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di Daniele Ganapini

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racconto

Radici


Giunsero alle bizzarre terre turchine e imposero i loro nomi alle terre: Torrente Hinkston, Bivio Lustig, Fiume Nero, Foresta Driscoll, Monte Peregrine e Wildertown, nomi di persone e di cose fatte dalle persone. Là dove i marziani avevano ucciso i primi uomini della Terra sorse Redtown, ed era un nome che aveva a che fare col sangue. E dove la Seconda Spedizione era stata annientata sorgeva ora Nuova Prova e in ogni altro luogo in cui gli uomini dei razzi avevano portato i loro bastimenti di fuoco a bruciare il suolo, i nomi ne erano rimasti come ceneri, così che naturalmente c'era un Colle Spender e una Nathaniel Yorktown...
Gli antichi nomi marziani erano stati nomi di acque, di venti, di colline; erano stati nomi di nevi che si dissolvevano verso il sud lungo i canali marmorei a colmare i mari vuoti. E nomi di fattucchiere, torri, obelischi sepolti, sigillati. E i razzi martellavano i nomi come colpi di maglio, frantumando i marmi in polvere di cemento, spaccando le pietre miliari di terracotta, i cippi che portavano il nome delle antiche città, tra le cui macerie grandi pilastri erano piantati con nuovi nomi: Ferrosa, Acciaia, Alluminia, Villaggio Electra, Granopoli, Frumentia, Detroit II: tutti i nomi meccanici, metallici, retorici della Terra.
E dopo che le città erano state costruite e battezzate, anche i cimiteri furono costruiti e battezzati a imitazione di quelli delle grandi città americane: Green Hill, Moss Town, Boot Hill, Bide 'a Wee; e i primi morti scesero nelle loro fosse...
(Ray Bradbury: Cronache marziane, 2004-05: L'imposizione dei nomi)

Tutte le stelle del cielo marziano avevano già un nome quando sulla Terra il Pithecantropus muoveva i primi incerti passi verso l'Homo Erectus, le città e lo spazio. Gli astronomi del pianeta Rosso guardavano con dolcezza di fratello maggiore, il pianeta Verde, e il suo gemello più lontano Giallo.
Verde era così dolce, illuminato per metà da Stella, e per l'altra metà dalla timida Candida. Ma più che agli altri, i Marziani erano affezionati a Verde: Verde risplendeva sulle notti marine delle navi-di-sabbia, scivolava sulle vele tese dal vento silenzioso, lanciando le ombre dei vascelli sulle onde quando le luci delle città andavano spegnendosi succhiate dal faro all'entrata del porto.
I Marziani, dai nomi come un esile suono sibilante (Rrr, Www, Bbb) bisbigliavano pensieri dalle loro labbra di rubino incastonate nelle maschere d'argento, e parlavano d'amore alla luce della Terra. L'astro delle guerre dimenticate cercava la dolcezza nel lontano mondo cresciuto nella crudeltà.
I Marziani: movenze leggere e frasi delicate che si stavano estinguendo...
Nessun terrestre riuscì mai a vedere i suoi "fratelli maggiori". Trovarono solo le fondamenta corrose delle loro città... Cinquecentomila anni di sabbia, vento e piogge avevano trascurato solo poche pietre sonnolente e i lastricati luminosi di alcune vie, che nascevano sulla collina per morire nel prato poche decine di metri più a valle.
Ivan Sanajvoric era nato all'ombra dei boschi dei monti Alai in Uzbekistan, a cento chilometri dall'antichissima Samarcanda. Suo padre, come suo nonno, aveva preferito rimanere là a coltivare il grano piuttosto che andare a lavorare in fabbrica: quella era terra buona, una mesopotamia tra i due Daria che scorrevano rapidi verso il loro mare privato: il lago Aral.
Nonno Cepkun aveva vissuto anche sul lago, e lavorato nelle risaie prima di venire al sud.
Ivan si era sentito stringere il cuore quando l'astroaereo per la Luna aveva lasciato la megalopoli di Tashkent, e dall'oblò lo sterminato lago si era trasformato in una fangosa pozzanghera. Secondo Contingente per Marte... i coloni di una nuova terra da conquistare. Adele era morta ormai cent'anni prima (la primavera scorsa) di parto. Ivan sentiva che nulla lo tratteneva più alla Terra se non quel gran dolore che voleva dimenticare: per il piccolo Kolka doveva esserci una nuova frontiera. Sarebbe diventato Nicolaj nei lontani campi di monti senza nome, ma alti e innevati come gli Alai.

