racconto di
Silvano Barbesti


Partita di caccia





I brett scavavano, scavavano con le loro tozze, poderose zampe ungulate, guidati nell'oscurità dagli occhi miopi. Scavano gallerie interminabili, prima in superficie e poi giù nelle viscere di terra del pianeta, modulando in migliaia di modi il loro verso, quel breet vibrante simile a una pernacchia prolungata.
Scavavano, e nessuno poteva capire il senso o il progetto di quell'intricarsi caotico di tunnel angusti in cui un uomo non avrebbe mai potuto infilarsi. Con le loro vibrisse percepivano la presenza dei giacimenti di sostanze radioattive indispensabili allo sviluppo di Renaissance e, guidati dall'uomo, proseguivano a scavare con istintiva naturalezza, riportando poi in superficie il prezioso materiale e accumulandolo per la crescita della colonia.
I brett scavavano e si ammalavano per le radiazioni. Trascinavano i loro corpi ulcerati a morte su per le gallerie che riportavano alla luce del sole dove si abbandonavano esalando un'ultima, patetica pernacchia. Ma tutti i brett che non morivano continuavano nel loro compito, costretti allo scavo dai condizionamenti e dall'ipnoprogrammazione dell'uomo.
Scavavano, sempre più giù, sempre più lontano.
Poi si fermarono. Sui loro musi appuntiti si scolpì un'espressione feroce che non avevano mai conosciuto e nei loro occhi quasi ciechi e opachi si accese una luce di consapevolezza e di furore. Ripresero a scavare, via via più freneticamente, ma verso l'alto, lasciandosi dietro gallerie ripiegate bruscamente in direzione della superficie. Nel terreno che sembrava compatto implosero centinaia, migliaia di buche, e da tutti quei piccoli crateri guizzarono come demoni i brett inferociti.
Si buttarono su di lui e continuarono ad agitare le loro zampe ungulate sul suo corpo, scavandogli gallerie sanguinolente fra i visceri stracciati che si riversarono lentamente a terra, come serpenti moribondi che allentassero le spire per poi abbandonarsi privi di forze e di vita.
Via. Il dolore era insopportabile. Via, maledetti, via! Gli stavano straziando il corpo, senza pietà. Via, tornate giù, via...
Via... Basta! Mi uccidete... Non un'altra volta... Via...
Nelson si svegliò in un bagno di sudore gelido. Si rovesciò fuori dalla culla giroscopica con la sua voce che gli echeggiava ancora nella mente. Aveva sognato, solamente, o aveva urlato davvero? Schiacciato dall'angoscia e dalla rabbia, uscì dalla cabina della Kalè Arthemis senza asciugarsi il sudore di cui era madido e che ancora gli si materializzava rapidamente da ogni poro in minuscole gocce, subito attratte verso il basso, in piccoli torrentelli, dalla forza di gravità.
Il portello della cabina si aprì con un fruscio quasi inavvertibile, e Nelson si trovò di fronte all'alba di Kranan III. La brezza, piacevolmente fresca solo a quell'ora, scivolandogli sulla pelle sudata gli procurò dei brividi che aumentarono il suo disagio.
Maledetti, quando mi lascerete libero?
Da un paio di mesi l'incubo da cui si era risvegliato si ripeteva quasi ogni notte con una concretezza insopportabile. Anche in quel momento sembrava non essere svanito del tutto. Nelson aveva l'impressione sgradevole che i brett avessero abbandonato solo momentaneamente la sua testa per andare a mescolarsi come ectoplasmi biancastri nella bruma che avvolgeva ancora la piccola radura in cui era atterrato con il suo cargo. Di lì a poco, sotto il sole implacabile di Kranan, la nebbia si sarebbe dissolta, ma l'aria tremolante per le temperature che si impennavano fino a 45 C avrebbe mantenuto in vita presenze impalpabili e inquietanti.
I brett facevano paura a Nelson anche lì, a centinaia di anni luce dal mondo su cui erano vissuti. E su cui erano morti. Nelson era riuscito a fuggire da Renaissance e a superare quell'abisso di spazio a bordo di un vecchio cargo di terza classe, i brett, o i loro fantasmi, lo avevano fatto imbarcandosi clandestinamente nella sua testa.
Maledetti!
Renaissance era una colonia relativamente recente e relativamente povera di risorse. Finché furono scoperti a notevole profondità giacimenti di minerale radioattivo che avrebbero garantito la prosperità e il rapido sviluppo di quel mondo nuovo. Nelson Battaia era un semplice tecnico minerario in cerca di fortuna, approdato su Renaissance per caso e per disperazione. I brett, i pochi esemplari che erano sopravvissuti, rappresentavano ancora un'anomalia biologica e un grattacapo tassonomico, e lo sarebbero stati ancora per molto tempo.
Il loro incontro, quello fra Renaissance, Nelson e i brett, sembrava aver squarciato un velo di incertezza sul futuro della colonia. Almeno all'inizio. Nelson aveva trovato il modo e i mezzi per far lavorare i brett, e quei piccoli, stupidi animali portavano la ricchezza per Renaissance e per Nelson. Meglio di così...
Maledetti!
Nelson si riscosse, strappandosi a quei ricordi. Non doveva pensare più, doveva obbligarsi a fare piazza pulita nella sua mente. Lo aspettava il nuovo lavoro. Quello era la sua ultima spiaggia e avrebbe avuto bisogno di un po' di fortuna e di molto tempo prima di poter rientrare in un mondo civile. Sarebbe stata dura, ma l'universo un po' per volta avrebbe perso memoria di lui e di quanto era successo.
In quella situazione, Nelson doveva concentrarsi solo sul suo lavoro e avere pazienza. Molta pazienza.

La piccola radura si interrompeva bruscamente contro il muro della boscaglia fittissima. Il fuoco acceso nel mezzo sconfiggeva solo per pochi metri le tenebre che avevano inghiottito in un istante Kranan al tramonto del suo sole. Nascosta nel buio si ergeva la sagoma un po' tozza della Kalè Arthemis, tradita appena dai lampi riflessi di luce rossastra sulle strutture metalliche.
