Delos: Il seguito di Metropolitan (bellissimo romanzo che ho avuto il piacere di tradurre per Mondadori), intitolato City on fire, sarà il capitolo definitivo della saga urban fantasy iniziata con Metropolitan, o ne leggeremo altri?
Walter Jon Williams: Francamente non ho mai pensato che Metropolitan potesse essere qualcosa di più di un romanzo a se stante, ma quando l'ho terminato ho compreso che avevo ancora molto da dire in proposito. Del resto, anche quando ho completato City on Fire mi sono reso conto che ancora una volta non avevo finito di esplorare questo scenario ricco di possibilità, e che quindi potrebbe esserci spazio per un terzo libro. Non saprei dire quando, però, perché dopo aver speso tre anni nell'universo di Metropolitan ho bisogno di prendermi una vacanza. Per questo credo che per un certo tempo scriverò altre cose.
Delos: Che cosa ne pensi di questo termine urban fantasy, con il quale molti critici hanno voluto descrivere il genere letterario di Metropolitan? Puoi farci altri esempi a te noti di romanzi che trattano questo genere?
Walter Jon Williams: Il termine urban fantasy è stato usato per descrivere libri come War for the Oaks di Emma Bull e praticamente tutto quello che ha scritto Charles de Lint. Mi permetto però di suggerire che in questi casi il termine è stato usato in modo scorretto. Qui, infatti, abbiamo un'ambientazione urbana, ma gli elementi fantastici sono troppo tradizionali. Gli elfi, per esempio, sono perfettamente riconoscibili come elfi anche se frequentano dei punk rock club. Metropolitan, invece, si basa sul fatto che la urban fantasy debba essere realmente urbana, che tutti gli elementi fantastici, così come il background che vi sta alla base, debbano derivare da uno scenario urbano. Per questo ho creato un mondo che non è nient'altro che un'immensa città, una metropoli che ha generato la magia dalla sua natura intrinseca. La città è grande abbastanza da contenere numerose "nicchie ecologiche", riempite da creature derivate da questo peculiare scenario magico. Ho rifiutato i tradizionali elementi fantastici non perché non li apprezzi, ma perché non avevo niente di nuovo o di interessante da dire riguardo a essi.
Delos: Che cosa ne pensi del cyberpunk, una corrente letteraria tutt'ora molto di moda in Italia?
Walter Jon Williams: La forza del cyberpunk è stata riuscire, nell'ultimo decennio, a reinventare se stesso. Negli anni ottanta era identificabile come un sottogenere letterario riguardante principalmente le distopie e le classi underground. Anche se questo stereotipo aveva delle basi in romanzi come Neuromante e Guerrieri dell'interfaccia, non è mai stato del tutto realistico, come può confermare il romanzo La matrice spezzata di Bruce Sterling. L'enfasi riguardo l'utilizzo della distopia e l'occhio di riguardo per l'underground si sono sviluppati come reazione alla fantascienza precedente, che aveva largamente ignorato questi due argomenti.
Quello che il cyberpunk ci ha descritto è una complessa, sfaccettata visione del futuro in contrasto a quelle precedenti, che tendevano a essere monocromatiche. Questa poliedricità del cyberpunk deriva dalla consapevolezza che il futuro non può essere descritto immaginandolo come una società monoculturale, bensì tenendo presenti le infinite possibilità di espansione che saranno possibili grazie alle tecnologie.
In questa visione è la tecnologia, utilizzata dalla gente a tutti i livelli sociali, che consente alle persone di realizzare se stesse sia come individui che come membri di un'unica società.
Questo sviluppo del cyberpunk in una forma più sofisticata può essere visto, per esempio, in alcuni romanzi di Bruce Sterling e di Neal Stephenson, oppure nel mio stesso Aristoi. Metropolitan, in questo senso, è un fantasy cyberpunk pur descrivendo una sola città che ricopre tutto il mondo, si tratta di una metropoli con caratteristiche caleidoscopiche, e non monocromatiche.
Delos: In Italia di tuo sono stati tradotti i romanzi come Guerrieri dell'interfaccia, Aristoi, Metropolitan, La voce del vortice. I nostri lettori sono rimasti sorpresi dall'estrema diversità degli argomenti trattati. Sei un autore molto poliedrico, non ti sembra?
Walter Jon Williams: Mi piace la parola "poliedrico". Devo ricordarmi di utilizzarla, in futuro.
Quando ho cominciato a scrivere fantascienza, sapevo che il genere mi avrebbe consentito di spaziare in un'ampia varietà di tematiche e stili letterari, e per questo ho cominciato coscientemente a esplorare questa straordinaria libertà narrativa in tutti i modi che mi erano possibili. Non ho mai avuto il desiderio e l'intenzione di scrivere continuamente lo stesso libro o di riprendere sempre gli stessi stilemi letterari. Sapevo di possedere una certa flessibilità di stile, per cui ho provato ad adattare questa mia caratteristica ai diversi percorsi della fantascienza per renderli ognuno in modo autonomo nei miei libri.
Mi è sempre piaciuta l'idea che i miei lettori potessero sorprendersi per il contenuto di ogni mio romanzo, e ho sempre cercato di non deluderli.
Delos: Mi è capitato spesso di sentirti paragonare a Roger Zelazny, come stile di scrittura e architettura delle trame. Tu che ne pensi?
