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il momento dell'ironia con Francesco Grasso

La penna più ghignante e velenosa della SF italica. Si sta battendo da anni, in campo internazionale, per far ammettere la perfidia tra le discipline olimpiche.

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Sotto Spirito

Il mio Dick

Philip Dick
I più malvagi tra di voi avranno creduto di cogliere nel titolo di questo articolo un triviale gioco di parole. Nello slang inglese, come si sa, "dick" è il nomignolo con cui a volte viene indicato ciò che di pendulo caratterizza i maschi umani (e che, per molti, è la causa prima di tutti i mali che ci affliggono, nonché responsabile ultimo di tutte le nostre decisioni). Be', in questo caso, miei cari perfidi lettori, siete in errore. Con tale titolo la vostra rubrica preferita (e chi scrive) vogliono solo estrinsecare lo sconfinato affetto e ammirazione (imperitura e sincera) verso il personaggio-vittima di questo mese, che tanto indegnamente osiamo mettere nel vasetto "Sotto Spirito": il grande, leggendario, celeberrimo e beneamato Philip Kindred Dick.

"Che ci faccio qui?" diceva Chatwin, svegliandosi la mattina nell'ennesima landa perduta, in cima all'alluce del mondo, in cui si ritrovava nei suoi rocamboleschi viaggi no-alpitur. E "che ci faccio qui?" è la domanda che non possiamo fare a meno di porci, accingendoci all'improbo compito di colpire l'immenso P.K. Dick con l'arma spuntata della satira. Perché, signori miei, diciamocelo francamente: il nostro PKD era un gigante vero, uno scrittore (scusateci, quando ci vuole ci vuole) con due palle così, un artista in grado di raggiungere, per temi trattati, intrecci, stile e visioni, vette himalayane di bravura e passione, qualcuno che sapeva veramente come lasciarti con la bocca aperta e gli occhi spalancati e fissi sui suoi sconcertanti affreschi di futuro...
Come si può pensare di beffeggiare un titano del genere, se perfino dopo la prematura scomparsa la sua reputazione e il suo seguito continuano a lievitare come un soufflé? Come si può osare una caricatura, se ormai qui in Europa e oltre oceano si fa a gara (e a pugni, a capate, a sputi in faccia) per rivendicare sedicenti eredità letterarie, per assicurarsi in ogni modo PKD come precursore e testimone di dignità artistica e di corrente?
No, questa volta è davvero troppo. Questa volta... No, un istante, cosa stiamo dicendo? Andiamo, non sia mai detto che la nostra malvagità esiti ad accettare una sfida. Navigare controcorrente ci ha sempre intrigato, ammettiamolo, e in una sinfonia polifonica di lodi sperticate, una voce beffarda (ma sempre rispettosa) sarà forse persino necessaria, e solleverà magari qualche eco interessante. Speriamolo.
Certo dovremo tentare strade nuove, innovazioni ardite, per sperare di far baluginare qualche risata dai temi oscuri e le atmosfere inquietanti di PKD. Piuttosto che trasporre, come abbiamo fatto nelle precedenti puntate di "Sotto Spirito", lo stile e i tormentoni della nostra vittima in una storia italiana, tentiamo un'operazione inversa: viriamo un italiano in Dick. Cerchiamo cioè di indovinare come il nostro PKD avrebbe potuto interpretare, impugnando la sua problematica e umbratile penna, un soggetto divertente e "leggero" come quello portato al successo da un popolare comico toscano. Scoprire il nome di tale comico (nonché dell'opera reinterpretata) è un compito che lasciamo volentieri al nostro attento pubblico.
Buona lettura.

La (sg)nacchera sul sole

di Philip K. Dick?
La morte incombeva nell'aria gelida e cupa. Nella nebbia densa che mi si stendeva dinanzi, uno straziato organismo corroso stava morendo. Rotto e schiacciato, riversava sulla strada il suo fluido vitale, che formava sull'argento putrido e fetido dell'asfalto una pozza sempre più larga e gorgogliante.
