Sapete, ragazzi, era proprio qui che sorgeva il Verminaio, oltre cent'anni fa. Ma per me è come se fosse ieri. Oggi il terraforming ha dato vita a questo paradiso in cui viviamo, ma un tempo qui era tutto un deserto nero e gelido, una distesa immensa di sabbia metallica. E nel sottosuolo le miniere, con migliaia di sventurati a sputare sangue per strappare dalla roccia qualche sasso di titanio.
E poi c'erano i vermi.
Il vecchio Jack è incredibilmente vecchio. Ma quando ti sorride, i suoi occhi azzurri scintillano ancora di luce viva. Tossisce, e strappa con un morso un grosso pezzo del klang rosso che gli abbiamo portato. Il nostro compenso per le sue storie. Ma sono sicuro che non lo fa per questo. A lui piace raccontare. E per noi ragazzi è un rituale. Adoriamo ascoltare le sue storie, quando Giove l'Immenso riempie il cielo della notte, con i suoi fantastici vortici di elio e idrogeno che esplodono in tempeste dai mille colori. Ora la vita qui su Callisto è tranquilla, ma 100 anni fa, all'inizio della colonizzazione, quando furono scoperte le prime miniere di titanio, l'ottavo satellite di Giove divenne terra di frontiera. La nuova ultima frontiera della razza umana. Appena fu ultimata la Bolla Preservatrice, che permise anche qui la vita terrestre, la Federazione concesse subito la solita percentuale sul minerale estratto. Così vi fu la storica invasione dei migliaia di disperati, che si improvvisarono minatori. Ne morirono a centinaia, nei chilometri di cunicoli labirintici che scavarono nel sottosuolo. E nulla come i racconti del vecchio Jack sono in grado di ricreare l'atmosfera del tempo. Jack è l'unico a non vivere in una delle tante costruzioni di perspex tutte uguali. Lui è diverso dagli altri adulti. Lui viaggia, gira, dorme all'aperto, sotto le stelle... perso ancora nei ricordi di quel suo tempo lontano.
I vermi.
Voi siete tutti nati dopo la loro estinzione, ma vi assicuro che non erano un bello spettacolo. Lunghi oltre 6 metri, grossi come vah'ri e viscidi come serpenti. Quei vermi maledetti erano come gigantesche collane di immonde perle nere, dotate di vita propria e affamate di carne umana. La loro bocca era un'orgia di lame metalliche, che quei demoni usavano per scavare nel terreno le loro tane schifose. Ingoiavano terra e se la cagavano dietro, mista a una bava puzzolente e viscida. Così quei bastardi indebolivano le pareti delle miniere, che crollavano, seppellendo i minatori a decine. Per non parlare di quando si lasciavano cadere dall'alto, nel buio delle gallerie, su quei poveri uomini terrorizzati. Riuscivano quasi sempre a divorarne almeno un paio, squartandoli e inghiottendoli a grossi pezzi, prima di fuggire scavandosi una via di fuga nel terreno.
Allora iniziò la caccia al verme. In fondo catturarli era abbastanza facile. Venivano individuati attraverso le vibrazioni nel terreno, e poi guidati con gli ultrasuoni sino alla superficie, dove venivano rinchiusi in apposite gabbie antigravitazionali, rinforzate al titanio. Il problema era che la Federazione aveva vietato di ucciderli, almeno finché non avesse capito se fosse possibile tirarci fuori dei soldi, in un modo o nell'altro. E i coloni iniziarono così ad accumularli... e a chiedersi anche loro a cosa cazzo potessero servire quei bruchi di merda.
Questo fino a quando qualche idiota non pensò di provare a cavalcarli. All'inizio fu solo un gioco, la sfida folle di qualche ubriaco. Poi divenne uno sport. E così nacque il Verminaio. Fu costruita un'arena, con il pavimento rivestito in titanio, per impedire ai Vermi di fuggire nel sottosuolo. I palchi per il pubblico vennero protetti da enormi lastre di perspex trasparente. E furono trovati anche i disperati disposti a cavalcare. Con le regole dei vecchi rodei che, secoli fa, si svolgevano sulla Terra. Si doveva restare sul dorso di quei mostri il più possibile sino a quando, frustrati ed esausti, finivano con l'arrendersi, immobilizzandosi improvvisamente sul terreno. Ma si doveva anche resistere con classe. Era permesso tenersi alla corda che veniva legata intorno al corpo del verme, ma con una mano sola. L'altra doveva essere bene in vista, in alto. I piedi, armati di speroni elettrificati, dovevano stringere il corpo del verme, e non potevano assolutamente infilarsi nella corda. Il tutto non era certo facile. Anche perché i vermi avevano, intorno alla testa, delle lunghe appendici snodabili, una specie di sensori che utilizzavano per orientarsi nel buio totale del sottosuolo. E quando venivano cavalcati, quei lunghi tentacoli, simili ad anguille impazzite, si piegavano all'indietro aggrappandosi al corpo del cavaliere, cercando di strapparlo via. Non era facile resistere a quell'abbraccio osceno, soprattutto quando quei bruchi del cazzo, contorcendosi come demoni, saltavano in aria anche di 3, 4 metri, per cercare di disarcionare il malcapitato.
