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| Quando le radici I classici italiani scelti da Vittorio Catani | ||
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La fenice
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![]() Cristalli di neve scintillano sotto un chiarore tenue di stelle. Lassù, costellazioni racchiuse dalla lente degli orizzonti, costellazioni dalle forme bizzarre, grandi ali e carri ed eliche ricamati in un cielo violaceo, dai riflessi purpurei ondeggianti sui contorni delle montagne. E' freddo. La neve scricchiola lievemente sotto i piedi, è come una coltre che nasconde ogni cosa del paesaggio. Solo le stelle in alto, e la coltre bianca, in basso, e l'una riflette le altre, e c'è silenzio, molto silenzio intorno. La luce è ricomparsa nel cielo, al centro dello splendido triangolo di stelle di prima grandezza della costellazione che ho chiamato Ala della Fenice... un ricordo smarrito di tanto tempo fa, quando credevo ancora alla storia di una creatura capace di rinnovarsi dalle proprie ceneri, una storia che mi avevano raccontato quando ero stato quasi un bambino, proprio all'inizio, e che mi era sempre apparsa il simbolo dell'uomo. Ma poi avevo scoperto che la Fenice se ne era andata con le altre leggende, e quelle storie che ero riuscito a creare con la mia mente, bene, quelle appartenevano a un altro empireo. La luce... l'ho vista ieri, l'ho vista oggi, la vedo ancora, ed è caduta la notte. Un cielo così limpido è uno dei doni più belli di questo posto, e al centro della mia casa di vetro, sospeso nell'immensità vuota di bianco e stelle, guardo ancora, e quella luce mi fa balenare un ricordo. Ma nella mia casa, ora, non c'è posto per le luci. So bene cosa significa... uno dei complessi campi di energia tachionide, un ipotetico amo impigliato nella curva dello spaziotempo, che si muove qua e là, prigioniero di quel solco particolare tra la materia e la non-materia, un amo che si muove lento sulla corrente del tempo e dello spazio, cercando il grosso pesce capace di tendere il filo, e di stabilire il contatto. Forse non è proprio così... ma è un paragone che mi piace molto. Le complicate terminologie dei tecnici non sono fatte per me. Io vedo il mondo sotto forma di ami e pesci e pescatori, di fucili e selvaggina e cacciatori, di guerrieri e corazze e spade. Perché in fondo, ridotto all'essenziale, il mondo è questo: indipendentemente dalla fantasia degli scienziati, che cercano sempre nuove ed elaborate forme per dare maggior solidità alla lenza, per rendere più impenetrabile la corazza, per rendere più mortale il fucile. Volto le spalle alla luce nel cielo, alle stelle, e guardo il piano lucido e trasparente del tavolo, le bobine ordinate, le carte antiquate che mi piace a volte ricoprire di quei segni che si chiamano scrittura, e che nessuno più usa, perché non ha senso faticare quando basta pensare e registrare ciò che si desidera dei propri pensieri. Qualcuno ha mandato un messaggio, ancora oggi. C'è qualcuno, dalle parti di Achernar, che vorrebbe avere un appuntamento con me. Si tratta di una cosa molto originale, dice, di un'idea nuova... un'idea che non mancherà, non potrà mancare, di sollecitare la mia "più viva attenzione" e il mio "maggiore entusiasmo". Cerco di pensare a una risposta, per spiegare, con il minor numero di parole, come io non abbia mai assistito alla nascita di un'attenzione, né abbia mai pensato di decorare con antiquati gradi militari una cosa come l'entusiasmo... ma sarebbe un ragionamento troppo sottile, e troppo banale, forse, così lascio perdere. Ci sono tanti modi per dire "No, grazie!" senza abolire né la prima, né la seconda parola. La prima per non lasciare dubbi. La seconda per essere cortese. C'è un altro messaggio, registrato su una bobina di platino, di quelle più raffinate ed eleganti; la qualità dell'incisione, le decorazioni del nastro, mostrano molta ricchezza, molta classe, molta paura di perdere tutte queste cose. L'onda di pensiero è quella formale e compunta del segretario generale della mia agenzia. Un segretario generale non invia messaggi così, senza un grave motivo. O per lo meno senza avere in gioco una grossa, grossissima fetta della sua fortuna. "Non so se ascolterai questo messaggio. Ti comporti molto stranamente in questi ultimi tempi, e ti confesso che sono preoccupato. Cos'è questa idea di rimanere solo su quel mondo periferico, senza installare un contatto? E cos'è, soprattutto, questa tua idea di rimanere fuori della nostra regione per più di cinque anni? Sai benissimo che, in questo modo, il tuo contratto perderebbe valore giuridico. Cinque anni sono il termine massimo concesso, e ne sono passati quattro e mezzo. Ancora sei mesi, e tutto il tuo lavoro diventerà di libero dominio... E' inutile che io ti ricordi come le percentuali pagate dalla nostra agenzia sono la base sulla quale può fondarsi la tua possibilità di soddisfare le più eccentriche manie, come l'attuale. Abbiamo impiegato quattro anni per trovarti; altri sei mesi sono stati necessari per inviare questo messaggio. Smettila immediatamente, e torna con la massima urgenza". Proprio così. Formale, autorevole, scettico. Proprio degno di lui. Non mi sono accorto che è passato tanto tempo. Quattro anni e mezzo...
