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Prove di città desolata
Il giorno dopo era andato a trovarla di nuovo e avevano guardato la città dai finestroni. L'uomo disse ho deciso di partire, lei gli aveva stretto la mano in silenzio. L'uomo disse voglio far l'amore per l'ultima volta. Non si rendeva conto della crudeltà di quelle parole. Lei disse questa città tremenda, di notte stormi di uccelli vengono a schiantarsi contro il grattacielo. Dai finestroni si vedevano i fumi rossastri degli incendi in periferia. Putredini. Consunzioni. Sotto di loro andavano chiatte sul fiume. Questo fiume, disse la donna, una materia densa, vischiosa, i residui fecali, gli aborti, il brodo terminale. Non è più acqua.
Nel crepuscolo le scie degli aerei incidevano bianche cicatrici sulla fuliggine del cielo. I vetri dei finestroni attutivano il rombo sordo continuo tremitante della città. Cuore emiplegico, disse la donna, carovana in disfacimento. Appoggiò la fronte al vetro tiepido. Si udivano i fischi brevi dei rimorchiatori, l'ansito delle fabbriche, i colpi dei magli nelle officine. Il sole al tramonto illuminava torri e ciminiere. Sulla riva opposta del fiume sfilava un corteo. Quegli uomini, disse la donna, quei vecchi coi cartelli, è tutto inutile. Il corteo si arrestò sotto il municipio protetto dal filo spinato. Un megafono vomitava nella sera parole incomprensibili. L'uomo era partito. Le scriveva brevi lettere, parlava di autostrade, di aeroporti abbandonati, deserti colmi di miraggi. Questi laghi prosciugati, scriveva l'uomo, i cartelloni pubblicitari, i tralicci contorti. Le lettere arrivavano dopo mesi, a mazzi di dieci dodici. Lei le leggeva e le lasciava cadere sul pavimento, sotto i finestroni. La sera guardava la vasta corrente del fiume, oleosa scendeva all'estuario lontano. Sentiva il richiamo dell'oceano. Qui è tutto smarrito, scriveva l'uomo, le foci illimitate, le pianure, i depositi di granaglie. Di notte sogno la città distrutta, un cratere immenso, le ripide pareti corrose, tutto è racchiuso in tutto, un ponte altissimo che collega rive invisibili. Mi svegliano gli urli delle iguane, incendi sonori, il cervello si surriscalda. A volte vorrei tornare, ma proseguo verso sud. La donna continuava a frequentare le riunioni del gruppo, sedevano intorno a uno schermo ascoltando un giovane calvo che leggeva poesie. Poi alcuni accendevano un fuoco sul pavimento, proprio davanti allo schermo, e cucinavano qualcosa nei loro barattoli. La ragazza orientale, dal viso pallidissimo, i capelli lunghi, il corpo goffo e angoloso, l'andatura incerta, barcollante quasi, le chiese qualcosa. La donna non capì, scosse la testa. Al suo passaggio l'altra alzò gli occhi intorbidati, aprì la bocca sottile nel viso come una maschera. Non so dove spedirti le lettere, scriveva la donna, ma non posso rinunciare a raccontarti qualcosa, dai finestroni vedo un cielo carico di nubi che rotolano chissà dove, forme sensuali, gonfie, indecenti. Il viso di coloro che guardano la città da tutte queste case non si vede, ma s'indovina. E' al tramonto che la città reclama i sacrifici. Le riunioni ormai si fanno nel mattatoio comunale. Odore di sangue vecchio, nei cameroni sono rappresi i muggiti e gli urli. Ogni giorno la città muore un altro po' e fa morire qualcuno. Quei vecchi. I pavimenti del mattatoio sono intrisi di liquami secchi, fermentano scorie organiche. Si stanno tramutando in qualcosa. Ho conosciuto un uomo, un giovane. Credo che sia innamorato di me. Forse una sera lo porterò qui a casa. Una di queste sere chiuse, rossastre di lontani falò. Vorrei che tu tornassi, ma è un desiderio remoto, allentato. Le tue lettere aprono piccole ferite, ascessi, arricciano squame. Camminare per le strade è sempre più difficile. Davanti a quelle distese di facciate sento aumentare la mia spossatezza. Una mareggiata gonfia di selciati, di mattoni e arcate all'infinito, commerci minuti, baratti sull'orlo