- Allora, Yaong. Buona giornata oggi, vero? - Nelson guardò con curiosità il ragazzo, un giovane cacciatore che la tribù indigena degli chasskai gli aveva imposto come guida nelle terre libere, il vasto territorio di caccia comune alle cinque o sei comunità tribali della regione che comprendeva la savana fino al lago Mouhaus, a sud, e la prima striscia di foresta che cingeva le pendici dei Monti Nevosi, a nord.
Yaong annuì, senza cambiare espressione. Forse stava pensando ai fatti suoi. Il ragazzo non pareva disposto alla conversazione, quella sera, e sembrava non sentire nemmeno i latrati dei canidi selvatici nascosti nella foresta, aspri versi inferociti e affamati che facevano raggrinzire lo scroto e gelavano il midollo nelle ossa. Comunque, con il campo bifasico di repulsione attivato, i predatori non si sarebbero avvicinati.
Nelson era stanco, ma non avrebbe chiuso gli occhi prima di aver fatto quattro conti. Voleva sapere quanto gli aveva fruttato la caccia quel giorno. Tirò fuori dallo zaino l'infocom e consultò il tariffario, memorizzando brevi note. Le gabbie di berjang, una sorta di bambù locale, erano piene e prima di trasferire gli animali sulla Kalè Arthemis avrebbe controllato quanto valeva ogni esemplare. I due lesping, per esempio, quelle scimmie ributtanti senza pelo e con gli occhi assatanati, li avrebbe potuti rivendere per poco a qualche centro di ricerca medica per le sperimentazioni. Ma la coppia di wanai tigrati da sola equivaleva a una settimana di lavoro: la loro pelliccia ricercata valeva una fortuna. Controllò di nuovo sul tariffario. Una pelle intera era quotata da 350 a 400 unità lavoro standard. Bene: se non era invecchiato troppo e se le avesse sapute piazzare nel modo giusto attraverso i canali clandestini del mercato parallelo, che per lui costituivano ancora sentieri in parte inediti e da esplorare, avrebbe potuto ricavarci anche 900 uls.
Nelson proseguì i suoi rapidi calcoli, poi sbadigliò. Si era fatto tardi ed era meglio andare a dormire. Come al solito, lui si sarebbe steso comodo nella culla giroscopica della nave, mentre la guida avrebbe dormito all'aperto, vicino al fuoco.
- Comandante Nelson Battaia. - La voce quasi infantile dai toni morbidi di Yaong lo richiamò.
Nelson si girò verso il ragazzo, con un piede sulla scaletta di metallo della Kalè Arthemis. - Cosa vuoi, giovane chasskai?
- Buon riposo, comandante Nelson Battaia. Che tu possa ritemprare il tuo fisico nel sonno e recuperare il tuo vigore.
Non bastava un semplice "buona notte"? Nelson si strinse nelle spalle e rispose a Yaong, usando la stessa pomposa formula di cortesia degli chasskai.

Il piccolo sole rosso di Kranan III era ancora basso sull'orizzonte. L'aria era permeata da una luce rosata che riusciva a penetrare anche sotto il tetto delle fronde, ammorbidendone il verde intenso. Il legno chiaro dei tronchi dei phrajing prendeva un'insolita tonalità pastello e faceva apparire meno cruda la realtà spietata di violenza e di sopraffazione che regolava i ritmi della vita nella foresta.
Anche le canne di berjang, piegate e legate fra di loro in rigide forme geometriche, avevano assunto una colorazione più rosata. Se non fosse stato per le carogne di piccoli roditori e per alcuni pezzi di carne sanguinolenta buttati a caso sui pavimenti nascosti dall'erba alta, quelle gabbie di canne sarebbero parse le intelaiature delle capanne ingentilite nelle forme del settore muliebre di un villaggio chasskai.
- Fissa bene la cima, Yaong - urlò Nelson. Il giovane chasskai stava finendo di sistemare una trappola sospesa fra i rami di un phrajing che si ergeva dritto verso il cielo.
Nelson assicurò il meccanismo che faceva scattare la porta di una gabbia posata a terra, entrò e dispose su una gigantesca foglia a coppa una porzione generosa di frutti e germogli. Era una buona esca e Nelson sperava che, una volta issata all'altezza giusta, la trappola scattasse su qualche esemplare pregiato.
Mentre si attardava in un ultimo controllo della gabbia, Nelson si sorprese a interrogarsi sul senso di quello che stava facendo. Cacciare era davvero un modo anacronistico per guadagnarsi da vivere? Fino a quel momento non si era mai posto quella domanda. Non ne aveva avuto il tempo. E con quello che era successo non aveva visto alternative. In fin dei conti, anche lui in qualche modo era una preda. Se fosse caduto nelle mani delle autorità del settore di Renaissance o in quelle delle forze investigative del Protocollo per l'espansione della razza umana, in gabbia ci sarebbe finito lui, metaforicamente. E allora avrebbe avuto davvero tutto il tempo per porsi domande oziose, fino alla noia e all'esasperazione.
Avrebbe potuto ripetere fino ad avere la gola infiammata che non sapeva nemmeno, come chiunque altro, che i brett fossero una razza senziente o, per quello che ancora se ne sapeva, almeno parzialmente cosciente. Non sarebbe servito a niente. Le costrizioni ipnotiche che aveva usato su quegli esseri erano fuori legge anche per dei semplici animali, figurarsi poi se usate sui brett. E quelle specie di talpe dai musi tozzi e dagli occhi diventati improvvisamente cattivi che vivevano solo su Renaissance si erano praticamente estinte per scavare sotto i suoi ordini e per arricchire la colonia.
