racconto di
Mauro Franzin


Deriva





La grande tigre era a caccia nella notte: sotto al suo manto setoso i muscoli guizzavano agili e le sue zanne a sciabola catturavano la luce della luna.
La tigre era un'abile cacciatrice e il suo istinto la fece arrestare nella radura e alzare il capo verso il cielo scuro, attraversato da una scia di fuoco che avrebbe anche potuto essere una stella.
Il predatore lanciò un roco richiamo e dalla macchia alle sue spalle la raggiunse il suo compagno; le tigri non comprendevano ciò che accadeva nel cielo, quella notte, ma la curiosità, più forte della paura, le spinse ad accorrere verso il punto dove quella sfera di fuoco era caduta e di ciò furono ricompensate da una caccia abbondante...

Al centro della Sala, il Comandante riposava; sopra di lui, la grande cupola premeva, col suo blu cupo che sconfinava nel nero profondo; alcune stelle si accendevano e spegnevano a intermittenza e poco discosto dal culmine della semisfera, Mufir, il pianeta azzurro, giganteggiava nel cielo, adorno delle sue lune e di una disordinata collana di asteroidi.
Il Comandante si mosse con indolenza, immerso fino alla vita nel liquido organico; appoggiò la nuca al bordo della vasca e le branchie sparse lungo il suo corpo scambiarono i suoi succhi interni col fluido del bagno di rigenero, poi inspirò voluttuosamente il profumo speziato della Mossae, l'alga dell'oblio e le sue antenne si eressero pigramente, puntando verso l'alto quattro paia d'occhi arrossati e screziati di macchioline verdastre.
In piedi accanto alla vasca, dritto e impassibile, l'Osservatore fissava severamente il suo superiore, apparentemente ignaro di lui.
Gli occhi rossi scivolavano lungo la cupola, accarezzando l'eterno blu tramonto che non si decideva mai a diventare vera notte, sostavano perplessi su quelle stelle che ammiccavano timide al di là di vapori e nebulose invisibili e, con una sorta di stupefatta incredulità, finivano inevitabilmente per inchiodarsi alla sfera azzurra che dominava il tutto.
Mufir, il pianeta azzurro.
Il Comandante aspirò più profondamente l'aroma dell'oblio e i suoi occhi vennero risucchiati all'interno delle antenne.
Mufir e le sue profondità.
Poter dimenticare.
Naturalmente era tutto falso: niente altro che una gigantesca, stroboscopica illusione destinata a perpetuarsi su quel lato concavo di astronave; davvero spettacolare che mentre il resto degli impianti fosse ormai gravemente danneggiato, quella ridicola rappresentazione continuasse tranquillamente a dirottare energia che avrebbe potuto - e dovuto - essere spesa altrimenti.
-- Devi smettere, ora.
Disse l'Osservatore. Pigramente, come fiori gli occhi del comandante spuntarono nuovamente sugli steli delle antenne.
-- La droga pregiudica le tue capacità e condiziona il tuo giudizio; inoltre, a queste dosi può' provocare al tuo cervello danni irreversibili.
Il Comandante prese atto del consueto tono distaccato dell'Osservatore e dell'impeccabilità della sua divisa, con le pieghe nei punti giusti e le bande di controllo opportunamente applicate alle maniche; l'Osservatore non si bagnava mai perché, a differenza del Comandante, lui era sempre in servizio, e perciò non si concedeva futili svaghi; inoltre poteva permettersi di circolare per l'ambiente asciutto e asettico della nave senza nemmeno l'imbarazzo delle vesciche di lanques e dei tubicini branchiali: l'Osservatore, come gli orpelli della cupola, era fondamentalmente falso; un droide senza anima né sentimenti; una macchina con un metabolismo elettro-linfatico, privo di un vero e proprio apparato respiratorio.
Il Comandante lo guardò a lungo, senza accennare a uscire.
All'Osservatore essere guardato non dava fastidio.
O no?