Quando il camion si fermò in mezzo alla pianura marziana, il vento di ponente sibilava in un freddo pomeriggio di steppa. L'erba frumentizia cresceva incolta in grandi macchie. Sentii la terra morbida e sabbiosa sotto le suole di pelle... Che fortuna, cercai di persuadermi, avremo già un primo raccolto quest'anno, e senza aver seminato... Non sarà certo come il grano che raccoglieremo l'anno venturo, ma almeno il pane marziano non ci verrà a mancare. Tuttavia non ero contento, benché quella terra non fosse certo più selvaggia o ostile delle pianure asiatiche che tanto mi erano familiari; capivo che quei monti e quei fiumi non mi avrebbero aiutato al levar del sole, quando sarei sceso nei campi per conquistarmi la giornata e la vita... Se ne sarebbero rimasti là, immobili e indifferenti.
-- Su, Kolka, aiutaci a scaricare -- disse Sante, posando giù dall'abitacolo il piccolo Nicolaj. -- Tira giù i conigli!
-- Ehi, Ivan, sbrigati anche tu a darci una mano -- gridò Priamo dall'altra parte del camion, mentre la vacca nasava con diffidenza l'aria senza decidersi a scendere.
-- Ecco -- pensai -- anche lei lo sente... Vengo!
Kolka teneva in braccio Vassilj, il cucciolo di pastore scozzese che gli avevo promesso appena arrivati su Marte. Com'è cresciuto: l'attesa sulla Terra, il viaggio eterno oltre la Luna, la nuova attesa per la concessione dei terreni a Martian-Scalo... Mio piccolo Nicolaj, hai quasi cinque anni e non sai che cosa sia una madre. E non conosci neppure la Terra dove sei nato. Tu sei nato qui.
-- Uh, quanti gattini -- gridò Kolka -- di chi sono?
-- Me li ha fatti la gatta venti giorni fa. -- Priamo ne prese uno per la collottola. -- Questo tutto tigrato si chiama Tigran, quell'altro pezzato Gollum, agli altri non ho ancora dato un nome. Ne ho tanti alla fattoria, così ho pensato di regalarteli. Ti terranno compagnia.
-- Sì. Grazie. Sei stato molto... -- Ma intanto Vassilj era andato ad annusarli e Kolka controllava che non facesse loro del male.
A sera il lavoro fu finito, e la tenda si ergeva un po' sbilenca su quella che sarebbe diventata la camera da pranzo della famiglia Sanajvoric. Dissi: -- Buona notte! E grazie di tutto: vi aspetto per giovedì.
-- Va bene! -- rispose il camion allontanandosi. Il recinto degli animali non era stato ancora terminato, ma le bestie se ne stavano quiete nell'unico angolo coperto, tranquille nelle loro gabbie tranne le vacche e le capre. Al nuovo cielo non si erano ancora assuefatte.
Si dice che trasportate dal vento, sul ricordo di scafi velati, le ombre dei fantasmi marziani parlassero al mare di sabbia, alle isole di erba frumentizia, ai rari canterini rossi che riposavano sulle ramificazioni fitte e spoglie dei frolmi, evocando storie e fiabe di un tempo passato ma non morto, o chiamando i luoghi con quel nome al quale, come per magia, le cose prima inanimate si rivelano dotate di un'anima, e non acque o rocce inerti e prive di individualità.
La terra rivoltata mostrava ora il colore dell'autunno. Mi volsi indietro mentre l'aratro incideva le zolle secche, coperte dalla patina sabbiosa che ristagnava rossa su ogni cosa marziana, anche sul tetto della fattoria.
La casa era là, cominciava proprio in fondo al campo. C'era l'aia, e poi il cortile: nelle aiuole crescevano garofani e amaranti, questi ultimi spontaneamente.
Non era una casa russa, era la casa anonima di un contadino della Terra, ma a guardarla con occhio attento si capiva che chi la abitava non veniva dalla pianura. Le case di pianura sono molto più grandi, hanno stalle enormi e lunghi porticati per sonnecchiare nelle torride ore del pomeriggio. La casa di pianura è pigra: quando c'è il sole vive nella sonnolenza del suo calore; con la nebbia sembra perdersi nella campagna tutta intenta a parlottare fra sé e sé, ancora nel dormiveglia. Nelle giornate limpide e rigide... ecco, nelle giornate limpide e fredde sembra morta, abbandonata in un ambiente estraneo e malvagio. Le case di montagna, invece, sono più vive, soffrono: superare ogni notte è uno sforzo immane, e di giorno, quando non c'è tempesta o brutto tempo, il gallo di ferro sul tetto gira sempre su se stesso come se dovesse schizzar via da un momento all'altro; e se il sole decide che la sua presenza è inderogabile, non è mai il sole della pianura: è un astro traditore che ti brucia la pelle per un paio d'ore, ma che appena si adombra ti butta addosso un tal gelo che ti si ghiacciano i vestiti addosso anche se a guardarlo ti sembra vicino, a due o tre verste o addirittura a un braccio; i suoi raggi se li mangia la montagna, e mentre tu sei lì che li aspetti anche la casa sente le sue giunture di legno scricchiolare, proprio come le ossa della tua mano.
