a cura
della redazione


Recensioni libri






Massimo Mongai Il gioco degli immortali
(1999) - Mondadori - Urania, pagg. 372, 5900

Recensione di Silvio Sosio

Copertina di Maurizio Manzieri
Anche Massimo Mongai, come è capitato a molti fra i vincitori del premio Urania, torna nella collana mondadoriana con un nuovo romanzo. L'autore romano dimostra un deciso miglioramento dai tempi delle Memorie di un cuoco d'astronave, riuscendo a confermarsi come interessante autore di fantascienza leggera e avventurosa, e perché no, divertente.
In questo secondo romanzo si sentono forti, anzi fortissime, le influenze dei più ispirati autori di fantascienza d'avventura, Philip Farmer e Jack Vance. Mongai parte proprio da un'idea molto simile a quella usata da Farmer per il suo ciclo più celebre, quello del Fiume: il protagonista muore all'inizio del libro, per risvegliarsi in un mondo completamente diverso.
Da questo momento comincia una girandola di avventure condotta su due binari, da una parte la scoperta di questo mondo molto particolare che ricorda il "Pianeta Gigante" di Jack Vance, dall'altra la ricerca dei "giocatori" che usano il nostro protagonista per un immenso gioco di cui lui può solo intuire le regole.
A dire il vero, viene un po' il sospetto che l'idea del libro sia nata proprio da un gioco, da un role playing game, di cui Mongai dà esplicitamente le regole. Del resto, non sarebbe certo il primo caso di romanzo nato da una partita di RPG rielaborata.
In ogni caso il prodotto che ne è uscito, sebbene dia spesso una sensazione di deja vu (Mongai non si fa troppi scrupoli nel farsi "ispirare"), è molto piacevole e divertente.

Claudio Asciuti La notte dei pitagorici
(1999) - Mondadori - Urania, pagg. 327, 5900

Recensione di Silvio Sosio

Copertina di Luca Michelucci
La notte dei pitagorici di Claudio Asciuti non è un romanzo facile. E' scritto con un linguaggio molto ricco, a volte un po' aulico; è pieno zeppo di riferimenti culturali, tanto che il lettore può arrivare a sentirsi quasi bersagliato. Senza dubbio richiede un certo impegno per essere apprezzato fino in fondo, ma se si riesce a superare questa difficoltà iniziale, si finisce per riconoscere di trovarsi di fronte a uno dei migliori romanzi italiani degli ultimi anni.
Di idee ce ne sono molte. Chi ha scritto il bugiardino in quarta di copertina aveva probabilmente letto solo le prime pagine del libro, che tratteggiava la prima idea, quella di base: in un futuro non troppo lontano, l'umanità si è divisa in due diverse razze: gli Strutturati, chiamati anche "camicie di ferro", che grazie a una piccola operazione chirurgica hanno eliminato ogni instabilità comportamentale conquistando una vita più lunga, pacifica, una mggiore intelligenza, ma anche perdendo la capacità di apprezzare l'arte; e gli "svitati", che hanno rifiutato l'operazione e che continuano a vivere senza regole.
Il protagonista, Senzanome, ha fatto l'operazione per diventare strutturato, ma, caso unico, non ha funzionato. Senzanome è uno dei pochi sopravvissuti di una confraternita segreta chiamata "i pitagorici", uomini dotati di un potere speciale capace di metterli in contatto con dimensioni contigue alla realtà. Una notte, la confraternita è stata distrutta da un nemico sconosciuto, invisibile. Ma che rapporto c'è fra questo episodio e la misteriosa comparizione, nel porto di Genova, del sottomarino Nautilus, esattamente identico a quello descritto da Giulio Verne in 20.000 leghe sotto i mari? Il ritrovamento degli alieni di Roswell, dei resti del dirigibile Italia, di Troia, un disco impossibile registrato da un supergruppo mai esistito con Morrison, Hendrix e Page... eventi impossibili e apparentemente senza senso.
Asciuti introduce le sue idee una per una, disorientando il lettore ma anche trascinandolo in un vortice che finisce per inchiodarlo alla pagina. Asciuti guida il protagonista in una indagine che è insieme la ricerca della verità sul mondo che lo circonda e su se stesso, sempre in bilico fra realtà e illusione, in una girandola psichedelica che ricorda i migliori romanzi di Samuel Delany, e che finisce per uscire anche dai limiti del genere.
Un romanzo da leggere, e da meditare.




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