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| La moglie dell'astronauta |
(The Astronaut's Wife, USA, 1999) - Regia: Rand Ravich - Sceneggiatura: Rand Ravich - Cast: Charlize Theron, Johnny Depp, Joe Morton - Distribuzione: Medusa - Durata: 109 min.
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Recensione di Marco Spagnoli
E' una pellicola molto strana questa con protagonista l'affascinante Charlize Theron e l'enigmatico Johnny Depp. Innanzitutto per la sua eccessiva somiglianza con L'avvocato del diavolo con cui ha in comune anche la protagonista. Poi, perché il tipo di fantascienza cui fa appello è un misto tra il cinema SFX degli anni Cinquanta e i moderni episodi di Millennium. Un film particolare dall'andamento eccessivamente prevedibile in cui è solo la regia a tenere alta l'attenzione dello spettatore. Sfruttato pochissimo il talento di Johnny Depp, spinte al massimo le peraltro scarse doti interpretative della Theron con quelle fisiche ridotte al minimo della concessione pudica, La moglie dell'astronauta è una pellicola inutile che sfrutta al massimo l'idea esile del pilota dello shutlle tornato misteriosamente cambiato da un incidente avuto in missione dello spazio. Il resto e' una sequela di luoghi comuni che - e qui è il vero mistero - come atmosfere e come corso degli eventi tallona platealmente la trama de L'avvocato del diavolo, capolavoro con Keanu Reeves e Al Pacino. Ovviamente - ipotizzando un come al solito spiacevole confronto - è questo film ad avere la peggio. Tutto è accennato senza mai venire approfondito con la tensione che sale grazie a una regia colta dal punto di vista cinematografico e preparata a dare il massimo nella ricerca di atmosfere rarefatte e ricche di suspence. Ma nonostante la bravura del regista esordiente Rand Ravich, i mezzi esigui e le scarse idee abbastanza confuse fanno crollare il tutto nel finale quasi scontato. Certo sprazzi di tensione si avvertono lungo tutto il corso della pellicola, ma complessivamente il film offre molto poco rispetto alle potenzialità della storia e all'avvenenza dei suoi protagonisti.
| Resurrection |
(Resurrection, USA, 1999) - Regia: Russel Mulcahy - Sceneggiatura: Brad Mirman - Cast: Christopher Lambert, Robert Joy - Distribuzione: CDI - Durata: 100 min.
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Recensione di Marco Spagnoli
Non sarà Seven e neppure un buon episodio di Millennium, ma bisogna certo riconoscere che Resurrection non è così male e - per come si preannunciava - poteva diventare anche molto peggio. Tenuto su da una trama interessante (un serial killer che uccide solo uomini di 33 anni con il nome di apostoli, mutilandoli ciascuno di un arto diverso) il film vede riunita la coppia Christopher Lambert-Russel Mulcahy che ormai quasi quindici anni fa, conquistarono il pubblico con il loro Highlander. Salvo poi deluderlo con seguiti assurdi e inspiegabili. E le stesse stranezze e incertezze che tanto hanno afflitto i sequel delle vicende di Connor McLeod, sono quelle che per tutto il primo tempo rendono inefficace e poco convincente Resurrection. Salvato, però, da un finale esplosivo e molto intelligente. Dopo quasi un'ora di situazioni di contorno già viste e abusate (la morte del figlio, l'incapacità di comunicare con la moglie, i colleghi antipatici e così via) Resurrection si rianima per regalare al pubblico quasi ormai assuefatto dal torpore, una fine credibile e costruita in maniera molto originale con scariche adrenaliniche a volontà. Peccato che il resto della pellicola non sia all'altezza dei suoi ultimi minuti. Colpa certamente del regista che nella disperata ricerca di atmosfere umide in stile Blade Runner, muove la macchina da presa in maniera "pazzerellona", chiedendo addirittura all'incolpevole direttore della fotografia di girare gli esterni quasi sempre sotto la pioggia. Passi la pioggia finta (che sullo schermo dà sempre un effetto strano...), ma che sotto la coltre d'acqua si intraveda il cielo blu è davvero assurdo se non ridicolo. Un segnale concreto della superficialità con cui è stata resa una storia dalle notevoli potenzialità, deludente quando vuole assomigliare ad altri film ben più meritori, riuscita e convincente quando tenta di essere originale, infischiandosene di quelli che ormai non sono altro che comuni cliché.
| Cielo d'ottobre |
(October Sky, USA, 1999) - Regia: Joe Johnston - Sceneggiatura: Lewis Colick basata sul libro The rocket boys di Homer Hickam Jr. - Cast: Jake Gyllenhall, Chris Cooper, Laura Dern - Distribuzione: UIP - Durata: 120 min.