Il mio motorino. Aveva resistito a sedici inverni. Ma adesso era lì, con la marmitta in pezzi e il serbatoio ridotto a un archetipo di colabrodo inconscio (in senso junghiano): neppure lui era rimasto indenne al vibrante passaggio di Lorena e delle sue compagne.
Mentre osservavo psicoticamente il disfarsi ipnagogico del telaio e del motore, ricordai il loro arrivo. E come tutto era cominciato...
La nostra cittadina, Millgate, era un archetipico paradiso rurale, abitato da placidi bipedi e serafici quattrozampe (in senso freudiano). Le facevano arco una catena di basse colline dalla vegetazione marcescente, e un bosco di larici dalle foglie simbolicamente fetide e putride.
Non vi accadeva mai nulla. Bill Konklin, lo scemo del villaggio, andava in giro per i negozi gridando "Ce l'hai il grattaevinci?" ai nevrastenici bottegai; Lucas Cartwright, il mio amico meccanico/riparatutto afflitto da un tic nevrotico-ossessivo all'orecchio destro, dedicava il suo tempo, in senso junghiano/postanalitico, a trombarsi le casalinghe represse del paese; mio fratello Ceccher, soggetto a turbe teofisico-onanistiche, dipingeva tele astratte firmandole "Dio non c'è, ma ci fa"; e io facevo il commercialista, tentando di abbozzare la dichiarazione dei redditi dei bottegai estrapolando i dati dalle loro schizoidi ricevute fiscali (quando le avevo, visto che i bottegai preferivano dare le ricevute a Bill Konklin, e a me le tessere del grattaevinci).
Uno psicotico giorno di Maggio, Lorena e le sue compagne comparvero all'orizzonte. Il loro nevrotico camper si arrestò nell'aia del nostro casale, e loro scesero a ritmo di flamenco. L'intera Millgate parve fermarsi e trattenere il fiato. Ubik, il mio pastore alsaziano affetto da manie di grandezza, corse pavlovianamente a nascondersi nel fienile.
-- Les cupoles de la catedral de Siviglia! -- esclamò infoiato Ceccher.
-- Dos gustos are meglios de uàn! -- approvò Lucas, muovendo l'orecchio a tempo di flamenco.
-- Ce l'avranno il grattaevinci? -- aggiunse Bill.
Lorena e le altre non li delusero, improvvisando la nevrotica danza a colpi di nacchera che le aveva rese famose (e che, affiancata dall'eterna storiella dell'indicazione stradale sbagliata, consentiva a lei e alle sue amiche di girare per il Paese senza mai dover scucire un centesimo di albergo).
Offrimmo loro ospitalità nel nostro casale, ma Lorena e le altre declinarono l'invito dopo aver visto l'aspetto patologicamente putrido e fetido delle nostre stanze da letto.
-- Ola ola, vo' a dormire nell'aiola. -- dissero in coro. E ci diedero la buonanotte.
Io invece non riuscivo a dormire. Psicopatologicamente. Per dirla con Klein, Lacan e tutti i post-freudiani, ce l'avevo duro come il berillio. Verso mezzanotte mi alzai, in preda a scampoli e frammenti di reazioni puramente corticali pre-junghiane, e scesi nell'aia. Lorena era sdraiata su un poncho dipinto con forme coatto-ossessivo-fobiche, e fissava il cielo putrido e fetido con aria rapita.
-- Vuoi un tè freddo? -- le proposi.
-- Tu hai del tè freddo? -- ripeté lei, stupita.
-- No. -- feci io -- Però con la Maria Gianna che coltiviamo qui, puoi prendere per tè freddo anche il piscio dei tacchini.
-- Va bene. -- approvò lei -- Passa questa canna.
Così ci facemmo. E parlammo. A lungo.
-- E' il cellulare che ci rende paranoici, o è la paranoia che ha partorito i cellulari? -- chiedeva lei.
-- Non lo so, ma devo smetterla con questo pauroso scivolare tra le ombre. -- ribattevo io.
-- Perché passiamo la vita a odiarci, quando si può dormire fino a mezzogiorno? -- proponeva lei.