Il tribunale del Protocollo aveva emesso rapidamente e senza tentennamenti una sentenza esemplare e, quindi, ancor più dura e inappellabile. Nelson era stato condannato per genocidio. In contumacia, fortunatamente per lui. Anche se la fortuna, nel suo caso, era stata un accordo verbale e frettoloso con gli amministratori della colonia: l'assunzione da parte sua di tutte le responsabilità e la cessione attraverso una società di comodo dei suoi diritti e dei suoi averi su Renaissance in cambio della Kalè Arthemis, ormai prossima alla demolizione, e di un corridoio temporaneo di fuga nell'iperspazio, protetto e schermato solo finché fosse riemerso in un altro settore della galassia. Poi sarebbero stati cazzi suoi.
La riuscita contro ogni logica di quel piano di fuga improvvisato aveva partorito nella sua mente il dubbio che dietro gli amministratori di Renaissance si celasse un cartello di potere ben più ampio. In fin dei conti, il materiale radioattivo estratto avrebbe fatto gola anche alla più grande delle multiplanetarie con interessi in campo minerario.
In ogni caso, la condanna per genocidio restava e, se fosse rimasto imboscato su pianeti periferici e non colonizzati come Kranan III, probabilmente sarebbe riuscito a nascondersi abbastanza a lungo per farsi dimenticare. E al diavolo tutto il resto!
Nelson si liberò con un fremito dalla ragnatela di pensieri e fantasie e si ritrovò ancora all'interno della gabbia, mentre continuava a stringere in una mano la corda di fibre naturali con cui aveva legato due canne di berjang. La temperatura aveva dato il via alla scalata del termometro, e lavorare con quel caldo cominciava a diventare fastidioso. Il sudore gli ruscellava dalla radice dei capelli giù per la fronte. Una sauna non avrebbe ottenuto gli stessi risultati.
Guardò verso Yaong che si muoveva agile e disinvolto, a suo agio in quel clima afoso. Il ragazzo aveva un fisico asciutto. I muscoli guizzavano sotto la pelle ambrata, di una tonalità appena più chiara della sua. Gli arti lunghi e le spalle ampie conferivano allo chasskai una notevole eleganza nel portamento. Gli stessi lineamenti affilati, messi in risalto dalla folta capigliatura scura e ondulata, avevano un che di regale. I kraniani erano degli umanoidi piuttosto massicci e scuri, ma gli chasskai, i cacciatori della foresta e della savana, la casta più elevata di quella civiltà primitiva, sembravano una razza a sé, con un patrimonio genetico esclusivo.
- Yaong. Ancoriamo queste due ultime trappole, poi per oggi avremo finito. Domattina penseremo al "raccolto".

- Quando voli via, comandante Nelson Battaia?
Yaong aveva passato quasi tutta la serata immerso nei suoi pensieri, come gli capitava già da qualche giorno. Strano. I primi tempi non era così: voleva chiacchierare, chiedeva, cercava di imparare, raccontava. Che fosse triste al pensiero della partenza di Nelson? L'uomo sorrise a quell'idea, gratificante per lui in quella situazione ma poco realistica. Impossibile. Nessuno poteva sapere cosa girasse per la testa di un giovane chasskai.
- Presto. Fra un paio di giorni.
- E non tornerai?
- Non lo so. Mi piace il tuo pianeta, Yaong, e resterei volentieri. Ma il mio lavoro è fatto così. La licenza di caccia per un territorio è temporanea. Quando scade devo tornare indietro, dove una macchina molto intelligente decide in quale altro posto caccerò.
Era una piccola bugia che non avrebbe fatto male al ragazzo. E d'altra parte Yaong avrebbe capito il vero problema di Nelson? Sarebbe riuscito a orientare la sua mente fra i meandri del diritto interplanetario, degli interessi economici, dello sviluppo delle colonie?
Avrebbe capito, soprattutto, il concetto di genocidio? E se l'avesse capito, come avrebbe giudicato il "comandante Nelson Battaia"? Nelson non voleva turbare il giovane chasskai e non voleva perdere la sua fiducia. Il contatto con quel ragazzo era il suo unico rapporto con un altro essere senziente e non poteva farne a meno. Vi avrebbe rinunciato solo se avesse capito che il suo rifugio su Kranan non era più così sicuro e se fosse stato costretto a rintanarsi in qualche altro buco più sperduto e inospitale, riprendendo la sua fuga verso l'oblio.
- Due giorni... - Yaong rimase in silenzio a lungo, osservando con gli occhi scurissimi il fuoco che ardeva come un piccolo sole irrequieto. - Voli via fra due giorni - riprese. - E riesci a mangiare tutte le tue prede in due giorni?
- No, no certo.
- I lesping non sono buoni, comandante Nelson Battaia, ma gli altri animali sì. Puoi mangiarli.
- Oh, no. No, Yaong. Io non li mangerò mai.
- Allora li lasci a Yaong e alla gente chasskai?
Nelson scosse la testa. Gli chasskai vivevano in perfetta armonia con la natura. Uccidevano solo quanto strettamente necessario al proprio sostentamento e integravano la dieta con bacche e radici raccolte con parsimonia, attenti a non impoverire un territorio di una specie, animale o vegetale che fosse. Come avrebbe potuto capire, il giovane Yaong, in che modo intendeva lui quell'attività? Per gli chasskai la caccia non era uno sport, una sfida, un modo per arricchirsi spesso al di fuori di leggi, convenzioni e usanze. Non era un lavoro né un'avventura. Era il loro modo di vivere, di procurarsi cibo nella giusta misura, di uccidere rispettando la vita e il suo equilibrio.
- Mi spiace, Yaong. Ma non ti posso lasciare le prede di questi giorni. Le porterò con me chiuse nelle loro gabbie. - Nelson indicò l'astronave - Le darò ad altre persone che vivono in terre diverse da quelle degli chasskai.
Il giovane chasskai lo guardò interrogativamente. - Queste altre persone... mangeranno loro i wanai e i prebang e le kowkah?