Il Verminaio fu subito un successo enorme. Divenne immediatamente la meta preferita di tutti i minatori di Callisto. Quei poveretti arrivavano la sera, insieme alle loro famiglie, dopo una giornata massacrante in miniera. Era l'unico svago che potessero permettersi, e anche l'unico possibile su quel pezzo di roccia nello spazio che era Callisto a quel tempo. Ma non era solo il gusto del pericolo e la sete di sangue ad attirarli... era anche la voglia di osservare, protetti dalle grandi lastre di perspex trasparente, quei demoni che avevano provocato la morte di tanti di loro, quei vermi infernali finalmente domati, sottomessi all'uomo. Poi iniziarono ad arrivare spettatori un po' da tutte le altre basi sparse nel sistema solare. E, col tempo, i migliori cavalieri di vermi divennero delle vere star, ben pagati e idolatrati dal loro pubblico.
Io arrivai al Verminaio solo in un secondo tempo, circa vent'anni dopo la sua apertura. Ero ancora molto giovane, e vi trovai lavoro come inserviente. Il mio compito era quello di pulire il pavimento dell'arena, per disincrostare il titanio da tutte quelle schifose mucose viola lasciate dai vermi. Un vero lavoro di merda. Ma ne valse la pena, perché lì conobbi Lobo. Lobo lo zoppo. Lobo il clown, il pagliaccio del Verminaio. Non penso che Lobo fosse il suo vero nome, ma tutti lo chiamavano così.
Durante i rodei Lobo era sempre lì, in un angolo, in attesa di intervenire. E io con lui. Nel momento stesso in cui venivano tolti dal verme gli elettrodi che, immobilizzando i suoi centri motori, permettevano al cavaliere di salire sul dorso, iniziava l'inferno. E ogni volta potevo scorgere, negli occhi di Lobo, una luce oscura. Lui mi spiegava, sussurrando con quella sua voce rauca, dove i cavalieri sbagliavano, alcuni perché si sbilanciavano troppo, altri perché non sapevano usare con efficacia gli speroni elettrici. Quando un cavaliere veniva sbalzato, la sua vita si decideva in una manciata di secondi. Era allora che Lobo interveniva, vestito da pagliaccio. Riusciva a prevedere esattamente quando e dove l'uomo sarebbe caduto. E così, seppure zoppo, era sempre lì, pronto a intervenire, pronto a salvare la vita a quei poveracci. L'unica sua arma era la kaira, una lunga lancia elettrificata, con cui pungolava il verme, per permettere la fuga dell'uomo. Ma non sempre aveva successo.
La notte io e Lobo dormivamo insieme, nelle stalle dei vermi. All'inizio ricordo che fu difficile abituarsi. I vermi non dormivano mai. Urlavano e si contorcevano tutta la notte. Emettevano fischi infernali, cercando inutilmente di scavarsi una via di fuga attraverso i rivestimenti di titanio. Le loro lame raschiavano e stridevano contro le pareti, contro il pavimento, in quelle che sembravano le urla disperate di prigionieri furibondi, decisi a non arrendersi al loro destino. Erano suoni acuti, alieni, che ti penetravano nel fondo delle ossa. Ma quello che mi faceva soffrire di più era Lobo. Non ricordo di averlo mai visto dormire sereno. Oramai era abbrutito dalle continue sbronze di saik'a. Aveva un sonno ossessionato dagli incubi del passato. Lui non ne parlava mai, ma si diceva che fosse stato un ufficiale degli Incursori Stellari, il corpo d'elite della Federazione, la forza d'intervento rapido nelle guerre più scomode e feroci. Ma un giorno, stanco degli orrori a cui aveva assistito, Lobo aveva deciso di rifarsi una vita. E arrivò su Callisto, insieme alla sua giovane e bellissima moglie. Si diceva che all'iniziò provò a cavalcare i vermi quasi per gioco, attirato dall'amore per il rischio che ormai aveva impresso nel sangue. Ma poi Lobo divenne, col tempo, un grande cavaliere, il più grande di tutti, il migliore di sempre. Si diceva che nessuno potesse competere con lui, in quanto a classe e coraggio. Sino a quando non provò a cavalcare una regina. Se i vermi erano demoni, la regina era Satana in persona. Si diceva vivessero sprofondate nel sottosuolo, dove deponevano le uova in perfetta solitudine, dopo aver divorato i maschi. In oltre 20 anni ne era stata catturata solo una. Ed era stata cavalcata da Lobo. Ma lui quella volta cadde, riuscendo però a non farsi dilaniare da quell'abominio e a rotolare via, riportando la sola frattura del bacino. Rimase vivo ma zoppo, e la regina fu portata via da Callisto, sequestrata dalla Federazione. Ma un cavaliere di vermi non può essere zoppo. Non possono esistere cavalieri zoppi. Così Lobo rimase senza lavoro. La moglie giovane e bella lo lasciò, per andarsene via con il ricco proprietario di una delle miniere, e lui cadde nella spirale oscura del saik'a. E infine, per disperazione, iniziò a fare il clown, il pagliaccio del Verminaio. Da eroe del rodeo a pagliaccio zoppo. Di giorno riusciva anche a sopportarlo, di notte no.
