo sordo. Ebbi la sensazione di vacillare e mi sentii cadere, come si cade in un incubo. Il laboratorio si coprì di nebbia, poi divenne buio del tutto. La signora Watchett entrò, e si avviò senza mostrare di vedermi verso la porta che dà in giardino: penso abbia impiegato un minuto circa ad attraversare la stanza, ma a me parve che compisse il percorso alla velocità d'un razzo. Spinsi la leva al massimo: tutto fu buio come quando si spegne una lampada, e un minuto dopo era già l'indomani; nacque un nuovo giorno che di nuovo lasciò il posto alla notte; poi, sempre più in fretta, fu ancora giorno. Un ronzio turbinoso mi assordava e una strana sensazione di vuoto fasciava il mio spirito.
Non sempre gli scrittori di fantascienza hanno usato una "macchina" vera e propria. Negli anni '40/80 erano comunissime le "soglie spaziotemporali", anomalie del
continuum che potevano spalancarsi per i motivi più strani nei luoghi più inattesi, e proiettare nel tempo i vari personaggi. Per Joseph Schwartz, sarto in pensione, protagonista del romanzo di
Isaac Asimov Paria dei cieli (
Pebble in the Sky, 1949; Mondadori, varie edizioni) il "passaggio" accadeva inavvertitamente mentre egli passeggiava solitario in periferia, recitando tra sé dei versi di Browning. Senza che Schwartz lo immaginasse, in un non lontano laboratorio di ricerche nucleari una reazione atomica sfuggiva al controllo provocando una raggio ignoto che andava a incrociare i suoi passi:
La cosa accadde mentre lui metteva un piede avanti all'altro. Aveva alzato il destro per scansare una bambola di stracci... e si era sentito girare la testa, come se per una frazione di secondo un turbine di vento si fosse impossessato di lui, strapazzandolo. Quando riuscì a posare il piede a terra, il fiato gli uscì in un colpo solo ed ebbe la sensazione di cadere e scivolare sull'erba.
Aspettò un pezzo con gli occhi chiusi, poi li riaprì.
Era vero! Era seduto sull'erba, mentre prima si trovava in mezzo al cemento. E le case erano scomparse! Ma... non era erba, quella che lo circondava: foglie rossastre. Autunno. Eppure lui stava passeggiando in una bella giornata di giugno!
Joseph Schwartz ancora non lo sa, ma è stato catapultato nell'anno 827 dell'Era Galattica!
La "vertigine" del viaggiatore, è evidente, si è tramandata da Wells, e resta uno dei luoghi comuni ricorrenti in queste descrizioni.
Un "salto" nel tempo analogo, ma basato su una motivazione molto più elaborata e affascinante, accade a Sam Magruder, protagonista de
L'uomo che restò solo sulla Terra (
The Dechronization of Sam Magruder, 1996; BUR, 1997), romanzo postumo di
George G. Simpson, che è stato il più grande paleontologo del Ventesimo secolo. Nel corso di un suo strano esperimento, il "cronologo" Magruder viene scagliato ottanta milioni di anni nel passato. Come ciò sia potuto accadere, viene riassunto brillantemente dal fisico
Stephen Jay Gould nella sua postfazione al romanzo:
Magruder ritiene che il tempo sia quantizzato, e che sia rappresentabile, più che come un flusso, come una serie di punti. Noi non possiamo percepire la natura discreta del tempo perché i punti, come i fotogrammi di un film, scorrono rapidamente. Ma il nostro cronologo escogita un sistema per rallentare il flusso temporale di un tal numero di ordini di grandezza, che i singoli punti di tempo e i singoli spazi diventano palpabili. Egli riesce nel suo esperimento, ma ha la sfortuna di scivolare in un intervallo fra due punti, cadendo a ritroso in un imprecisato momento del passato!
Con lo sviluppo della fisica quantistica, si sono precisate e spostate alcune prospettive teoriche. Frank Tipler, un fisico statunitense "d'assalto", nel 1980 ha ideato una macchina temporale relativisticamente coerente, connessa la realtà ancora inesplorata dei buchi neri. Per Tipler, una cronomacchina non può che sostanziarsi in un "buco nero artificiale":
E' sufficiente una massa iperdensa in rapida rotazione su se stessa, e i calcoli ci danno come miglior forma possibile un cilindro lungo cento km., del diametro di venti km., di 10 elevato a 14 grammi per cm. cubo, ruotante sul suo asse alla metà della velocità della luce (...)
Chiaro che per ora la macchina-black hole di Tipler è molto, molto di là da venire. Nella sua opera già citata, Paul Davies scrive:
Dopo il pionieristico romanzo di Wells, molti autori di fantascienza hanno fatto congetture sulla creazione di cronomacchine, utilizzando stati insoliti della materia o strani campi gravitazionali. In realtà, fu ancora un romanzo che diede l'avvio all'unica indagine sistematica sui viaggi nel tempo della storia della scienza. In Contact, di Carl Sagan (...) gli scienziati costruiscono una macchina (...) che viaggia attraverso un "cunicolo dello spazio" (...) Per sapere se questo fantastico stato di cose sia possibile o solo una stravagante supposizione, Kip Thorne e i suoi collaboratori del CalTech intrapresero un vasto programma di ricerca (...) Per viaggiare nel passato, un astronauta dovrebbe attraversare il "cunicolo" e poi tornare rapidamente indietro lungo lo spazio "ordinario", formando un anello chiuso nello spazio. Se ciò è corretto, la sua linea d'universo formerà anche un anello chiuso nel tempo. (...) Furono analizzate alcune soluzioni altamente ideali del cunicolo, nelle quali esso viene mantenuto aperto ricorrendo all'antigravità, e si trovò che esse erano coerenti con la fisica nota. La ricerca di Thorne ha portato a un fiume di articoli, e le sue ramificazioni vengono ancora esplorate.
Che i cunicoli possano venire mantenuti teoricamente aperti, in realtà non risolve nulla. Secondo le estrapolazioni di Thorne e dei suoi collaboratori, per tenere in vita il cunicolo occorrerebbero energie inimmaginabili, le quali inoltre ridurrebbero l'ipotetico crononauta a meno che polvere. E tuttavia la ricerca teorica sull'argomento non si ferma. Nell'aprile 2000 la rivista britannica News Scientist ha diffuso la notizia secondo cui il fisico russo Serghiei Ktasnokov avrebbe individuato, a livello teorico, "un nuovo tipo di cunicoli compatibili con le leggi della fisica, stabili e senza limiti di dimensione".
I tachioni sono ipotetiche particelle più rapide della luce (l'aggettivo greco tachys significa "veloce"). I tachioni, sotto un certo aspetto, non fanno a pugni con la teoria della relatività: se esistono, essi agiscono unicamente in un universo di velocità super-luminale, quindi separato dal nostro. L'unica loro interferenza è puramente teorica: finché non se ne dimostrerà impossibilità, essi resteranno appesi come una velata minaccia sulle attuali cognizioni relativistiche. Ad ogni modo anche i tachioni rientrano nel nostro argomento, benché non consentano direttamente il viaggio nel tempo. Trasmettere notizie su una linea telefonica tachionica, per esempio, significherebbe far giungere il messaggio... prima che sia partito; insomma, si potrebbero inviare informazioni nel passato. E come verrà detto in appresso, alcuni "effetti" di un evento del genere coinciderebbero, nella sostanza, con quelli di un viaggio nel tempo. Con i "paradossi" che ne derivano.