-- Siamo talpe cieche. -- meditavo io -- Strisciamo lungo la vita a tastoni, sbattendo il grugno contro gli ostacoli. Non sappiamo nulla, non vediamo nulla. Possiamo solo gridare di paura.
-- Se l'agopuntura funziona, perché i porcospini non campano mille anni? -- s'interrogava lei.
-- E' tutto un complotto. -- sancivo io -- Il nostro ego si è dilatato psicoticamente, a tal punto che non sappiamo più distinguere dove cominciamo noi e dove finisce la divinità.
-- Ma chi è, alla fine, che va in giro a costruire quadrati sull'ipotenusa?
-- Forse sono spinti da qualche disperato archetipo subconscio. Lo dice anche l'esagramma I-Ching: sono le linee del tapiro urlante...
-- Ahò, proprio buona 'sta Maria Gianna.
-- Concordo.
Così passò la prima notte. Fetida e putrida. In senso pre-kantiano.
...
L'indomani mattina, Ceccher era sparito. Trovai l'attrezzatura con cui mio fratello dava il ramato ai filari di Maria Gianna abbandonata accanto alla tavolozza. La tela era completata a metà, e firmata "Dio non c'è: ha lasciato la segreteria telefonica". L'erba (di qualità turca) intorno era putrida e fetida, e odorava di catarro di cammello.
Lo cercai nei campi per tutta la giornata, ma non riuscii a trovarlo. Verso sera rinunciai e andai in paese. Lorena e le altre si stavano esibendo in piazza, di fronte al bar di Mary Uzich. Mi sedetti al tavolino e ordinai il solito. Mary, come sempre, mi portò un bicchiere putrido e fetido, ma quella sera l'accompagnò con uno scontrino fiscale.
Restai a bocca aperta. -- C'è... c'è qualcosa che non va, Mary? -- balbettai, sconvolto da quella visione del tutto straordinaria.
Lei mi squadrò sospettoso. -- Ci conosciamo?
Battei le palpebre. Si era fatta prima del solito, stasera? No, le sue pupille erano normali, anche se le efelidi sul viso si spandevano come macchie di Rorschach.
-- Mary, sono io, Leiber. -- sbottai -- Ti compilo la dichiarazione fiscale da dieci anni, e tu ogni anno vuoi che ti ripeta "IRPEF-ILOR" finché non ti ecciti e cerchi di porchizzarmi. Perché fai finta di non riconoscermi?
-- Guardi, non ci siamo mai visti prima d'ora. -- ribatté freddamente lei -- Mi scambia con qualcun'altra.
-- Mary, ma che stai dicendo? -- insistetti, mentre un terrore senza nome mi oscurava la mente.
-- Il mio nome è Eliane. -- mi zittì -- Lei è uno psicopatico. Smetta di darmi fastidio e si goda lo spettacolo.
Senza parole, la guardai andar via. Psicopatico io? Che scoperta! Non c'era neanche bisogno di dirle, certe cose... Ma se lei non era Mary, allora chi era?
Vidi Lucas al bancone, intendo a palpare con gli occhi il culo a mandolino di Lorena & socie. Mi avvicinai edipicamente.
-- Lucas, qui sta succedendo qualcosa di strano.
-- Come? -- disse lui, mentre il padiglione del suo orecchio destro oscillava nevroticamente in preda al tic -- Parla più forte, non si sente una mazza, con questo cavolo di flamenco.
-- Ceccher è scomparso da stamani, e in più Mary...
-- Chi è Ceccher? -- fece lui, stupito.
-- Scherzi? Ceccher, mio fratello!
-- Tu non hai fratelli, Julius. -- ribatté lui, guardandomi storto.
-- Io non mi chiamo Julius!
-- Ma certo che ti chiami Julius, Julius! -- strillò lui, mentre l'orecchio accelerava le pulsazioni -- Com'è vero che qui siamo a Springfield!
-- Siamo a Millgate! -- esclamai, terrorizzato.