Non scorderò mai Francisco, uno dei più grandi campioni del Verminaio. Francisco era l'unico amico di Lobo, l'unico che lo trattasse con rispetto. E la stima era reciproca, Lobo me lo indicava spesso come esempio. Francisco era forte e coraggioso, dotato anche di grande classe. Ma ricordo quella volta che quel verme enorme fece un salto in alto di oltre 5 metri: Francisco perse la presa e fu sbalzato in aria.
Forse non se l'aspettava, e così non fu pronto a lanciarsi all'indietro, spingendo con i piedi sul corpo del verme, per divincolarsi dai tentacoli viscidi che gli serravano le gambe e le braccia, nella tipica manovra acrobatica usata dai cavalieri in difficoltà. Lobo se ne accorse subito e, quando anch'io compresi quello che stava per avvenire, lui era già al centro dell'arena. Ma fu tutto inutile. Francisco non riuscì neanche a toccare terra. Quei tentacoli mostruosi che gli stringevano le membra lo attrassero, mentre era ancora in aria, verso la bocca del mostro. E così Francisco entrò, dritto dritto, in quella cavità immonda, di testa.
Un'orgia di lame lo fece a pezzi in pochi secondi. Le gambe di Francisco continuavano ad agitarsi, mentre il corpo scivolava lentamente all'interno di quel demone. Quel verme, dritto e soddisfatto, divenne in quel momento una fontana meravigliosa, una sorgente fatata da cui sgorgarono litri e litri di sangue scuro, misti a una raffica di piccoli pezzi di organi umani triturati. E sotto la fontana, zuppo di quella pioggia d'incubo, Lobo, disperato, continuava inutilmente, con la lunga kaira, a tempestare di colpi quell'avanzo d'inferno.
Ricordo come se fosse ieri il giorno che Lobo fu convocato dal padrone del Verminaio. Io andai con lui. Avevo deciso di essere la sua ombra.
-- Non voglio girarci intorno con le parole, -- esordì l'uomo, enormemente grasso e flaccido, senza neanche guardare Lobo negli occhi. -- Ci ho pensato a lungo. Ti ho voluto dare una possibilità... ma proprio non funzioni.
Lobo ascoltava in silenzio, impassibile.
-- Semplicemente non fai ridere... sei un pagliaccio e dovresti far ridere! Tu invece non fai altro che stare lì, immobile... aspettando che qualcuno cada per andarlo a prendere.
-- Io non voglio far ridere... io voglio solo salvare gli uomini.
-- Sei solo un imbecille! Il Verminaio ha bisogno di un pagliaccio, non di un eroe del cazzo!, -- gli urlò contro il grassone. -- Anche se qualcuno muore, non importa. I minatori vengono qui per vedere la morte, per poi tornare nelle loro baracche di merda, felici di non essere stati loro a crepare. La morte fa spettacolo. Chi cavalca i vermi sa a cosa va incontro. E poi non sono certo gli aspiranti cavalieri che ci mancano, con tutto quello che li paghiamo! Sempre meglio che lavorare in miniera, no?
Lobo rimase in silenzio, fissando l'uomo.
-- E poi un pagliaccio deve far ridere! Tu sei solo un povero zoppo! E gli zoppi non fanno ridere... fanno solo pietà!
Ma poi si avvicinò a Lobo, e gli posò la mano sulla spalla, con un gesto paterno. -- Ho già trovato un altro che prenderà il tuo posto... lui avrebbe voluto cominciare subito... ma so quanto questo lavoro era importante per te. Così ti lascerò una settimana per fare le valigie... va bene?
Lobo si voltò e uscì, lentamente e zoppicando, senza neanche sbattere la porta. Ma vidi, mentre si dirigeva al saloon per ubriacarsi come al solito, il suo volto trasformarsi in una maschera di odio. Mi allontanai spaventato. Quello non era più il volto di un pagliaccio, era il volto di un incursore stellare, di un guerriero in cerca di vendetta.
