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Qual è il rapporto fra horror e fantascienza nella storia dello sviluppo del genere fantastico, e perché in alcuni periodi ha avuto più successo il primo e in altri la seconda? Vittorio Curtoni fa qualche riflessione in merito.
A considerare lo sviluppo storico della narrativa fantastica (uso l'aggettivo "fantastico" in un'accezione molto ampia, nel puro e semplice senso di "non realistico") si scoprono cose interessanti. Gli inizi del genere si situano nella seconda metà del Settecento, col romanzo gotico inventato da Orace Walpole (Il Castello d'Otranto è del 1764) e in seguito tenuto in vita da una sequela più o meno illustre di scrittori. Tra i quali andranno citati, come minimo, la Mary Shelley di Frankenstein (1818) e il Bram Stoker di Dracula (1897). Dalla seconda metà dell'Ottocento in poi, la "ghost story", la classica "storia di fantasmi", assurge al rango di genere letterario perfettamente rispettabile, spesso frequentato da autori la cui fama riposa su ben altri allori (Charles Dickens, Guy de Maupassant, Rudyard Kipling, Henry James), laddove non si tratti di scrittori specializzati ante litteram (il caso più macroscopico è quello di Montague R. James). La predominanza pressoché assoluta della ghost story dura fino agli anni Trenta del nostro secolo; dopo di che, scende il tramonto. La narrativa orrorifica continua, ovviamente, a sopravvivere, e anzi esprime proprio in questo periodo alcuni dei suoi migliori talenti (si pensi a H. P. Lovecraft, Richard Matheson e Fritz Leiber), però il genere fantastico che gradualmente si impone al pubblico e prende il sopravvento nell'editoria è la fantascienza. Bisognerà aspettare gli anni Settanta, con l'esplosione a livello mondiale di Stephen King e dei suoi numerosi epigoni, per poter assistere a qualcosa di paragonabile al successo del gotico e della ghost story.
Sono state avanzate varie ipotesi per spiegare questo improvviso crollo dell'horror nel favore popolare. La più singolare e discutibile è probabilmente quella di Edith Wharton, la quale (nell'introduzione all'antologia Storie di fantasmi, 1937) sostiene che i colpevoli sarebbero radio e cinema, due strumenti che avrebbero sepolto la capacità di fantasticare perché troppo espliciti rispetto alla parola scritta. La Wharton sottovaluta in maniera clamorosa la potenza evocatrice del cinema; e anzi, se miti come quello di Dracula e di Frankenstein, nonché la stessa tradizione del racconto di fantasmi, sono sopravvissuti tra la prima e la seconda metà del nostro secolo, lo si deve in buona parte proprio al cinema.
Assai più convincenti sono le teorie di Julia Briggs e Tzvetan Todorov. La Briggs (nel saggio Visitatori notturni, 1977) attribuisce le responsabilità allo shock collettivo della prima guerra mondiale, un evento che produsse un numero tale di fantasmi reali da rendere superfluo, se non addirittura ripugnante, il ricorso ai fantasmi immaginari della narrativa. Todorov (in La letteratura fantastica, 1970) vede invece come fattore dirompente l'irruzione, nella cultura del Novecento, della psicoanalisi: dalla teoria freudiana del perturbante in poi, l'esplicitazione delle tensioni inconsce che si esprimono a livello latente nel fantastico avrebbe minato le basi stesse del genere. Prese unitariamente, queste due ipotesi offrono una risposta più che convincente, e ci aiutano a capire perché, dagli anni Trenta in poi, la fantascienza sia diventata il genere fantastico più popolare negli Stati Uniti, e di riflesso nel mondo occidentale.
La fantascienza ha provveduto a compiere una radicale inversione di rotta. Ciò che era irrazionale è diventato razionale, almeno in teoria. Poco importa che in certe saghe spaziali degli anni Trenta e Quaranta, e anche oltre, le cosiddette "premesse scientifiche" siano in realtà accumuli di deliri verbali privi di contenuto: il punto è che è mutato l'atteggiamento dello scrittore, e quindi del lettore. Le tensioni inconsce si sono trasformate in discorsi espliciti. Il perturbante è emerso in superficie. Dove lo si può combattere. Dove si può addirittura sperare di sconfiggerlo, esorcizzarlo, scacciarlo dal mondo.