3 - Il "paradosso" più celebre
Il paradosso classico dei "viaggi" è quello comunemente definito "del nonno". Ammettiamo che, con la cronomacchina, io torni indietro di
tot anni e uccida mio nonno prima che questi abbia conosciuto mia nonna: è evidente a questo punto che io non dovrei essere mai nato. Ma se non sono nato, non posso aver viaggiato nel tempo uccidendo mio nonno, e mio nonno è vivo; quindi, sono nato. Ma se sono nato... E così via, all'infinito.
Questo irrisolvibile rompicapo non ha certo scoraggiato i fanta-scrittori: su di esso, o meglio sul nodo della
causalità, si sono costruite migliaia di storie. Fra le più celebri c'è un brevissimo racconto di
Fredric Brown,
Esperimento (
Experiment, 1954: ne
Il secondo libro della fantascienza, 1961), in cui si narra con ironia cosa accade allorché il professor Johnson mostra a due suoi colleghi come funziona il suo modello sperimentale di macchina del tempo. Si tratta di una sorta di innocua (in apparenza) "bilancia pesa-lettere, con in più due quadranti da orologio fissati sotto il piattello". Il professore invia, come prima dimostrazione, un piccolo cubo di metallo cinque minuti nel futuro. Lo posa sul piattello, regola uno di due orologi sul tempo prefissato: il cubo sparisce. Cinque minuti esatti più tardi, il cubo riappare sul quadrante. Semplice e spettacolare!
Il bello, però, si verifica allorché Johnson vuole inviare il cubo cinque minuti nel passato. In che modo?
-- Mancano sei minuti alle tre -- spiegò Johnson. -- Alle tre in punto, posando il cubo sul piattello, azionerò il meccanismo. Di conseguenza, alle tre meno cinque il cubo dovrà sparire dalla mia mano e comparire sul piattello: cinque minuti prima di avercelo messo!
-- Ma -- chiese uno dei due colleghi -- se scompare, come potrete poi mettercelo?
-- Alle tre, quando avvicinerò la mano, il cubo sparirà dal piattello e apparirà nella mia mano per essere ridepositato sul piattello. Le tre meno cinque: attenzione, prego!
La procedura è alquanto... elaborata, ma logica. L'esperimento si avvia, come previsto, e alle tre in punto il cubo scompare dal piattello materializzandosi nella mano di Johnson, affinché questi ve lo riponga. Ma qui giunti, uno dei colleghi muove l'obiezione-chiave: e se Johnson non mettesse più il cubo sul piattello? "Non si avrebbe, un questo caso, una specie di paradosso causa/effetto?"
-- Idea molto interessante... -- disse il professor Johnson. -- Non ci avevo pensato! Ma proveremo subito. Dunque ecco: sono le tre, e io NON...
Non ci fu nessuna specie di paradosso. Il cubo rimase.
Ma il resto intero dell'universo, professori e tutto, sparì.
L'espressione "paradosso del nonno", trasferitasi dall'ambiente fantascientifico a quello scientifico, non deve trarre in inganno. Esso può emergere anche se io viaggio indietro di una settimana e uccido non mio nonno ma il me stesso più giovane; o anche se vado avanti di una settimana, e il mio "io" di quell'epoca ammazza me: se mi sparerà quando io ho (per esempio) 40 anni e una settimana, come mai appena giungo nel futuro trovo ancora vivo il mio alter ego, che ha 40 anni e due settimane? Insomma anche i viaggi nel futuro -- benché di solito si sorvoli -- possono essere fonte di rompicapo logici.
4 - Raddoppiamento e moltiplicazione
Ma questo "incontro con se stesso" del cronoviaggiatore provoca altre perturbazioni (secondo alcuni non sarebbe corretto, in questi casi, parlare di veri "paradossi"). Scrive
Renato Giovannoli in
La scienza della fantascienza (Bompiani, 1991): "Si può ricavare una legge generale: qualunque oggetto materiale che viaggi indietro nel tempo risulta
ipso facto raddoppiato, atomo per atomo." (In realtà, come ho appena accennato, ciò può accadere anche per viaggi nel futuro). Alcuni scrittori hanno giocato sulla "impossibilità" del raddoppiamento, perché a ben vedere nell'universo in cui giunge il cronoviaggiatore non esiste un luogo che possa contenere gli atomi "estranei" del suo corpo, i quali risulterebbero una duplicazione, vera e propria creazione di materia
dal nulla; si tratta del fondamentale principio di conservazione dell'energia. E per contro, nell'universo di partenza si formerebbe un vuoto, che dovrebbe essere riempito.
Tuttavia, elucubrazioni a parte, l'incontro del cronoviaggiatore con se stesso può risultare interessante anche e soprattutto per le sue implicazioni simboliche. Si tratta di un arricchimento del classico tema del "doppio", caro alla letteratura romantica e moderna, come alla psicanalisi. Si sa che il rapporto tra il proprio corpo e il proprio io è fonte di risonanze molto intime, spesso sconvolgenti. Nel caso del cronoviaggio, l'incontro con se stesso può diventare anche artificio narrativo per esplorare potenzialità umane inespresse dei personaggi. Comunicare al mio
alter ego più giovane alcuni eventi per lui ancora a venire, ma a me noti, sarebbe per certi versi l'avverarsi di un sogno antico: rivivere la propria esistenza sulla base di esperienze maturate in un'altra vita.
Da questo punto di vista, può risultare ricco di fascino anche il semplice incontro del cronoviaggiatore con luoghi e atmosfere appartenenti al suo passato. E' un tema che troviamo, ad esempio, in
Notte (The Night of the Nickel Beer, 1967) di
Kris Neville (sul n. 2 di
Robot, 1976). Storia tutta costruita, per l'appunto, su sensazioni e atmosfere. Verso l'una di notte un uomo esce di casa senza meta, dirigendosi al porto. In sé cova una insoddisfazione indefinibile, legata al trascorrere implacabile degli anni. C'è una fitta nebbia, una atmosfera di irrealtà. Entra in una birreria, è prossima l'ora di chiusura. Alcuni giovani, fra cui una ragazza, credono di riconoscerlo, ma non sanno bene perché. Uno d'essi ha una chitarra, accenna dei motivi. Lo invitano a bere birra con loro, egli stesso ne offre ai presenti. Sono vestiti un po' all'antica, e la bevanda ha un insolito sapore. Si parla del più e del meno; l'uomo ha l'acuta, lacerante percezione di rivivere momenti, odori, modi d'essere dimenticati. La birreria chiude, la ragazza lo invita -- quasi supplicandolo -- a fare due ultime chiacchiere con lei, in auto. I due escono, si appartano nella vettura. E' forte, quasi violenta l'evidenza di un mondo irrimediabilmente perso, di qualcosa che tuttavia li accomuna. Turbato, il protagonista interrompe bruscamente il dialogo con la donna e torna verso casa. Fine.
Qualcuno si chiederà dove siano qui viaggio nel tempo e paradosso. Be'... formalmente non ci sono né l'uno né l'altro. E' l'unico esempio "anomalo" che desidero portare. Anomalo? Dipende. Intanto, perché ci sia un cronoviaggio non è indispensabile la "macchina", e neanche i misteriosi "cunicoli" spaziotemporali (detti anche
wormholes, cioè "buchi di tarli", o anche "ponti di Einstein-Rosen"): lo si può fare tramite stati onirici, mentali, magari con l'aiuto di particolari droghe. Ma anche in questi casi, cioè senza recarvisi fisicamente, possono nascere paradossi: si potrebbero assorbire informazioni su eventi ancora a venire, informazioni che possono condizionare presente e futuro: effetto che, di fatto, equivale a un cronoviaggio.