Un paio di notti dopo ricordo che Lobo mi svegliò, per mostrarmi la bomba fotonica. Ero ancora insonnolito, ma ricordo che sobbalzai quando vidi ciò che teneva in mano. Non ho mai capito dove avesse potuto rimediarla. Forse l'aveva avuta sempre con sé, un ricordo della sua vita da soldato o forse, più semplicemente, l'aveva ottenuta da uno dei tanti mercanti senza scrupoli che trafficavano in quel posto di frontiera. Restava il fatto che quell'ordigno micidiale era lì.
-- Questo posto di merda cesserà di esistere, una volta per tutte, -- mi disse in un sussurro. -- Domani sera, durante lo spettacolo.
In quel momento capii. Il rodeo per lui era tutto... e se lui non poteva esserci, il rodeo non doveva più esistere!
L'indomani sarebbe tutto saltato in aria.
Lui aveva già prenotato la navetta per raggiungere la stazione spaziale intorno a Giove. E aveva preso un biglietto anche per me. Saremmo partiti la sera, proprio durante il rodeo. Mi disse che lì per me non c'era comunque futuro. Che dovevo andarmene, prima di diventare anch'io un relitto umano, come lui.
Lo guardai allucinato, in silenzio, incapace di proferire anche solo una parola. Ricordo che fui assalito da un turbine di pensieri scomposti. Non riuscivo a immaginare la mia vita al di fuori del Verminaio. Pensai a quante persone innocenti sarebbero morte l'indomani, senza neanche sapere il perché. con le loro carni devastate, unite dall'esplosione alle carni immonde dei vermi. L'unica cosa che non mi passò per la testa fu di fermare Lobo, di denunciarlo, di impedire il suo folle piano. Se lui aveva deciso così, per me andava bene.
Lui si accorse che non riuscivo a riprendere sonno e mi chiese di accompagnarlo al saloon. Accettai. Ma Lobo non poteva neanche immaginare quanto quella visita al saloon gli sarebbe costata.
Anche in piena notte, il saloon era pieno come sempre. Raccoglieva le orde di minatori che dopo la fine del rodeo si riversavano lì dentro, per anestetizzare quel poco di lucidità rimasta. Ma quel posto raccoglieva anche le persone solo in transito su Callisto, i viaggiatori provenienti dallo spazio.
Non avevamo ancora raggiunto il bancone che il barista ci fece un cenno, e indicò verso un tavolo nascosto in un angolo. -- Lobo, c'è quella donna che ha chiesto di te.
Lobo si voltò, incuriosito, e si avvicinò lentamente al tavolo nell'angolo. Ma improvvisamente lo vidi irrigidirsi, barcollare, come se avesse visto un fantasma.
A quel tavolo, seduta da sola, c'era una donna, non più giovane ma ancora estremamente attraente e raffinata. Non come le donne delle famiglie dei minatori, che quella vita d'inferno rendeva più simili ad allegre streghe impazzite che a esseri umani. Vestita elegantemente, doveva essere la moglie di un ricco mercante o di un uomo d'affari.
Lobo si immobilizzò, incredulo. -- Elena... tu! -- proruppe a voce alta, facendo voltare per un attimo un paio di ubriachi che schiamazzavano al tavolo accanto.
-- Ciao, come ti va? -- replicò lei, con un sorriso sereno. Sembrava assolutamente tranquilla.
-- Tu... -- ripeté Lobo, ora in un sussurro, crollando sulla sedia vuota accanto alla donna.
Lei gli prese le mani e le strinse tra le sue, ma con una dolcezza distaccata, formale. -- Sono solo di passaggio... mio marito non poteva venire. Era occupato al Congresso e così ha mandato me.
-- Sei venuta a controllare gli incassi della miniera? -- mormorò Lobo, con un filo di voce gelida. -- I vantaggi di essere sposata al padrone.
-- Ronald non è il padrone, ha solo una parte delle quote, -- rispose lei, come se fosse impegnata in una amena conversazione, in un qualche circolo esclusivo di Marte.
-- Beh, comunque è sempre meglio che essere sposata a un cavaliere di vermi, -- aggiunse Lobo, ma senza alcuna ironia.
-- Ora non ricominciare... non sono venuta qui per discutere del nostro passato. -- Poi lei squadrò Lobo. Improvvisamente, come soprappensiero, mise mano alla borsetta. -- Ti servono soldi?... Dimmi solo quanto.
-- No, grazie, non mi serve nulla, -- mentì lui. -- Ora me la passo abbastanza bene. Ho ripreso a cavalcare... e sai, è un lavoro che rende bene.
Alla donna le si illuminarono gli occhi. -- Veramente?... è fantastico! -- E gli strinse ancora di più le mani. -- Caro, sono veramente felice per te! Vivi ancora nella nostra vecchia casa?