Basterà pensare a Edgar Allan Poe, pietra miliare del delirio fantastico elevato a metro di lettura del reale. Di un mondo che si sfalda se appena cerchi di toccarlo, perché è pieno di crepe e di oscuri rumori che angosciano nel cuore della notte, come ben sa chiunque abbia dimorato nelle stanze della casa Usher. Poe, per nostra fortuna, non ha potuto beneficiare dell'opera di Sigmund Freud, con tutto quel che ne consegue. Dopo Freud, il perturbante è definito a livello metodologico e fenomenologico. Resta intrusione, incubo, altro, tutto quel che volete; ma ha un nome, una dinamica analizzabili. Sappiamo da quale scatola salterà fuori l'uomo nero e possiamo prevedere l'impatto che avrà su noi. Sicché le antiche case delle nostre angosce non ci crolleranno più addosso: le ritroveremo magari vuote, o prive di solidità e colme soltanto di ricordi rancidi nati dall'accumulo continuo dei nostri sensi di colpa, ma potremo osservarle con la freddezza del voyeur che sa cosa sta guardando.
Questo tipo di atteggiamento risulta perfettamente in linea con gli sviluppi della società occidentale dalla prima rivoluzione industriale in poi, in particolare nella seconda metà del nostro secolo, apice del trionfo della tecnologia. E del pensiero razionale. Anche se i sussulti della scienza contemporanea paiono non di rado evocare immagini di un irrazionale sotteso al tessuto stesso della realtà: dal principio di indeterminazione di Heisenberg alla meccanica quantistica è tutto un vibrare di imponderabilità che hanno non poco di arcano. E', ad esempio, sconcertante scoprire che le particelle studiate dalla meccanica quantistica, i quark, sono dotate di proprietà come "colore" e "sapore", o che alcune di esse, ruotando su se stesse, devono compiere non una rotazione ma due per tornare a essere identiche a ciò che erano all'inizio del moto. Eccetera.
Detto in soldoni: la realtà che ci circonda, nella quale viviamo i nostri giorni, appare tanto stabile nei suoi aspetti materiali; ma se ci avventuriamo nell'analisi delle particelle che la compongono, le caratteristiche di stabilità tendono a essere sostituite da qualcosa d'altro che oscilla entro limiti d'incertezza (d'indeterminazione) assai ampi. E sono le frontiere più avanzate della scienza a comunicarci questo messaggio, non i deliri di guru in preda a crisi di misticismo.
A me pare che il cerchio si chiuda con impeccabile rigore geometrico. Il Settecento è il secolo dei lumi, il trionfo della razionalità cercata, desiderata a tutti i costi; ed ecco irrompere il romanzo gotico per riportare zone d'ombra dove la luminosità si era fatta troppo intensa. Il Novecento avanza con possenti macchine da guerra (non solo metaforiche, ahimè) sulla strada del pensiero lucido, coerente, e siccome la narrativa fantastica è nel frattempo diventata puro gioco mentale, esercizio magari divertente ma fine a se stesso sulle possibili variazioni del perturbante, a creare nuove ombre provvede la scienza: che certo ha compiuto passi da gigante, ha partorito concetti e risposte impensabili fino a ieri l'altro, ma nel farlo ha spalancato nuovi abissi abitati da grandi enigmi.
E lo sappiamo benissimo, il fascino che l'abisso esercita sulla specie umana è ancestrale. Addirittura ci precede, se vogliamo dare retta alla storia di quel Lucifero (cioè portatore di luce) che venne precipitato per troppo orgoglio, e da allora non ha mai smesso di tentarci. Ed è diventato portatore di tenebra, nell'eterna dialettica della coincidenza degli opposti. Che continuano a cercarsi con instancabile voracità.
Ci si meraviglia che il nostro razionale mondo, alle soglie del terzo millennio, veda il trionfo dello spiritualismo new age? Che l'astrologia sia rispettabilissimo argomento di conversazione nei migliori salotti televisivi? Che si verifichi il pullulare di maghi, sensitivi, cartomanti, veggenti? A modo loro, con tassi più o meno elevati di ciarlataneria, astrologi e affini soddisfano un'esigenza profonda dell'Homo sapiens: il fiat lux definitivo appare ancora piuttosto remoto.

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