Comunque non aveva importanza, anche se il Comandante pensava che i germi dei sentimenti nascessero dalla cattiva elaborazione di un eccesso d'informazioni e cioè proprio quello che stava capitando al suo Osservatore.
-- Comandante. Devo richiamarti -- tentò di nuovo il droide.
-- Il Timoniere è in avaria non quantificabile; la nave ha bisogno di te.
Le pieghe attorno alla bocca rotonda del Comandante si sovrapposero nel riso, poi assunsero una posa crudele.
Diventare Timoniere era l'ambizione di molti comandanti, ma non la sua; non aveva mai sognato di barattare la sua mortalità con l'eternità di una vasca catodica palpitante di intelligenza allo stato puro: il Timoniere, nato come essere autonomo, ora era parte della nave, destinato nel bene e nel male a seguirne la sorte.
-- Non mi alzerò -- disse il Comandante.
-- Biasimo la tua condotta -- formalizzò il droide.
-- Biasima finché ti pare. Non hai modo di fare rapporto. E forse non c'è più nessuno a cui farlo.
I piedi palmati sciaguattarono nel fluido e il movimento ravvivò la fragranza dell'aroma pungente.
Comandante e Osservatore si fronteggiarono: erano fisicamente uguali in ogni minimo dettaglio; la SMARA credeva che avere d'attorno una copia di sé stessi migliorasse le capacità dei comandanti, ed effettivamente è difficile commettere infamie, disonestà o atti di pigrizia e insubordinazione di fronte a un integerrimo alter-ego... o perlomeno ci voleva una certa esperienza prima di riuscirci.
Chissà dov'erano ormai, Mufir e i suoi oceani accoglienti.
Nessun dato certo per fare un punto; nessuna possibilità di inviare segnali di soccorso.
Nessuna speranza.
L'Osservatore sembrò leggergli nella mente e non era la prima volta che dava prova d'essere ben altro che una semplice copia; in ogni modo sembrava essere capace, a volte, di precorrere le modalità di pensiero del suo originale.
-- Verranno a rilevarci. Il cambio non può tardare, ormai.
Il Capitano considerò brevemente se fosse il caso o meno di concedersi una risposta tagliente, ma poi si limitò a scuotere il capo con insofferenza e a sprofondare nella saporita malinconia della vasca.
L'astronave era grande; così grande che l'immensa cupola non era altro che un minuscolo brufolo lungo uno dei suoi fianchi; a suo modo era nata per essere un satellite orbitante, un impianto di produzione alimentare di vaste proporzioni, con stive adeguate e droidi manutentori; il movimento forniva l'energia necessaria, e le orbite erano forzatamente irregolari perché spesso si incrociavano con quelle di altre navi identiche o analoghe.
Era il Timoniere ad occuparsi della rotta; era il Timoniere il principale interlocutore del Sistema; ma poi i cambi erano diventati sempre più infrequenti e sempre più spesso i segnali rimanevano senza risposta o agli apparecchi di ricezione erano di servizio sempre solo i droidi d'ascolto a responsabilità limitata.
Era come se Mufir avesse deciso di addormentarsi lentamente, abbandonandosi al lento dondolio delle sue maree.
Il pavimento leggermente concavo della Sala era trasparente, costituito da un'unica colata di Plentax Lavico allo stato puro; sotto a quel prezioso quarzo, si muoveva lento un piccolo mare interno di colore verde intenso; ogni tanto gruppi di bolle del diametro di qualche metro salivano a premere contro il Plentax, esplodendo in vampate screziate di arancio. Verso il limite della Cupola, quando questa sembrava toccare il pavimento, c'era una paratia alta una ventina di metri dove si aprivano gli ingressi circolari, ancora debitamente sigillati, che conducevano alle stive.
In qualche punto dietro a quel diaframma, proveniente dal cuore stesso della nave, si levò un alto clamore seguito da un selvaggio percuotere.