-- No... -- Lobo abbassò gli occhi. -- L'avevo costruita per noi due. Senza di te non aveva più senso viverci. -- Fece una pausa, indeciso se continuare. -- Così l'ho buttata giù.
-- Peccato... era così carina, -- replicò lei, innocentemente.
-- Già. Ora mi hanno dato un appartamento all'interno del Verminaio. Sai, lì mi stimano molto. Il proprietario vuole avermi sempre con sé.
-- Grande.
-- Pensi di restare qui a lungo? -- le chiese Lobo, con un filo di voce.
-- No, parto domani con la prima navetta del mattino. Sai, mio marito mi aspetta... non riesce a resistere troppo senza di me.
-- Certo che ne deve avere di pazienza, per sopportarti ancora, -- replicò Lobo, con un sorriso.
Lei lo guardò, e poi esplose in un risata limpida, dolcissima.
E lui rise con lei. Come se una vecchia intimità, oramai dimenticata, cercasse con prepotenza di tornare alla superficie.
-- Bene, ora devo andare, -- disse Lobo, improvvisamente, alzandosi di scatto, ma senza avere la forza di lasciare quelle mani. -- Sai, domani sera devo cavalcare.
-- Certo, capisco, -- rispose lei. Per un attimo si fissarono negli occhi, senza parlare. -- Sono felice di vedere che sei tornato a essere quello di prima. Sai, in questi anni ti ho pensato molto... e non sai quanto mi sono sentita in colpa ripensando a come ti ho lasciato... proprio quando avevi più bisogno di me e...
-- No... non dire questo, -- rispose Lobo. -- Oramai è successo. E forse è meglio così, per tutti e due. -- Finalmente trovò la forza di lasciarle le mani. -- Ci vediamo. -- E senza dire altro si voltò, e s'incamminò verso l'uscita.
Quella sera, guardando attraverso la sagoma di quel povero ubriacone sciancato, riuscii a scorgere l'ombra dell'orgoglioso ufficiale di un tempo. Dritto e maestoso, il pagliaccio del Verminaio sembrava quasi non zoppicare più.
Quella fu l'unica notte che sentii Lobo piangere. Gettato a terra, nel suo angolo della stalla, pianse come un bambino spaventato da una favola troppo crudele. E i vermi sembravano capire. I loro fischi orrendi rispondevano al suo pianto. Forse anche loro si prendevano gioco di quel povero zoppo che gemeva nell'oscurità.
Poi, a un tratto, vidi Lobo alzarsi, afferrare la bomba fotonica e uscire nel buio della notte, salutato dalle urla di scherno dei vermi.
La mattina dopo, quando mi svegliai, lui non era ancora tornato. Una strana processione stava venendo verso le stalle. Era composta in gran parte da cacciatori di vermi, con al centro una gabbia antigravitazionale al titanio, ma di gran lunga più grande di quelle normalmente usate per catturare i vermi. Quella notte era avvenuto un fatto straordinario. Quella notte i cacciatori di vermi avevano intrappolato una regina. E il proprietario del Verminaio, forte dei suoi soldi e del conseguente enorme potere che aveva su Callisto, era riuscito a convincerli a portarla lì, al suo Verminaio, per farla cavalcare quella sera stessa!
E così quella mattina, in religioso silenzio, come timorosi di umiliare senza motivo un valoroso nemico sconfitto, i cacciatori ci portarono quel mostro infernale.
Io rimasi immobile sulla porta della stalla, mentre iniziavo a scorgerne i particolari. Nessuno dei tanti vermi che avevo visto mi aveva potuto preparare a quello spettacolo.
La regina era veramente enorme, maestosa, completamente nera e lucida. Lunga oltre 15 metri, alta più di 5, restava assolutamente immobile all'interno della gabbia. Aveva capito di essere in trappola, e nella sua regale alterigia non voleva concedere alcuna soddisfazione a quegli strani piccoli esseri che la circondavano. L'unico indizio di vita era un fiume senza fine di bava puzzolente che colava dalla bocca, attraverso quelle lame socchiuse e pulsanti, enormi, che sembravano in attesa di scatenarsi in una furia cieca di odio e di distruzione. Non avevo mai visto nulla di così orribile e di così meraviglioso. Quella regina era il simbolo della ribellione di una razza aliena contro noi invasori terrestri. Solo in quel momento capii, per la prima volta, l'assurdità del Verminaio. Quelli non erano animali da macello, erano gli orgogliosi esemplari di una vita aliena, sconosciuta, che noi usavamo senza alcun rispetto, per esorcizzare i nostri incubi. Forse sbagliavamo tutto, forse avremmo dovuto tentare di comunicare con quegli esseri. Forse uno scambio sarebbe anche stato possibile, se qualcuno lo avesse mai cercato.