della disperazione. Le finestre notturne. Gli schermi giganti issati contro il cielo, baluginanti nella notte pustolosa. Qui il cielo è limpido, scriveva l'uomo, sterile, invetriato. Solo ogni tanto velato dai miasmi delle paludi che fermentano al sole. Incontro stazioni di servizio bruciate, gasometri all'orizzonte. I cartelli stradali non hanno più senso. Un lento sprigionarsi di morte e di balli. I sogni mi raccontano una storia che non capisco. Dovresti trovarti qualcuno. Imbuco le lettere in villaggi ai margini di qualcosa, ma non so se ti arriveranno mai. La sera mi accampo, mangio erbe, radici, entro in negozi polverosi, compro una lattina di birra, un uovo di rettile. Tutto declina verso uno sfinimento. Penso alla città, al tuo appartamento alto sul fiume, ai tramonti, alle chiatte. E' una città nervosa, basta guardare i quadranti fosforescenti dei grandi orologi agli angoli delle strade. Fermi da anni, ma pieni di tensione. Indici puntati verso un destino. Dopo tanto tempo ho rivisto i satelliti nel cielo del deserto. Minuscoli sarcofaghi lucenti. Insegne di una civiltà al tramonto. Il sole li fa brillare come perle di una religione dimenticata. Vorrei una città esangue, azzurra, oppure bianca di statue e di colonne, tra zampilli di fontane, piena di giardini segreti dove maturino frutti succosi, roridi manghi, bergamotti imperlati di rugiada. Ma nella nostra città da un pezzo le orchestre hanno smesso di sonare, le fanfare domenicali tacciono. Sogno moscerini dorati nei lunghi pomeriggi. Invece ci sono cani famelici, soldati, fogne, topi neri selvaggi. Trovati qualcuno, se ti sapessi in compagnia ne avrei sollievo. La donna continuava a scrivere lettere che non sapeva dove spedire. La vita è una malattia della materia, è un adattamento della materia per sopravvivere alla vita. La città vince su tutto. Sempre più spesso manca la corrente. Le quattro ciminiere della centrale termoelettrica da mesi non fumano più. Si stagliano nella notte rossastra come le dita di una mano mozza. Sul fiume passano ancora le chiatte, vanno a sbattere contro le pile dei ponti, si ammassano in isole contorte. Durante l'ultima riunione al mattatoio hanno scoperto una testa di porco chiusa in un armadio. Putrida, verminosa. Hanno obbligato il mio giovane amico a mangiarla. Affondava i denti nella carne cruda, liquaminosa. Con un'angoscia che si coloriva di voluttà. Gioia, tripudio, ribrezzo. Tutti gridavano op-là op-là, battendo sul pavimento certi bastoni grossi, appuntiti, zagaglie di guerra e di supplizio. Ritmicamente. Barbari. Mentre una vecchia si spogliava ridendo, scotendo la testa. Inebriata dal fetore e dai colpi dei bastoni. Non gli possono far questo, pensavo, mentre qualcuno mi carezzava, una mano s'insinuava sotto la gonna, sentivo una bocca caldissima che mi succhiava il collo. Mi sono liberata, ho preso il giovane per un braccio, l'ho trascinato via, incespicando per gli anditi neri del mattatoio. Dietro sentivamo la folla dei torturatori che rideva, quel ritmico pulsare dei pali aguzzi sul cemento. La città impazzisce. L'uomo avanzava verso sud. Sono in una terra di paludi, scriveva. Le iguane si moltiplicano. Mangiano piccole carogne di uccelli, secche, nere. Brevi scatti del capo triangolare, teste squamose. Antiche leggende sopravvissute. Draghi scampati al diluvio. Ai margini delle città trovo rotoli di fili elettrici, magnetofoni accatastati, bidoni di catrame, latte di benzina, complicate tastiere. Carcasse di automobili bruciate. Dentro ci sono sagome nere, abbrustolite. Nelle città non entro. Penso alla nostra. Rimpiango i finestroni di casa tua, i tuoi baci, le notti febbricitanti alte sul fiume. Non so se continuerò a scriverti. Che senso ha. Tutto è difficile. Mi alleggerisco di me stesso. Un'attenuazione. Non ci sono più ombre. Solo acque di laguna e sabbie calcinate. La notte è solcata dalle stelle cadenti, brillano i satelliti, un luminoso alfabeto indecifrabile.