L'Osservatore e il Comandante sbirciarono nervosi in quella direzione, poi quest'ultimo abbassò lo sguardo verso il pavimento che circondava e comprendeva la piccola vasca in cui era immerso; qualcosa la cui forma veniva resa incomprensibile dalla sua stessa vastità, salì per un fuggevole istante dalle profondità del bacino, colorando quel mare interno di giallo ocra e avorio: le pieghe molli e gelatinose dell'essere strusciarono mollemente contro il lato inferiore del quarzo, fendendo il liquido amniotico che lo nutriva, intorbidendolo delle tossine che i suoi pensieri trasudavano; poi si immerse nuovamente, lasciando dietro di sé solo sconvolti grappoli di bolle.
Un fioco lamento, triste e solitario, rimbalzò contro la volta della Cupola, scivolando lungo le curve e le cavità del cargo.
Il Comandante tornò a rilassarsi, ma il disagio dell'Osservatore era cresciuto.
-- La frequenza era decisamente troppo alta. L'hai sentito? Potrebbe esserci un versamento.
Il Comandante evitò di rispondere; il Timoniere chiaramente non godeva di buona salute; da troppo tempo il suo liquido non veniva sostituito, ed era cresciuto troppo: si stava intossicando dei suoi stessi pensieri e la sua volontà si era ammalata; la bocca del Comandante si arricciò nel tentativo di un sorriso, perché in fondo era la stessa cosa che stava capitando a lui.
Ma quei rumori nella stiva...
-- E i parassiti? Hai sentito anche loro.
Di nuovo l'Osservatore sembrava avergli letto nella mente.
-- Non sono certo loro il problema...
Ribattere fu un errore, perché diede argomento al droide per manifestare apertamente i suoi timori.
-- Tu trascuri ogni problema. Sei di gran lunga troppo negligente e io ti farò rapporto.
Fece una lunga pausa, nella vana speranza che un minaccioso silenzio lavorasse a suo favore, ma vide deluso che gli occhi del superiore erano di nuovo affondati nelle antenne e le sue branchie lavoravano agili, scambiando liquidi...
Non bastò quell'apparente noncuranza a indurlo a trascurare il suo dovere.
-- Hai dormito troppo a lungo. E troppe volte. Questi non sono più esseri unicellulari. Hanno subito mutazioni rapide e aggressive.
-- Ogni nave ha i suoi parassiti...
Avrebbe dovuto saperlo che discutere con l'Osservatore era del tutto controproducente: doveva smettere, o la droga avrebbe cessato il suo effetto.
Infervorato, il droide allungò con enfasi un appendice verso il Comandante: -- Li ho osservati molto... ho seminato la carena di esche avvelenate e li ho bombardati elettricamente, ma è stato inutile. Ho semplicemente agito da selettore, eliminando i più deboli e permettendo la riproduzione di elementi forti e immunizzati.
L'Osservatore girò su sé stesso, cercando conforto al suo operato nella vuota vastità della sala e proseguì, giustificandosi:
-- Allora, in tua assenza, ho preso la responsabilità di una disinfestazione drastica a mezzo dei droidi d'attacco... ma sono stati sopraffatti e d'altro canto la loro capacità operativa ormai era minimale...
L'Osservatore allargò le braccia in un gesto sconsolato e rimase così, paralizzato e con lo sguardo fisso per circa un'ora.
Il Comandante valutò a lungo se fosse o no il caso di intervenire, ma poi non riuscì a resistere: dopotutto la SMARA aveva ragione e lui non poteva lasciare sé stesso in quelle condizioni: si alzò in piedi, rabbrividendo e diede uno scrollone all'Osservatore, che immediatamente sembrò rianimarsi: fissò stupito il Comandante, nudo e gocciolante, pi scoprì con visibile dispetto le macchie umide sulla propria divisa immacolata e chiese:
-- Cos'è successo? Non capisco.
-- Sei rotto. Fuori uso -- borbottò il Comandante, rimettendosi a sedere nel liquido ormai inodore e insapore.
L'Osservatore si raddrizzò altezzosamente e il Comandante notò con curiosità l'impermalosirsi del suo collaboratore.
-- Non sono rotto. Rotti sono i droidi addetti alla mia manutenzione, invece.