Intorno a noi si era intanto radunata una folla di minatori e di perditempo che, dopo il terrore iniziale, aveva acquistato coraggio davanti a quella gabbia chiusa, e in apparenza sicura. E così, tra urla e risate, la folla iniziò a insultare la regina prigioniera.
Poi mi accorsi che Lobo era lì. Era accanto a me, fissando il mostro. Il mostro che lo aveva azzoppato, che lo aveva reso un povero storpio. Mi aspettavo una sua reazione di rabbia, di isteria. Ma niente, sul suo volto non comparve la minima emozione. E infine Lobo sorrise alla regina, come a una vecchia amica. Poi si voltò e si allontanò lentamente, zoppicando. Fu allora che capii che per lui il rodeo era oramai una pagina chiusa. La sua mente doveva essere già sulla navetta che, quella sera, ci avrebbe portato via, lontano da quell'esistenza così brutale e selvaggia.
Infine giunse la sera. Io avevo raccolto le mie poche cose, ed eravamo pronti a partire, a lasciare Callisto proprio durante il rodeo. Osservavo, come allucinato, tutta la folla di minatori che stava arrivando al Verminaio, le famiglie, i bambini felici che correvano a fare le smorfie davanti alle gabbie dei vermi... sapevo che tra poco sarebbero tutti morti. E io sarei stato responsabile di quella strage, esattamente come Lobo, per non aver fatto nulla per impedirla. Stavo osservando gli ultimi istanti di vita di quella povera gente. Tra poco tutto sarebbe sparito nel nulla, spazzato via dalla feroce esplosione della bomba fotonica.
Anche Lobo era pronto. Aveva già parlato con il proprietario del Verminaio. Lo aveva salutato e ringraziato di tutto. Gli aveva anche promesso che sarebbe tornato a trovarlo, prima o poi. E così il suo sostituto era già al lavoro, il nuovo pagliaccio. Era la prima sera che vedevo Lobo senza il suo costume variopinto. Si era messo il suo unico vestito buono, logoro ma dal taglio molto elegante. Probabilmente un ricordo della sua precedente vita da ufficiale. Avevamo solo venti minuti di tempo per raggiungere l'imbarco della navetta che ci avrebbe portato al sicuro, sulla base intorno a Giove, ma, come in una tacita intesa, non volevamo andarcene senza vedere il pezzo forte della serata: la regina. E la regina arrivò. Il cavaliere scelto per cavalcarla era un certo Raul, uno dei migliori, piccolo e leggero ma dotato di gran classe. La gente stava urlando il suo nome. Lui salì con calma sopra il corpo enorme del mostro, immobilizzato dagli elettrodi. Guardò per un momento, perplesso, le enormi appendici che circondavano la testa del gigantesco verme, come una vera corona regale, e infine si sedette a cavalcioni, proprio nell'ultimo incavo prima della testa, afferrando con la mano destra la corda che era stata legata intorno al corpo alieno.
Nel silenzio generale gli elettrodi furono estratti, e i centri vitali del mostro furono nuovamente liberi e sovrani. Ma la regina rimase immobile, senza neanche cercare di afferrare Raul con la sua orrenda corona tentacolare, come avrebbe fatto qualunque altro verme. Forse, protetta dalla sua spessa corazza, non si era neanche accorta del suo cavaliere.
All'improvviso sentii Lobo, accanto a me, emettere un urlo soffocato, e mi voltai verso di lui. Stava fissando un qualcosa, sul palco d'onore. Seguii il suo sguardo e finalmente scorsi Elena. Evidentemente non era più partita quella mattina, come gli aveva detto quella notte. Era rimasta lì, per assistere al rodeo, per poter rivedere Lobo, il suo ex marito, cavalcare ancora come un tempo. E ora anche lei sarebbe morta nell'esplosione.
Ma la mia attenzione fu presto ricatturata dallo spettacolo nell'arena. Raul, incitato dal pubblico, stava sbattendo i suoi speroni elettrificati contro il corpo della regina, per incitarla a una qualche reazione. Allora il mostro, con regale maestà, alzò la testa al cielo, ed emise un lungo urlo di disperazione, lancinante, che sembrò durare un'eternità. Un urlo che non dimenticherò mai. L'urlo sanguinario di una regina oltraggiata. Il pubblico tacque improvvisamente.