Era questa la modalità descritta da
John Wyndham nel celebre
Considera le sue vie (
Consider Her Ways, 1961; su
Robot n. 27, 1978). Ma per tornare a noi: è indubitabile che, in
Notte, il protagonista si è
in qualche modo ritrovato fisicamente nel suo passato, e tuttavia a Neville non interessavano i dettagli tecnici; dato l'impianto stilistico della storia, qualunque tipo di "macchina" o di razionalizzazione avrebbe prodotto solo una incrinatura. (A voler... pignoleggiare, il paradosso -- benché inespresso -- esisterebbe "per definizione", e sarebbe quello del "raddoppiamento" del protagonista, benché egli non incontri il suo alter ego).
Quanto a raddoppi o moltiplicazioni del crononauta, comunque, la fantascienza ne è satura. Giustamente celebre il racconto
Per qualche millennio in più (
By his Bootstraps, 1941) di
Robert A. Heinlein (su
Robot Speciale n. 4, 1977). Qui, in presenza di una macchina del tempo, si rincorrono ben cinque personaggi in una spirale di eventi rigidamente concatenati e perfettamente incastrati: si scoprirà che si tratta di un'unica persona, che con l'iniziale intenzione di costruirsi un fulgido futuro ha avviato il meccanismo, ed è costretto ad andare forsennatamente avanti e indietro nello spaziotempo.
E' di uno Heinlein ancora più scatenato
Tutti i miei fantasmi (
All You Zombies, 1959), noto anche come
O tempora o sexus. Una ragazza diciottenne d'aspetto alquanto mascolino partorisce una bambina con un taglio cesareo. Ma dopo l'intervento, il chirurgo le dà una notizia sconvolgente:
-- Prendila con calma... Mentre ti operavo ho trovato un bel pasticcio. Abbiamo lavorato ore, per salvare il salvabile. Hai mai sentito di quello scienziato scozzese che fino a trentacinque anni era stato donna, poi subì un'operazione e divenne clinicamente e legalmente un uomo, e si sposò regolarmente? Be', tu avevi due completi apparati di organi, entrambi immaturi, e quello femminile era abbastanza sviluppato da farti avere la bambina. Ma non ti sarebbe più stato utile, così l'abbiamo estratto e abbiamo sistemato le cose in modo da farti sviluppare come uomo, in tutti i sensi... Non preoccuparti. Sei giovane, le tue ossa torneranno a posto, sorveglieremo il tuo sistema ghiandolare... e faremo di te un ragazzo in gamba.
Poco dopo Jane, la neonata, scompare misteriosamente. E' stata rapita da un uomo sui cinquant'anni che viene dal futuro e lavora in una sorta di organizzazione segreta di viaggi nel tempo. Tramite una cronomacchina, il tizio trasporta Jane nel passato e l'abbandona in un orfanotrofio. Poi il cronoviaggiatore si materializza nell'epoca in cui Jane è diciottenne, l'avvicina, la seduce, la mette incinta. Nel finale, si scopre che il cronoviaggiatore e l'uomo risultante dal cambiamento di sesso della ragazza partoriente sono la stessa persona. In definitiva, in questo racconto un unico individuo riesce a essere contemporaneamente padre, madre, partner, figlia e figlio di se stesso! Un tour de force inventivo giocato da Heinlein per il puro gusto del divertissement, ma con mano da maestro.
La moltiplicazione del crononauta pone ulteriori problemi, forse meno spettacolari. Il primo, di natura etica, è quello della identità. La coscienza del cronoviaggiatore risulta duplicata, triplicata, eccetera. Ciascuno dei "doppi", da un dato momento in poi avrà la sua storia personale, differente da quella degli altri. Chi è il "vero" Mario Rossi?
5 - Circoli chiusi
Spesso non è tanto la plausibilità o meno dei meccanismi a interessarci, nelle storie di cronoviaggi, quanto piuttosto l'originalità e perfezione di una data trama, e -- perché no -- certe estrapolazioni filosofiche e morali insite nell'idea. E' infatti evidente che chi fosse in grado di spostarsi lungo l'asse del tempo per modificare a proprio piacere certi eventi chiave, avrebbe -- ne accennavo anche prima -- un potere demiurgico.
A rifletterci, non è da escludere che in futuro non si costruisca realmente una cronomacchina, se è vero che il viaggio nel tempo non configura una impossibilità teorica. E allora? Allora, forse i crononauti esistono e magari hanno visitato e continuano a visitare il nostro tempo senza lasciare tracce. Tracce cancellate proprio con manipolazioni del nostro contesto. Questa idea era presente,
in nuce, nel vecchio e dimenticatissimo
Il futuro che uccide (
Killer to come, 1954;
Urania n. 71, 1955), di
Sam Merwin jr. Nel romanzo, il protagonista per un puro caso risaliva alla verità, indagando su alcuni misteriosi omicidi. Notiamo che storie come questa formano catene causali chiuse (altra forma di paradosso): nel romanzo di Merwin il nostro mondo è frutto delle azioni di visitatori del futuro, che di conseguenza sono "causa di se stessi".
Celebre e brillante variazione sul tema del "circolo chiuso", il racconto di
William Tenn La scoperta di Morniel Mathaway (
The Discovery of Morniel Mathaway, 1955; ne
Le meraviglie del possibile, 1959), che rielabora un'idea già abbozzata nel 1900 da Henry James ne
Il senso del passato. Mathaway è un imbrattatele squattrinato che riceve la visita di uno strano signore il quale, in atteggiamento adorante, dichiara di essere giunto dal futuro appositamente per parlargli e complimentarsi con lui. In mano ha un ricco catalogo d'arte a colori. Il crononauta spiega allo sbalordito Mathaway che, nel futuro, egli è venerato come uno dei geni assoluti dell'intera storia dell'arte. Poco dopo il cronoviaggiatore sparisce per rientrare nel suo tempo, ma Mathaway riesce a scippargli il catalogo: per il resto dei suoi giorni, si dedicherà con crescente e clamoroso successo a
ricopiare segretamente i dipinti che vi sono stampati; e tuttavia l'estetica di quelle opere sarà da lui perfettamente condivisa, rielaborata, intimamente ricreata. Insomma sarà davvero
lui (il Mathaway dei nostri giorni) l'autore dei quadri...
Eppure, a chi apparterranno in realtà quelle idee? Il racconto ha una sua coerenza, come certi disegni di Escher, e proprio per questo ci inquieta. Nuove e importanti informazioni potrebbero mai crearsi da sole?
Fra le storie descriventi catene causali chiuse, è famoso il racconto di
Mack Reynolds Interesse composto (
Compounded Interest, 1951; in
Robot Speciale n. 4, 1977). Un misterioso individuo, mister Smith, si presenta a due rinomati mercanti nella Venezia del 1300 per depositare presso di loro dieci strane monete d'oro. In realtà si tratta di dollari del Ventesimo secolo. In più, Mr. Smith desidera un contratto con scadenza 100 anni esatti. I due veneziani sono perplessi, ma l'oro è autentico, e lo sconosciuto si accontenta di un interesse del dieci per cento; alla fine risulterebbe un bel montante, ma cent'anni sono lunghi e chi vivrà vedrà... Affare fatto. Viene stilato un contratto; prima di andarsene Smith dà ai due alcuni consigli sugli investimenti da fare, che assicura infallibili. Un secolo dopo, puntualissimo, l'uomo si presenta ai discendenti dei due veneziani: identica scena, con un'ulteriore proroga del contratto per altri cent'anni, e altri preziosissimi consigli sugli ulteriori investimenti. E così via, fino alla riapparizione conclusiva di Smith nel Ventesimo secolo. E il mistero si svela: la Storia occidentale degli ultimi seicento anni (con le sue guerre e tutto il resto) è il risultato della gestione dell'enorme somma segretamente accumulatasi, e dell'attività del crononauta, che deposita il denaro e poi torna a rinnovare l'operazione ogni secolo; il montante finale gli occorrerà perché lo investa nella costruzione della sua macchina del tempo... affinché con essa possa tornare indietro per incominciare a raccogliere il denaro... eccetera.