Ma è per questo che un montanaro non può rinunciare ai suoi monti. Sono asettici e vergini: i campi non si delineano rigidamente paralleli come in pianura ma seguono le curve altimetriche, la geometria della montagna. E quando alzi gli occhi, non vedi una sconfinata distesa senza orizzonte ma contorni noti, e dici: quello è il passo di B. e sono sei ore di cammino; quella è la cima D. e ci si arriva dal sentiero della pineta, fino in cima. Ti senti a casa tua, anche le cose lontane sono sempre raggiungibili perché sono lì chiare e nitide. Anche la pianura vista dall'alto acquista un senso, il fiume la gonfia e la regola, e tu sai che con la zattera arriverai in un batter d'occhio alle risaie del lago Aral, basta volerlo...
Kolka nella sua mente deve avere già un nome per questi monti marziani, ma io li sento estranei, vedo che a occhio e croce quello spuntone dista una mezza giornata, lo vedo ma non lo so, perché nessuno me l'ha mai detto. Sento la terra sotto i piedi, non è cattiva terra ma non percepisce i miei sentimenti, e qua non esistono i giorni speciali che bisogna attendere per piantare le erbe o fare il vino, o imbottigliarlo. Qui i giorni sono sempre uguali, rossi e asciutti. E non volta mai stagione, sono tutte identiche tranne che per il dito d'acqua in più nel torrente, acqua che piove rossa, sporca, e trascina a terra tutta la sabbia portata in cielo dal vento del deserto.
Marte non è un pianeta nuovo. E' vecchio, antichissimo: e non perché i resti della civiltà affiorino come ossa su quei prati da pascolo, lassù, ma perché su di lui si è accumulata una patina triste simile alla polvere grigia di mobili nel salotto d'una vecchia zia, quello che non si usa mai, neanche per Pasqua. Il tempo, che è rosso come il sangue perché lo paghiamo consumando la nostra vita, qui è sceso come un mantello, ed è la brina che irrigidisce il prato addormentato, che non fosse per il sole di primavera non si sveglierebbe mai, neppure per morire.
Il cielo è sgombro, di pallido rosa. Non azzurro come la Terra, ma rosa. Strano, Marte il dio della guerra ha un cielo color femminuccia, la Terra che è un pianeta donna ha un colore maschio. A vederlo dallo spazio Marte sembra così feroce e crudele, ma il suo volto sanguinario si attenua man mano che ti avvicini. Delicato, gentile, come dovevano essere i suoi abitanti quando calcavano la strada che scende giù dalla montagna e che affiora a poche verste da qui: ho molte desiatine di buona terra qui, mi salgono a sud verso il monte, e a ovest digradano per molti chilometri fino al deserto. Un deserto freddo, battuto dai venti come la steppa russa, venti ghiacciati come se venissero dal Baltico. Eppure il seme ci germoglia bene, si raccoglie due volte l'anno, e il grano saraceno viene su che è un piacere. Il deserto... Ma io preferisco qui, mi ricorda casa, i monti Alai. Riesco a scorgere Città, si possono vedere altri due insediamenti più lontani, e il grande astroporto sovietico che collega la marziana Nuova Tashkent alla Tashkent vecchia, laggiù sulla Terra... dove io abitai per due anni.
Ero molto giovane allora, e credevo che attraversare le grandi pianure di cotone per andare alla fabbrica costituisse un avanzamento sociale. Vivere nei sobborghi di una metropoli di oltre un milione di abitanti era un sogno per me, entrare in un altro mondo. La Fiat aprì una nuova fabbrica e cercava operai, fui subito assunto. A quel tempo il padre di Adele era ancora capotecnico a Togliattigrad, ma in capo a due mesi venne inviato alla nostra filiale in promozione e sua figlia non tardò a raggiungerlo. Adele, Adele...
A metà strada fra Città e Nuova Tashkent si trova la minuscola Bizantina, metà greca e metà turca, con poco più a nord il quartiere esterno di Cherson, dove vivono i Crimeani. Ma Città, qui, è degli italiani, l'unica comunità italiana su Marte. Città... tutti la chiamano così perché in realtà non è un unico centro, e non ha neppure un nome vero.
Sono tre piccoli paesi addensati attorno al Gran Ponte marziano, vicinissimi eppure non abbastanza per far dire agli abitanti di essere concittadini. Ma forse è solo una ragione di vecchio campanile.
Le separa il Gran Fiume Secco, il cui letto ospita poche acque torrentizie. Quattro chilometri di ponte, una delle poche vestigia marziane rimaste straordinariamente intatte, collega le sponde passando su un'isoletta affiorata dal ritirarsi delle acque, Romana, che fa coppia con una serie di scogli rocciosi sbattuti dalla furia del torrente: Etrusco, Gargano, Serenissima.
