![]()
|
|
|||||||||||||
Ninna nanna
La piaga ricomincia a urlare. Danilo tuffa il viso tra le mani e prende a dondolarsi sulla sedia come il paziente di un manicomio criminale. Fatelotacere, fatelotacere, fatelotacere... Quindici giorni all'esame, mezzo libro ancora da studiare e non c'è verso di arrivare alla fine del maledetto capitolo che la piaga prende a piangere e a gridare. Ogni volta è come se qualcuno gli sfilasse da sotto il naso il testo di psichiatria per sostituirglielo con una versione in aramaico antico. E se non è la piaga è un antifurto che suona, un cane che abbaia, uno stronzo qualsiasi che ha deciso di mettersi a fare un casino d'inferno giusto sotto la finestra di casa tanto per provare l'effetto che fa.
Sarebbe già più che sufficiente sbirciare oltre il davanzale per capire che non è giorno per studiare quello: il cielo è tanto azzurro da sembrare un telo di gomma e il caldo irrompe in casa tipo colata di lava a Pompei. -- Mi segano, -- dice Danilo alla finestra spalancata. Fa male ammetterlo - un male d'inferno - ma ormai è cosa certa: è già carne da macello universitaria, pastura per docenti. Non ha una sola possibilità di farcela. Un'ondata di panico pre-esame lo sommerge colmandogli i polmoni di robaccia irrespirabile. Annaspa qualche istante, poi sbatte i palmi ai fianchi del libro e si alza come se avesse duecento anni e una spina dorsale di vetro. Pausa. Striscia fino alla cucina: l'odore di sugo bruciato gli salta addosso con l'impeto di un bastardino in calore. Arriccia il naso. Gesù, l'odore è ancora peggio di quanto non lo fosse il sapore... Apre il frigorifero in cerca di qualcosa di fresco e trova solo una mezza lattina di Pepsi risalente come minimo allo scorso Natale. Non ha fatto nemmeno la spesa per non perdere tempo e finire il libro. Sacrificio inutile. La piaga lancia un urlo più forte dei precedenti. -- Ma perché non ti strozzi? -- grida al soffitto, le vene del collo gonfie, le guance infiammate. Dà un calcio all'anta del frigorifero e si avvicina al lavello, rassegnato a bere un sorso d'acqua direttamente dal rubinetto. La brodaglia di cloro e metalli pesanti che l'acquedotto municipale gli concede a caro prezzo gli si piazza ingombrante nello stomaco. Unisce le mani a coppa sotto il getto e si lava la faccia sudata. Chiude il rubinetto e si appoggia al lavello. La piaga ce la sta mettendo davvero tutta là sopra. Povera Michela. Se per lui quelle urla sono una tortura, figurarsi per quella poveraccia che con la piaga ci vive. Mica facile studiare per la maturità con un ossesso di fratello che ti grida nelle orecchie tutto il santo giorno nemmeno lo usassero come puntaspilli. Roba da perderci la testa. E Michela deve esserci vicina, viste le occhiaie scure che con scarso successo tenta di nascondere sotto il fondotinta. Al contrario, la madre di Michela è il ritratto della salute con quel viso al collagene che non si scompone mai. Se ne sta tutto il giorno rintanata nella sua boutique in centro, lei. Chic da morire e senza bambini che frignano. Scaricarli alla figlia, quello è il trend della moda primavera-estate di quell'anno. Danilo si concede un sorriso storto. Sua madre e quella di Michela devono essersi frequentate a lungo e con profitto. Istinto materno saltami addosso. Scuote il capo. Cristo, gli mancherà anche la voglia di studiare, ma di sparare a zero sulla Regina Madre non ne ha mai abbastanza. E a proposito di studiare, gli pare quasi di poter udire il richiamo perentorio del libro aperto e solo sulla scrivania in camera, insistente e fastidioso come una vecchia amante insaziabile. Abbandona a malincuore la cucina (e il bastardino al sugo bruciato) e ripercorre il corridoio con la verve di un condannato a morte. Giunto all'altezza della camera, il campanello lo sorprende mentre cerca di levarsi i boxer dal solco fra le natiche. Solo adesso realizza di essere mezzo nudo, spettinato e impresentabile. -- Merda, -- sibila fissando la porta. Chi diavolo può essere? Non aspetta nessuno per quel