E forse guardò con invidia il bagno di rigenero del Comandante, che provò pena per quella macchina che tentava di essere viva prendendosi troppo sul serio. L'Osservatore si girò, vergognoso di avere rivelato sentimenti a cui non aveva diritto e proseguì a parlare, con tono meno distante che all'inizio: -- Hanno vite brevi e violente. E sono in qualche modo organizzati in gruppi. Da diverse generazioni ormai, hanno sfondato in più punti l'ultimo livello e sono dilagati nella stiva; questo ha dato loro nuove possibilità alimentari e innescato un'impennata demografica. Credo abbiano superato almeno due gravi crisi, una dovuta ad un'epidemia che li ha quasi distrutti e un'altra... non so, sembra che periodicamente si uccidano anche tra loro apparentemente senza motivo.
-- Oh, -- il Comandante ora sembrava incuriosito; agì sul pannello di controllo e lasciò che la vasca si occupasse di lui e di sé stessa, rimuovendo i resti del bagno.
I mutanti avevano sfondato l'ultimo livello.
Sulle navi la presenza di forme di vita parassitarie più o meno evolute era risaputa e in varia misura tollerata: nell'ultimo livello venivano accumulati i residui organici prodotti dalla nave e gli scarti di lavorazione della produzione alimentare; di questo si nutrivano quegli ospiti indesiderati. Ma ora l'Osservatore asseriva che una o più forme particolarmente aggressive avevano sconfinato nella stiva e questo era decisamente grave.
-- Qual è la situazione della spina dorsale? -- chiese.
-- Non ho più modo di verificare. Né sono in grado di datare l'ultimo controllo, direi però che è integra. Non l'hanno toccata.
L'Osservatore appariva perplesso e ne aveva motivo. Il Comandante lo guardava senza parlare; il droide emise un leggero ronzio imbarazzato, poi disse piano:
-- Io... credo abbiano compreso che rappresenta la loro fonte di sostentamento.
Il Comandante uscì definitivamente dalla vasca e cominciò ad applicarsi le vesciche drenanti.
La spina dorsale era un lunghissimo cavo costituito da una cartilagine sintetica dentro al quale coabitavano un midollo costituito da terminazioni nervose collegate al sistema; stimolata in automatico, quella spina produceva quarti di Rondorp, un animale commestibile, nativo della quinta luna e il cui codice genetico, ormai estinto in natura era patrimonio di una banca dati commerciale. In origine c'erano droidi addetti alla produzione, stoccaggio e manutenzione dei quarti: ora i mutanti divoravano scarti e produzione, sempre che ci fosse ancora produzione.
-- Tu li hai visti. Come sono fatti, questi parassiti?
L'Osservatore ci pensò bene.
-- Mangiano quello che mangiamo noi; ci assomigliano più di quanto sia augurabile; forse più a me che a te, perché li ho prosciugati cercando di ucciderli e così ora hanno sviluppato caratteristiche tipiche di animali emersi.
L'Osservatore scosse il capo, sbigottito:
-- Sono molto tenaci, ed eccezionalmente abili nel trarre vantaggio dalle situazioni di crisi; se anche potessi tornare a sommergerli, tempo poche delle loro brevi generazioni maturerebbero organi anfibi, tornando in breve a prosperare... sono sempre stati più veloci loro ad adattarsi per farmi fronte che io a diversificare i miei attacchi...
Il Comandante alzò le spalle, disinteressandosi del problema: loro e i mutanti andavano incontro a un destino comune, indipendente dall'ostinata volontà dell'Osservatore.
Il Comandante raggiunse la sua posizione, al centro della Sala; il suo corpo squamato si accomodò sullo scivolo scuro e gli aghi a ventosa dei sensori penetrarono tra le sue fibre.
Davanti ai suoi occhi, prese vita la tremolante immagine olografica di una ipotetica consolle con pannelli di pura invenzione: la mediocre schematizzazione di possibili istruzioni che il Comandante, i cui centri vitali erano ora collegati a quelli della nave, poteva impartire con la semplice volontà.