* * * Quattro anni e mezzo, e la luce sta ancora giocando nel cielo, tra le costellazioni e l'ombra della Fenice. Quattro anni e mezzo, e ci sono profumi di mondi esotici, brividi di mondi di ghiaccio, voci e volti e paesi e costumi e tutto un brulicare umano fatto di immagini, suoni, colori, un caleidoscopio nel quale il volto dell'Uomo si scompone e si ricompone e manifesta tutte le sue forme, grottesche, ridicole, coraggiose, eroiche, patetiche. Ho conosciuto le speranze di pochi, le astuzie di molti; ho visto splendere i fuochi d'argento sul palazzo di cristallo del re di Vega, e ho visitato i sotterranei, e i sotterranei non erano di cristallo, ma di piombo. Piombo per proteggere gli aguzzini dalle radiazioni lente che distruggevano il tessuto vivo e la mente dei nemici del re di Vega. Ho visitato le fabbriche di Aldebaran, rosseggianti di rame sotto i raggi di una stella rossa, e ho visto il sangue rosso dei ribelli rinchiusi in uno splendido recinto di vetro-acciaio, sterminati perché non fossero loro a sterminare la classe dirigente che aveva sterminato gli antichi padroni. Ho conosciuto le miniere di diamanti-rubini di Betelgeuse, ho attraversato la cintura di Orione, ho visitato le giungle primordiali di Altair immerse nel candore di una stella bianca tra nebbie bianche, e sono arrivato alla fine della strada, sotto i raggi antichi di Denebola, e ho avuto paura di fronte a un mondo corroso, rugginoso, pieno di forme geometriche incomprensibili e antiche, il muto messaggio lasciato da un popolo che ha abbandonato la Galassia milioni di anni prima dalla nascita dell'uomo, una Galassia giovane, per timore di questa giovinezza, oppure - e questa è l'ipotesi che più mi ha impaurito - per il senso di noia provato all'idea di assistere al vagabondare inutile di nuovi popoli giovani.Quattro anni e mezzo durante i quali ho parlato, ho ascoltato, usando molti nomi, spendendo molto denaro, e senza fare altro. Quattro anni e mezzo per visitare i luoghi di una storia di quattro milioni e mezzo di anni, per conoscere i punti di raduno di quattro milioni e mezzo di popoli che percorrono le vie siderali alla ricerca di chissà quali avventure. E la luce sta ancora giocando nel cielo, e mi volto, e la luce è fissa, ora, e si sta solidificando sulla pianura. L'amo ha raggiunto il suo scopo. L'enorme pesce planetario ha abboccato, un nodo di energia che non è energia, di materia che non è materia, lega indissolubilmente il mio rifugio a qualche altro luogo. Tra poco uscirà qualcuno, dalla porta che si è spalancata nello spazio e nel tempo. Qualcuno che sarà molto ansioso di parlarmi, di giudicarmi, molto ansioso di farmi rinsavire dalla mia pazzia. Con un sospiro volto le spalle al piano trasparente. Volto le spalle, ancora una volta, alle stelle. Tanto vale che io mi comporti da buon ospite.
