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di Maurizio Nati

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Aspettando il passato

Philip K. Dick
Il tema del viaggio nel tempo, classico in fantascienza da oltre un secolo, anzi, a ben riflettere, uno dei più antichi, almeno da quando il genere ha assunto una sua fisionomia ben definita (o, se si preferisce, dalla pubblicazione di Time Machine di H. G. Wells), è stranamente poco presente nell'opera di Philip K. Dick. Un solo romanzo (Il dottor Futuro, Dr. Futurity, 1960) e un solo racconto (Temponauti, A Little Something for Us Tempunauts, 1974) possono considerarsi come espressioni ortodosse del tema: il primo, peraltro opera minore - "worthless" (indegna), la definisce lo stesso Dick, e Sutin, uno dei suoi biografi rincara la dose, sottolineando come appartenga a uno dei momenti in cui Dick aveva meno interesse per la sf - e scritta dietro candida ammissione dell'autore per semplice bisogno di denaro, è un tentativo nemmeno troppo riuscito di rifarsi alle trame frenetiche e alle atmosfere rutilanti del van Vogt meno ispirato, con il protagonista scagliato avanti e indietro nel tempo a gestire un intreccio complesso, ma risolto dall'autore con discreta disinvoltura. Il gioco dei paradossi temporali è sufficientemente intrigante da consentire una lettura a volte piacevole, ma per il resto la trama è piuttosto convenzionale, la trattazione dei personaggi epidermica e la tecnica narrativa palesemente affrettata. Il secondo è invece un doloroso apologo sul dramma di un gruppo di temponauti intrappolati in un anello temporale chiuso, che li porta a rivivere ciclicamente la stessa situazione in una sorta di non-vita senza prospettive. Appartiene fra l'altro a un periodo difficile della vita di Dick, e si sente.

I simulacri
C'è un excursus nel tema anche in I simulacri (The Simulacra, 1964), dove è stata inventata una macchina del tempo (dal funzionamento che Dick non si degna naturalmente di precisare) che consente di trascinare nel futuro dalla Germania nazista nientemeno che Hermann Göring, in un tentativo di manipolare a ritroso il passato che poi non andrà a buon fine. In una manciata di racconti si accenna poi in modo più o meno fugace a viaggi nel tempo, ma senza che lo spunto diventi mai elemento centrale della narrazione.
Singolare, infine, l'idea del tempo che regredisce, alla base di Ritorno dall'aldilà (Counter-Clock World, 1967), più o meno coevo a Now Wait e ad esso affine per umore; l'idea di base verrà successivamente ripresa e modificata, con ben altri risultati, in Ubik (Ubik, 1969).
Perché Dick abbia così poco sfruttato questo tema così affascinante è difficile a dire: posso azzardare che fosse poco attratto dalla dinamica stessa del meccanismo insito nel viaggio nel tempo, che comporta necessariamente una forte attenzione a tutti gli aspetti della storia onde evitare incongruenze logiche. E' ben noto che Dick, invece, amava raccontare senza canovacci precisi in mente, abbandonandosi all'invenzione del momento sulla base di una struttura generale e di una serie di appunti manoscritti. O forse il tema mal si adattava a un autore che privilegiava sempre l'analisi psicologica e l'estrapolazione fantastica, più che la logica e la sequenzialità narrativa.

Ubik
Sta di fatto, comunque, che nel 1966, quasi al culmine di un fecondo settennio durante il quale scrisse e pubblicò alcune fra le sue opere più significative - cominciando con The Man in The High Castle (1962) e finendo con Do Androids Dream of Electric Sheep? (1968) e Ubik (1969) - Dick affrontò il tema del viaggio nel tempo in un romanzo di buon livello, generalmente non troppo considerato dalla critica, ma per me di grande originalità e forte partecipazione, dal titolo Illusione di potere (Now Wait for Last Year, ed. ital. Classici Urania Milano 1999)
Lo fece, naturalmente, a suo modo: cioè evitando il ricorso a qualsiasi meccanismo o tecnologia, ed optando invece per un prodotto chimico, una droga, come causa scatenante degli spostamenti nel tempo dei suoi personaggi: il JJ-180, che così viene a fare compagnia al Chew-Z, al Can-D, alla Sostanza M, insomma a tutto quel campionario di sostanze allucinogene che costellano la produzione dickiana, sempre a cavallo fra realtà e fantasia, e che scatenano la sua immaginazione.