Walter Jon Williams: Sono sempre molto felice quando vengo paragonato ai maestri della fs, e Roger Zelazny è stato uno di essi. Il suo contributo al genere è stato fenomenale. Verso il termine della sua vita, Roger è diventato anche un mio buon amico. Per cui non posso fare a meno che essere estremamente onorato di essere paragonato a lui.
Delos: Quale credi che sarà il futuro della fantascienza?
Walter Jon Williams: Al momento vedo almeno due possibilità.
Primo, le peculiarità e alcune caratteristiche della fs sono state adottate da autori quali Gore Vidal, Margaret Atwood, PD James e Walter Mosley, che non si considerano scrittori di fantascienza. Stanno usando queste peculiarità in modo interessante, in parte come risultato della loro mancanza di familiarità con la storia e la tradizione della fs. Questo potrebbe sembrare irritante per gli appassionati di fs, che vorrebbero vedere rispettate le tradizioni del loro genere letterario preferito, ma io vedo la cosa come uno sviluppo positivo, in grado di arricchire culturalmente la fantascienza.
Un altro sviluppo, mi dispiace dirlo, riguarda la profonda nostalgia della fs per il suo passato.
Una volta era una caratteristica degli autori di fs pensare a quello che sarebbe potuto accadere nel futuro e speculare sulle conseguenze delle proprie idee, ma ormai tutto questo sembra essersi esaurito.
Gli autori d'oggi stanno ideando delle storie che non richiedono di pensare troppo al futuro. Per esempio sto leggendo un certo numero di romanzi che parlano di universi alternativi, il che richiede solo una buona conoscenza della storia. Non è che le storie sui mondi alternativi mi dispiacciano, io stesso ne ho scritte parecchie, ma non mi piace il fatto di dover leggere solo questa roba.
Tra l'altro, ho notato anche un recupero di storie sui programmi spaziali alternativi, nei quali le decisioni cruciali vengono prese in maniera differente rispetto a quanto accaduto negli anni '50 e '60, il che porta a descrivere un futuro in cui l'umanità colonizza la Luna ed esplora Marte, scenari futuri molto più vicini al 2001 di Clarke di quanto non stiamo realmente sperimentando.
Io sono un nostalgico dei programmi Apollo come chiunque altro, credo, ma a parte l'ingenuità che viene fuori in queste storie, mi piacerebbe vedere più idee su come potremmo sviluppare la tecnologia del volo spaziale oggi, con le risorse del 2000, piuttosto che tornare nel 1963 e dover ricominciare tutto da capo.
Un altro elemento di nostalgia lo si può ritrovare in quelle storie che si basano sul rifacimento di altri romanzi di fs, come è successo con il romanzo di James Patrick Kelly, Think Like a Dinosaur, che ha dovuto dipendere interamente su The Cold Equations per ottenere un certo effetto.
Naturalmente, non c'è niente di male in questo, o in romanzi come Think Like a Dinosaur, ma mi piacerebbe poter leggere qualche storia in più sul nostro prossimo futuro.
Il che è esattamente quello che stanno facendo autori come Greg Egan, Bruce Sterling e Neal Stephenson. Anche se sono autori molto differenti tra loro, riescono a pensare con profondità e accuratezza ai possibili scenari futuri, e riescono a presentarceli in modi davvero convincenti.
Delos: Quali sono i tuoi autori preferiti di fantascienza e fantasy?
Walter Jon Williams: Vado matto per Samuel R. Delany, Roger Zelazny, Ursula LeGuin, Michael Moorcock e Robert Heinlein. Tra i più giovani mi piacciono Greg Egan, Bruce Sterling, Patricia Anthony e Neal Stephenson. Il primo romanzo di Sage Walker, Whiteout, è uno dei più belli che abbia mai letto. Per quanto riguarda il fantasy, il mio autore preferito resta E. R. Eddison, per la sua potente ed eccentrica descrizione delle divinità greche reincarnate che vivono su Mercurio e per le citazioni di Snorri Sturleson in originale norvegese. La mia lista di autori fantasy favoriti include Tim Powers, James Blaylock e Sean Stewart. Sean Stewart, probabilmente, è una delle più originali voci di questo genere apparsa negli ultimi anni.
Delos: Il tuo ultimo romanzo, La grande onda (Rizzoli), non è una storia di fs classica. Ti sei lasciato attirare da un argomento molto alla moda, il catastrofico, che soprattutto al cinema sta andando forte. Come mai?
Walter Jon Williams: A volte una storia è così bella che sei semplicemente obbligato a raccontarla. L'idea per il romanzo mi è caduta in testa come un'incudine... e ho capito che non potevo fare altro che mettermi subito a scrivere. Non so quanto in effetti sia "di moda"? Considero questo genere squisitamente all'antica.
Delos: Tutti si chiedono: Aristoi avrà un seguito?
Walter Jon Williams: Ho qualche idea per un seguito, ma non sono ancora riuscito a metterle assieme per farne un libro. Credo che Aristoi sia uno dei miei migliori lavori, e non voglio che il seguito sia da meno, così aspetto finché le idee non saranno mature per cominciare a scrivere.
Delos: Quando verrai in Italia?
Walter Jon Williams: Mi piacerebbe molto! Sai di qualche convention che potrebbe invitarmi?
Delos: Be', ragazzi, questo è un messaggio diretto a tutti. Chi si fa sotto per cercare di portare Williams in Italia? Sarebbe certamente un bel personaggio da avere come ospite a una convention.