* * * La donna dice che hanno emanato decreti per limitare l'afflusso dei forestieri. A quelli trovati senza permesso vengono tagliate le mani. Il giovane dice che sempre più spesso la gente organizza per scommessa combattimenti tra cani e topi, quasi sempre vincono i topi. Il mattatoio ha subito danni gravissimi per un incendio. Quello che ne resta è stato chiuso, porte e finestre murate. Dicono che dentro siano stati imprigionati centinaia di senza tetto, in un comunicato il sindaco ha smentito. Le riunioni del consiglio comunale sono sempre più rare, la giunta ha assunto i pieni poteri. Il giovane dice che sarà istituito il coprifuoco. Dappertutto si vedono soldati. Folle sterminate assistono a spettacoli cruenti, tatuaggi e mutilazioni. Gli artisti si scolpiscono il corpo col bisturi e le forbici. Davanti a platee urlanti. La donna dice che di notte si sentono nenie, sembrano uscire dai muri, qualcuno cerca, cerca. Dice che da un anno non riceve più lettere dall'uomo. Il giovane non fa domande. Si mette davanti al computer e si collega col mondo. Poi chiede alla donna di far l'amore un'altra volta. La donna si sdraia e glielo fa fare, distratta guarda oltre i finestroni il cielo fumigante. La donna dice che vorrebbe partire, cercare l'uomo, seguire le sue tracce verso sud. Il giovane la scongiura di restare, o di portarlo con sé. La donna lo guarda, gli tocca la fronte, poi piange.Dagli schermi giganti il sindaco invia proclami alla popolazione. La sua voce distorta sembra un lungo ululato di sirena. Gli schermi sono imbrattati di guano. Colombi e gabbiani appollaiati. A migliaia. Il sindaco parla di urbanisti e programmatori. Vuole rifare la città. Ristabilire l'ordine. La folla che percorre le strade oscure come inghiottitoi non leva più il capo. Continuano a scoppiare incendi in periferia. Verso l'aeroporto il cielo è più giallo, con striature color cenere. La città è una vasta embolia. Le donne non partoriscono più. Scendono nel fiume e aspettano che quell'acqua putre le faccia abortire. Lunghe strisce di sangue portate dalla corrente tra rami spezzati e carogne d'animali. Frantoi di carne, ammazzatoi a cielo aperto. I loro capelli umidi, le mammelle pendule. Dai parapetti gli uomini guardano chiusi in un dolore. Il sindaco moltiplica gli editti, le proibizioni, gli ordini. Il suo viso gigantesco dai grandi schermi balugina nella notte, le sue parole risuonano per i vicoli come muggiti di toro infoiato. Anche la donna scende nel fiume, aspetta che quei liquidi artigli la raschino a sangue. Poi torna a casa, si sdraia sotto i finestroni gemendo. Il giovane capisce e si dispera.
* * * A un certo momento la donna smetterà di scrivere lettere all'uomo. Raccoglierà tutte quelle che gli ha scritto, le legherà con uno spago (forse un nastro: rosso o azzurro) e le ficcherà in fondo a un cassetto. L'uomo avrà smesso di scrivere molto tempo prima. Non si saprà dove sia andato l'uomo, ma si faranno alcune congetture:si sarà stabilito in uno dei villaggi ai bordi delle lagune meridionali (vapori e fumigazioni dall'acqua stagnante, di notte gli urli rauchi delle iguane, forse colpi di arma da fuoco, fucili da caccia, per esempio); oppure: sarà emigrato in un altro continente, dopo un lungo viaggio aereo (portandosi dietro un ricordo brulicante e sfocato della città, ma anche un ricordo nitido e struggente della donna); durante il viaggio avrà sorvolato per centinaia di miglia distese abbaglianti di sabbia color ocra (tagliato forse il deserto da una ferrovia diritta che spunta di continuo all'orizzonte, come il sogno malato di un ingegnere folle: elaborare questo punto) oppure negre distese di lava solidificata (a ondate successive, raffreddate dai secoli, sgorgate da fessure e crateri ormai scomparsi: senso della quasi eternità tellurica) oppure ancora tundre selvagge, color malva o violacee, screziate di gialloverde (anche toni di grigio: immaginare la tundra: in quale stagione?). Quanto alla destinazione precisa, si potranno fare