* * * Ma non è un funzionario dall'aria meticolosa e industriosa, non è nemmeno un banchiere dall'aspetto rispettabile e affaccendato, né tanto meno un giornalista dall'aria disinvolta e professionale. Una sola figura esce, barcollando un poco, dalla porta di luce, e quella figura mi è familiare, anche se non la riconosco subito. Poi si avvicina, e la riconosco, e non sono quattro anni e mezzo che mi dividono da lei, ma quattro secoli.-- Ti stavo cercando -- dice. -- Mi hai trovato -- rispondo. Non c'è bisogno di ornare di altre frasi quella che è la semplice verità. Mi stava cercando e mi ha trovato. Sotto il chiarore delle stelle, sulla pianura bianca, circondato dal rosseggiare violaceo delle montagne, non dico niente e rimango in attesa. -- Si parla molto di te, in questi giorni -- dice lei. -- C'è chi pensa sia un grosso colpo pubblicitario, e chi pensa che tutto il denaro ti abbia dato alla testa. -- Forse -- dico. -- Io ero curiosa. Volevo sapere. -- Tu eri curiosa. -- Una pausa. -- Tu volevi sapere. -- Guardo ancora le stelle. -- Gli altri lo sanno? Lei scuote il capo, sorride. -- Non credo -- dice. -- Non so. Forse. O forse no. Ti stanno cercando, gli avvocati gridano più di tutti perché dicono che hai violato diecimila clausole di diecimila contratti e vogliono citarti per diecimila forme diverse di danni. I banchieri si agitano molto, perché dicono che devono proporti diecimila affari, e vogliono concludere diecimila trattative, e vogliono renderti diecimila volte più ricco. La tua agenzia è molto composta, molto professionale, e molto severa, e là dentro, quando chiudono le finestre e si nascondono sotto le loro scrivanie di quindici metri, urlano di rabbia e di paura, pensando di perdere tutta la loro fortuna. -- Davvero. -- Sorrido. -- Non è degno di loro... o forse sì. Ma ho cercato di non lasciare tracce. -- Perché? -- Perché non mi possano trovare, per convincermi che è tutta una sciocchezza, e che non posso dare un calcio alla fortuna. -- Alla fortuna! -- Lentamente lei alza il viso, mi guarda. -- La chiami fortuna? Devo annuire. -- Tu, come la chiameresti? Dentro la mia casa di cristallo su un mondo di neve e stelle e montagne, accendo un fuoco che sembra un fuoco vero, con i circuiti elettronici che scoppiettano allegramente come vecchi ceppi secchi in un focolare antico. Allungo le gambe, comodamente, accendo una sigaretta, sorrido. -- Hai visitato tutta la galassia -- dice lei. -- Hai trovato le tue risposte? -- Non posso dire di avere visitato molto -- replico. -- In quattro anni tu puoi vedere solo pochi dei luoghi che bisogna vedere. Mi sono convinto che nessuno mai riuscirà a visitare tutta la galassia. Ma, vedi, non è importante. -- Non lo è? -- Qualcuno ha detto che non c'è niente di nuovo sotto il sole: ebbene, io credo che non ci siano soli nuovi, in tutto l'universo; che la loro luce sia sempre la stessa, e a che serve cercare, allora? Mi guarda, pensierosa. -- Il grande scomparso. Il grande Helios, che al culmine del mito sparisce nel corso di una notte, lasciando tutti nel dubbio e nell'incertezza. L'uomo che ha avuto il coraggio di abbandonare ogni cosa per rincorrere il suo sogno. -- Proprio io -- sorrido. -- Ma qual era questo sogno? Ci conosciamo da tanto tempo, Helios... da quando ancora non avevi questo nome. -- E da quando, ancora, tu non eri Léanne, e non era cominciato il tuo mito. -- E' vero. -- Sorride. -- Un mito è comodo, a volte. Ci sono strade che non potresti percorrere, altrimenti, ci sono porte che non si potrebbero aprire. -- Tu stavi cercando qualcosa. e io avevo trovato qualcosa. Forse per questo ci siamo conosciuti, e un po' di strada l'abbiamo fatta, assieme. Adesso, tu sei qui... e fra tutte le persone dell'universo, non avrei mai pensato che tu rinunciassi a un minuto del tuo tempo prezioso per venire a cercare qualcuno che non vedevi da tanto tempo. Il