Accanto a lui, l'Osservatore attendeva immobile; sopra entrambi, a cento metri d'altezza, Mufir ruotava lento, attirando gli sguardi languidi del Comandante.
-- Assumerai il controllo manuale? -- chiese l'Osservatore.
Il Comandante lo guardò con un'emozione che avrebbe anche potuto essere affetto.
-- No. Ora mi ibernerai. Fino a quando non saremo rilevati.
L'Osservatore ebbe un sussulto scandalizzato e la sua voce tremò di responsabilità frustrata.
-- Devi essere pazzo. Il Mossae ha intaccato la tua corteccia... non posso ibernarti di nuovo, non dopo tutta quell'alga...
Avvicinò il viso a quello del suo alter-ego umano e vi cercò il segno delle proprie ragioni:
-- Moriresti -- spiegò piano.
Allora il Comandante allungò uno dei suoi arti superiori e violò la prima di tutte le regole non scritte che regolamentavano i rapporti tra Osservatori e Comandanti: l'essere semi adagiato nella postazione afferrò delicatamente il droide a una spalla e lo strinse piano, con familiarità.
-- Mi ibernerai. Non posso farlo da solo.
Il droide, costernato, fissò il suo superiore senza capire, poi si guardò attorno, muovendo la testa a scatti, confrontando il proprio stupore per ciò che provava con l'orizzonte familiare che rappresentava tutto ciò che conosceva veramente per averlo vissuto.
Scoprì che tutto ciò che era presente nella sua esistenza era finzione o insegnamento teorico: dati che qualcuno gli aveva impresso nella memoria, o simboli che si potevano toccare ma che rappresentavano fisicità a lui di fatto sconosciute.
Ma la realtà dov'era? Cos'era giusto e cosa sbagliato?
Lui era l'Osservatore, avrebbe dovuto conoscere queste risposte, ma ora non era più così sicuro; si sentiva sabotato, tradito.
-- Me lo stai ordinando, Comandante? -- chiese con voce rotta.
Il Comandante, continuando a stringerlo, fece cenno di no.
-- Non posso ordinartelo. Non eseguiresti mai un ordine che va contro il regolamento.
-- E' vero. Come è anche vero che non sono programmato per compiere azioni che possono nuocere all'integrità fisica del Comandante, -- si difese il droide.
Il Comandante si rimise disteso, lasciando andare l'Osservatore, e i suoi occhi scomparvero; scomparvero anche le antenne e le branchie si chiusero. Il silenzio era rotto solo dal leggero frusciare delle cannucce che scambiavano lentamente i flussi nel corpo del Comandante.
-- Non sei programmato, -- ammise questi.
-- Eppure lo farai lo stesso, se te lo chiedo. E'vero?
L'Osservatore crollò il capo, sondando le profondità sotto il pavimento, dove il Timoniere agonizzava, alla deriva come la sua nave.
-- Comandante... io sono solo una macchina, ma... so che c'è una parte, la parte migliore di te, che vuole restare al suo posto. Che sa esattamente qual è il suo posto.
I flussi nel corpo del Comandante si fecero ancora più minimali.
-- Osservatore, tu sei solo una macchina. Eppure tu sei la parte migliore di me.
Il droide produsse ancora quel fastidioso ronzio di circuiti sovraccarichi e il Comandante pensò che forse quello era il modo che i droidi avevano per provare a piangere, poi l'Osservatore si chinò verso i comandi manuali che avrebbero agito sulla temperatura e la pressione del suo Comandante e, infine, non ci furono altri pensieri, ma solo ricordi.
Gli ultimi.

Attraverso l'acqua bassa, il sole forte scaldava il mare e lo rendeva ricco di vita brulicante e spietata, sempre pronta com'era a sconfinare nella morte; sul fondale fertile, immense valli ricoperte di corallo nero s'infuocavano al tramonto di plancton lucente e rosso come la luna nuova che si specchiava nell'acqua, resa torbida dallo struggersi delle agili anime di giovani esseri squamati, destinati a infrangere le proprie speranze oltre i confini alieni del buio siderale: ingannati dall'illusione di distanze che non si misurano più nel colpo di una pinna; imbrogliati e traditi da un universo dove i pensieri cadono come come sterili pietre e un sospiro non è altro che l'arido refolo di un vento intubato in una vescica che asciuga i sentimenti...