La città sulla sponda destra, volgendo le spalle alla chiesa di Romana, è Lombarda, quella sulla sinistra, forse perché in posizione più elevata, si chiama Appennina.
Mia moglie Adele non era russa, neppure suo padre che lavorava da tanti anni a Togliattigrad era russo: entrambi di Carpineti, forse neanche italiani... Erano montanari.
Ho preferito lasciare la comunità russa di Nuova Tashkent e il suo territorio stepposo e piatto perché io sono un uomo di montagna, e perché con gli italiani mi sono sempre trovato meglio che con chiunque altro. Adele era italiana, emiliana; anche se l'ho conosciuta in città e se vivevamo in una enorme casa del popolo, si capiva subito che era una montanara.
Oggi è venuto Priamo, è stato mezza mattinata con Kolka, gli ha insegnato a prendere i canterini rossi. Ha portato con sé suo figlio Vitale, che è appena più grande di Kolka.
Priamo mi ha detto che i canterini erano un po' i pappagalli dei marziani. I loro fischi non sarebbero che il ricordo antico delle parole marziane. Se fosse così doveva essere una lingua molto musicale, come un suono di violino... ma è un paragone che non rende. Non c'è nulla di terrestre che le assomigli. I canterini sono rarissimi, il loro albero prediletto è il frolmo, ed è solo sui suoi rami che scendono la notte a riposare. Si lasciano avvicinare, ma prenderli non è facile. Di giorno amano passeggiare sui lastricati delle antiche città, e l'unico posto in Città dove li puoi trovare è il Gran Ponte marziano.
Siamo andati coi ragazzi su alle rovine, due sassi, niente di più. Io sono salito un po' più in alto, ho provato a immaginarmi la piazzetta ricoperta di canterini, mi sono aiutato pensando ai colombi. Allora ho ricordato che secondo alcuni i canterini sono immortali, sempre lo stesso numero perché ne nascevano pochi, uno per marziano, e quando il marziano moriva il canterino era libero, ma la maggior parte moriva di dolore per la scomparsa del padrone, e quelli che sopravvivevano diventavano così tristi da desiderare la morte... Be', mi sono un po' commosso.
Qui sotto la veranda, di sera, non si sta mica male.
-- Kolka, è ora di andare a letto. Portami un bicchiere d'acqua per favore, poi subito a nanna. -- Mi è difficile togliermi dalla mente che il paesaggio qui attorno, i campi e soprattutto le montagne non abbiano un loro nome, come gli Alai in Uzbekistan. Non nomi come quelli che gli hanno affibbiato gli abitanti delle città: monte Nuovo Mondo, Firenze o Genova, Adriatico come quello là in fondo, che è il più alto di tutti. Ce n'è uno che si chiama Juventus, una squadra di calcio di due secoli fa. No, nomi veri che forse solo i canterini conoscono ancora, ma che i luoghi comunque ricordano. Non mi sentirò mai del tutto accettato finché non li avrò scoperti. Questa terra che io lavoro non mi conosce; se vi fossero sepolti i miei vecchi in fondo al campo, o in un piccolo cimitero, sarebbe diverso, la casa avrebbe i suoi piccoli dèi protettori, qualcuno cui appoggiarsi per ricordare; ma questa casa non ha radici. Sono io che devo costruirle per mio figlio.
Chissà qual era il nome della collina di fianco alle rovine: i Marziani dovevano essere persone sensibili, a giudicare dalla loro lingua musicale. Aquacheta, Dolcedeclivio, magari. O invece qualcosa di virile come... Colle dei Banditi, per esempio.
Quei nomi arcaici nessuno li scoprirà più, sono io che devo scalare le cime senza nome. Se non posso sentirle amiche non mi sono neppure nemiche, soltanto estranee. Col tempo troverò per loro nomi veri assieme a Kolka, e lui avrà un'infanzia vera, dove le cose da ricordare hanno un nome.

Ho lasciato Kolka a badare alle bestie. In fattoria c'è anche Vitale, speriamo non combinino disastri e si ricordino di andare all'erba, altrimenti i poveri conigli...
Voglio vedere se quassù, appena sotto le cime, c'è qualche sorgente. Come potevano vivere senz'acqua, i Marziani? O forse i monti la nascondono solo a noi, in qualche anfratto. Si incontrano arbusti strani, man mano che si sale: Priamo dice che queste foglie fanno bene alle capre, danno un sapore diverso al latte. Fa freddo, quassù.
Ho detto a Kolka che sarò a casa per dopodomani, allora cominceremo la mietitura dell'erba frumentizia, e presto potremo mangiare del nostro.