La svastica sul Sole
Ma forse sarà il caso fare prima un accenno sia pure sommario all'intreccio, che si articola su pochi, ma significativi personaggi le cui vicende si incrociano come di consueto in una struttura complessa, ma sostanzialmente lineare.
Siamo nel 2055. La terra si è alleata con il potente Impero di Lilistar in guerra contro i Reeg, una guerra che si trascina da anni e che sta pendendo inesorabilmente dalla parte dei secondi; i lilistariani sono umanoidi, i Reeg insettoidi. Capovolgendo un luogo comune della fantascienza, verremo poi a scoprire che i primi sono sadici e perversi, i secondi molto più civili e "umani". E' anche per questo che i terrestri, sotto il comando di un singolare Segretario delle Nazioni Unite di nome Gino Molinari (alter ego di Glen Runciter e di Leo Bulero), stanno meditando di mollare Lilistar e di allearsi con i Reeg. Tutto questo, però, deve essere fatto con molta discrezione, per evitare la ritorsione, prevedibilmente spietata, dei lilistariani. Oltre a Molinari, dittatore dalla personalità sfuggente, ipocondriaco e volubile (almeno così sembra a prima vista), troviamo il dottor Eric Sweetscent, suo chirurgo personale, un uomo mite e sensibile che ha un tormentato rapporto con la moglie Katherine (uno dei non pochi personaggi letterari ispirati ad Anne Rubenstein, terza moglie di Dick), donna di successo, seppure psicotica e possessiva, che ama Eric, ma nasconde la sua fondamentale insicurezza dietro un comportamento tirannico e aggressivo, e il vecchio Virgil Ackerman, potente capo della TF&D, la multinazionale che si arricchisce con la produzione di armamenti per la guerra. C'è infine Mary Reinecke, la giovanisima amante di Molinari, l'ennesima dark-haired girl dickiana, stavolta un po' più scialba del solito.
Katherine viene indotta nel corso di una festa ad ingerire una nuova droga (il JJ-180, appunto, un'arma progettata per la guerra proprio dai lilistariani) che non solo è un allucinogeno capace di far viaggiare nel tempo, ma ha anche effetti deleteri sull'organismo. Quando se ne rende conto, la donna, per legare a sé il marito e costringerlo a trovare una cura, gliela somministra di nascosto. Eric è quindi costretto ad effettuare più di un viaggio nel tempo, ingerendo a sua volta altre capsule di JJ-180, per trovare l'antidoto che nella sua epoca non è ancora stato inventato. Nel corso di questi viaggi verrà a sapere che Molinari già conosce ed utilizza quella droga, e ne sfrutta le capacità per spostarsi non solo nel tempo, ma anche in universi alternativi, e proporre succesivi alter ego che si ammalano e guariscono, muoiono e risuscitano, nella battaglia diplomatica con lo spietato ministro di Lilistar, Frenesky, al quale Molinari non è in grado di opporsi senza rischiare il disastro per la Terra. Vale la pena di notare come Dick si sia ispirato, nel creare il personaggio di Molinari, a un Benito Mussolini rivisto e corretto (5), riproponendo in qualche modo la situazione venutasi storicamente a creare fra il duce e il suo ingombrante alleato, Alfred Hitler. Evidentemente Dick non aveva ancora smaltito del tutto le tossine di The Man in the High Castle.
Nel corso del romanzo assistiamo a più di uno spostamento temporale: il primo è proprio quello di Katherine, che si ritrova proiettata nel 1935, dove tenta invano di riportare nel futuro un manufatto per Ackerman (vedremo poi il perché). I successivi sono quelli di Eric: il primo nel 2056, un anno dopo, il secondo nel 2155, in quello che si rivela tuttavia come un futuro alternativo nel quale i Reeg, alleati con i terrestri, hanno vinto la guerra, il terzo di nuovo nel 2056, dove Eric riesce a procurarsi l'antidoto e incontra il se stesso di quell'anno, che lo consiglia su come comportarsi una volta tornato al suo tempo. In realtà Eric non riuscirà a salvare la moglie, il cui fisico è stato leso in modo irreparabile dall'assunzione precedente di droghe, né a salvare la Terra, perchè il piano suggeritogli da Eric-2056 non va a buon fine. E non sa nemmeno se il destino della Terra sarà quello visto nel 2155, oppure uno dei tanti altri possibili. Nella "sua" realtà temporale sembra che la sorte della moglie e quella della Terra volgano verso conclusioni drammatiche. Dopo un sofferto momento di sfiducia, che per poco non sfocia nel suicidio, Eric trova alla fine la forza di andare avanti. In uno dei più toccanti dialoghi dell'intera produzione dickiana, parlando con un robotaxi particolarmente sensibile, lui si rende conto che il suo destino è quello di stare accanto a Kathy, un essere umano che, se anche gli ha fatto del male, adesso soffre e ha bisogno di amore. Per quanto lo riguarda, il suo futuro è diventato fisso e immutabile.