-- Tu sei malato, Julius. -- commentò lui, compassionevole -- Vieni a studio, domani, così ne parliamo. Per il momento, un consiglio: trombati Lorena, stanotte, e vedrai che le tue rotelle torneranno a posto.
Rimasi a fissarlo inebetito... A studio? Quale studio? Lucas faceva il meccanico, l'aveva sempre fatto. Ma era veramente Lucas, quello? E la città, quell'ammasso di casupole putride e fetide che mi circondava, era veramente Millgate? E Ceccher, era veramente mio fratello? E io, chi ero? Ero Leiber? O Julius? Facevo il commercialista, oppure era invece un disadattato patologico e uno psicopatico, in senso post-coital-Junghiano? E Bill Konklin, chi era veramente? E Laura Palmer, chi l'aveva ammazzata? E il gas, l'avevo chiuso davvero? E il frontalino dell'autoradio, l'avevo tolto prima di parcheggiare? Chi aveva letto i miei pensieri mentre marcivano? Mary Uzich? O Giucas Casella? Cosa ne avrebbe detto l'esagramma I-Ching? Ma nove per nove, farà ottantuno?
-- Sei il bipede più nevrastenico che io abbia mai conosciuto. -- sancì Lorena, quando le raccontai tutto al termine dello spettacolo. -- Che t'importa di chi sei? Andiamo a trombare.
Riuscii soltanto a darle ragione. Pre-analiticamente. Ci imbottimmo di Chew-Z, di LSD, di Exa-Dri, di ICE-T e di Anitra-WC. E passammo una notte di fuoco psichedelica.
...
Mi svegliò un violento bussare alla porta. Guardai l'orologio: le sei del mattino. Un'alba putrida e fetida faceva capolino dal riquadro psicotico della finestra edipicamente socchiusa.
-- Chi diavolo può essere? -- protestai, assonnato.
-- Probabilmente Ramon, il mio agente e fidanzato. -- sospirò Lorena -- Doveva tornare proprio oggi dal safari. E' un maniaco dei fucili e della caccia grossa.
Balzai dal letto, terrorizzato e nudo come un paramecio. -- E me lo dici così!?
-- Come volevi che te lo dicessi? -- ribatté Lorena, accendendosi la prima canna della giornata -- Ballando?
-- Potevi avvertirmi! -- protestai, mentre i colpi alla porta diventavano bombarde.
-- Ah, preferisci essere avvertito? Bene, in questo caso, ti avverto che Ramon, quando è geloso, diventa completamente pazzo. Ma, in fondo... -- aggiunse, già avvolta dal fumo oleoso -- Che significa realmente "pazzo"? Qual è la sua definizione ufficiale? Che cosa intendo, con questa parola? Lo sento, lo vedo, ma che cos'è?
Non ascoltai altro. Con le mutande infilate in testa e la cravatta psicoticamente legata intorno alle caviglie, mi gettai dalla finestra in un tuffo carpiato. Alle mie spalle, sentii che qualcuno buttava giù la porta tra urla disumane. Un attimo dopo, fioccavano i primi pallettoni. Nient'affatto archetipici.
Il mio motorino, bontà sua, si accese al primo colpo. Gli balzai in sella alla bersagliera e mi diedi alla fuga.
Millgate, quella mattina, mi era aliena. Mentre ne percorrevo seminudo le strade, non la riconoscevo. Gli edifici sembravano funghi, un sottobosco putrido e fetido di qualche macchia alpina schizoide. Il bar di Mary si era trasformato in un termitaio gigantesco, una colonna di mota masticata, rigurgitata e trasudante secrezioni fetide (e putride, of course). Dalle cavee del nido d'insetti si affacciavano orridi artropodi, corpi chitinosi e volti dei miei concittadini. Riconobbi il giornalaio, il farmacista, il cassiere della Banca Nazionale. Be', quest'ultimo non era molto cambiato: le chele le aveva sempre avute. Mi parve anche di vedere Ceccher, che alzava un cartello recitante "Dio c'era" e trascinava con sé, su una lettiga, il corpaccione immobile del Padreterno, così come gliel'avevano consegnato i suoi amici del Frolix8, un complesso residenziale accanto a Milano2, pieno di gente sballata.