Nelson sorrise all'idea. I ricercatori di un asettico centro di sperimentazione biomedica, che si nutrivano solo di biosyntex, non avrebbero nemmeno mai immaginato un'alba nelle foreste di Kranan III, ma avrebbero sottoposto ai loro test i lesping, in cerca di chissà quale assoluta verità temporanea. Come poteva spiegare a Yaong quella realtà così diversa dal suo mondo primitivo? Impossibile, inutile, stupido. - Nessuno mangerà quegli animali - rispose secco per concludere quell'assurda discussione.
Ma Yaong non voleva lasciar cadere l'argomento, voleva capire. - Nessuno li mangerà...
- Senti, Yaong, neanche voi chasskai mangiate tutti gli animali. I lesping non li mangiate, anche se ogni tanto ne uccidete qualcuno.
- vero. Gli chasskai uccidono alcuni lesping, ma solo per disseminarli intorno ai pascoli di prebang. A volte li catturano e li usano come esche per i wanai. Gli chasskai non mangiano i lesping, ma quando li uccidono qualcun altro li mangia, qualche altro animale. la vita, un grande cerchio tracciato nella terra, e in questo cerchio gli chasskai devono mangiare, danzare, bere, accoppiarsi, dormire e sognare. Dentro questo cerchio gli chasskai devono vivere... e morire.
- Ma io non sono uno chasskai. E in altri mondi, fra le stelle, il cerchio è più grande. Credimi, nessuno mangerà quegli animali.
- Allora gli animali vivranno? - chiese ancora Yaong, incerto.
- No. Moriranno.
- Perché?
- Perché è il loro destino. - Nelson alzò la voce, nervoso. - Moriranno e nessuno li mangerà!
Yaong chiuse gli occhi e serrò i pugni, come se avesse preso una sberla da uno chasskai anziano e volesse nascondergli la propria umiliazione. Dopo un lungo istante sospirò. - Chi sei tu, per decidere che un animale deve essere strappato alla sua terra e morire senza utilità? - chiese con voce incolore.
Nelson intuì la tensione nervosa del ragazzo. Non aveva usato alcuna formula di rito, gli si era rivolto direttamente senza usare il suo nome per intero preceduto dall'appellativo di "comandante". E questo per uno chasskai era un chiaro segno di sfida e di disprezzo. Lui non voleva certo mandare a puttane la caccia o crearsi nemici nell'unico posto in cui poteva vivere, ma il ragazzo era furioso. Poteva leggergli l'odio negli occhi scuri come due buchi neri. Non poteva permettere che la discussione continuasse con quella piega. - Sei solo un ragazzo, Yaong. Non puoi capire certe cose. Tu sei convinto che tutti vivano come gli chasskai, ma non è così. In altri posti non sanno nemmeno cosa sia uno chasskai. L'universo, dove brillano le stelle, è grande e ci sono tante terre come Kranan, e in ogni terra si vive secondo usanze diverse. Non puoi pretendere che tutti vivano come te, Yaong, non puoi pensare di avere sempre ragione. Io seguo le mie usanze, giovane chasskai, che ti piaccia o no.
Yaong si alzò di scatto, brandendo minacciosamente la corta lancia. - Yaong ti ha dato la sua amicizia. Il popolo chasskai ti ha aiutato, ti credeva un cacciatore onorevole, ma è stato un errore. Tu sei solo un malvagio e il tuo cuore è colmo di morte come quello dei gralong, che mangiano le carogne delle prede degli altri.
Nelson rimase seduto, cercando di mantenere la calma. - Ti stai sbagliando, giovane Chasskai - ribatté con voce pacata. Fece una pausa prolungata in cerca di una formula meno aggressiva ma altrettanto ferma di quella che aveva usato in precedenza. - Le tue accuse sono gravi, ma non mi offendono. La tua lancia non ha colpito il bersaglio. Io sono venuto in amicizia e non voglio rovinare questo sentimento. Le tue parole sono dettate dalla foga del giovane cacciatore, valoroso ma ancora inesperto. Non sono un gralong e nel mio cuore non c'è la morte. Le prede che abbiamo cacciato insieme non sono morte: sono vive, tutte, nelle gabbie che conosci e che mi hai aiutato a costruire.
Yaong restò in piedi davanti a Nelson con la lancia puntata verso terra. Le parole che aveva ascoltato lo avevano colpito, ma la formula era ancora sbagliata. Nelson aveva commesso un errore imperdonabile: così Yaong si sentiva complice in quella caccia che riteneva insensata. Gli occhi gli si riempirono di lacrime. - L'unico che si può accompagnare a te è il milleforme - sibilò confuso e con la voce rotta. - Solo lui può sapere davvero cosa c'è nel tuo cuore.
Nelson non riuscì a replicare. Il giovane chasskai si era già allontanato con un'agile corsa nel fitto della foresta.

Aveva passato una delle notti peggiori che ricordasse. Si era rigirato all'infinito nella sua cuccetta come un lesping in trappola, e non era riuscito a trovare la posizione giusta per prendere sonno. Poi, quando finalmente era riuscito ad addormentarsi sopraffatto dallo sfinimento, era stato tormentato dai soliti incubi, popolati come sempre dai brett che ormai vivevano solo nelle sue fantasie. Al risveglio si trovò di nuovo zuppo di sudore, ma quella volta non ricordò l'incubo nei dettagli. La sua mente si focalizzò subito sul litigio della sera prima con il giovane chasskai.
Nelson ingoiò un paio di capsule energizzanti e fece piazza pulita delle sue preoccupazioni. Yaong poteva fare quel cazzo che gli pareva, lui non sarebbe certo stato lì a macerarsi per le crisi di nervi di un ragazzo. Solo una frase gli riecheggiava nella scatola cranica: "...il milleforme. Solo lui può sapere...". Forse era una maledizione chasskai legata a una credenza che lui non conosceva, a qualche rito magico o religioso. Be', sarebbe ripartito in serata ed era pronto a scommettere che una qualsiasi maledizione non avrebbe potuto inseguire la Kalè Arthemis nell'iperspazio e attraversare gli abissi di vuoto che separavano i pianeti della Confederazione.
