Se fra i grandi temi della fantascienza c'è sempre stato il confronto dell'uomo con il diverso, un ruolo particolare lo ha rivestito un genere molto particolare di "alieno", quello artificiale, meccanico, creato dall'uomo stesso per servirlo e aiutarlo: il robot. Dal mostro di Frankenstein a C3P0, dai robot positronici asimoviani ai replicanti di Blade Runner, l'uomo artificiale ha accompagnato il genere fantascientifico fin dagli albori. In questo speciale lo andiamo a cercare in ogni aspetto della sf, dai libri al cinema, all'arte, al fumetto.
Introduzione
Riguardando recentemente i primi sei anni di vita di
Delos mi sono accorto che non avevamo ancora trattato uno dei temi classici della fantascienza, che fin dalla nascita delle riviste di
science fiction è sempre stato un punto focale per tantissimi autori. Sto parlando della figura del
robot, una figura cresciuta nel tempo e che nella fantascienza contemporanea è più spesso presente come
androide, qualcosa di certamente molto più simile all'uomo di quanto non lo fosse stato, ad esempio, il vecchio Robby del film
Il Pianeta Proibito. Assieme ai viaggi nel tempo e nello spazio, e ai mostri dagli occhi d'insetto (i celeberrimi B.E.M.), il robot è tra i simboli primari della fantascienza. Dalla mostruosità meccanica evocatrice della "sindrome di Frankenstein" della fantascienza degli albori, in ottanta anni di storia il robot si è sempre più umanizzato, perfezionato, emancipato, e questo attraverso le opere di autori come
Eando Binder, Asimov, Harrison, Del Rey, Kuttner, Bloch, Anderson, Russell, Miller, Campbell, Aldiss, Zelazny, Williamson, Sturgeon, Dick e mille altri.
Ed eccoci quindi qui, con un argomento molto importante che cercheremo di affrontare da più punti di vista, in un momento della nostra esistenza dove la fusione tra uomo e macchina appare essere sempre più vicina se osserviamo le molte iniziative del MIT, come il
wearable computer o il
cyberanello che informa sugli oggetti puntati, ma anche altre recenti innovazioni in fase di sperimentazione come il braccio bionico, che grazie a un microchip è in grado di trasformare gli impulsi del braccio in segnali che muovono la mano. E ancora di questo passo possiamo ricordare le protesi neurali che potrebbero prevedere attacchi epiletticci, retine artificiali che sfruttano telecamere che inviano segnali al nervo ottico, innesti di materiali simili all'osso che possono ridare la voce ai muti e pompe inserite nella pancia dei diabetici in grado di percepire quanta insulina manca e iniettarla di conseguenza.. In certi casi si tratta di pura realtà, come nel caso della gamba robotica costruita dal Mit in grado di camminare normalmente, o della pelle di silicone, collagene di bue e cartilagine di squalo, che già si usa per i grandi ustionati in attesa che venga coltivata quella vera. E' di solo qualche settimana fa l'intervento chirurgico per ridare l'udito a un bambino italiano...
Per l'occasione ho riunito alcuni dei redattori di Delos cercando di identificare le aree, naturalmente nel campo della fantascienza, che dovevano essere affrontate in questo speciale. Ne é venuto fuori un lavoro articolato che prende in considerazione i robot e gli androidi nella letteratura, nel cinema e nelle illustrazioni. Abbiamo poi aperto alcune parentesi che reputo importanti, soffermandoci in maniera particolare anche sui robot e gli androidi nel fumetto e su quelli dell'universo di Gene Roddenberry e del suo immortale serial televisivo Star Trek. Insomma, possiamo finalmente dire che, anche se non in modo esaustivo, abbiamo definito una buona traccia iniziale che permetterà ai nostri lettori di apprezzare tutte le sfaccettature che la fantascienza ha saputo creare attorno a questo argomento.
Prima, però, di inoltrarci in questo viaggio facciamo un doveroso tuffo nel passato per cercare di comprendere da dove trae spunto questa affascinante tematica.
Le origini
Gli androidi che ci circondano nella
science fiction dell'ultima generazione sono talmente uguali a noi che, fin da
Blade Runner, abbiamo cominciato a far fatica a distinguerli. Non siamo più davanti a computer con le ruote o con due rozze gambe di latta, ma abbiamo di fronte perfetti esseri cibernetici che, con appositi chip emozionali, sono in tutto e per tutto uguali a noi. Prima di arrivare a questa visione dobbiamo però tornare indietro di molti anni, addirittura risalendo ai miti religiosi degli antichi egizi. Sandro Pergameno, nel suo saggio che apre l'antologia
Robotica (ed. Nord 1980), ricorda ad esempio "
Anubi, la cupa divinità egizia dei morti, il dio dall'aspetto di sciacallo, aveva la mascella sinistra mobile, e i sacerdoti che la facevano muovere parlavano con questo sistema e trasmettevano così le volontà divine. Abbiamo poi le statue di Tebe, che parlavano e muovevano le braccia; i simulacri di
Heliopolis, capaci di scendere dal loro piedistallo; e ancora le statue della tradizione orientale, che, buttate in mare, sapevano tornare a riva da sole".