E fu allora che si scatenò l'inferno. I tentacoli intorno alla testa della regina scattarono all'indietro, e serrarono nella loro stretta il corpo di Raul. Poi quell'oscenità iniziò a sbattere con forza il muso sul terreno, tentando inutilmente di aprirsi una via di fuga nel pavimento di titanio. Raul riuscì comunque a mantenere l'equilibrio, spingendo con ancora più forza gli speroni nel corpo del verme. Ma poi, inaspettatamente, invece di iniziare a sbattere la coda sul terreno, per poter saltare in alto, come tutti gli altri vermi, la regina si immobizzò... per poi avventarsi contro le protezioni in perspex trasparente dell'arena, nel tentativo disperato di sfondarle. Le lastre ressero il colpo, e la regina, umiliata, prese allora a tempestarle con i lunghi denti taglienti. Anche questo sforzo non diede il risultato sperato. E allora il pubblico riprese coraggio, ricominciando a incitare a gran voce Raul.
Fu a quel punto che il nuovo pagliaccio del Verminaio entrò nell'arena. Iniziò a correre verso la regina ma, prima di avvicinarsi troppo, iniziò uno strano balletto, finse di inciampare nella sua kaira e cadde a terra. Vi fu un boato dalla folla divertita.
Intanto la regina continuava a caricare contro le lastre trasparenti che proteggevano gli spettatori. E fu allora che mi accorsi che Raul aveva perso completamente il controllo della situazione. Il pover'uomo era abituato a essere stretto dai tentacoli dei vermi normali. Ma quelle enormi appendici della regina, che gli avvinghiavano le braccia, il busto, le cosce in una stretta mortale, lo stavano ora stritolando, gli toglievano il fiato, lo rendevano incapace di qualunque movimento. E così Raul urlò, un urlo acuto, intollerabile, un urlo di morte.
Il pagliaccio sarebbe ora dovuto intervenire, cercando di distrarre il verme per permettere la fuga di Raul. Ma quello era il nuovo pagliaccio del Verminaio, lui non era Lobo, lui doveva solo far ridere. Non poteva certo perdere il suo tempo per salvare i cavalieri. Si avvicinò alla regina, fece come per colpirla con la kaira sulla coda ma, all'ultimo momento, trattenne l'arma e tirò fuori la lingua, facendo una smorfia al mostro. Il pubblico esplose in una risata liberatoria.
Proprio in quel momento la regina decise di cambiare tattica. Indietreggiò lentamente al centro dell'arena, per poi riavventarsi verso la barriera. Ma questa volta, a pochi metri prima dell'urto, piantò la testa sul terreno, rovesciandosi così in una fantastica capriola e abbattendosi con il dorso contro la lastra protettiva di perspex. L'impatto fu tremendo. Raul smise finalmente di urlare, rimanendo spiaccicato, come una mosca, sulla barriera trasparente. Che finalmente cedette. Sulla superficie trasparente, zuppa ora della poltiglia rossa che una volta era Raul, apparve una grossa crepa verticale. E la regina, non ancora soddisfatta, in una demoniaca intuizione, iniziò a tempestare di colpi, con la coda, proprio quella crepa. Era decisa ad attraversare quel sottile strato che lo divideva da quella folla di piccoli esseri, la causa evidente di tutti i suoi mali.
Il padrone del Verminaio, che si trovava sul palco proprio al di là di quella barriera, non lontano da Elena, iniziò ora a sbracciarsi verso il pagliaccio, ordinandogli di intervenire.
E allora il buffone si avvicinò di nuovo alla regina e, in un impeto di coraggio incosciente, colpì con la kaira la coda di quella furia scatenata, in quello che fu l'ultimo gesto della sua vita mortale. Con una velocità impressionante, la regina si voltò verso di lui e gli calò sopra la bocca aperta e famelica, inghiottendolo per metà. Poi le lame fecero il loro dovere, amputando proprio all'altezza delle cosce. La regina rialzò la testa al cielo, lasciando a terra due gambe non più tenute insieme da nulla, e, con una vibrazione oscena, deglutì il corpo del buffone. Il pubblico si ammutolì e, per pochi secondi, ci fu la quiete. Poi, dopo aver emesso un sonoro rutto di soddisfatto apprezzamento, il mostro cominciò a tempestare nuovamente la barriera, in cerca ora di quel cibo così saporito che poteva intravedere, attraverso quella lastra trasparente, urlare e accalcarsi inutilmente davanti all'unica, piccola uscita.
E finalmente la barriera andò in frantumi. La regina si scaraventò sui palchi, travolgendo innanzitutto gli spettatori che non avevano neanche provato a fuggire, affascinati da quella visione di morte. E, in un'orgia orrenda di sangue, di stritolamenti e di smembramenti, la regina iniziò a nutrirsi.
Fu allora che Lobo mi pose una mano sulla spalla.