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Recensione di Marco Spagnoli
Cielo d'ottobre è una pellicola dedicata a tutti coloro che hanno sempre sognato di raggiungere in qualche maniera il cielo. Una pellicola commovente, ispirata alla storia vera dell'ingegnere Homer Hickam che - affascinato dal passaggio dello Sputnik nell'ottobre del 1957 - decise insieme ai suoi compagni di scuola di costruire un razzo per emulare le gesta di Werner Von Braun. Nel clima della guerra fredda, la storia del gruppo di adolescenti, tutti figli di minatori di una piccola città della Virginia, diventa quasi un'epopea. La conquista del cielo diventa, infatti, un'emozionante metafora del raggiungere una nuova esistenza, lontano dalle fauci della terra che oltre a inghiottire nella realtà vite umane, uccideva i sogni della gioventù. Diretto da Joe Johnston, regista di Jumanji e del prossimo Jurassic Park, Cielo d'ottobre è un film affascinante in cui l'elemento autobiografico della vita di Hickam - oggi responsabile dei motori dello Shuttle alla NASA proprio grazie a quei rudimentali missili e alla borsa di studio per il college che garantirono a lui e ai suoi amici - si confonde con le aspirazioni di tutti coloro che - giovani e meno giovani - tentarono di conquistare anch'essi la loro porzione di cielo. Ed è proprio nel durissimo contrasto tra aria e terra, sogni e realtà che si svolge un'avvincente trama dai toni adolescenziali e dal sapore agro dolce. Sogni, onore, responsabilità, vergogna, paura e coraggio sono i temi forti di Cielo d'ottobre. Una storia che assurge a livello quasi epico e in cui si riconoscono distintamente le eco di romanzi come Furore e Come era verde la mia valle, in grado di raccontare con sensibilità e delicatezza come un sogno impossibile riuscì a tramutarsi in una stupefacente realtà.
| Bowfinger |
(Bowfinger, USA, 1999) - Regia: Frank Oz - Sceneggiatura: Steve Martin - Cast: Steve Martin, Eddie Murphy, Heather Graham - Distribuzione: UIP - Durata: 98 min.
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Recensione di Marco Spagnoli
Gli incassi miliardari dei film di fantascienza con i loro mega budget sono il sogno di qualsiasi regista. Anche del povero Bowfinger (Steve Martin), ex attore e regista sfortunato che con la sua Bowfinger Universal Pictures vorrebbe produrre una pellicola che raggiunga le vette del box office. Si sa per fare un film di successo ci vuole una grande star, ma - ahimé - quella individuata da Bowfinger nonostante le preghiere e le promesse, non vuole proprio partecipare alle riprese. Così, una troupe raffazzonata, ma agguerrita decide di rubare immagini della vita privata dell'attore (Eddie Murphy) per poterle utilizzare nel loro film. Trattandosi di fantascienza, però, qualche attore vagamente impiccione esagera, così Kit Ramsey, paranoico interprete di tante pellicole di successo inizia a sospettare di essere veramente al centro di un complotto alieno. Questo in sintesi estrema il canovaccio di Bowfinger che si avvale del talento comico di Steve Martin al suo primo film come sceneggiatore, di un redivivo Eddie Murphy, dominato dalla regia strategica ed essenziale di Frank Oz, l'ex voce dei Muppets e regista di pellicole di grande successo come In & Out con Kevin Kline. E Bowfinger mantiene gran parte delle promesse fatte, mostrandosi come una pellicola divertente e a tratti esilarante, una parodia acida e irresistibile del mondo delle case di produzione hollywoodiane. Se da un lato c'è il regista produttore sfigato come Steve Martin, dall'altro c'è la star bizzosa, sempre sull'orlo di una crisi di nervi interpretata da Eddie Murphy. Dipendente da una setta religiosa come molte celebrità hollywoodiane, Kit Ramsey vede dappertutto cospirazioni anti afroamericane e alieni in agguato. In più ha un fratello scemo (sempre interpretato da Murphy) di cui sembra vergognarsi. Poi c'è Heather Graham nei panni (pochi) della finta ingenua ragazza di provincia disponibile a tutto (proprio tutto...) per arrivare al successo. Tra la pletora di personaggi buffi e irresistibili, quelli che strappano risate una dopo l'altra è la troupe messicana rastrellata da Bowfinger tra una pallottola e l'altra sparata dalla polizia sul confine. I tre peones diventeranno man mano degli esperti cinematografari con tanto di lettura ostentata dei Cahiers du cinema. Comicità pura per divertire gli spettatori grazie all'enorme talento dei suoi protagonisti e ad alcune trovate geniali tipiche del cinema fantascientifico e splatter. Una specie di Ed Wood dei giorni nostri edulcorato, ma - nonostante tutto - assai valido.
| Blu profondo |
(Deep Blue Sea, USA, 1999) - Regia: Renny Harlin - Sceneggiatura: Duncan Kennedy - Donna Powers - Cast: Thomas Janes, Safron Burrows, Samuel L. Jackson - Distribuzione: Warner Bros - Durata: 104 min.