Il viaggio nel tempo indotto dal JJ-180 non è quello canonico che conosciamo tutti. E' la sola coscienza che si sposta avanti e indietro, riportando con sé tutte le impressioni e le informazioni che è in grado di immagazzinare e memorizzare. Per di più il meccanismo disdegna il ricorso al paradosso classico: Dick non si pone mai il problema se sia effettivamente possibile modificare il presente utilizzando informazioni del futuro o trasportando oggetti dal passato, e quali effetti possa avere questa modifica. Quando Eric si sposta di cento anni nel futuro gli viene spiegato che non può riportare con sé l'antidoto, ma solo impararne a memoria la formula, per farlo quindi produrre nel suo tempo, ma non ha nessuna difficoltà ad ingerirlo lui stesso. Singolare caso di allucinazione con effetti terapeutici assai concreti. Tra l'altro non gli passa affatto per la mente che se davvero fosse riuscito a riportare indietro la formula dell'antidoto, esso dovrebbe già esistere nel suo tempo e lui non sarebbe stato costretto a viaggiare nel futuro per procurarsene la formula. Il che significa che il suo tentativo è fallito, anche se rimane in piedi l'ipotesi degli universi paralleli, che potrebbero offrire situazioni del tutto diverse, e quindi in teoria anche la soluzione al suo problema.
Inoltre Eric-2056, durante una conversazione con Eric-2055, dimostra di conoscere gli eventi dell'ultimo anno, ma sembra stranamente ignorare ciò che è successo proprio a lui, tanto è vero che, atterrito dalla prospettiva di dover convivere con una moglie che non ha speranze di guarigione, gli consiglia di lasciare Kathy, cosa che Eric-2055 invece non farà.
Dick non gioca con questi paradossi così cari ad ogni scrittore che abbia affrontato il tema del viaggio nel tempo. Si limita ad ignorarli, il più delle volte, utilizzando invece la situazione classica (l'incontro con il se stesso del futuro, o del passato) come meccanismo per stimolare l'interazione fra i personaggi e l'approfondimento psicologico dei motivi che sono alla base del loro comportamento.
C'è però un altro aspetto da prendere in considerazione, che altro non è se non una particolare forma di viaggio nel tempo, tipicamente dickiana. Virgil Ackerman, ultracentenario che sopravvive grazie a continui trapianti di organi artificiali (scopriremo addirittura che, almeno in uno degli universi paralleli futuri, è ancora vivo nel 2155, alla venerabile età di duecentotrenta anni!), sta costruendo su Marte un modello fedele fin nei minimi particolari della sua città di nascita, Washington (dove anche Dick visse per qualche tempo da bambino), così com'era nel 1935. Questa sorta di paese dei balocchi chiamato appunto Wash-35, ricreato pezzo per pezzo sulla base di ricordi e informazioni di prima e seconda mano, e corredato da reperti autentici procurati dalla stessa Katherine tramite ricerche nel campo dell'antiquariato, diventa dunque il luogo della memoria di Virgil Ackerman, e dello stesso Dick, che se ne serve per rievocare frammenti personali d'infanzia.
Abbiamo dunque un viaggio indotto dalla droga e un viaggio indotto dal ricordo, verso realtà che non esistono più o che forse non esisteranno mai, in effetti entrambi viaggi nella psiche, ma anche "forgeries", falsificazioni alle quali non si può dare credito più di tanto, almeno secondo il personalissimo concetto dickiano di realtà. Viaggiare nel tempo, in un modo o nell'altro, non fa che riproporre i problemi di sempre. Non serve a niente ricercare un'evasione nel passato o soluzioni nel futuro: prima o poi è necessario fare i conti con se stessi e con le proprie nevrosi, e non è detto che se ne debba uscire per forza sconfitti.

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