Non appena fu all'aperto, ancora con le spalle che quasi sfioravano lo scafo dell'astronave, Nelson si impietrì. Vicino ai resti del fuoco notturno, da cui ormai si alzava solo un filo incerto di fumo, si stagliava una gabbia di berjang. All'interno, si muoveva qualcosa che non riusciva a distinguere.
Si avvicinò alla gabbia e vide un animale di taglia media che faticava a mantenere la posizione eretta, ricoperto sulla testa, sul petto e sulla schiena da una folta peluria grigia che si diradava sui quattro lunghi arti.
- Questa, poi! - sbottò Nelson, sorpreso. Da dove veniva quella gabbia? - Sembrerebbe una grossa proscimmia - continuò ad alta voce, osservando per qualche istante l'animale, vinto dalla curiosità.
Che fosse un omaggio degli chasskai per la sua partenza? O di Yaong? E in quel caso, allora, il milleforme non era un modo di dire, ma un animale reale? - Chi se ne frega - sbottò Nelson. - Se vali qualcosa, scimmione, sei il benvenuto.
Consultò rapidamente il tariffario sotto la voce "scimmie" e poi sotto "proscimmie e lemuridi" ma non trovò niente. Pareva proprio un omaggio senza valore. Per lo meno, senza valore commerciale. Ma voleva sapere che razza di bestia aveva di fronte.
Nelson si rivolse all'infocom che avrebbe scandagliato tutte le banche dati accessibili per dargli la risposta che cercava. Non avendo dati sufficienti per avviare una ricerca mirata, inquadrò l'animale con le camere esterne della Kalè Arthemis e passò direttamente l'immagine all'infocom. Dopo un breve lampeggiare del display, comparve la scritta: LEMURES PROTEUS KRANANIENSIS.
Nelson richiese un supplemento di informazioni, ma riuscì solo a sapere che si trattava di una proscimmia, scoperta su Kranan III dall'esploratore confederato Jorge Borbosa, due secoli prima. E che gli autoctoni lo chiamavano "milleforme". Nient'altro.

Nelson attaccò una razione standard. Aveva fame, dopo una mattinata a sudare dietro ai preparativi per la partenza, e nonostante tutto il lavoro che si era sobbarcato restava ancora molto da fare. Per esempio, imbarcare il milleforme con la sua gabbia sulla Kalè Arthemis. Se avesse deciso di portarselo dietro. Si voltò verso la gabbia e, visto che l'animale lo osservava con i piccoli occhi curiosi attenti a ogni suo movimento, gli lanciò un frutto. - Tieni, spero che ti piaccia.
Il milleforme sembrò gradire, masticando rumorosamente. Poi si rimise in attesa, ritto sulle zampe posteriori. Nelson gli lanciò un altro frutto, poi un altro ancora. - Ehi, piccola fogna, non sei ancora soddisfatto? Se fai così non ti porto con me. Mi faresti fuori tutte le scorte alimentari in un paio di giorni. A meno che... - Sorrise e si avvicinò alla gabbia. - Potresti fare tu da cibo per qualche ospite affamato...
Lasciò la frase in sospeso. Il milleforme sembrò intuire il seguito: si mise sulle quattro zampe e indietreggiò verso il centro della gabbia.
- Hai paura, stupida scimmia? - mormorò Nelson. - Adesso te la faccio fare addosso, allora. - Si mise a quattro zampe e cominciò a ringhiare in tono basso. - Potrei darti in pasto a un wanai tigrato. Già, sai cos'è? - Nelson scelse da terra due schegge lunghe di berjang e se le sistemò fra le labbra, sporgenti come le zanne dei wanai. Poi si avvicinò di più alla gabbia, riprendendo a ringhiare. Il milleforme rinculò, apparentemente terrorizzato. Il suo pelo si rizzò e si gonfiò. In meno di trenta secondi, mentre Nelson continuava a ringhiare, il pelo del milleforme assunse le scure striature tipiche dei wanai. Inaspettatamente, digrignò i denti, e Nelson vide che i canini superiori si stavano allungando, prendendo la forma di due zanne ricurve.
Nelson scattò in piedi, stupito. La reazione del lemuride era stata un calcio nei coglioni. I wanai non attaccano altri wanai. La trasformazione della proscimmia era l'unico modo per annichilire l'aggressione che lui aveva simulato. Rimase ammutolito a guardare l'animale, la testa incapace di pensare, il corpo di muoversi. Nel frattempo, il milleforme si calmò poco per volta e tornò gradualmente ad assumere il suo aspetto normale.
Nelson si riscosse. - per questo che Yaong ti chiama milleforme? Sei uno strano animale, scimmione. Capisci al volo, eh? - Poi un pensiero attraversò la mente di Nelson, veloce e luminoso come il fulmine di un temporale di Kranan. - Mi imiti come una qualsiasi stupida scimmia o intuisci quello che penso? Facciamo una prova, mostricciattolo? Sai cos'è un lesping?
Il milleforme restò a guardarlo indifferente.
- No? Forse hai bisogno di un aiuto. - Corse al cargo, sganciò la gabbia di un lesping che aveva già stivato e la fece scorrere su un tetraruote finché fu davanti alla proscimmia. - Questo è un lesping, vecchio mio. Lo vedi bene? - Fece ruotare lentamente la gabbia. - Non vale molto, e serve ancora a meno. Ma ci sono degli uomini che lo vogliono. Devono sperimentare un nuovo farmaco e non possono sprecare la vita di un uomo. Allora prendono il lesping e gli sparano un ago grosso così nel braccio. - Imitò le operazioni dei ricercatori con una scheggia di berjang in mano. - Poi gli ficcano una sonda nel culo. Se va tutto bene, il lesping è sano e può essere usato.