pomeriggio... Il campanello suona di nuovo ed è quello che gli ci vuole per svegliarsi. -- Arrivo, un attimo! -- Schizza in camera, fruga nel mucchio di magliette ammassate sulla poltrona e ne pesca una, forse pulita. Trova dei pantaloncini grigi di cotone e se li infila cercando con lo sguardo le Superga. Lì no, lì nemmeno... eccole. Ovviamente sopra al davanzale. Calza la destra appena fuori dalla camera, la sinistra mentre apre la porta. -- Michela, -- dice un po' sorpreso. Stretta in un paio di jeans che paiono dipinti addosso, Michela gli rivolge l'imitazione scadente di un sorriso, i grandi occhi verdi sbarrati e un po' assenti. -- Ciao Danilo, -- si passa una mano sulla stoffa ruvida dei jeans mentre parla, -- scusa se ti disturbo... -- Figurati, tanto non c'è verso di studiare con questo caldo. -- E con quella piaga di tuo fratello che urla là sopra, pensa rassegnato. -- Dimmi tutto, di che hai bisogno? Qualcosa come un piccolo spasmo nervoso le contrae la mascella. -- P-potresti venire un attimo da me? La prima cosa che a Danilo viene subito in mente ha a che fare con due corpi nudi e sudati su un letto sfatto. Che stronzo che sei... -- Sì, -- si affretta a risponderle, -- non c'è problema. -- Lei si rabbuia, la mano che strofinava sulla gamba si blocca all'altezza del fianco, i fili che le tiravano gli angoli della bocca cedono. E' come se a un tratto qualcuno avesse abbassato un interruttore nascosto da qualche parte nella sua testa e avesse posto fine alla sceneggiata. -- Che succede, Michela? -- chiede Danilo confuso dalla sua reazione. La ragazza cerca a lungo la risposta sull'intonaco del pianerottolo e infine sussurra: -- Simone. -- Solo quello. Simone la Piaga, che riempie la tromba delle scale con le sue urla laceranti. Cristosanto... Vuoto allo stomaco, dura poco, ma c'è ed è come cadere da un letto a castello. E' successo qualcosa al bambino, ecco perché piange così. -- Andiamo, -- dice senza riflettere e non ha ancora finito di parlare che Michela si gira di scatto e affronta le scale. Una ruga profonda gli scava la pelle fra gli occhi mentre la osserva inerpicarsi sui gradini. Lo ha visto chiaramente: prima che Michela si voltasse del tutto, un'espressione cruda, quasi selvaggia le ha distorto i lineamenti del viso. Paura. Niente sangue per favore, niente sangue né vomito... La rincorre su per le scale pregando Dio o chi per esso che sia tutto risolvibile presto, bene e senza drammi. L'ultima cosa di cui sente il bisogno è un bambino con un grosso problema da risolvere. Già arranca dietro ai suoi, di problemi... Ha bisogno di te, bastardo. Sente qualcosa di simile al rimorso azzannargli la bocca dello stomaco. Nessun altro nel palazzo avrebbe mosso un dito per lei, si è trasferita da poco, non conosce nessuno e i suoi genitori, nell'unica assemblea condominiale alla quale hanno partecipato, hanno litigato praticamente con tutti. Potrebbero agonizzare di fronte alla portineria per settimane senza che nessuno rivolga loro nemmeno un'occhiata. A chi diavolo avrebbe potuto chiedere aiuto se non a lui? Arrivata sul pianerottolo, Michela esita di fronte alla porta di casa. Sembra quasi che ci abbia ripensato e voglia tornare indietro, ma poi si accartoccia su se stessa, si fa piccola piccola e scompare nel corridoio. Danilo avverte un prurito fastidioso all'altezza dello sterno. Il corridoio è buio e seguirla è come infilarsi in una crepa nel muro. C'è un odore strano nell'appartamento, un misto di fritto, deodorante e un che di sfuggente e sgradevole che s'infila su per le narici per poi correre a rimestare lo stomaco. L'odore si fa sempre più forte a mano a mano che percorrono il corridoio e quando si fermano davanti alla porta chiusa della camera, si trasforma in un ago piantato alla base del naso. -- Danilo... -- sussurra Michela appoggiandosi al muro. -- Simone sta male? -- Sembra più un'affermazione che una domanda. -- Io... Simone... -- gli occhi le si velano di lacrime e la voce le si sbriciola in gola. E' la prima volta che