fuoco è caldo, il fuoco è allegro, dà un senso di calore e mi accorgo che, fuori, la neve è molto fredda e le stelle sono molte lontane. -- Ma perché -- domanda. -- Perché hai lasciato tutto? -- Tu lo conosci, il perché delle cose che fai? Io... ho provato un desiderio. Mi sono chiesto per quale motivo dobbiamo faticare tanto, sognare tanto, adeguarci tanto a tutte le cose che ci impongono. Ho voluto essere libero... non è una bella parola, libero? Viaggiare, conoscere i mondi delle stelle e, alla fine, ritirarmi in un luogo solitario, con i miei pensieri, senza una folla a spingermi, a dirmi quello che devo fare, a preoccuparsi per me e per le mie cose. -- Hai viaggiato molto -- dice Léanne. -- C'è qualcuno che si ricorda di te in tutti i posti importanti... Credo di avere seguito la tua strada, di essere rimasta sempre a una settimana, o a un giorno, di viaggio. Credo di avere visto le cose che tu hai visto, di avere conosciuto ciò che tu hai conosciuto. E c'è tanta gente nei miei ricordi, tante cose strane che non capisco, e altre che capisco molto bene. Poi sei venuto qui, ed è stata la parte più difficile... isolare il tuo mondo tra tanti mondi, isolare la tua emanazione di vita tra tante emanazioni di vita. Sorrido ancora una volta. -- Mi hanno trovato anche gli altri. Ma nessuno è venuto. Hanno lanciato dei messaggi, molti messaggi. Tutti mi dicono di tornare. -- Oh, loro sono preoccupati per te. Lo erano già, quando sono partita. Ed erano passati pochi giorni dalla tua scomparsa. -- Temo che siano preoccupati, e molto, per il denaro che la mia presenza potrebbe far loro guadagnare. Tu sei venuta a dirmi di tornare? Scuote il capo. -- No, non credo. Sono venuta a dirti di andare via. -- Andare via? -- Lontano, dove nessuno possa più trovarti. Nel sistema più remoto, o a bordo di un'astronave lanciata oltre i limiti della galassia. Forse seguendo la strada degli Antenati, quelli che hanno chiamato Antenati ma che sicuramente non erano nulla di simile a noi, e che forse se ne sono andati perché non volevano sapere niente di noi... -- Anche tu hai pensato a questo? -- Ho pensato a questo, e a molte altre cose. -- I suoi occhi sono grandi, la sua voce è sommessa, ma il tono è sincero. -- Dove andiamo, Helios? Dove stiamo andando, con le nostre macchine e i mondi gremiti di gente, dove stiamo andando con le nostre ambizioni e la nostra storia e il nostro futuro? -- Vedo che è scossa da un brivido. -- La galassia è piccola, Helios. Molti mondi, tutti popolati, e le comunicazioni sono rapide e lo saranno sempre più. Mi fa paura, sapere che il mio viso e il mio corpo sono conosciuti in questa immensità, che fiumi di denaro vengono da migliaia di mondi per compensare quello che faccio... Mi fa paura, sentirmi così sola in questa immensità, e sapere di esserlo. Mi guardo le mani. Sono le mie mani, le conosco bene, e mi sembrano ferme. Non c'è ombra di tremito, in esse. -- Io avevo paura della fretta -- le dico. -- Dell'urgenza di ogni giorno. Volevo cercare un poco d'infinito... sottrarmi per un po' di tempo a quella cosa frenetica che è la vita che noi conosciamo. -- E hai trovato qualcosa? -- Forse... ho scoperto che fare questo è molto facile -- dico. -- Facile trovare la libertà delle stelle, facile uscire dal fiume, andare e venire e cambiare. Che è tutto molto facile, se si è gente come noi. -- Come noi? -- Credo che sia questo che ci spinge -- le dico lentamente. -- Vedi, la gente che vive sui mondi delle stelle... tutta la gente, i mondi più primitivi e quelli più civili, gli umani e gli umanoidi e gli ominidi... tutti vivono la loro corsa, e all'interno di essa tutte le cose sono troppo veloci, troppo pressanti, e non c'è libertà per loro come non c'è per noi. Noi possiamo cambiare, però. Noi... possiamo prenderci una lunga vacanza, conoscere queste cose, e ritornare. -- Ritornare? -- Sì, ritornare -- le dico.