Più vicine all'automa rappresentato inizialmente nella letteratura del fantastico, troviamo molta ispirazione nella mitologia greca dove, a parte un breve cenno alla storia degli Argonauti e del loro cane artificiale, la leggenda di Dedalo, passando dal mito di Efeso e da Pigmalione, il "robot" più rappresentativo è certamente quello che troviamo a Creta. Si tratta di un gigante di bronzo costruito per il re Minosse in modo da difendere l'isola. Il suo nome è
Talos ed è una figura enorme e possente che scaglia macigni nel mare ogni otto ore per difenderne le terre del suo re.
Un altro precursore del robot lo troviamo nel sedicesimo secolo ed è conosciuto come il
Golem, uomo artificiale fatto di argilla in grado di leggere le menti altrui, originariamente nato a Praga da una leggenda ebrea che pare trovare spunto a sua volta dalle leggende su
Virgilio riferite ad un arciere di bronzo capace di muoversi da solo e difendere il suo popolo e ad un serpente meccanico che mordeva la mano degli spergiuri.
Sebbene la parola Robot appaia per la prima volta in
R.U.R. (1921) di Karel Capek, nel 1816 lo scrittore tedesco
E.T.A. Hoffmann racconta la storia de
L'uomo di sabbia (The Sandman), che presenta un automa in grado di danzare da solo. Un ballerino meccanico, molto meno attraente seppur egualmente fatale appare nel 1893 per la penna di
Jerome K nella storia intitolata
The dancing partner. Nel 1844
Nathaniel Hawthorne introduce la prima farfalla meccanica nel suo racconto
The artist of the Beatiful, mentre nel 1859
Fitz-James O'Brien ci parla di manichini di legno che imitano l'uomo in
The Wondersmith. E a questo proposito dobbiamo anche menzionare il nostro
Collodi e il suo
Pinocchio, apparso nel 1883. Undici anni prima
Samuel Butler scrive
Erewon (anagramma di
nowhere), dove discute l'evoluzione meccanica e il fatto che le macchine devono evolvere coscientemente e, alla fine, prendere il sopravvento. Nel 1845,
Edgard Allan Poe, sullo sfondo di una frode da lui scoperta riferita al giocatore di scacchi meccanico inventato dal barone von Kempellen, scrisse il racconto
The Thousand-and-second tale of Sheherazade.
Muovendoci per grandi linee dobbiamo citare l'avvento del vapore che spinse
Edward F. Ellis a scrivere proprio di uomini a vapore nel suo romanzo
The Steam Man of the Prairies (1868), seguito da una brutta copia dello stesso scritta da
Luis Senarens e intitolata
Frank Reade and his new steam man (idea per altro adottata anche da
Jules Verne nel 1880 nel suo romanzo
The demon of Cawnpore).
E veniamo ai primi del '900, per l'esattezza al 1909, quando
Ambrose Bierce scrive
Moxon's Master, dove un automa prende il sopravvento sul suo creatore e lo uccide. Un plot che non può far venire in mente il
Frankenstein di Mary Shelley apparso quasi un secolo prima, nel 1818. L'idea del creato che distrugge il suo creatore diventa il concetto di base per molte storie che trattano la figura del robot.
Nel 1921 arriva
R.U.R. di
Karel Capek, autore e commediografo ceco che introduce per la prima volta, come già accennato, il neologismo "Robot" nella letteratura, finora legata ad altre terminologie. La parola Robot deriva dal Ceco "schiavo", "forzato a lavorare" e nel racconto di Capek è per la verità più un androide, che non un vero e proprio robot, visto che viene rappresentato come essere umano artificiale organico. R.U.R. significa
Rossum Universal Robots, e tratta di una rivolta dei robot lavoratori, creati su un'isola sconosciuta, che si ribellano e distruggono senza alcuna pietà la razza umana. Pian piano, da sinistre presenze, i robot e gli androidi prendono col tempo posizioni diverse, passando a ruoli più altruistici, amabili, tristemente incompresi, eticamente corretti (grazie alle famose leggi della robotica asimoviane) e i plot che ne escono sono sempre intriganti e ricchi di spunti. E a questo punto ci fermiamo qui, speso quanto basta per introdurre le origini del fenomeno robot, andiamo a vedere cosa ci ha riservato il secolo scorso attraverso libri, film e immagini. Naturalmente tenendo sempre a mente, in questo nostro percorso, i fattori di differenziazione che sono emersi nel tempo: dai primi robot, vere e proprie macchine di ferro, agli androidi (dal greco "simile all'uomo"), che -- per l'appunto -- diventano sempre più uguali all'essere umano in quanto a somiglianza e comportamento. Abbiamo anche i simulacri e i cyborg, ma secondo l'accezione più classica possiamo vedere quest'ultimi più come uomini dentro alle macchine che non viceversa. Gli androidi, invece, possono essere banalmente definiti robot fatti di carne e, sebbene possano essere programmati ad accettare ordini come i robot, i loro corpi sono basati su fattori biologici e chimici e anziché essere costruiti in fabbrica, loro hanno la facoltà di crescere e invecchiare... prima di essere "ritirati", come in certi casi ben noti.