Ogni tanto si incontra qualche abetula sparsa, sembra gracile ma quando ci vai vicino è un gigante. E' una pianta forte, nessun'altra sopravvive a questo clima, freddo e polvere rossa uccidono tutto tranne i licheni e i muschi, ma l'abetula sembra l'uomo. Si attacca a tutto, lotta anche quando non ha più senso; la montagna la ostacola, non la riconosce, e quella non si dà per vinta. Ondeggia mentre il vento che s'incanala nella valle qui arriva a toccare i settanta, quando c'è tempesta probabilmente gli ottanta. Ecco, anche i Marziani me li immagino così: tanto radi, e isolati, Disadattati. Non credo abbiano domato Marte, erano troppo sensibili per violentarlo come noi abbiamo fatto alla Terra. Hanno cercato di adattarsi, ecco tutto.
Marte libero e selvaggio... Perfino il Gran Ponte sorvolava un fiume spumeggiante, senza toccarlo; e i lastricati di pietra delle città sono di sasso, naturali. Rispettosi. La montagna non potrebbe sopportare torri d'acciaio e piste d'asfalto, e inghiottirebbe il traforo che gli uomini-formiche potrebbero trapanarle nelle viscere, altrimenti ne morirebbe.
Io so che la montagna mi è indifferente, sopporta appena la mia casa in legno perché le è dovutamente lontana, ma se le dessimo l'assalto ci ricaccerebbe come una belva, i suoi fianchi diventerebbero irti di difficoltà, le sue pietre si dislocherebbero con cura evitando ogni possibile concentrazione di forze aliene.
Chissà se qui tra i sassi c'è qualche rettile, lucertole, serpenti, o rapaci nascosti sulle cime: pare che sia tutto come sulla Terra, alberi, erba, animali, solo che è tutto più raro. Ogni cosa sembra richiedere più spazio, più libertà. Devi fare chilometri prima di incontrare animali della stessa specie, come se amassero la solitudine, un malinconico isolarsi.
Il sole sta già scendendo e io sono ancora molto indietro. Accidenti, montagna, mi hai confuso: ero sicuro di sapere dov'ero, invece... Se non fossi certo che le montagne non cambiano sagoma all'improvviso, potrei giurare che quello spuntone stamattina non c'era!
Ancora una mezz'oretta di cammino, poi pianterò la tenda. Ci sarà bene qualche dannata vena d'acqua, in giro.

Niente acqua. Sono stato fino in cima... niente, non se la saranno mica bevuta tutta i Marziani. Ora Kolka sarà deluso, secondo lui lassù doveva esserci non solo acqua ma anche un gruppo di Marziani dalla barba bianca: tipo saggi himalayani, o magari Babbo Natale con le renne. Tra poco è Natale. A Città monteranno l'albero con un abete fatto venire proprio dalla Terra, ma Kolka sarà contentissimo anche se noi useremo una abetula: potrei spruzzare d'argento un po' di sabbia e mescolarla alla rossa, non sarà proprio neve, ma...
Comunque, Marziani o no, ho visto fiori isolati, un giardino. Sopra, la sabbia non è fitta e pesante come giù; i raggi del sole penetrano meglio. Ho colto un fiore ma non so se ho fatto bene: sono così belli, e soprattutto così pochi.
Me li immagino, esili come fantasmi, che coltivano la loro piazzuola ben curata e guardano a valle mentre le navi solcano i mari di sabbia, e loro sono bianchi, blu, su vascelli colorati come i fiori, in un turbinare di rosso, di polvere che tutto ricopre e inaridisce: fiumi, torrenti, laghi, mari. Non toglie il pane, ma si insinua nell'erba e quando tocchi la farina la senti carta vetrata, la mollica sotto i denti scricchiola, e respirando la senti andar giù, ti sale una tosse dai polmoni pesanti. Quando ti alzi al mattino la montagna è sempre ammantata di rosso, solo le cime più alte brillano di grigio-sasso.
Anche tu, montagna, odori di vecchio e di stantio. Mai un goccio d'acqua che ti rinfreschi, i fiori che nascondi lassù non sono certo una tua concessione, ma un gentile sogno strappato alla tua natura feroce. Appena arrivo giù gli dirò: Kolka, avevi ragione, anche se non se ne vedono lassù ci sono i Marziani; c'è un vecchio vestito da Babbo Natale e una slitta carica di fiori.

Priamo è venuto con Sante, il suo vicino, a darmi una mano per il raccolto; sono stato contento che fossero lì ad aiutarci e a cantare mentre si falciava.
Vassilj era sempre tra i piedi, correva tra Kolka e Vitale che armeggiavano attorno all'erba frumentizia appena tagliata, abbaiava forte tutte le volte che Priamo lo provocava; a pochi metri oltre il limite del campo la vacca e le capre ci guardavano interessate. Si può dire che tutti gli abitanti della fattoria abbiano partecipato alla mietitura, perfino quei vagabondi dei gatti. I gatti mi sono molto utili, chi lo avrebbe detto che fra tanti animali della Terra l'unico a seguirci spontaneamente sarebbe stato il topo, ne ho già scoperti tre o quattro nel granaio che abbiamo appena terminato. Beh, la casa è grande, c'è posto anche per loro.