la vede in quello stato e si sente quasi un intruso a starsene lì a guardarla dibattersi sull'orlo del pianto. Allunga una mano e le stringe appena una spalla, come se volesse impedirle di precipitare. -- Se Simone sta male, dobbiamo chiamare subito un medico. Michela nasconde la faccia tra le mani e scoppia a piangere. Oh merda. C'è una specie di bisonte che inizia a galoppargli nel petto, grosso, pesante e inarrestabile. La guarda impacciato, poi si rivolge verso la porta. E' davvero successo qualcosa di serio - merda, oh merda - e se ne deve occupare lui. Adesso. Apre la porta: le tapparelle sono abbassate quasi del tutto, le finestre sono chiuse, sembra di entrare in un grosso ventre surriscaldato. Le urla di Simone sono come tuoni, lì dentro. Al centro della stanza (al centro del ventre), come se ancora in attesa di una collocazione definitiva, c'è la culla. Danilo si avvicina piano. A poco meno di un metro dal bordo del lettino si blocca e spalanca gli occhi, poi li strizza e li spalanca di nuovo. Occristo... Non è facile, ma quando riesce a metabolizzare quello che ha appena visto, indietreggia guardandosi attorno come se si attendesse un'imboscata. La culla è vuota. Simone urla in quella camera con la stessa voce di un dio furioso e la culla è vuota. Gli gira la testa. Deve uscire da lì. In fretta. Con tre falcate è nel disimpegno. Michela è seduta per terra, le gambe raccolte contro il petto, la fronte sulle ginocchia e la schiena scossa da sussulti violenti. -- Michela... d-dov'è Simone? -- La ragazza non fa cenno d'averlo sentito. Preme l'interruttore e il lampadario nella camera prende a brillare come una piccola luna smorta: oltre alla culla ci sono una poltrona blu e un tavolino tondo di cristallo. Nient'altro. Non c'è un quadro, un tappeto, un giocattolo. Non un solo giocattolo in tutta la stanza. -- Michela, dimmi dov'è, per favore... Dev'essere la domanda sbagliata, perché Michela affonda le mani nei capelli e prende a farfugliare e tossire quasi fosse preda di una crisi isterica. Danilo prova ancora a chiederle del bambino, una, due volte ma non c'è niente da fare. Lei è altrove. E non dev'essere un bel posto. Non lo è nemmeno quella camera. I suoi occhi vi tornano di continuo come sul groviglio di lamiere di un incidente stradale, la vista di quella culla vuota in una stanza squassata dalle urla è insostenibile e ipnotica al tempo stesso. Non può essere... Simone è da qualche altra parte, non può che essere così. Deve essere così. Sì. Abbandona il disimpegno camminando veloce come se fosse inseguito, entra nel soggiorno inondato dalla luce brutale del giorno, deglutisce e socchiude gli occhi feriti. La stanza è deserta. Da qualche altra parte. Si scuote e corre in cucina. Trattiene il fiato mentre apre la porta e continua a restare in apnea mentre rovista fin dentro al frigorifero, ma del bambino nemmeno l'ombra. Guaisce espirando e lascia la stanza, il cuore gli martella forte nel petto, fa a gara col pianto di Simone che rimbomba imperioso nell'appartamento. DEVE essere da qualche parte! Quando arriva nel bagno ha quasi il fiatone, una fitta di dolore limpido al fianco, la vista offuscata dal sudore che gli cola dalla fronte. Eppure la nota subito. Sulla ceramica del water, appena sotto l'asse. Una goccia rosso scuro che scivola piano lasciando un segno come di lacrima. Si avvicina. Gli trema la mano mentre afferra l'asse e la solleva. miodio... Un pigiamino giallo, un grosso gatto ricamato sopra. Oh mio Dio! Accartocciato nella tazza, il collo piegato in un angolo innaturale, gli occhi arrovesciati all'indietro... Apre la mano e lascia precipitare l'asse, il suo tonfo sul vaso - thum! - è lo stesso di una pietra tombale lasciata cadere sulla fossa. Come in risposta a quel rintocco terribile, dal corridoio arriva l'urlo di Michela, un grido che non ci si aspetterebbe di sentire da una ragazza di diciotto anni sana di mente. Michela! Muove un passo verso la porta, ma si blocca subito. La testa gli ruota sul collo come su un