Forse era solo la mia condizione ipnagogica a darmi quelle visioni: in quelle circostanze, la facoltà dell'attenzione diminuisce, e così ha sopravvento la penombra; il mondo è visto soltanto nell'aspetto simbolico, archetipico, ed è totalmente confuso a causa delle intrusioni di nostro materiale inconscio.
Avevo bisogno di una canna.
Anche la nebbia che era calata dalle colline non era affatto normale. Aveva il colore e la consistenza di un cappuccino con la schiuma: c'era persino polvere di cacao spruzzata sopra. Era tutto molto simbolico, metaforico e post-freudiano.
Spensi il motorino a pochi metri dal fronte del nebbione-cappuccio, misi il cavalletto e scesi per controllare.
Fu questo a salvarmi. La fucilata colpì il serbatoio, e i pallettoni fecero a pezzi la lamiera sottile come l'equilibrio mentale di un paranoico. Il mio povero motorino esplose in un'autentica catarsi emotiva. Da transfer psicanalitico.
Battei le palpebre. I ricordi erano finiti.
Il presente incombeva, e aveva il volto lombrosiano di Ramon. Occhi bovini, capelli pettinati col compact disc, mascella che denunciava lunghe sedute di panca alla faccia, un fucile priapico, un chiodo da invidia del pene e un ghigno da maniaco depressivo allo stadio terminale.
-- Sei tu che ti sei scopato la mia chica? -- muggì -- Sono qui per matarti.
-- Prego? -- feci io.
-- Non negare, cabron. Lo so che sei tu.
-- Sai che sono io? -- ripetei con aria ebete -- Io non lo so chi sono io. E tu? Sei proprio sicuro di sapere chi sei tu?
-- Mi prendi per il culo, cabron?
-- Oh no. -- lo assicurai -- E' che sono malato. Molto malato. Sono così malato che credo che tutti gli altri siano ammalati e io sia l'unico sano in circolazione. Ho un deterioramento dell'affettività quale secondo Jung si riscontra nella schizofrenia patologica, o nelle paranoie provocate dalle disfunzioni del diencefalo, che d'altra parte è l'antico tronco cerebrale, e secondo Lorenz regola la percezione della realtà per come la conosciamo. Non sei d'accordo?
-- Non ci ho capito un cazzo. -- ringhiò Ramon.
-- Te lo spiego meglio. -- continuai, spostandomi lentamente dalla traiettoria del fucile -- Tu credi che questa sia la realtà reale, ma in realtà la realtà reale è una realtà realmente irreale e realisticamente irrealizzabile. Realizzi?
-- Ora ti sparo nelle palle.
-- No, non puoi farlo. -- scossi la testa -- Non puoi, perché nella realtà reale l'Asse ha vinto la guerra. E ha vinto perché Roosevelt è stato assassinato nel '36, il New Deal non si è mai realizzato, il fronte russo è crollato e i giapponesi hanno mandato Mazinga Zeta e Jeeg Robot d'Acciaio a radere al suolo la costa occidentale.
Ramon caricò il colpo in canna e prese con calma la mira.
-- E va bene... -- dissi in tono rassegnato -- Spara pure. Tanto, ho visto cose che voi umani non potreste nemmeno immaginare.
-- E sarebbero? -- chiese lui, inarcando un roccioso sopracciglio con aria di sfida.
-- Navi da combattimento in fiamme davanti ai bastioni di Orione. -- azzardai.
-- Tutto qui? -- sibilò Ramon, sprezzante -- Vista una corrida, viste tutte...
-- Raggi beta balenare nel buio alle porte di Tannhauser. -- tentai ancora.
-- Figurati! -- mi schernì lui -- Hai mai visto come balenano i bengala degli ultrà dietro la porta del Real Madrid?
-- E va bene, l'hai voluto tu. -- ringhiai -- Ho visto i numeri di Pris Coscialunga al bordello di Alpha Centauri. Tutti.
Ramon sbarrò gli occhi. -- I numeri di chi?