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Recensione di Marco Spagnoli
Per molti anni Steven Spielberg aveva accarezzato l'idea di digitalizzare Lo squalo e pubblicare in video una nuova versione dell'indimenticabile film. Renny Harlin, già regista di talento dei confusi Cliffhanger e Spy (The long kiss goodbye) segue le orme del maestro, inventandosi una storia che ricorda moltissimo L'avventura del Poseidon e i vari Leviathan e The Abyss per dare vita e consistenza al sogno di Spielberg. Blu Profondo, raccontando la storia di un gruppo di scienziati alle prese con l'estrazione dal cervello degli squali del DNA necessario per riprodurre in laboratorio i benefici effetti che impediscono a questi animali ogni malattia degenerativa, è un alibi per mostrare gli squali (diventati super intelligenti) alle prese con degli umani dotati di una tecnologia avanzata. La storia di Deep Blue Sea non è granché, ma gli effetti speciali uniti ad una regia energica e vigorosa riescono a raggiungere l'effetto terrorizzante. Il suono mescolato a riprese davvero mozzafiato riescono a seguire la scia (è proprio il caso di dirlo) di Lo squalo innovando di venti cinque anni gli effetti speciali. Una pellicola ricca di un umorismo da cinefili (esemplare è la scena iniziale) che pur non riuscendo a reinventare un genere, è capace davvero di regalare emozioni. Una curiosità: la protagonista Safron Burrows già vista nel deludente Wing Commander ricorda moltissimo Geena Davis già protagonista degli altri film di Harlin, nonché sua ex moglie. Che sia solo un caso?
| Il sesto senso |
(The Sixth Sense, USA, 1999) - Regia: M. Night Shyalaman - Sceneggiatura: M.Night Shyalaman - Cast: Bruce Willis, Haley Joe Osment, Toni Colette - Distribuzione: Buena Vista International - Durata: 107 min.
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Recensione di Marco Spagnoli
E' davvero difficile che il cinema ci regali dei finali a sorpresa. Spesso possiamo considerare sorprendente un epilogo solo, perché si sviluppa negli ultimi cinque minuti. Ne Il Sesto Senso, invece, il finale è totalmente inaspettato, anche se - ahimé - non regge proprio un'analisi accurata dal punto di vista della storia. Quindi, un finale a sorpresa che regga non può essere solo una finzione cinematografica, come nel caso di questo film deludente i cui incassi stratosferici ci sembrano del tutto ingiustificati. In ogni caso se il giudizio su un film si basasse solo sulla semplice analisi della sua struttura, si potrebbe arrivare a dire che Il Sesto Senso è un vero e proprio capolavoro. Il suo finale lo rende, infatti, una pellicola assolutamente originale nel panorama del cinema horror di questi ultimi anni. A parte il colpo di scena, però, e dimenticate anche alcune notevoli incongruenze di natura strettamente cinematografica, questo film con protagonista un non troppo convinto Bruce Willis, è noioso e poco credibile. E l'aspetto drammatico della questione sta nel fatto che se uscite dalla sala prima della fine non capirete mai il significato e il valore minimo di questa pellicola. Mentre bravissimo è il bambino Haley Joe Osment, Willis - forse non a suo agio a recitare in coppia con degli under 13 - ci sembra eccessivamente granitico e non calato nella parte. Uno stile vicino a quello del cinema indipendente tiene abbastanza alta nel seguire le azioni improvvise dei fantasmi che popolano la vita di un bambino, che lo psicologo Willis dovrebbe cercare di aiutare. Un film riuscito solo dal punto di vista strutturale, perché bisogna dimenticare a tutti i costi i molti dubbi sollevati da un colpo di teatro credibile solo a patto di non farsi troppe domande. Il Sesto Senso è una pellicola costruita male su un'idea geniale, in cui tutto viene disposto ad arte per condurre gli spettatori a cadere nel tranello di un complesso gioco di specchietti per le allodole. Con la paura che nasce - come per le pellicole veramente spaventose come Poltergeist, Shining e L'esorcista - dal confronto di persone ordinarie con eventi straordinari e improvvisi. Inspiegabili come i fantasmi che attraversano le nostre esistenze senza che noi ce ne accorgiamo e che possono venire percepiti solo da coloro che hanno Il Sesto Senso. Un gioco difficile da portare avanti per tutto un film e che richiede un'intelligenza autoriale e un'esperienza superiore a quella di un autore praticamente esordiente come il giovane M. Night Shyalaman.
 
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