* * * La pianura è piena di neve, l'aria è piena di stelle. La porta su altri mondi è spalancata. insieme alla strada del ritorno.Léanne è ancora seduta. Non ha detto niente. C'è qualcosa che non ho capito, forse? La vedo, ha gli occhi grandi, è la stessa che conoscevo quando avevamo così pochi anni, così tante certezze, così tante speranze. -- E passato molto tempo -- le dico -- eppure il tempo passato non significa molto. Io sono Helios, tu sei Léanne. L'universo è grande, ma noi abbiamo avuto la parte migliore. -- E passato molto tempo, sì -- dice lei. -- Tu hai lottato molto, Helios. -- Anche tu. Annuisce: -- Non è stato facile. Ho tentato così a lungo. L'ho fatto, penso, per non rimanere troppo lontana da te... per non mancare ai sogni che avevamo fatto insieme. Li ricordi, vero? -- Certo che li ricordo. -- Mentre tu salivi, anch'io salivo. Ce l'hanno insegnato fin da bambini, che è necessario farlo. Tu eri ribelle, però, lo ricordo... è sempre stato questo, penso, che mi ha attirato in te. Tu riuscivi a ribellarti a tante cose, ma alla fine vincevi sempre. -- Noi siamo nati in un'epoca strana, eppure non è diversa dalle altre epoche -- le dico. -- Noi abbiamo la libertà della galassia, e quella libertà è fatta di molte voci. Io ho ascoltato quelle voci... e sono andato alla fonte. -- Credo anch'io di avere conosciuto quella fonte -- dice lei. -- E' una fonte di lacrime. Una fonte di amarezza. Noi siamo... artisti, ci chiamano?... Sì, forse è la definizione giusta. Diamo vita ai sogni, diamo poesia alle lacrime, diamo immagini ai miti. Per questo ci amano... anche se la realtà è fatta di cose crudeli, anche se la realtà non è cambiata in tanti milioni di anni. Sotto ogni splendore si nascondono le brutture, ogni cosa bella è il prezzo di fatiche e ingiustizie. Ride. -- Oh, come parli! Ti sento quasi sincero... ma vedi, io credo che tu abbia sbagliato. Perché quella fonte è una fonte di speranza. -- Di speranza? -- Sì. -- D'improvviso si anima, mi guarda negli occhi. -- Non hai visto con quanta forza combattono i ribelli di Vega, sognando di creare qualcosa di diverso dallo splendore artificiale di quel regno? Non hai ascoltato le canzoni di lotta degli schiavi-operai di Aldebaran, che cercano di abbattere coloro che hanno tradito un ideale, per ridare giustizia ai loro mondi? Non vedi come, in tutta la Galassia, la vita è forte, e il ciclo cambia continuamente alla ricerca di un nuovo equilibrio... un equilibrio di giustizia, forse, o di saggezza... qualcosa che forse ci porterà, nel remoto futuro, a seguire la strada degli Antenati, ad abbandonare un mondo imperfetto per cercarne uno migliore? -- E tu hai visto questo, nelle stelle? -- Ho visto questo -- dice -- e credevo che anche tu l'avessi visto. E così chiaro... così limpido. Noi abbiamo raggiunto le stelle per primi e cosa ci rimane, di quelle speranze? Uno stimolo irrazionale... un gioco... qualcosa che non ha senso, in realtà. Noi terrestri siamo in realtà i giullari della Galassia... siamo banchieri e artisti, scrittori e cantanti, attori e poeti, siamo quelli che un tempo vivevano della carità delle antiche corti, componendo opere per il piacere dei sovrani, amministrando il denaro per conto di altri... non hai capito che siamo diventati tutto questo perché abbiamo perduto la speranza, perché noi, i primi, non abbiamo mai saputo essere i migliori... perché noi divertiamo la galassia, e la galassia ci dà molto denaro, e noi, noi soli diamo importanza a esso? La guardo, incerto. -- Davvero lo pensi, Léanne, davvero è quello che hai visto nelle stelle? Annuisce. -- Ma tu sei pronto a tornare, è vero? -- Certo. La Terra è il mio posto. Ed è anche il tuo. Senza la nostra arte, senza il nostro lavoro, cosa saremmo, adesso? Forse saremmo a morire come i ribelli di Vega, o forse saremmo già morti, come gli schiavi di Aldebaran. Noi comprendiamo il senso della vita, e lo rivestiamo di melodie e di parole e di luci e di immagini, e diamo a quel senso una convenzione di ricchezza, e le nostre banche prosperano le nostre agenzie sono ricchissime, i nostri artisti sono i migliori della galassia. -- E' questo