Un circolo (chiuso) realmente "vizioso". (E in verità, nella società occidentale -- almeno dalla Rivoluzione Industriale in poi -- il "tempo" è stato identificato soprattutto con il dio denaro. Il tempo
produce denaro. Cioè gli interessi: basta avere... altro denaro, ovvio).
6 - Modifiche dal passato
Nelle storie di fantascienza ben pochi crononauti che viaggiano nel passato si propongono di "ammazzare il nonno" (e concettualmente è un vero peccato: come riuscirebbero a risolvere il paradosso senza eluderlo?); accadono invece altri tipi di modificazioni, volontarie o accidentali. Che queste ci siano, è inevitabile: a partire dalla stessa intrusione del crononauta, fosse anche per un solo istante. In alcune storie si va negli anni Trenta per far fuori Hitler, evento clamoroso che certo avrebbe mutato la storia umana. Nel racconto di
Arthur Porges Il salvatore, (
The Rescuer, 1962; su
Gamma m. 15, 1967) un uomo si intrufola armato fino ai denti nei laboratori americani dove si è costruita la prima macchina del tempo, ma viene ucciso; si scoprirà che era sua intenzione retrocedere di due millenni e materializzarsi sul Golgota, per evitare la crocifissione di Cristo (si noterà l'ironia del titolo). E così via: siamo in un genere di fantastorie frequentatissimo, specie negli anni '40/60. Com'è ovvio, il presupposto è che i cambiamenti avranno sul presente ripercussioni "mirate", o casuali. Il problema a questo punto è rispondere alla domanda: che fine fa il "vecchio" mondo, viene in qualche oscuro modo "cancellato"? O si tratterebbe comunque dello stesso mondo di prima? E cosa pensare circa le identità delle persone nel mondo mutato?
In verità, spesso la riuscita narrativa di questo genere di racconti è inversamente proporzionale alla spettacolarità delle modifiche progettate, o involontariamente provocate. Citerò un solo titolo, il notissimo
Rumore di tuono (
A Sound of Thunder, 1954; in
Le auree mele del sole, SFBC, 1964) di
Ray Bradbury. Grazie a una agenzia di cronoviaggi, cinque uomini partono verso l'epoca dei dinosauri. Essi lasciano un mondo politicamente e socialmente instabile; è stato appena eletto il presidente Keith, prevalso di stretta misura su Deutscher, un candidato di ispirazione fortemente autoritaria. I crononauti giungono nelle foreste del Giurassico; qui dovranno muoversi con estrema circospezione e camminare solo sul Sentiero, un largo nastro metallico che si snoda sollevato a sei piedi da terra. Ma Eckels, il protagonista, spaventato dalla irruzione di un Tirannosauro, fugge per alcuni metri scendendo dal Sentiero e calpestando erba e fango. Poco dopo, comunque, i cinque rientrano nel "presente".. Eckels ha un soprassalto rileggendo il cartello appeso nei locali dell'agenzia:
NUI VE CUNDUCIAMO IN QUELSIESI ANNO NIL PASSATO
Eckels si sentì crollare su una sedia. Rovistò pazzamente nel fango rappreso ai suoi stivali. Ne trasse un grumo di terriccio, tremando.
-- No... No può essere... Una cosa piccola come questa!
Semisepolta nel fango, scintillante verde e oro e nera, c'era una farfalla, bellissima e morta.
-- Non una piccola cosa come questa! Non una farfalla! -- gridò Eckels.
In realtà la farfalla è il segnale di ben altro. Eckels è subito preso da un dubbio:
-- Chi... chi ha vinto le elezioni presidenziali, ieri?
L'uomo dietro la scrivania rise.
-- Sta scherzando? Lo sa maledettamente bene. Deutscher, naturalmente! Non quel dannato codardo di Keith. Abbiamo un uomo di ferro, adesso, un uomo di fegato, per Dio!
Con un effetto valanga, una variazione minima si è amplificata nel corso di sessanta milioni di anni fino a coinvolgere l'intero assetto sociopolitico. Una parabola, questa di Bradbury, che si direbbe ispirata al classico motto "non si può cogliere un fiore senza turbare una stella".
Richard Marften era uno pseudonimo di S.A. Lombino, vero nome di Evan Hunter. Nel 1954 apparve su Urania n. 64 il suo L'era del dinosauro (Danger Dinosaurus, 1954), altro dimenticatissimo romanzo. Singolarmente, anche qui -- come nel coevo Rumore di tuono -- c'era un'escursione nel Giurassico (non è detto che la fantscienza si sia accorta dei dinosauri col romanzo di Crichton e il film di Spielberg...); anche qui qualcuno innescava un evento con effetto valanga e conseguente mutamento della storia. Ma al rientro nel "presente", nella mente dei partecipanti al cronoviaggio e di tutti coloro che comunque ne erano al corrente, svaniva in breve tempo ogni memoria di quegli eventi e di quanto ad essi collegato. Del fenomeno si rendeva conto soltanto il protagonista-narratore, ultimo a conservare (ancora per poco, evidentemente) tracce mnemoniche dell'accaduto. Una insolita azione di... auto-aggiornamento della storia, per cancellare nel nostro universo una contraddizione non sostenibile.
7 - Quadrature del cerchio
7.1 Rimontare il film della Storia
Nel romanzo
La fine dell'Eternità (
The End of Eternity, 1955; varie edizioni),
Isaac Asimov presentava una infinita serie di escursioni temporali con vistose manomissioni della realtà senza provocare, sostanzialmente, alcun paradosso. Com'era possibile?
Occorre aprire una parentesi e soffermarsi su un concetto ricorrente nella storia della nostra cultura, secondo il quale passato, presente e futuro esisterebbero "contemporaneamente" (il che ha strette analogie con l'antica idea di "eternità"). Eppure, il tempo non è -- come ha scritto ironicamente il fisico John Archibald Wheeler -- proprio "quella cosa che consente agli eventi di non accadere tutti insieme"?
La verità -- senza volersi addentrare in questioni sottili e irrisolte -- è che la concezione corrente di "tempo lineare" del mondo occidentale è solo una fra le tante. Differenti popolazioni (in Oriente, in Australia e altrove) vivono o hanno vissuto la durata del tempo in modo diverso. C'è il tempo ciclico degli antichi; l'eterno presente degli aborigeni australiani; il tempo del sogno; quello del nirvana; lo strano tempo degli eventi sub-atomici; quello dei nuovi media, con cui l'uomo si sforza di gareggiare. E c'è lo spaziotempo minkowskiano e della relatività, che dissolve l'illusione di eventi che accadono in una sequenza ordinata valida per l'intero universo. Il "nostro" tempo è simile più a una pellicola cinematografica, dove tutti i singoli accadimenti (i fotogrammi) sono logicamente ordinati e compresenti, anche se di ciò potrebbe avere cognizione completa solo chi riuscisse a portarsene all'esterno.
In verità, si tratta pur sempre di un'ipotesi operativa come tante. E' chiaro che i fatti accadono distintamente, è chiaro che esistono una entropia e una freccia del tempo; ma quel "senso" dello scorrere del tempo che avvertiamo nella nostra mente, è di per sé una dimostrazione dell'esistenza del tempo?