-- Pris, la più maiala Nexus-omeo-puttana che Deckard abbia lanciato sul mercato da quando si è ritirato da cacciatore d'androidi. Una bomba di sesso perverso, altro che Lorena.
Lui restò a bocca aperta. -- Dici sul serio?
-- Altroché! I numeri con i pitoni e gli armadilli non sono male, ma dovresti vedere quello che riesce a fare con i commercialisti di Voghera.
Ramon si mise a sbavare. Il fucile gli cadde di mano. -- Non avresti... -- balbettò -... per caso... qualche videocassetta?
-- Ho di meglio. -- lo stesi -- Un abbonamento a vita per la "Blade Runner House"... Mi spetta in quanto commercialista ufficiale dell'attività. Tutti i soci di Deckard ne hanno uno.
-- Uh! -- fece lui, in tono da dislessico post-freudiano -- E come si fa a diventare soci di Deckard?
Lo presi sottobraccio, gli infilai una canna in bocca e gliela accesi: quando si è fatti si tratta molto meglio.
-- Ad esempio... -- azzardai -- potresti proporgli spettacoli di flamenco per intrattenere i clienti in attesa. Pensaci: una nuova attrazione della "Blade Runner House", tu metti le ragazze e lui il locale. Fifty-fifty.
-- Uh, uh. -- fece lui, facendomi sospettare una disfunzione patologica e congenita all'epiglottide. -- Dovremmo discuterne un po' meglio... Come ti chiami?
-- Questa è una buona domanda. -- approvai -- Merita un'altra canna.
...
Il giorno della mia partenza per la Spagna, e poi verso Alpha Centauri, in veste di commercialista al seguito di Ramon, Lorena e le altre, passai a salutare mio nonno Phil.
Non era veramente mio nonno, se non in senso edipico e pre-junghiano. Viveva isolato da tutti, in un castellaccio fetido e putrido abbarbicato alla cima di un colle, non riceveva nessuno, e prendeva a calci nel culo il postino e l'assistente sociale quando venivano a disturbarlo. Per questo, veniva chiamato dagli abitanti di Millgate (o Springfield, non ha importanza) "lo stronzone nel castello alto".
Di lui dicevano che era uno scrittore, ma non aveva mai avuto grande successo. Secondo gli esagrammi I-Ching (nella conformazione dell'ornitorinco arrapato), dopo la sua morte, su lui si sarebbero scritte tesi di laurea, si sarebbero organizzati convegni, si sarebbero tenute tavole rotonde e presentazioni; ovunque bastardi genetici che (con nonno Phil vivo) avrebbero preferito una mattonata sui coglioni alla prospettiva di comprarsi un suo libro, si sarebbero sgolati nel dichiararsi suoi inesausti fan.
Nonno Phil credeva a queste profezie: sapeva che erano plausibili, giacché conosceva bene i suoi polli. In senso biblico-freudiano. Così restava chiuso nel castellaccio, dormiva in una bara che si era fatto appositamente rivestire di antidepressivi, e passava il tempo a sperimentare nuove miscele di fumi e acidi (aveva inventato il Chew-Z o l'Anitra-WC? Non ricordo...).
Non era ancora sufficientemente pazzo, e questo lo angustiava. Non potevo dargli torto.
Però il suo consiglio mi era sempre caro, e avevo voglia di dirgli che partivo. Mi piantai a gambe larghe, nel tramonto soffuso di brume junghiane, fermo contro la sagoma oscura dell'alto castello che dominava la valle, e gridai.
-- Nonno! Nonno Phil!
Sentii una finestra aprirsi, e un soffio di aria fetida e putrida, dall'interno del castellaccio, m'investì. Era lui.
-- Nonno! Io parto. Vado in Spagna.
Lui disse solo tre parole. Un epitaffio. Ma, in esse, c'era tutta la sua essenza, la coscienza solida e potente di titano capace di discernere con la mente tra le realtà reali e immaginarie, e di sancirne con il solo verbo le esistenze.
-- Passa 'sta canna!

FINE

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