Ma proprio mentre Priamo, Sante e Vitale stavano tornandosene verso casa è successo qualcosa di strano. Un'ombra è scivolata per la pianura, in basso. La casa è sulla piana che divide la collina dal monte e domina il mare di sabbia, e tutti l'abbiamo vista bene. E mentre eravamo tutti voltati verso l'ombra, un fruscio, anzi due fruscii ci passarono accanto, ma non era vento come noi tutti avevamo pensato. Se gli animali non si fossero messi a muggire o a belare, i gatti ad arcuare la schiena e soffiare e Vassilj a ringhiare e tirare la catena, non ce ne saremmo accorti. Ci demmo un gran daffare, ma tutto inutile, perdemmo di vista la "cosa" nella pianura, e alla fine Sante suggerì che fosse stata una duna mossa dal vento, straordinariamente alta, ma non ci credeva neppure lui. Come dissero i ragazzi, quella era una nave Marziana, magari alla deriva da milioni di anni, inaffondabile come solo i vascelli Marziani possono essere. Fatto sta che ci scivolò dinanzi e scomparve, mentre le due ombre dovevano essere fantasmi, perché non ci riuscì neppure di trovarne la più minuscola traccia; o una illusione ottica dovuta a fatica ed eccitazione. Quando Priamo e gli altri se ne ripartirono, io, forse ancora suggestionato, credetti di percepire due fruscii, ed ebbi una visione... Come se un Ulisse e il suo cane Argo si fossero ritrovati, e scivolassero assieme dal mondo d'oblio dal quale erano emersi per un attimo, per incontrarsi.
La piana in cui ho costruito la mia casa non è molto distante dalle rovine marziane. Si erge con le colline, ma non molto in alto. La considero una specie di isola: io fantastico che forse quella cosa che scivolava sulle sabbie in realtà veleggiava al termine della sua Odissea.
A letto, al caldo, io e Kolka abbiamo deciso di chiamare Itaca tutta la piana che si distende attorno alla nostra casa.

Stanotte è Natale, Kolka è già a letto e ho sistemato i regali sotto l'albero. Mi sento solo, la montagna fuori ride di me e delle mie fatiche, non fa nulla per aiutarmi, non una goccia d'acqua. Ho piantato buon grano della Terra fra le zolle rosse e la sabbia. Ho paura che anche il burro che farò quest'inverno diventerà rosso, finora s'è conservato abbastanza giallo ma va prendendo strani riflessi.
Due minuti fa ho avuto una visione. Il frolmo dietro casa ha ondeggiato e il canterino rosso ha gorgheggiato dai suoi rami con un suono di rinnovata felicità, non il solito canto mesto; la fiamma ha brillato nel camino e io mi sono voltato improvvisamente dalla finestra che dà sul frolmo verso la montagna alta... E l'ho visto! Solo per un attimo, ma ne sono sicuro; non so che colore avesse, fuori era tutto scuro e con lui c'era il cane, ma non era un cane, aveva grandi baffi di felino, nero come un'ombra.
Argo.
Non ho capito che cosa volevano. Sono svaniti subito, li ho seguiti con lo sguardo, ma senza vederli. E non capisco in che modo, ma quando mi sono voltato il fiore che avevo messo sotto l'albero non c'era più.

A marzo inoltrato io e Priamo siamo andati sul monte, volevo mostrargli i fiori, e lui ha acconsentito a seguirmi. Né Ulisse né Argo sono più tornati dopo la notte di Natale. Quando siamo arrivati nella piazzetta, Priamo ha dato un'occhiata esperta e l'ha riconosciuta come un'opera dei Marziani, ma dei fiori nessuna traccia.
Priamo si è molto compiaciuto della piazzetta, è una delle più belle che abbia mai visto, dovresti avvertire l'ente per la conservazione dei reperti marziani, ha aggiunto; per milioni di anni questo è stato l'ultimo giardino di Marte, mi sono detto, e io l'ho distrutto... raccogliendo un fiore. Ho fatto ritornare su questo pianeta abbandonato le ombre dei fantasmi a recuperare l'ultima cosa che si erano dimenticati prima di partire. Ora restiamo solo noi, barbari senza un fiore, nel deserto rosso.
Appena ritornato dal monte, dove ho rimediato una brutta ferita, sono andato in città a comperare dei libri. Kolka conosce l'Iliade e l'Odissea fin da piccolo ma non ha mai avuto occasione di leggerle: gli ho comperato i libri con le più belle leggende della Terra, dagli egizi al primo uomo sulla Luna, e una storia della Terra. Voglio che impari ad amare il passato, e a conservarlo, perché non sia solo come me. Spero che un giorno Ulisse ritorni, che in questa casa senza radici caduta fra i monti da un altro mondo, senza le tombe dei nostri padri attorno, non rimanga senza i suoi lari.