Non lo è affatto, giacché non da ora la scienza si chiede se non si tratti solo di una nostra suggestione. Tempo come illusione psichica soggettiva? Alcuni fisici, tra cui Roger Penrose, hanno studiato il problema e cercato le radici di tale "illusione" nella stessa attività del cervello, ipotizzando che essa sia, in parte, irriducibilmente quantistico-meccanica. Chiarire le origini di questo misterioso "fluire" potrebbe aiutarci a svelare il maggiore dei misteri, la natura dell'io. Come si intuisce, l'argomento "tempo" non smette di sollecitare ipotesi, dacché se ne occupò autorevolmente Sant'Agostino (il quale commentò fra l'altro: "Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so"). Ma si direbbe che la verità sia ancora lontana. Forse, semplicemente, coesistono più tipi di tempo, e scorrono a velocità diverse.
Ad ogni modo -- per rientrare nelle righe -- cade a proposito il romanzo
La fine dell'Eternità, giacché in esso Asimov immaginava appunto una organizzazione creata dagli uomini (l'Eternità, nel titolo) in pratica onnipotente, situata al di fuori dell'ordinario dipanarsi del tempo, benché gli uomini che la componevano (gli Eterni) vivessero biologicamente una normale esistenza. Il vantaggio era che, stando nella Eternità, si poteva osservare dal di fuori l'intero spaziotempo, o continuum quadrimensionale, quasi fosse un film: dagli inizi della storia al più lontano futuro.
Ed ecco come Asimov illustrava acutamente il procedimento basilare con cui gli Eterni modificavano la Storia: essi dovevano ottenere conseguire il MRO (Massimo Risultato Ottenibile) intervenendo mediante un MMN (Mutamento Minimo Necessario). Insomma, alterare un dettaglio-chiave apparentemente insignificante dei fatti quotidiani doveva condurre negli anni, per uno studiato processo di concatenazioni, alle conseguenze auspicate. Era un'arte vera e propria, questa attività degli Eterni:
Noi lavoriamo per elaborare tutti i dettagli di tutti i tempi, e cerchiamo di ricavarne ogni distinta possibilità per scoprire ciò che sarebbe potuto essere e scegliere, tra i mondi che ne sarebbero derivati, quello migliore, e sostituire il mondo da noi scelto a quello attuale. E poi dobbiamo decidere in quale preciso momento del Tempo possiamo fare un Mutamento Minimo Necessario, per realizzare l'alternativa migliore.
Naturalmente, nessun essere umano che viva nel flusso ordinario del tempo potrebbe mai accorgersi del mutamento di realtà. La mente cambia, come la materia, e solo gli Eterni possono restare fuori da questo continuo divenire, e osservare il Mutamento.
Il MMN, secondo Asimov, obbedirebbe anche a quell'universale principio di economia che è uno dei cardini della stessa Natura.
Dopo aver costruito il suo affascinante castello logico, Asimov comincia a scoprire le carte. Il vero gioco, infatti, consiste nel far nascere nel lettore un dilemma: i Tecnici dell'Eternità manipolano la storia all'insaputa dell'umanità, sia pure operando con l'esclusivo fine di garantire al maggior numero di persone il massimo benessere con i minori rischi. Ma sarebbe eticamente accettabile questa costante azione di "miglioramento" della realtà?
Su questo pare non abbia dubbi il protagonista del romanzo, il Tecnico Andrew Harlan, che subito dopo aver effettuato un MMN che eviterà un conflitto di proporzioni planetarie riconsidera le giustificazioni del suo operato:
Non era stato un buon risultato? Che importava se per ottenerlo si erano dovute alterare alcune personalità umane e cancellare altre che non sarebbero più nate? Le nuove personalità erano umane, come le precedenti. Se alcune vite erano state abbreviate, molte erano state allungate e rese più felici. Un capolavoro letterario non sarebbe mai stato scritto nella nuova Realtà. Ma copie di quell'opera erano state conservate nelle biblioteche dell'Eternità. E non era forse vero che nuove opere dell'ingegno erano apparse, nella Realtà nuova?
La fine dell'Eternità resta a mio avviso, nonostante i suoi difetti, uno dei capisaldi della narrativa di fantascienza. Il mio excursus tendeva a evidenziare la presenza di alcune valenze etiche, dal momento che qui si trovano a confronto due concezioni esistenziali in antitesi. Da un lato, la tranquilla sicurezza di un'autocensura indolore (operata da quei sorveglianti-semidei che sono gli Eterni); dall'altro i rischi e gli inevitabili affanni -- ma anche le soddisfazioni -- di una piena autodeterminazione dell'uomo. E infatti, nel finale, Harlan entrerà in contatto con un gruppo di individui convinti della necessità che l'umanità operi le sue scelte senza invisibili tutori. Per attuare tale intento, questi individui riusciranno -- tramite Harlan -- ad effettuare il Mutamento Minimo Necessario per eccellenza: quello che renderà impossibile la realizzazione della stessa Eternità.
A questo punto resta da dire perché La fine dell'Eternità riesca in una sorta di quadratura del cerchio, descrivendoci colossali manomissioni temporali del mondo senza provocare paradossi. La risposta è ormai evidente: gli Eterni -- praticamente semidei -- sono al di fuori della nostra realtà, e "tagliano e incollano" (per usare una metafora del computer) a loro piacimento i fotogrammi di quello sterminato film che è la Storia. A questo punto, gli eventi che accadono sulla Terra vengono a perdere ogni nesso di causa/effetto: sono tutti emanazioni del potere degli Eterni, la cui unica preoccupazione è, ovviamente, conservare una sequenza logica dei "fotogrammi".
Sotto questo aspetto, siamo a un modo elegante e radicale per eludere, anziché risolvere, i paradossi.
7.2 "Censore cosmico": sì, forse, anzi no
Il problemi connessi con i cronoviaggi sono tali, che l'astrofisico inglese
Stephen Hawking nel 1992 propose una sorta di "crono-protezione", secondo la quale l'universo troverebbe sempre il modo di evitare "naturalmente" che si verifichino eventi "paradossali". Se ciò fosse vero, cunicoli, buchi neri,
wormholes, CTC (curve temporali chiuse), e quant'altro si possa immaginare al riguardo, ci sarebbero preclusi.
Secondo Davies "non c'è accordo [tra gli studiosi] sulla validità della crono-protezione e, nel caso sia valida, se sia compresa nella fisica esistente o se richieda qualcosa di nuovo". L'idea comunque è condivisa da molti. Renato Giovannoli riporta la seguente opinione rilasciata in un'intervista dal già menzionato fisico Frank Tipler:
L'universo deve essere coerente con se stesso, e impedirebbe questo paradosso. Come, non so. Il sole esplode... una galassia s'incazza... il cronoviaggiatore muore. Sennò, se l'universo vi lascia fare, è perché è sicuro che non modificherete il passato a partire dal futuro.
Altri teorici utilizzano, contro la possibilità dei viaggi nel tempo, la seguente argomentazione: essi non sono fattibili, altrimenti avremmo già le visite dei nostri discendenti. (Notiamo, en passant, che da idea bislacca e trasgressiva frequentata solo nelle pagine di vecchi e popolari pulp, il cronoviaggio è divenuto fecondo oggetto di discussione ai massimi livelli, quasi ideale banco di prova delle intuizioni di molti scienziati). Nel 1954 Sam Merwin jr. aveva già dato, col già citato Il futuro che uccide, la sua fantasiosa risposta circa la presunta assenza di visitatori dal domani. Ad ogni modo, la maggior parte delle cronomacchine teorizzate dai fisici non permetterebbe di viaggiare in tempi antecedenti alla loro stessa costruzione: l'assenza dei nostri illustri posteri non sarebbe, pertanto, una prova ragionevole. Scrive Davies al riguardo: "Solo se una antica civiltà aliena ci facesse dono di una vecchia macchina del tempo, o se la natura avesse spontaneamente creato nel passato remoto il cunicolo spaziotemporale necessario, potremmo visitare epoche che precedono la nostra".