L'Osservatore rimase a guarare il proprio Comandante mentre moriva, quindi si voltò e cominciò ad arrancare faticosamente verso la propria postazione... ed entrò nuovamente in blocco prima d'averla raggiunta.
L'Osservatore avrebbe avuto bisogno di una scrollatina, ma non c'era più nessuno a dargliela.
Così la nave viaggiava e il Timoniere espandeva la propria coscienza alla ricerca di un punto critico e le generazioni di mutanti si succedevano le une alle altre, proliferando come vermi nel ventre della nave.
Quando si riebbe, l'Osservatore si chiese quanto tempo fosse trascorso, se un minuto o un millennio, concluse che non aveva modo di saperlo, concluse che saperlo non avrebbe cambiato nulla, effettuò alcuni rapidi esami sulla funzionalità delle proprie parti operative risolvendo poi che, in quello stato, non poteva più giovare alla nave ma in compenso era in condizione di nuocerle attraverso possibili elaborazioni errate: perciò raggiunse finalmente la posizione e diede inizio alla procedura di auto-disattivazione.
Non ci fu nessuno a guardare l'Osservatore che moriva e d'altronde lui era solo una macchina: così se ne andò dal mondo silenziosamente e sbrigativamente, nello stesso modo in cui c'era venuto.

Il Timoniere venne informato dal Sistema d'essere rimasto solo; questo non fece di fatto alcuna differenza, perché egli era, sì, un essere potente, ma il suicidio restava lo stesso fuori dalla sua portata, così gettò le ultime risorse a disposizione in un ultimo, estremo tentativo.

Il pianeta non aveva nulla per essere gradevole, ma al Comandante sarebbe piaciuto lo stesso perché da lontano aveva un colore simile a quello di Mufir, Padre delle Acque Fertili; la gravità però era sbagliata e così pure la temperatura e i processi di scambio tra gli elementi producevano un'aria respirabile a stento, ben lontana da una soluzione ottimale.
Ma il Comandante era morto e il Timoniere sentiva vicina la fine. L'inizio fu disastroso: il Sistema in avaria calcolò male la velocità d'impatto con l'atmosfera e il Timoniere dovette agire sui motori che all'ottanta per cento non risposero: l'urto fu brutale e spezzò la nave in due tronconi; le stive e i serbatoi di propellente, abbandonati a sé stessi, precipitarono tra le braccia della gravità e si schiantarono al suolo innescando un'esplosione termo-nucleare abbastanza potente da porre fine a un'era glaciale. Tutte le forme di vita presenti nella stiva vennero polverizzate.
A migliaia di chilometri di distanza, la nave riuscì invece ad ammarare in modo brutale ma efficace sulla superficie di un grande mare: lo scafo già danneggiato si spezzò nuovamente in due parti, una delle quali si riempì immediatamente d'acqua affondando nello spazio di pochi minuti e trascinando con sé i mutanti che conteneva; quelli compresi nell'altro segmento invece, riuscirono ad aprirsi una via attraverso gli squarci nella chiglia, sciamando all'esterno come insetti, lottando per riuscire a raggiungere la vicina costa: proprio allora, con uno scricchiolio minaccioso seguito da uno schianto, il quarzo cedette alla pressione e il liquido amniotico si riversò di colpo in acqua sollevando un'onda di piena che spazzò via o trascinò al largo tutti quelli che non erano ancora giunti a riva.
E fu così che il Timoniere venne espulso dalla nave ed ebbe modo di proseguire la sua avventura nello stesso elemento nella quale era cominciata: tra le onde del vasto mare.