Canterino Rosso ha ripreso a modulare la solita nenia. Marziani, so che ci siete ancora, anche se siete fantasmi non lasciatemi solo. Non posso credere che fosse soltanto la immaginazione di un uomo offuscato dalla fatica o dalla solitudine...
Kolka ora è grande, ha tredici anni. Non si è stupito di veder crescere il grano saraceno tinto di rosso opaco, è buono dice, quello della Terra non può essere certamente migliore. Ma Kolka, tu non le hai mai viste le pannocchie di frumentone; questo non è cattivo ma sa di sabbia, cosa ne sai tu del riso che cresce coperto dall'acqua sulle sponde del Mare d'Aral, o di tutte quelle cose verdi o color del sole che fioriscono in Uzbekistan. Tu sei praticamente nato qui, dove tutto è rosso.
Ora che Kolka è più grande sento meno la solitudine, ogni tanto andiamo a cercare assieme le vene d'acqua in montagna, lasciamo alla fattoria uno dei cani giovani o anche tutt'e due, e saliamo con Vassilj per il sentiero. L'anno scorso sono riuscito a trovarne una: una venina esile esile che rimane nascosta in una piccola gola tra monte Giardino e il Corno Grande. I Corni sono due monti quasi simmetrici, identici se non fosse che quello di destra ha la punta sgretolata. Dalla sorgente si domina l'Abetulina Reale: mi chiedo come mai non avevo capito che per far crescere una foresta così su Marte doveva esserci qualcosa di straordinario.
Non è proprio che manchi l'acqua su Marte, sotto senti che la terra è umida, e ogni tanto una pioggia sottile cade dal cielo rosa, ma è che non la senti mai scrosciare.
Anche a Città il Gran Ponte sembra fuori posto, sprecato: così gigantesco per superare un torrente che nei punti più profondi fatica a salire fino alla cintola di un uomo.
A dir il vero l'Abetulina non è proprio grandissima, sulla Terra sarebbe un modesto boschetto, ma qui è una vera foresta. Incominciamo a penetrare i segreti della montagna, a conoscerla, a sentirci a volte noi e lei un po' meno estranei; anche le vacche e le capre hanno meno paura dei campi rossi e salgono anche fino alle rovine, per brucare quel po' d'erba che si trova.
L'aprile scorso ho portato Kolka per la prima volta in cima a Monte Giardino per fargli vedere la piazzola di sasso, e mentre eravamo lassù gli ho raccontato dei fiori, e di Ulisse che tornò a prendersene uno la notte di Natale, quando io lo avevo appoggiato sotto l'albero per fargli una sorpresa. E' una storia bellissima, mi ha detto. Non gliel'avevo mai voluta narrare perché non mi pensasse pazzo. Vassilj ha abbaiato tutto soddisfatto, ho avuto quasi l'impressione che mi approvasse e sapesse tutto di Ulisse e Argo, e del fiore. Ma oggi non sono neppure sicuro d'averlo colto, a quel tempo vedevo strana ogni cosa.
Scendendo a valle, poco più giù di dove si estingue il ruscello c'è un frolmo. Sono piante che non crescono mai a queste altezze, ma si vede che la particolare ricchezza di umidità del luogo ha permesso il miracolo, perché si tratta anche dell'esemplare più grande che abbia mai visto: la corteccia è così dura e levigata che Kolka non è riuscito a piantarci il coltello.
Abbiamo dato un nome a tutti i frolmi che conosciamo, ce ne sono appena una decina: abbiamo i Tre Frolmi Sull'Egeo, che danno dalla collina verso la pianura; il Frolmo Dietro Casa; quello di Ulisse e Argo, perché è sotto quell'albero che li ho visti scomparire; il Frolmo del Sassospezzato. Ma uno solo è il Frolmo.
Kolka ed io gli passiamo sempre accanto, quando si va da quelle parti; è talmente alto e robusto che deve avere radici lunghe da tenere stretto l'intero versante del monte: almeno fino ad ieri, prima che la frana ci accoppasse la vacca bianca. Quando sono andato con Kolka a riprenderla era già quasi il tramonto, e quella stupida montagna ci oscurava anche il sole, anche le altre montagne fischiavano la loro indifferenza e complicità. E' inutile che facciate finta di niente, lo so che l'avete deciso assieme di assassinare Bianca, non è la prima volta che cercate di uccidere i miei animali: finché se ne stanno in pianura o sulle colline li sopportate, ma quando sentite zampe terrestri su di voi, ogni pietra si fa traditrice. C'è mancato poco che anche Vassilj finisse in un burrone. Kolka può anche credere in una disgrazia, ma io non mi lascio mica ingannare. Per me queste terre non saranno mai casa mia.