ulteriori congetture (un'altra città in decadenza, un'isola: piccola? grande?, un paese affacciato sul mare (villaggio di pescatori, vaste brume dall'oceano fino al principio dell'estate) oppure una vecchia città mineraria semiabbandonata (torri, casamenti sparsi (di pietra o mattoni, piuttosto tetri), binari a scartamento ridotto, per lo più arrugginiti, macigni e blocchi di minerale sparsi qua e là (pirite? bauxite? non ha molta importanza), l'imboccatura nera dei pozzi, o forse una grande apertura ad arco sul fianco della montagna (come una grotta o caverna preistorica), magazzini per gli attrezzi (specificare gli attrezzi), vagoncini (a bilanciere? comunque alcuni rovesciati), trivelle per le perforazioni (impadronirsi della terminologia mineraria)). Fermarsi qui con le congetture. Intanto la città avrà subito un ulteriore degrado (simbolo del degrado sarà il grande falò acceso al centro di un piazzale verso la periferia (forse una volta qui c'era il capolinea di molti autobus o magari filobus: mi piace il fruscio del filobus); intorno al falò barboni e prostitute (immagine troppo convenzionale, correggere o attenuare introducendo vecchi demoralizzati, impiegati vestiti con un certo decoro residuo, soprattutto ferrovieri o ex ferrovieri, ex cantanti, ex dattilografe ora dedite a pratiche sessuali mercenarie di vario tipo (spesso imbrogliate dai clienti, ma sorvolare)). Intorno a questo degrado si estende un altro degrado: vicoli, magazzini abbandonati, stradine a fondo cieco, marciapiedi ingombri di calcinacci, cataste di mattoni (su cui crescono ciuffi d'erba: primo piano sull'erba mossa dal vento), muri corrosi, vetri infranti, auto sfasciate; ancora più lontano: depositi di legname, mercati all'ingrosso, pile di copertoni, bidoni sfondati, piazzali pieni di autobus (dipinti di verde) fuori uso, scrostati, ammaccati ecc. Nel degrado si udranno i suoni tipici del degrado: pianoforti (scordati), squilli di telefono vicini e lontani, programmi radiofonici e televisivi (molta pubblicità, qualche annuncio del sindaco (il sindaco nel frattempo sarà cambiato, ma anche il nuovo sarà convinto della necessità di razionalizzare la città, cercando di sopprimere tutte le attività umane perché la città possa finalmente funzionare come un città dovrebbe)). Intorno alla seconda fascia di degrado, altre fasce: scali ferroviari (qui la scena è notturna: fanali al sodio, luccichio di binari, ma smorzato per l'immancabile foschia, dagli altoparlanti ordini di manovra (la voce sarà maschile, bassa, pastosa, le parole incomprensibili e perentorie), cozzi di respingenti, stridio di freni, altri rumori tipici dei treni in manovra negli scali ferroviari (il colore dei vagoni sarà per lo più rosso ruggine, ma anche bianco sporco o nero antracite)); porti fluviali (la scena sarà molto simile; varianti: luccichio dell'acqua, rumore (sciabordio, sciaguattio) dell'acqua, gru che brandeggiano nella caligine ecc. ecc.); il mattatoio fuori le mura (l'altro, in centro, sarà stato murato da un pezzo, dopo l'incendio); l'ospedale (o gli ospedali; comunque: camere, corsie, stanzoni, bombole d'ossigeno, cucine (tazze di caffellatte bianchiccio, patate lesse, frutta cotta), letti di ferro, gabinetti sbreccati e, a parte, l'inceneritore (fumo, odore acre di fumo, fiamme (lingue di fuoco) appena accennate)); fabbriche (di barattoli, di candele, di dentifricio, di scarpe (queste ultime saranno fonte di inquinamento e di grave disturbo per il lezzo emanante dalle concerie)); e poi: fornaci (le fornaci saranno basse, con ciminiere snelle o al contrario grosse e tozze, di forza irresistibile; in ogni caso le fornaci saranno illuminate dall'interno (bagliori di fiamma) come cappelle mortuarie animate), orti e giardini suburbani (per lo più ingombri di baracche (lamiere ondulate), fili di ferro, panni stesi, alberi da frutta scheletriti), stradine fangose, campi neri di pioggia e di carbone. Qui la fantasia si potrà sbizzarrire (cimiteri, crematori, siepi, rigagnoli ingombri