Da terra, i mutanti superstiti udirono il suo grido triste che si allontanava; erano rimasti in pochi: investiti da un vento freddo, tremanti e disperati, stretti gli uni agli altri, attesero il trascorrere della notte, sognando il riparo rassicurante della stiva che li aveva generati e nutriti; quando l'alba li sorprese erano ancora là, a piangere sulle proprie sciagure e fu così che li colsero le tigri dai denti a sciabola, che misero fine alle sofferenze di molti di quelli che non furono in grado di muoversi abbastanza in fretta.
Per molto, molto tempo, quella terra estranea trattò quei parassiti come un grande corpo sano fa con una malattia, e sembrò riuscire lì dove la nave e la sua tecnologia avevano fallito.
I mutanti fecero del loro meglio nell'unico modo che conoscevano: mutando ed adattandosi all'aria rarefatta e alla gravità anomala, imparando a scappare veloci e a nascondersi, ma comunque continuarono a morire, da soli o a grappoli, uccisi dalla temperatura troppo fredda, da malattie che non conoscevano, da una profusione di animali carnivori o velenosi; eliminati da un mondo che non era fatto per loro e non li voleva.
Poi un giorno di pioggia ne sorprese un piccolo gruppo ai piedi di una rupe dove giaceva il cadavere di un'antilope che doveva essere caduta dall'alto: alcuni grossi maschi si azzuffavano e ringhiavano minacciosi gli uni verso gli altri, accalcandosi sul corpo dell'animale, mentre attorno a loro si aggiravano le femmine e i pochi piccoli, aspettando che venisse il loro turno; poco lontano, un esemplare giovane e gracile se ne stava accoccolato nel fango, tremando di freddo: anni di cicatrici e umiliazioni gli avevano insegnato che se avesse osato avvicinarsi alla carcassa sarebbe stato morso crudelmente e percosso dai suoi compagni più forti: era debole e se non avesse mangiato sarebbe diventato ancora più debole e sarebbe morto... persino le femmine lo scacciavano, perché l'istinto le portava ad accoppiarsi coi maschi più robusti... e fu allora che accadde qualcosa destinato a cambiare il destino del giovane maschio, della sua specie e di tutto il pianeta.
Come un'automa, il giovane si alzò, raccolse da terra una grossa pietra e, senza preavviso la calò sulla nuca di un maschio che si arrabattava tra le zampe posteriori della carogna: un fiotto di sangue sporcò la pietra e il grosso maschio cadde riverso; il giovane lo colpì ancora e poi ancora, quindi mentre gli altri lo guardavano sbigottiti, spinse da una parte il cadavere fumante e, gettata la pietra, cominciò a mangiare.
Nessuno lo disturbò.
Tutti guardavano la pioggia riempire la bocca e gli occhi aperti del morto e ciascuno traeva le proprie conclusioni.
Terminato il suo pasto, il giovane ruttò, afferrò una femmina da un braccio e la montò senza che questa opponesse resistenza più che tanto; poi tutti rimasero a lungo a guardare la pietra, semi nascosta nel fango, macchiata di sangue nero che la pioggia non riusciva a lavare via.
E fu così che nella fuga di un unico istante di violenza tutto compreso nello scuro zampillo di una ferita sanguinante, un sasso vene ficcato di forza tra gli ingranaggi del destino.

Da quel momento fu il pianeta a mutare, a venire modellato, un giorno dopo l'altro, secondo gli effetti di un morbo troppo tenace per essere sradicato; da allora, un colpo di pietra dopo l'altro, quel mondo assomiglia sempre di più alla stiva di una nave che corre incontro al proprio destino, guidata da un timoniere in avaria e affollata da parassiti che infestano le sue viscere senza produrre altro che sé stessi.

Alle tigri capitò ancora di vedere fuochi di notte, all'ingresso di caverne o nel folto dei fitti boschi, ma il tempo insegnò loro a evitarli e a temere il pericolo che essi nascondevano.
Scacciate dai loro territori di caccia, il loro passo si fece incerto e il grasso si asciugò attorno alle loro ossa.
Affamate, lanciarono rauchi richiami verso un cielo ormai vuoto di speranza.

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