L'idea di Hawking d'una sorta di censore cosmico a tutela... dell'ordine universale, risulta, a mio modestissimo parere, scientificamente alquanto elusiva e macchinosa; tuttavia essa è stata espressa in moltissime storie. Infatti dal mero punto di vista narrativo (il quale ultimo funziona secondo altri meccanismi) il tema può prestarsi a interessanti esiti, almeno per un motivo: esso può rappresentare la inutilità degli sforzi dell'uomo per cambiare il proprio destino. E alzi la mano chi, nella propria vita, in molti momenti non ha avuto la netta sensazione di remare controcorrente...
Nel romanzo
Ora Zero (
Zero Hour, 1953; Mondadori, 1956), lo scrittore inglese
Vargo Statten (alias John Russell Fearn) narra di una aggeggio, la Scrutatrice, capace di osservare nel futuro di ogni individuo, e quindi scoprirne anche l'esatta data di morte (la Scrutatrice non è una cronomacchina; ma come già detto, gli effetti di informazioni provenienti o ricavate dal futuro equivalgono, di fatto, a uno spostamento nel tempo). L'invenzione viene sperimentata su una cavia a pagamento, Gordon Feyer, un giovane disoccupato. Costui saprà così di avere a disposizione solo 13 anni di vita, e che morirà in particolari circostanze, mentre è in viaggio su un treno, alle ore 23,03. Il resto del romanzo è la storia degli angoscianti e spasmodici tentativi di Feyer per indirizzare la sua vita in modo che la "profezia" non si avveri. Una serie di malintesi, di incidenti, eventi beffardi, congiureranno in modo da far cadere il personaggio al centro della rete tesagli dal destino (dal "censore"?), nella precisa situazione tanto aborrita: su un treno, all'ora "zero", proprio quando egli aveva ormai tirato un sospirone di sollievo, convinto di essere completamente sfuggito all'evento.
Questa storia, scritta mezzo secolo fa, in realtà non brillava stilisticamente, tuttavia conteneva elementi che oggi risultano ancora più attuali di allora. Anzitutto perché le cavie a pagamento sono ormai una realtà acclarata; poi per la recente scoperta dei "telomeri", e per la ventilata commercializzazione di kit fai-da-te per prevedere la data della propria morte...
Ora Zero, e tante altre storie (magari fantascientificamente più ortodosse) sul viaggio nel tempo con "censore", pongono tuttavia -- com'è intuibile -- una limitazione inaccettabile sul libero arbitrio: la storia dell'individuo "non può" essere già data.
Ha scritto ancora Paul Davies:
Le leggi dell'universo devono descrivere una realtà coerente. I viaggi nel tempo, se conducono inevitabilmente a un paradosso irrisolvibile, non possono essere consentiti all'interno delle leggi fisiche. Se dovessimo scoprire che le migliori teorie attuali permettono di viaggiare nel passato, benché in circostanze estremamente artificiose e irrealistiche, allora tali teorie dovrebbero destare in noi sospetti.
Il paradosso viene aggirato se gli anelli causali sono coerenti. In questo caso, le azioni del viaggiatore nel tempo sarebbero già incorporate nell'intreccio deterministico che lega passato e presente. Il viaggiatore che schiaccia uno scarafaggio e modifica l'evoluzione, lo fa in modo tale da produrre esattamente le circostanze biologiche del mondo da cui proviene. Ma uccidere nonni... è fuori discussione.
Questo sembrerebbe porre forti restrizioni al libero arbitrio, ma non sembra esservi nulla di discutibile da un punto di vista logico, riguardo alla possibilità di anelli causali che uniscano in maniera coerente passato e futuro.
Come dire insomma: viaggio sì, ma... con giudizio.
Un recente racconto di Paul Levinson, Niente fuori posto (Loose Ends, 1998; in Strani universi, Nord, 1998) esemplifica una soluzione alternativa e più... diplomatica al "censore" di Hawking. Jeff Harris è un uomo del 2084. Viene spedito nel 1985, pochi mesi prima della nota catastrofe del Challenger, il quale come si ricorderà esplose circa un minuto dopo il lancio dal Kennedy Space Center, uccidendo i sette astronauti. La missione di Harris è prevenire il disastro: il che salverebbe alcune vite umane ed eviterebbe la lunga battuta di arresto che, è noto, subirono i progetti spaziali conseguentemente all'evento. Senonché tutto sembra andargli storto: invece di approdare nel 1985 si materializza nel 1963, il giorno prima che uccidano John Fitzgerald Kennedy a Dallas. Bloccato in un tempo che non è il suo, Jeff decide che almeno cercherà di agire per salvare il presidente. Tuttavia qualcuno attenta alla sua vita, per cui non può recarsi a Dallas. La narrazione prosegue con una lunga -- a volte tediosa -- serie di eventi, tutti in contrasto con le iniziative di Jeff per modificare gli avvenimenti. Nel finale le cose sembrano chiarirsi:
-- In realtà sono convinta che qualcosa all'interno della storia resiste a ogni tentativo di cambiamento -- disse Laura.
Jeff rispose: -- L'ipotesi di Hawking sulla "crono-protezione"? Ma Thorne e i suoi colleghi ritenevano di averla confutata, anche se devo ammettere che le loro argomentazioni matematiche erano incomprensibili, per me.
-- Confutata in teoria... ammesso che esistano sequenze temporali intatte, prive di interferenze causali. Ma in pratica non esistono sequenze intatte, specie nel caso di eventi che coinvolgono tanta gente, come può accadere nel delitti di risonanza storica -- disse Laura riferendosi a John Kennedy. -- I tentativi di modificarli o falliscono del tutto o cambiano gli avvenimenti solo in parte o, può sembrare un'ironia, possono perfino creare le stesse cause scatenanti.
Jeff riandò con la mente alle immagini del Challenger: -- E' così frustrante. Trovarsi in quest'epoca, e non poter fare niente per evitare il disastro. Voglio dire, dal '63 al 1985 abbiamo quasi venti anni per preparare un possibile intervento, forse possiamo fare qualcosa, una minuzia che non scuoterà troppo la barca, ma che sia sufficiente a scongiurare il disastro... o almeno gli effetti peggiori.
In queste ultime parole sembra manifestarsi tra le righe l'idea, peraltro già sfruttata nella fantascienza dei viaggi nel tempo, secondo la quale sarebbe (statisticamente) difficile alterare il corso di eventi storici che abbiano motivazioni forti, che cioè "coinvolgano tanta gente"; mentre sarebbe possibile modificare altri avvenimenti tramite "minuzie che non scuotano troppo la barca", il cui limitato effetto-valanga riesca insomma a essere assorbito in qualche modo dal contesto. Idea che probabilmente si ricollega -- in tema di libero arbitrio -- alla versione "soft" del determinismo, la quale infatti presuppone appunto che solo sequenze storiche "forti" siano sovradeterminate in modo ferreo. La prima guerra mondiale nacque perché il 28 giugno del 1914 lo studente nazionalista Princip assassinò l'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo? Forse. Ma è chiaro, il conflitto attendeva solo un pretesto per scoppiare: si ritiene che difficilmente fermare la mano di Princip avrebbe potuto evitare la guerra.
7.3 Universi paralleli? No, grazie: "multiverso"
Meccanica quantistica e universi paralleli: il riferimento è a quella interpretazione che viene definita "a molti universi", teorizzata nel 1957 dal fisico
Hugh Everett III. La realtà, cioè, consterebbe di una serie di universi, uniti tra loro a formare il "multiverso". Per ciascun istante in cui un neutrone potrebbe decadere, insomma,
esiste un universo in cui davvero esso decade in quell'istante. L'interpretazione di Everett, ripresa e ampliata da altri, è tuttora oggetto di dibattito; ma se essa fosse vera non esisterebbe -- ecco il punto -- alcun paradosso del nonno.