che ci condanna -- dice lei in tono amaro. -- Perché noi diamo immagini e melodie e finzione, mentre la galassia è azione e realtà e vita. E' questo che ho visto nelle stelle, Helios, e che pensavo tu avessi visto. Scuoto il capo. -- Non ho visto queste cose, Léanne. Ne ho viste altre. -- E hai deciso di ritornare. -- Certo. E anche tu ritornerai con me. Ho visto immagini splendide, e ho potuto meditare, in questo luogo solitario e incantato. E adesso ho la mente piena di immagini e suoni, e credo che le mie nuove opere saranno ancora migliori di quelle di un tempo, e sento il bisogno di comporle, perché per troppo tempo sono rimasto lontano. Léanne mi guarda, guarda la neve e le stelle e la luce che è una porta tra i mondi, e scuote il capo. -- Io rimango, Helios. -- Dove... qui, in questo luogo? -- Per un poco. Ho visto troppa gente, troppe immagini, troppi colori. Sono stanca, la mia mente si ribella a queste cose e devo pensare, riflettere, per me è presto per tornare. Ti ho seguito per avere una risposta, e l'ho avuta. Ma tu adesso ritorni. -- Mi guarda in modo strano -- e le tue canzoni saranno meravigliose, le tue poesie saranno indimenticabili, i tuoi libri miniere d'oro, miniere incantate che ti faranno guadagnare molto denaro e daranno ancora un po' di ricchezza alla Terra. E così le metropoli della Terra saranno un poco più grandi, e i sogni della Terra saranno un poco più angusti, e tu sarai molto felice. Un giorno avrai voglia di andare via e potrai farlo, con il tuo denaro... e tutti applaudiranno, diranno che è molto audace, molto romantico, sarai ancora più famoso. E' questo che vuoi. -- Tu non vuoi questo, forse? -- Io... -- Ha un momento di esitazione. -- Forse no. Forse voglio anch'io le stesse cose. O darei tutto quanto in cambio di un figlio. Rido. -- Andiamo, Léanne! Lo sai bene che non è possibile... lo sai che siamo sterili. -- E allora... darei tutto questo, in cambio di una vecchiaia tranquilla, o della morte. -- La morte! -- La guardo ancora. -- Veramente c'è qualcosa di strano in te, Léanne. Lo sai bene che siamo immortali. -- Ma gli altri vivono e muoiono... possono avere figli... possono piangere e ridere...-- La sua espressione è disperata, ora, o almeno mi sembra disperata, ma so che non è possibile. -- Possono vivere tutte le cose che noi raccontiamo, o cantiamo... Annuisco. -- Ma tu sai meglio di me che la Terra è molto ricca grazie alla sua arte. Sai che è questo che la galassia ci chiede. Quando abbiamo rinunciato alle cose che sai... lo abbiamo fatto con un buon motivo. Il nostro è un mondo ricco, un mondo importante, Léanne. -- A volte vorrei... che non lo fosse. Ma il suo sguardo è di nuovo normale, ora. Il suo corpo è una buona macchina. Ha assorbito bene i sentimenti, i colori del viaggio. Ora la sua mente, quella mente prodigiosa capace di filtrare gli umori, di soppesare le atmosfere, di scatenare i miti, è già al lavoro per raccogliere i dati e produrre nuovi sentimenti, nuove emozioni, nuovi drammi da narrare ai popoli della galassia. In fondo, quando lo abbiamo fatto, in quel passato remoto che riesco solo fuggevolmente a ricordare, abbiamo trovato la nostra strada. Non c'era altro posto per un popolo che aveva distrutto il proprio mondo, e aveva logorato le proprie speranze, ed era giunto troppo vecchio e sterile e avido alle soglie dello spazio. Così, vedo nei suoi occhi lo scintillare delle emozioni che le sono naturali. Abbiamo viaggiato, e questo è bene. Abbiamo conosciuto cose nuove, ed emozioni nuove. Ora i nostri corpi di androidi verseranno emozioni nei circuiti perfetti delle nostre menti artificiali, e nuovi capolavori renderanno più lieti e più tristi, più felici e più pensierosi, i molti, giovani popoli della galassia. Le tre stelle della Fenice scintillano nel cielo. -- Andiamo, Léanne -- le dico. -- E' ora di ritornare. Se avete racconti che ritenete adatti per Delos, inviateli alla Redazione Narrativa di Delos, delos.script@fantascienza.com: saranno letti e accuratamente valutati dai nostri editor Franco Forte ed Emiliano Farinella.
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