cardine arrugginito. Lo specchio sopra il lavabo. Sta tremando. E così anche i cristalli del box doccia alle sue spalle, la finestra, il lampadario. Qualcosa sta scuotendo come vele stracciate tutti i cristalli attorno a lui. Simone. Non è possibile (aaaah), non dopo aver guardato nel water (aaaahhh), eppure il suo pianto sta crescendo d'intensità (aaaaahhh!), è come il fischio di una pentola a pressione colossale che sale (AAAAAAHHH!), sale fino a impedirti di pensaaaaaaahhhh.... Il dolore ai timpani è un ferro incandescente che sfrigola fra le cartilagini, Danilo si copre le orecchie con le mani e fugge nel corridoio. Inciampa nel corpo di Michela, accartocciata sul pavimento, il volto bianco come gesso rivolto verso il soffitto, la bocca spalancata in un grido infinito e muto. Senza pensarci, la afferra per le spalle e la tira in piedi per trascinarla fuori da quell'inferno, ma quando è faccia a faccia con lei esita. E' come se fosse la prima volta che la vede. -- Non voleva smetterla! -- esplode lei senza preavviso, -- Io gli cantavo la ninna nanna, ma lui non la finiva lo stesso di piangere! ...due schianti secchi e i vetri delle cornici alla loro destra vanno in pezzi... -- Piange sempre, capisci? Piange sempre e mia mamma dice di cantargli una ninna nanna, ma lui non smette e io non so cosa fare! Perché mia mamma non è mai qui con me? Perché? ... il lampadario sopra di loro scoppia con un colpo di mortaio che sputa schegge acuminate. Danilo sobbalza e si allontana dalla pioggia di frammenti... -- Ho solo diciotto anni! Io non lo volevo nemmeno! E' stata lei a obbligarmi a tenerlo, è stata lei! ... e l'urlo di Simone divampa devastante, è come se fin ora avesse solo accumulato energia per quest'ultimo boato. Per un momento lunghissimo e agghiacciante sembra che sia destinato a crescere fino a schiantare i timpani di ogni essere vivente nel raggio di chilometri, poi tutto viene sommerso dal fragore dell'esplosione simultanea di ogni cristallo dell'appartamento e sembra che il cielo stia andando in frantumi. Danilo fa appena in tempo a gettarsi a terra con la ragazza che una scheggia grossa come una mannaia taglia l'aria proprio dove fino a un secondo prima c'era la sua testa. I frammenti di vetro gli si abbattono addosso come affilati chicchi di grandine, sibilano tagliano strappano, sono decine... poi centinaia... poi troppi per essere contati e finalmente finiscono. Batte, il suo cuore continua a battere furiosamente come sotto il flagello di vetro, nelle orecchie un grido terrorizzato. Il suo. Si costringe a tacere - potrebbe continuare a gridare per sempre se non lo facesse - e il silenzio lo ricopre come una trapunta pesante. Simone non piange più, ora. Si issa in piedi, le gambe minacciano di abbandonarlo scricchiolando come pezzi di legno, barcolla e si appoggia al muro. Michela solleva la testa di scatto, sembra che si sia appena ridestata da un incubo terribile, gli occhi sbarrati e folli sono due pozzi sul nulla. -- Ne conosci una? -- chiede in un soffio che riecheggia sinistro nel silenzio che li avvolge. -- Conosci una ninna nanna per farlo smettere? Vuoi aiutarmi a farlo smettere? Ti prego... La guarda a lungo, senza parlare. ninna nanna C'è troppo silenzio lì dentro. -- Ne conosci una? Ti prego, fallo smettere, ti prego... Troppo silenzio, adesso. ti prego... ninna nanna... -- Aiutami... il mio bambino piange, aiutami... Si siede accanto alla ragazza sul tappeto di vetro che ricopre il pavimento. Inspira piano. Socchiude gli occhi. C'è davvero troppo silenzio... ninna nanna ...così comincia a cantare. Se avete racconti che ritenete adatti per Delos, inviateli alla Redazione Narrativa di Delos, delos.script@fantascienza.com: saranno letti e accuratamente valutati dai nostri editor Franco Forte ed Emiliano Farinella. Tutti i diritti sono riservati. E' vietata la riproduzione in tutto o in parte del testo e delle fotografie senza la previa autorizzazione della direzione di Delos Science Fiction e degli aventi diritto. |
||||||||||||||