Mentre raccontava, il milleforme aveva ripreso a dare segni di inquietudine, e lui provava gusto nell'inasprire i toni. - Questi ricercatori hanno bisogno del suo fegato e del suo cuore. Allora aprono in due il lesping legato a un tavolaccio. Usano un laser come un coltello affilato, così. Poi gli piantano un altro ago nel cuore per un prelievo di tessuto, mentre il cuore batte ancora, e...
Il milleforme ricominciò a trasformarsi. Sembrò ritirarsi di dimensioni, mentre il pelo gli si appiattiva fino sul dorso.
Nelson si interruppe, nuovamente stupito, mentre il milleforme si calmava e riprendeva lentamente le sue sembianze. - Allora, mi comprendi o mi imiti? - gli chiese Nelson. Poi scosse la testa, indeciso. - Forse ho sbagliato, ti ho aiutato troppo. Così non capisco i tuoi meccanismi. Ma penso che ti porterò con me. probabile che tu non valga niente, scimmione, ma potresti sempre divertirmi durante il viaggio.

Il tramonto infuocato di Kranan accendeva di riflessi vermigli l'aria bollente della sera. Nelson aveva quasi terminato i preparativi per la partenza della Kalè Arthemis. Gli restava appena da trasferire il milleforme sull'astronave. Solo allora si accorse che la gabbia in cui era rinchiusa la proscimmia non aveva un fondo e che le canne di berjang erano infisse direttamente nel terreno.
Nelson guardò il lemuride. In quel momento, il milleforme era tranquillo, rannicchiato per terra, ma lui non poteva rischiare di aprire la gabbia e di far uscire l'animale. Cento contro uno che non l'avrebbe seguito docilmente al cargo.
Prese una fune di fibre intrecciate, preparò un cappio e, dopo un paio di tentativi a vuoto, riuscì ad afferrare un arto inferiore del milleforme. Quindi fermò l'altro capo della fune a un paletto assicurato in profondità nel terreno.
- Avanti, scimmione, vieni. - Nelson aprì la gabbia e si avvicinò al lemuride. - Dai, esci. Ti porto con me a fare un bel viaggio. - L'animale rinculò. Nelson tirò leggermente la fune. - Su, non aver paura. Non sarai da solo sulla nave. Ci sono i tuoi amici, i lesping, i wanai, i prebang, le kowkah. Sono tutti nelle loro gabbie, pronti per partire. Manchi solo tu, della compagnia.
Ma il milleforme non ne voleva sapere. Nelson non poteva perdere altro tempo, doveva rispettare il piano di volo programmato dall'infocom per evitare le navi del Protocollo. Provò con un frutto, poi tirando un po' di più la corda, poi ancora con un altro frutto. Niente. L'animale non si spostava di un millimetro. Si era arroccato in un angolo della gabbia, contro le sbarre di berjang, e lo fissava impaurito, opponendo una testarda resistenza passiva. Nelson sentì la rabbia montargli dentro come una marea rosso sangue e alla fine perse la pazienza. Afferrò con tutte e due le mani la fune e diede un potente strattone.
Il lemuride rovinò pesantemente a terra. Nelson tirò ancora portandolo quasi fuori dalla gabbia, poi, vedendo che l'animale non si rialzava, avanzò minaccioso.
- Alzati, adesso! - urlò Nelson, ed entrò nella gabbia. - Stupida bestia! Di cos'hai paura? - Afferrò il milleforme per le spalle, tentando di strattonarlo fuori dalla gabbia. Il lemuride piantò le quattro mani a terra e puntò gli occhi terrorizzati su Nelson. I due rimasero in quella posizione di stallo per un tempo indefinito, i muscoli tesi allo spasimo. Poi Nelson cominciò a notare il cambiamento. Il muso del milleforme si riempì, il naso iniziò ad allungarsi mentre gli occhi si facevano più grandi e meno tondi. La fronte sembrò alzarsi e il pelo si accorciò fino a essere riassorbito dalla pelle, che aveva assunto un color bronzo scuro.
Inorridito, Nelson si rese conto di stringere fra le mani una parodia di se stesso. Accecato dalla rabbia e dalla paura, scrollò il milleforme. - Mi prendi per il culo? Cerchi di disorientarmi? Io non sono un wanai. Io sono un uomo e l'uomo aggredisce il suo simile, non lo sapevi? Non è così che mi fermerai- Lo afferrò per il collo, mentre le mani del lemuride si serravano sui suoi polsi. - No, tu hai paura di me, vero? E fai bene ad aver paura, perché se non fai quello che ti dico ti ammazzo. Hai capito? Ti ammazzo così, con queste mani!
In preda a uno stato d'animo che rasentava la follia, Nelson fece forza intorno a quel collo che reggeva un volto che assomigliava al suo, come riflesso in uno specchio deformante. Nella sua mente rimbombava un solo urlo, uccidi uccidi, al ritmo forsennato dei tonfi del cuore che gli percuotevano i timpani. Sotto la morsa crescente delle sue mani, il milleforme mutò, riducendosi rapidamente di taglia. Il suo muso si allungò mentre la fronte si appiattì fino a scomparire. La bocca si trasformò in un taglio sottile vagamente triangolare e il mento venne riassorbito nella gola che, con il collo tozzo, collegava direttamente la testa al corpo senza spalle visibili. Su tutto il corpo ricominciò a spuntare un pelo scuro, lucido fino a sembrare unto. Gli occhi si rimpicciolirono e si arrotondarono. Le zampe anteriori si accorciarono per mutare in due corte pinne pelose sormontate da unghioni spessi e possenti.
Nelson stava stringendo il simulacro di un brett che lo osservava con i suoi occhi miopi, colmi di odio e con un fondo di rabbiosa consapevolezza. L'ira e la violenza crebbero nella sua mente fino a pulsare dolorosamente contro le tempie. Una pressione infinita che non poteva confinare nella scatola cranica. Un dolore acuto che non trovava sollievo. Il bisogno di espandersi. Finché, con un grido strozzato, la deflagrazione della nova di rabbia, di paura e di dolore riportò una calma buia, immersa in un silenzio sepolcrale.