-- Chissà perché nonno Nicolaj si ostina a non voler venire a vivere a Città con noi!
-- Be'..... lo sapete com'è fatto, è sempre vissuto là, anche dopo che è morta la nonna; e lo zio Michele, neanche a parlarne di farlo venir via dalla pianura, "è terra troppo buona", dice lui. Con lui era rimasta Rachele, fino all'inverno scorso. Ora che lei se ne è andata, e il nonno l'ha sepolta nel piccolo cimitero dietro il campo, anche se lo convincessimo a venir via morirebbe di crepacuore. Qui vive bene, si sente autosufficiente, ed è contento quando veniamo a trovarlo, vi spiega tante cose...

-- Ecco, quello è il Frolmo di Ulisse ed Argo... Ve l'avevo detto?
-- Sì, nonno. Quand'è che andiamo a vedere le rovine?
-- Oh, un altro giorno, ora sono troppo vecchio per arrampicarmi fin lassù. Magari questa primavera. Guarda, Sandra, il sentierino va fino in alto, sul monte Giardino, e sotto, a metà strada fra il Giardino e il Corno Grande c'è la Sorgente, ma è lontana. Andremo anche lì, un giorno. Vi farò vedere il Frolmo, è grande come la casa.
Sai, Irene, il nonno è per i ragazzi qualcosa quasi di magico: conosce i nomi di tutte le cose e per ciascuna ha pronta una storia da tirar fuori. Se penso che, quando era ragazzo, tutto qui intorno era un deserto sconosciuto, da combattere, provo molto rispetto per lui. Da bambino mi raccontava la storia del fiore, e io ci credevo... Nonno Ivan l'ho sempre immaginato una specie di eroe, di pioniere, me lo vedevo ad arare sereno, col sorriso sulle labbra come un Cincinnato felice fra i suoi monti.
Io sono il più giovane dei tre, e nonno Ivan era già morto da tempo quando io sono nato, e anche papà era tanto vecchio che in lui ho sempre visto il nonno e mai il padre. Poi, a dodici anni, Michele è venuto a portarmi via, e sono andato con lui ed è stato lui, praticamente, a farmi da padre: -- Se proprio deve fare il contadino, che vada a farlo in pianura, dove si guadagna -- aveva detto. Mi ricordo che quando entrai in cucina, il babbo non lo stava nemmeno a sentire, guardava dalla finestra verso l'aia e teneva la pipa spenta in mano. Lo volevo salutare, ma Michele mi trascinò fuori per un braccio, e ce ne andammo.
Ogni volta che vengo qui ho una strana impressione, come se il babbo fosse il custode della casa e la casa, non lui, la vera anima della famiglia.
Quando a Pasqua ci troviamo tutti qui, nipoti, fratelli, cugini per visitare la casa e il piccolo cimitero, sempre pulito e ordinato coi fiori rossi e le croci di legno, mi immagino che così doveva essere la Terra, tanti e tanti anni fa.
Le tombe del nonno e di mia sorella Rachele sembrano emanare un senso di protezione, vigilino perché noi possiamo gustarci il vino nero del nonno sull'aia o nel prato. Anche la tomba del cane, Vassilj, là in un angolo, ispira sicurezza e non è retorico dire che era veramente il miglior amico del nonno: è molto bello vederli ancora insieme.
Sono tutti qui, a dare un senso alla nostra presenza; e l'unico che sa leggere tutto questo è il babbo, che ci tiene ancora legati alla casa, che ci offre il vino nero sul tavolo di frolmo e che racconta la favola del fiore ai bambini.

La casa potrebbe resistere all'infinito.
Persino il Frolmo di Ulisse è passato. Ieri notte il vento l'ha schiantato. Tempus fugit, ma la casa è salda, come il Gran Ponte che è durato più del fiume.
La casa è fatta per durare: lo so perché l'ho vista nascere e l'ho custodita... e anche quando morirò, e i miei figli mi seppelliranno nel piccolo cimitero dietro il campo, continuerò ad esserne il custode, assieme a mio padre.
Mia figlia è morta: lei capiva queste cose. Non l'ha mai detto, ma si vedeva che lei capiva. Gli altri se ne sono andati, uno a Città, l'altro in pianura. Ma ormai le radici sono piantate. Ha trascorso una vita, a interrarle, mio padre, ed io ho trascorso la mia a vederle crescere.
Ora la casa può vivere da sola, non ha più bisogno di nessuno: Sandra, Andrea e tutti gli altri nipotini torneranno, forse solo d'estate, o solo a Pasqua. Ma torneranno, perché ora i monti e i prati hanno ciascuno un nome. E la casa ha una radice in ognuno di loro.

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