Gli universi non possono essere in realtà "paralleli" e separati; essi -- per Everett -- devono essere convoluti e collegati strettamente tra loro, formando un unico spaziotempo. Allora, il signor Rossi può.... uccidere il povero nonno? Purtroppo sì. Rossi è nato in un universo A che egli, per il solo fatto di viaggiare (indietro) nel tempo, lascia fisicamente. In questo universo A, suo nonno non ha mai ricevuto la sua visita. Rossi approda nel passato di un adiacente universo B, fino a quel momento identico ad A, ma da quel punto in poi diverso per la nuova presenza dello stesso signor Rossi; se qui egli sopprimesse l'amabile vecchietto indifeso, non nascerebbe mai un Rossi B. Questa soluzione, da decenni ben nota nella fantascienza e nelle speculazioni di alcuni filosofi, è quindi ora espressa da teorie fisiche. Sull'argomento hanno scritto David Deutsch e Michael Lockwood (
op. cit.):
[Simili affermazioni] sono il risultato dell'impiego della meccanica quantistica standard per calcolare il comportamento di circuiti logici simili a quelli che vengono usati nei calcolatori, con l'unica supposizione ulteriore che l'informazione possa viaggiare attraverso CTC (curve temporali chiuse). In questo modello al calcolatore, i crononauti vengono "trattati" in maniera analoga a pacchetti di informazione (...)
La nostra conclusione è che, se il viaggio nel tempo è impossibile, allora il motivo per cui lo è deve ancora essere scoperto (...) Se l'ipotesi del "multiverso" fosse vera (e in cosmologia quantistica e teoria quantistica della computazione non si conosce alcuna alternativa valida a questa ipotesi) allora tutte le obiezioni classiche al viaggio nel tempo dipenderebbero da modelli erronei della realtà fisica. Perciò chiunque voglia ancora respingere l'idea del viaggio nel tempo sarà costretto a escogitare argomentazioni scientifiche o filosofiche del tutto nuove.
Indubbiamente una presa di posizione coraggiosa e provocatoria. Per la cronaca notiamo che una delle primissime storie in cui fu espressa l'idea di universi adiacenti, interferenti tra loro, si deve a Murray Leinster: il romanzo breve Bivi nel tempo (Sideways in Time, 1934; Urania n. 52, 1954). Non si contano, ovviamente, le altre opere sul tema.
8 - Ma a che serve una Macchina del Tempo?
Giunti all'epilogo, sorge una domanda. Realizzare davvero una cronomacchina -- un marchingegno tanto sognato, così paradossale e chiacchierato, in effetti magico, archetipico, totalizzante, probabilmente pericoloso, costosissimo -- non avrebbe alcun senso pratico, se all'uomo non ne derivassero almeno i seguenti vantaggi:
potere e/o
felicità. Credo che su questo punto si possa essere d'accordo.
Per finire propongo quindi due storie che appunto ci raccontano, rispettivamente, di "potere" e di "felicità". Premetto però che ce lo raccontano a modo loro. Premetto ancora che le storie saranno atipiche e a loro modo paradossali. Ma non insisterò ancora con astruse tipologie (e topologie) che alla prova dei fatti potrebbero lasciare il tempo (è il caso di dire) che trovano; questi due racconti, diversissimi fra loro, vogliono parlare di fatti, non di teorie.
La prima storia è brevissima e praticamente sconosciuta. La si deve alla penna di
Marion Gross: autrice rigorosamente ignota e che, per quanto a me consta, in Italia non ha pubblicato nient'altro, almeno di fantascienza. Titolo:
La buona massaia (
The Good Provider, 1952; in
L'altare a mezzanotte, SFBC, 1965).
La prima scena vede Minnie Leggety che si ritira per il sentiero, verso casa:
-- Ehi, papà, cosa fai qui fuori? Prendi un po' d'aria? -- Minnie sedette accanto a Omar sul gradino, e depose il sacchetto di carta che aveva portato. Un sacchetto così piccolo, ma aveva assorbito quasi tutto il denaro destinato alla spesa di quella settimana! -- Che c'è, papà? -- gli chiese ancora.
Il vecchio scosse il capo con tristezza. -- Minnie, sono un fallito. Dopo tutto quello che ti ho promesso... Quella macchina non va. Non funziona bene.
Minnie non aveva mai pensato che avrebbe funzionato. Non sembrava possibile che un corpo potesse andare avanti e indietro senza scopo. Disse, per calmarlo: -- Non ne sono sicura ma credo sia meglio così, papà.. Sono certa che io avrei avuto il mal d'aria, o il mal di tempo, o quello che è. Su cosa lavorerai, adesso che hai rinunciato alla macchina del tempo? -- chiese con ansia.
Il vecchio non sa su cosa lavorerà. Non può riutilizzare quei pezzi per costruire un televisore, perché ignora come sia fatto un televisore. Tra l'altro, la macchina del tempo di Omar ingombra tutta la cantina, dove ci sono già la caldaia, i sacchi di carbone e le vasche per lavare. Omar dice:
-- Ora lo vedi: ho montato questo ordigno perché noi ci potessimo muovere avanti e indietro nel tempo e nello spazio... Pensavo che avremmo potuto visitare tanti posti, assistere a tanti avvenimenti importanti, e avere una vecchiaia confortevole.
-- Non so se mi sarebbe piaciuto, papà. Non credo che saprei cavarmela con tutti quegli stranieri, e con le loro lingue, abitudini e tutto il resto.
Senonché più tardi, riprovando, la macchina entra in funzione. Ma Omar spiega:
-- Solo che comunque vengano regolati i controlli del tempo, il risultato è sempre lo stesso! Mi porta sempre all'incrocio delle strade Main e Center, proprio di fronte alla macelleria di Purdey.
-- E cosa c'è che non va? Questo potrebbe essere molto comodo.
-- Non capisci! Non è adesso che io arrivo lì, ma vent'anni fa. Soltanto là. E io ho già vissuto abbastanza la Depressione per aver voglia di tornare a guardare gente che vende solo mele.. E dura solo venti minuti, poi bam!, sei di nuovo nella cantina.
Mentre Omar parlava, Minnie era diventata pensierosa: non era significativo che perfino un uomo in gamba come papà, che aveva costruito una macchina di quelle, non avesse una sola oncia di praticità nelle sue centoquarantotto libbre?
Nella scena conclusiva, si vede Minnie sbucare dal nulla all'incrocio tra la Main e la Center Street. Guardandosi incerta intorno, si dirige verso la macelleria di Purdey.
-- Vorrei una bella bistecca -- disse esitando. Quanto costa?
-- Quarantacinque centesimi la libbra -- disse Purdey con l'aria di chi si attende un rifiuto.
-- La prendo. E anche sei polpette di agnello. Può fare in fretta, per piacere? Ho pochissimo tempo a disposizione. Voglio anche una costata per domenica, ma per questa ripasserò.
-- E' da poco in città?
-- Si potrebbe dire proprio così -- rispose Minnie.
Poco dopo la donna uscì. Purdey esclamò: -- Come pensavo, questo dimostra che c'è ancora denaro in circolazione. Due dollari, e non ha neanche battuto ciglio!