Yaong sbucò dalla foresta ed emerse guardingo nella luce rosata del primo sole. Avanzò fino al centro della radura. Entrò nella gabbia sfondata di berjang dove giaceva il corpo dello straniero. Fece risalire gli occhi dai piedi di Nelson, steso irrigidito a terra. Le gambe muscolose, le mani contratte, le braccia allargate, il petto che si alzava e si abbassava velocemente a ritmo con il respiro affannato. Il tronco dello straniero era percorso da numerose ferite sanguinolente che parevano procurate dagli artigli di un predatore sconosciuto. Nelson agitava appena la testa, ciondolandola senza forza da una parte all'altra e sfregandola sul terreno bagnato dal suo sangue. Il viso esprimeva infinita sofferenza, ma gli occhi fissavano spenti il cielo di Kranan senza vederlo, come se dietro si aprisse un abisso di nulla.
Yaong rimase a osservare quanto rimaneva del cacciatore che era giunto in volo dalle stelle. Era come se il suo shi-guan, il suo spirito, non avesse più voluto restare nel nido di carne che lo ospitava. Il suo shi-guan se n'era andato, lasciando un corpo sfinito e inutile.
Yaong scosse la testa, intristito da quella visione. Uscì dalla gabbia lentamente, senza fare rumore in rispetto alla tragedia che si era consumata. Vicino alla grande macchina volante di metallo vide uno strano essere con gli artigli e le zampe anteriori, tozze e muscolose, macchiate di sangue che appiccicava il pelo scuro in chiazze irregolari. Solo osservando la parte posteriore dell'animale, slanciata negli artigli lunghi ricoperti di peluria grigia, capì che quello era il milleforme. Era rimasto curiosamente trasformato a metà in qualcosa che non conosceva, come se il suo compito non fosse ancora terminato.
- Vai, fratello - gli disse Yaong, mestamente. - Torna al tuo albero. Lo Spirito della Natura ti ha usato per svelare quello che lo straniero aveva dentro di sé. - Il milleforme si allontanò, muovendosi sulle zampe posteriori e agitando goffamente le appendici ungulate anteriori.
Yaong non lo guardò.
Dopo aver liberato le prede ingabbiate nella stiva dell'astronave, il giovane chasskai tornò velocemente al villaggio, dove arrivò ansante. Radunò altri giovani cacciatori che condusse di nuovo alla radura. Insieme costruirono una sorta di barella di berjang e, sempre senza dire una parola, vi stesero il corpo di Nelson. Quando abbandonarono la gabbia e si allontanarono dall'astronave, furono seguiti da un branco ammutolito di milleforme ancora mutati a metà. Gli animali, solitamente solitari, si muovevano a fatica in gruppo, rimanendo prudentemente sui rami più bassi degli alberi.
Il sole ormai era alto. Le spalle dei giovani chasskai erano imperlate di sudore e sotto la pelle bronzea si stagliavano i muscoli tesi nello sforzo di trasportare il corpo di Nelson.
A poca distanza dal villaggio sorgeva la capanna dello sciamano, circondata da un basso muretto di terra e sterco essiccato di prebang. Depositata la barella all'interno del muretto, i giovani chasskai se ne andarono. Yaong chiamò lo sciamano, intonando una nenia propiziatoria. Quando lo sciamano fu di fianco alla barella, e solo dopo che ebbe esaminato il corpo di Nelson, Yaong cominciò a parlare, usando complesse formule di saluto. Poi spiegò che quello era il corpo dello straniero che gli era stato affidato perché lui lo guidasse nella caccia nelle terre libere. Ma quello che faceva lo straniero si era rivelato presto una caccia strana, forse impura.
- Yaong non sapeva - ripeté a disagio. - Lo straniero catturava gli animali, ma non li uccideva e non li mangiava. - Quindi spiegò che altri uomini avrebbero ucciso quelle prede, fra dolori e sofferenze, ma che nessuno se ne sarebbe cibato. L'ordine di Yaong era di aiutare lo straniero, ma non di commettere sacrilegio.
- Yaong ha commesso sacrilegio? Sapendo di farlo? - cercò di incoraggiarlo lo sciamano.
- Yaong non sapeva. Poi ha capito che forse lo straniero aveva la morte dentro di sé.
- E Yaong cosa ha fatto?
- Yaong ha pensato che lo Spirito della Natura avrebbe svelato tutto, cacciando le ombre dalla sua testa e dal suo cuore. Yaong ha portato allo straniero il milleforme, perché lo Spirito parlasse attraverso di lui.
- E lo straniero ora è qui, vivo nel corpo e morto nella mente - concluse per lui lo sciamano. - Yaong ha fatto bene. Solo lo Spirito della Natura può giudicare. Sia lasciato qui il corpo dello straniero. Se il suo shi-guan è come acqua di sorgente lo Spirito lascerà che torni al suo corpo, se sarà torbido e impuro il corpo raggiungerà lo shi-guan.
Yaong si allontanò, girando le spalle al vecchio saggio e al corpo del comandante Nelson Battaia, ma non tornò al villaggio come avrebbe fatto in altre occasioni. Le parole dello sciamano che levava canti e preghiere allo Spirito della Natura non lo avevano rassicurato. Si sentiva turbato per il sentimento di simpatia che aveva provato all'inizio per lo straniero, sentimento subito incrinato dal disagio e dalla diffidenza per quelle usanze assurde che non capiva, poi per il senso di tradimento della sua fiducia. Confusione e amarezza lo avevano accompagnato mentre si aggirava senza meta fra gli alberi di phrajing intorno al villaggio. Negli occhi aveva sempre l'immagine del corpo dello straniero abbandonato dal suo shi-guan, non morto e non vivo. Cosa avrebbe deciso lo Spirito della Natura? E anche lui, Yaong, sarebbe stato giudicato colpevole di caccia impura?