-- Tu ora vai via, -- mi disse, con il suo solito sussurro. -- Io resto qui ancora un po'. -- Come un lampo Lobo entrò nell'arena, afferrò la kaira abbandonata a terra, accanto alle gambe troncate dell'ex nuovo pagliaccio, attraversò la barriera di perspex frantumata e... salì sulla coda della regina! Fu una scena incredibile. Usando la kaira come bastone d'equilibrio, Lobo, il povero zoppo, risalì con una velocità impressionante il corpo della regina e, giunto poco prima della testa, si sedette a cavalcioni. I sensori del verme subito scattarono all'indietro, per salutare con il loro abbraccio mortale il nuovo ospite. Ma Lobo, adoperando la punta della kaira con estrema abilità, riuscì a respingerli. Poi prese a tempestare di colpi la testa di quel mostro, convincendolo finalmente a interrompere il suo orrendo pasto. Allora Lobo gettò via la kaira, afferrò con una mano uno dei tentacoli e alzò l'altra mano in alto, bene in vista... e iniziò a cavalcare la regina!
Riuscivo ad apprezzare la leggerezza del portamento, lo splendido movimento della mano libera, il perfetto sincronismo delle gambe... tutto quello che Lobo mi aveva spiegato durante le centinaia di rodei ai quali avevamo assistito. Non avevo mai visto nessuno cavalcare con quella perfezione estrema. Lobo non sembrava più un uomo, era uno spirito libero e selvaggio, l'emblema della volontà che supera le limitazioni del corpo. In quel momento scoprii finalmente in lui il grande cavaliere di una volta, il più grande di tutti i tempi.
E solo allora vidi una donna, non più giovane ma ancora estremamente attraente e raffinata, immobile tra il pubblico in fuga, che fissava affascinata quel cavaliere indomito, rimpiangendo dentro di sé un'innocenza e una felicità ormai perdute.
E Jack termina così la sua storia, sputando a terra il pezzo di klang rosso accuratamente masticato.
Dopo qualche istante inizia la solita raffica di domande di noi ragazzi.
-- E allora... come finisce la storia? -- gli chiede uno. -- La bomba è poi scoppiata?
-- Ma no, -- gli risponde un altro. -- Lobo l'aveva disinnescata, no? Non è possibile che abbia fatto morire Elena, la donna che amava.
-- Lui non l'amava più! -- afferma una bambina con tono saccente. -- Lei l'aveva fatto soffrire troppo!
-- Ma Lobo riuscì o no a domare la regina? -- chiede qualcun altro.
Jack sorride, divertito. -- Ragazzi, vedo che non avete capito. L'importante non è se Lobo sopravvisse o no alla regina. O se la bomba esplose o fu disinnescata. L'importate è che quel giorno un uomo zoppo trovò la forza per affrontare le paure e i fantasmi del suo passato. E quella fu comunque la sua più grande conquista.
Vede che restiamo in silenzio e continua. -- Nella vita non è così importante vincere o perdere. Ciò che conta è che Lobo, dopo tanti anni, trovò finalmente il coraggio di sfidare il proprio destino e di cavalcare ancora, come un tempo. Davanti alla sua donna.
Silenzio.
Alla fine uno di noi scoppia in una risata impertinente. -- Ehi, Jack... a questa storia proprio non ci credo! è una cazzata, vero?
Anche gli altri si mettono a ridere.
-- E poi proprio non funziona! -- continua un altro. -- Lobo era stato cacciato via dal Verminaio perché voleva salvare i cavalieri... e proprio lui avrebbe poi cercato di fare una strage?
Altre risate.
-- E perché tu alla fine non sei fuggito via, se sapevi che la bomba stava per scoppiare? -- rilancia il primo. -- E poi perché Lobo non ha lasciato quella donna morire, divorata dalla regina... dopo tutto quello che gli aveva fatto?
-- Nessuno avrebbe ancora amato una donna simile, -- conclude sicura di sé la bambina saccente.
I miei amici ridono, ma io no. Io credo a Jack. Jack non è il tipo che racconta storie false.
Lui ci guarda, sovrappensiero, perso dietro ai suoi ricordi, ma improvvisamente sembra risvegliarsi, e scoppia anche lui in una risata, serena e divertita, contagiosa.
E così finisco per ridere anch'io.
E ridiamo tutti insieme.
Che bella serata.
Poi Jack addenta un altro pezzo di klang rosso, carezza dolcemente la testa della bambina e, senza dire altro, si alza e se ne va nella notte, scuotendo la testa divertito, sotto la luce pulsante proveniente dai vortici gassosi di Giove.
Solo ora, vedendolo andar via, noto per la prima volta che il vecchio Jack zoppica. E solo ora intuisco perché Jack non ha una casa come tutti noi, e perché spesso lo sorprendo seduto da solo a fissare il cielo, con lo sguardo perso nell'infinità dello spazio.
Lui aspetta ancora il ritorno della sua Elena.
Un uomo può costruire una sola casa, in una vita. E senza la sua donna, per Lobo non avrebbe più senso costruirne un'altra.