di detriti, raffinerie, caserme, un manicomio (forse ancora in funzione: decidere dopo)), ma senza esagerare con descrizioni troppo minute (accennare a odori, colori, suoni; accennare appena ai sapori). La donna continuerà ad abitare nel suo appartamento, la sera contemplerà la città e il fiume dai finestroni (non sarà necessario precisare altro della sua vita: lavoro ecc.). Il degrado progressivo sarà seguito attraverso i sensi della donna, che avvertiranno le lente tramutazioni dei colori (specie al tramonto: tutti i rossi, gli aranci, i verdi, i violetti: ma sfocati, abbrumati, smorti: o morti); dei suoni (i baracconi (giostre, tiri a segno), le ambulanze, i megafoni, qualche rintocco di campana, ma raro, il brusio sordo del traffico, il rombo (lontano) degli aerei); e degli odori (del fiume, degli incendi, dei gas di scarico, degli impianti di riscaldamento; e poi: di pelliccia bagnata (dei cani, dei gatti randagi, dei topi); l'odore della donna stessa). Tutti i colori, i suoni e gli odori inclineranno verso una disfatta uniformità che preluderà a una disgregazione (forse) o all'entropia (forse). Della donna si descriveranno: il volto, il corpo (nei particolari, ma senza indugiare per non dar l'impressione di un compiacimento sessuale: del resto il corpo sarà via via sfiorito (specie dopo il bagno nel fiume), in un declino parallelo a quello della città), il vestito (ne basterà uno fra i tanti, che però indichi anche lo stato d'animo (d'attesa, di rassegnazione, di melanconia), i ricordi e le speranze (se risulterà troppo difficile, lasciar perdere)) e il modo di camminare (a questo punto saranno descritte le scarpe della donna, che immagineremo allineate di fronte ai finestroni, dietro una tenda color rossoscuro lunga fino al pavimento (la punta di qualche scarpa sporgerà dalla tenda: qui si potrà udire un rumore stropicciato di piedi, come di chi imiti il passo strascicato di un vecchio (no, di vecchio no))). La donna avrà scacciato il giovane oppure avrà deciso di vivere con lui. Nel secondo caso ogni tanto gli farà l'amore (ma senza partecipare troppo) e spesso ballerà con lui al suono dei pianti e delle nenie (flauti, tamburi) che continueranno a udirsi nell'appartamento (la provenienza di queste nenie dovrà restare misteriosa, ma saranno accennate alcune ipotesi (zingari, abitanti degli appartamenti vicini, presenze aliene dentro le pareti (non sconfinare nella fantascienza, che guasterebbe l'atmosfera del racconto); meglio di tutto: sono i canti tribali di certi stranieri (da nord? da est? barbari, comunque, giunti con carri, bambini e molossi, vedi Dune, gabbiani))). I balli della donna e del giovane avranno una qualità languida ed esitante, molto erotica (lasciva?), ma non porteranno quasi mai al coito (si potrebbero definire balli vuoti? morti? sviati? trovare un aggettivo illuminante, magari ossessivo); ballando il giovane terrà sempre le mani sulle natiche della donna, ma per abbandono più che per desiderio (forse). A questo punto si avrà un campo lungo sulla città, poi subito qualche primo piano. Bisognerà decidere se alimentare una speranza (suono di fisarmonica che accompagni parole di augurio e d'incitamento; volo di rondini contro un cielo finalmente azzurro; sorriso di madre che allatta un neonato; altalena con un bambino che vola verso l'alto, mentre un barboncino abbaia festoso; qualcosa di simbolico, insomma, ma facile, leggiero); oppure se condannare definitivamente la città al declino e alla morte. La decisione sarà presa entro i prossimi giorni (o secoli). Intanto bisognerà trovare un nome alla città. Il nome della città desolata sarà composto da tutte le lettere di tutte le parole di questo scritto. Se avete racconti che ritenete adatti per Delos, inviateli alla Redazione Narrativa di Delos, delos.script@fantascienza.com: saranno letti e accuratamente valutati dai nostri editor Franco Forte ed Emiliano Farinella. Tutti i diritti sono riservati. 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