La sera fiammeggiante stava calando e il sole ardente e vermiglio illuminò il giovane chasskai accucciato sotto un grande albero dai rami nodosi a pochi passi dal muretto giallastro che cingeva la capanna dello sciamano. Ben presto intorno a lui si raccolse un branco sempre più numeroso di milleforme ancora mutati a metà, impacciati nella loro trasformazione e in silenziosa attesa.
La loro immobilità si protrasse fino a che il sole fu tramontato e il suo posto nel cielo ormai nero fu preso dalle due lune gemelle di Kranan. Poi, come a un segnale, i milleforme cominciarono ad avanzare lentamente verso la capanna dello sciamano, spinti da un insolito istinto, aprendo a ventaglio la loro formazione. Pochi passi per volta, sotto lo sguardo stupito di Yaong, quindi i milleforme si fermarono di nuovo. A breve distanza si sentì lo strano verso che Yaong aveva udito solo dal milleforme che aveva portato dallo straniero. Breet...breeet...
Quel verso venne modulato quasi come un richiamo istintivo e si ripeté per tutto il fronte dei milleforme, mentre i lemuridi riprendevano ad avanzare. Il giovane cacciatore li seguì, incuriosito. Insieme, superarono il muretto di terra e sterco essiccato e strinsero l'accerchiamento intorno alla capanna. Il verso che usciva dalle loro bocche socchiuse aumentò di frequenza e di intensità, ripetuto in un tono urgente e irritato che non aveva più nulla del richiamo.
I lemuridi si fermarono in cerchio a pochi passi dalla capanna, urlando con rabbia crescente i loro breett e agitando freneticamente le appendici ungulate in cui si erano trasformate le loro zampe anteriori. Quel concerto cacofonico, una sfida, una protesta, si prolungò per un'infinità di battiti del cuore di Yaong, poi all'interno della capanna si sentì un trapestio e un grido strozzato e acuto per la disperazione.
Dopo quel grido tornò a regnare il silenzio della notte. I milleforme si calmarono e, poco per volta, persero le sembianze aliene che avevano mantenuto così insolitamente a lungo. I loro musi tornarono quelli di sempre, il loro pelo si fece normalmente grigio, le loro appendici ungulate si ritrasformarono nelle zampe lunghe e agili che terminavano nelle mani dal pollice opponibile.
Tornati silenziosi, i lemuridi sostarono ancora qualche istante, poi si dispersero disordinatamente nella giungla, lasciando Yaong solo davanti alla capanna.
Il giovane cacciatore rimase accovacciato in attesa incerta. Le lune gemelle scomparvero oltre gli alberi, la notte passò lasciando che le sue tenebre fossero rischiarate dalla luce lattiginosa dell'alba. Prima che il sole apparisse, Yaong si alzò ed entrò nella capanna ancora immersa in una fitta penombra. Quando i suoi occhi si abituarono a quella semioscurità persistente, scorse il vecchio saggio inginocchiato di fianco al corpo dello straniero.
- Yaong aveva visto giusto - ruppe il silenzio lo sciamano. - Lo Spirito della Natura ha scrutato nel cuore dello straniero e ha giudicato. - Si alzò in piedi di fronte al giovane cacciatore e annuì in segno di approvazione, prima di uscire dalla capanna.
Yaong finalmente levò lo sguardo su quello che rimaneva del comandante Nelson Battaia. Il corpo dello straniero era abbandonato scomposto sul pagliericcio nell'angolo più lontano della capanna. Le gambe, il petto ferito, tutto sembrava immutato. Fino al collo. Fino alla mandibola. Oltre, al posto della testa, una poltiglia grigia e rossastra si spargeva in un ampio cerchio, schizzata sulla terra battuta del pavimento e sulle pareti di berjang e fango della capanna.
Il giovane chasskai fissò a lungo il corpo dello straniero, senza emozioni. Sì, il suo shi-guan se n'era andato per sempre, e se n'era andato via anche l'ultimo alito di vita che era rimasto nel corpo. Forse aveva cercato di uscire da quel guscio di ossa e di carne e si era aperto la strada con la forza. O forse lo Spirito della Natura l'aveva strappato con decisione dalla testa, facendolo sprizzare dalle orecchie.
Yaong raccolse un pugno di terra fine e asciutta che fece scorrere dalle dita aperte sul cadavere di Nelson. Poi si alzò e uscì dalla capanna.
Fuori, il sole rosso di Kranan aveva cominciato a risplendere e scaldò la pelle e il cuore di Yaong, che lo fissò brevemente. Prima di restare abbagliato dall'astro del giorno, il giovane chasskai si rivolse un'ultima volta in direzione della capanna e sospirò, sentendosi liberato.
- Yaong non capiva, ma aveva ragione, straniero. Non avevi ucciso, così dicevi e così Yaong ha potuto vedere. Eppure portavi la morte. Yaong sapeva. Mascheravi il tuo shi-guan, ma lo Spirito della Natura ha visto dentro di te. Il milleforme lo sapeva e ha svelato la morte che portavi nascosta nel tuo cuore. Lo Spirito della Natura finalmente ha ripreso la vita che tu avevi portato via e ti ha lasciato la morte che tu avevi dato.

Gli chasskai non celebrarono alcun rito funebre, nessuna invocazione fu levata allo Spirito della Natura. Il cadavere del comandante Nelson Battaia venne abbandonato dai cacciatori chasskai nel fitto della foresta di phrajing e divenne cibo per i gralong.
Da quel momento, i milleforme non si trasformarono più in quegli strani, goffi animali che erano vissuti su un altro pianeta. La Kalè Arthemis, ormai inutile e dimenticata, non volò più fra le stelle e scomparve lentamente ma inesorabilmente, inghiottita dalla vegetazione lussureggiante di Kranan. Su Renaissance, l'ultimo brett sopravvissuto alle radiazioni morì terrorizzato dopo mille sofferenze, costretto in un sezionatore diagnostico dai bioricercatori del Protocollo.

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