Dobbiamo la seconda storia, più corposa della prima, all'estro inesausto del diabolico vecchietto della fantascienza americana, Raphael Aloysius Lafferty. Un gigante della letteratura, tout court, purtroppo caduto in oblio da alcuni anni. Le ultime notizie raccolte sul suo conto informavano che Raphael, ormai avanti in età, trascina i suoi ultimi giorni in una casa di riposo, insomma un ospizio. Una situazione che chiama davvero vendetta. L'unico risarcimento che -- nel mio piccolo -- posso offrire in questa sede a Lafferty, è gridare a squarciagola che ha scritto tante storie originalissime, tra le migliori di tutta la fantascienza; e che il racconto che segue, Rainbird (1962; su Robot n. 31, 1972) è, forse, il più bello in assoluto nel suo genere. Quale genere, qualcuno si chiederà. Ma dovrebbe essere evidente! Quello dei viaggi nel tempo...
(Rainbird è anche un uccello, il picchio verde).
Se i primati scientifici venissero idealmente catalogati, il nome dell'inventore yankee Higgston Rainbird sarebbe sicuramente al primo posto. Eppure oggi egli è ricordato, e solo da pochi specialisti, per un miglioramento al mantice da fabbro nel 1785, una modifica al vomere degli aratri nel 1805, per un metodo migliore per terzaruolare la vela latina, una grattugia di spezie con un nuovo congegno di sicurezza, e una padella per caldarroste. E' conosciuto per questi meriti, e nient'altro.
Ma la gloria di cui è stato privato dalla storia, o di cui si è privato da solo, è diversa. E' senza paragone, è assolutamente unica.
Dopo questa presentazione del protagonista, scopriamo che il giovane brillante inventore Rainbird ha un'altra grande passione, la caccia con il falcone. Questa attività gli consente di starsene molte ore sulla Devil's Head Mountain, osservando il mondo dall'alto, al di sopra delle nubi.
Un giorno, dopo aver lanciato come al solito il falcone nel cielo, Rainbird pensa che un uomo non può avere tutto; per cui depone a malincuore il falco e decide di dedicarsi al suo "scintillatore", sorprendente ma poco pratica invenzione che però, dopo alcuni anni, lo porterà a costruire qualcosa di molto diverso: un "retrogressore". Questo non è che un abbozzo ottocentesco della cronomacchina. Tuttavia Rainbird quasi non se ne cura più, assorbito da altre invenzioni meno affascinanti però molto più pratiche, che gli procurano una certa fama e una discreta ricchezza.
Ma, giunto al termine della propria vita, Rainbird è assalito dal rimpianto di non aver realizzato tutto ciò che avrebbe potuto realizzare. Come rimediare? Scocca il lampo di genio: rimette mano al retrogressore, lo completa e lo impiega per materializzarsi "indietro di sessantacinque anni e più in alto di ottocento metri".
E rieccoci alla scena del giovane Rainbird sul cocuzzolo del monte. Il falcone torna e porta nel becco un piccione.
-- E' divertente -- disse il vecchio -- ma il piccione è coriaceo, e tu hai un sacco di cose da fare. Siediti ad ascoltare, Higgston.
-- Come fa a sapere che l'uccello è coriaceo? E in nome della pepaiuola del diavolo, come fa a sapere che il mio nome è Higgston? E come sapeva che sono quassù?
-- Io ho mangiato quel piccione, e ricordo che era coriaceo. Sono semplicemente un vecchio che vuole spiegarti alcune cose che devi evitare nella vita.
Il vecchio Rainbird fornisce al giovane Rainbird preziosi suggerimenti per accelerare e migliorare le invenzioni che farà. "E ora incappuccia il falco, rientra e mettiti al lavoro": così si congeda il vecchio.
Il giovane ha ascoltato con molto interesse, e fa tesoro dei consigli ricevuti. Nel corso della sua vita realizza invenzioni di gran lunga più sorprendenti dell'altro Rainbird. Costruisce dighe, ottiene energia idroelettrica, inventa la lampadina nel 1783:
Nel 1787 guidò la sua prima automobile a carbonella, passò a un distillato di olio di balena nel 1789, e usò autentico olio minerale nel 1790. La sua prima locomotiva diesel venne collaudata nel 1796. Il 1799 rivelò una nidiata di nuove invenzioni: telegrafia senza fili, riproduzioni teatrali mobili e sonore, una macchina per trasformare la voce umana in stampa, e nella primavera del nuovo anno fece volare un oggetto più pesante dell'aria. Costruì un razzo che poteva portare merci in Inghilterra in tredici minuti per sette centesimi al mezzo quintale. Scoprì la fissione nucleare e i suoi usi energetici nel 1813. Costruì una macchina pensante per risolvere i problemi che era troppo occupato per risolvere; nel 1821 colpì la Luna con un bersaglio. Il suo piano per la Semplificazione ed Eventuale Eliminazione del Governo venne adottato nel 1840; ebbe un parziale successo con la telepatia. Lavorò per l'immortalità corporea e l'apoteosi dell'uomo, quell'animale intrattabile. E costruì un retrogressore.
Ma giunto alla vecchiaia, spinto dall'acuto rimorso di non aver fatto meglio e di più, torna a sua volta nel passato e "ottocento metri più in altro".. Avvicina quindi il Rainbird giovane, e gli fornisce ulteriori e più preziosi suggerimenti, affinchè riesca almeno lui a raggiungere i traguardi che i limiti dell'età ormai gli precludono.
-- Prestami attenzione per qualche ora. Ci vorrà tutta la tua notevole intelligenza -- disse il vecchio.
-- Poche ore ancora, e un pomeriggio perfetto per cacciare sarà finito. Forse questo è il pomeriggio migliore che sia mai stato fatto.
-- Anch'io una volta l'ho pensato, ma ci ho rinunciato, da uomo. E tu devi fare lo stesso, ragazzo.
-- Lasciami lanciare il falco un'altra volta e ti ascolterò mentre è via.
-- Mi ascolterai a metà, perché la tua mente è lassù col falco!
Il vecchio Rainbird è intristito dall'atteggiamento del giovane, tuttavia, mentre il falco va su e giù portando alcune prede, elargisce al giovane tutto il meglio del suo sapere e della sua esperienza.
Il falco ridiscese, portando un picchio verde.
-- Nessuno rinuncia volentieri al piacere -- ammise alla fine il vecchio -- e c'è sempre la sensazione insinuante che lo scambio non sia stato vantaggioso. Questa è una delle cose che ho perso: non lancio un falco da sessantacinque anni. Lascialo lanciare a me, stavolta.
-- Sai come fare?
-- Sono esperto. E una volta avevo intenzione di perfezionare un nuovo tipo di guanto per falconiere.
-- Anch'io ho un'idea per un guanto migliore, vecchio.
-- So qual è la tua idea. Realizzala.
-- Lancialo, se vuoi.
E il vecchio Higgston lanciò il falchetto attraverso le nubi scintillanti, mentre lui e il giovane Higgston guardavano dalla cima del mondo. Poi, improvvisamente il giovane Rainbird si accorse di essere solo sul cocuzzolo della Devil Head's Mountain.
-- Chissà dov'è andato... Vorrei aver prestato più attenzione a ciò che diceva sulle invenzioni che dovrei realizzare, ma l'ha messa giù un po' complicata. Be', continuerò qui finché farà scuro, e domenica se avrò più tempo forse lavorerò alla padella da caldarroste.
Higgston Rainbird visse una vita lunga e soddisfacente. Nel vicinato rimase noto come falconiere e fantino, per tutta la vita, ma come inventore era conosciuto fino a Boston. Ed è ancora conosciuto, presso gli specialisti, per aver contribuito allo sviluppo del vomere dell'aratro, per la sua grattugia per spezie "Impareggiabile", e per il cuneo per tronchi detto "Artiglio del Diavolo".