Il momento dell'ironia con
Francesco Grasso


Sotto spirito
Pernacchie al re






Come ripeteva un noto presentatore dalle grandi doti di comicità involontaria, pubblicizzando una grappa dal nome triviale, "Sempre più in alto!". Dopo aver fatto il verso, nell'ordine, a Isaac Asimov, William Gibson e Valerio Evangelisti, la vostra rubrica preferita si permette questo mese di bersagliare con i suoi irriverenti lazzi nientemeno che il monarca assoluto del genere horror e affini. Sullo scaffale dei vasetti sotto spirito, questa volta, finirà il titanico, onnipotente, idolatrato, celeberrimo e onnipresente Stephen King.

Della serie di aggettivi con cui lo abbiamo introdotto, forse è proprio "onnipresente" a tratteggiare meglio lo straordinario autore del New England. Stephen King non è solo uno scrittore horror: oltre a essere, insieme a Michael Crichton, l'autore più saccheggiato dai produttori di Hollywood, egli ha pubblicato romanzi e racconti praticamente ovunque, da Playboy a (accostamento più bizzarro che singolare) Urania. Non lo si può definire uno scrittore di fantascienza, certo, ma nella sua sterminata produzione (la cui mole industriale comincia a destare sospetti di usi massicci di "negri", o almeno di clonazioni multiple) figurano opere di SF talmente pura da battere ai punti romanzi dei più blasonati rappresentanti del nostro genere letterario preferito.
Eppure, nonostante questa portentosa ecletticità narrativa, Stephen King mantiene nelle sue opere una coerenza di stile e di tematiche che impressiona (e che tentiamo di riprodurre, scherzandoci su, nel "falso King" che presentiamo). Il risultato è uno scrivere fortemente caratterizzato, personale, ed estremamente piacevole da ritrovare, quasi fosse un vecchio amico, divorando le opere di King l'una dopo l'altra come ciliegie mature.
Ops... ci siamo cascati di nuovo. Ancora una volta, causa l'ammirazione per il nostro "scrittore-bersaglio" del mese, ci troviamo veramente in difficoltà nell'imbastire un dileggio sufficientemente graffiante. La parte dell'allegro iconoclasta, quando ci si confronta con idoli simili, è indicibilmente dura... Per fortuna, la perfidia (come sa chi ci conosce) davvero non ci manca. E poi, essendo stati accusati, più di una volta, di prendere biecamente a modello King nella nostra produzione (ad esempio, per il racconto Lacio Drom, tacciato di essere copia Xerografica del kinghiano Carrie), il gusto di poter imitare apertamente, liberamente e dichiaratamente il grande Stephen d'oltreoceano appare più irresistibile di una Monica Bellucci distesa su lenzuola di seta e coperta solo da due gocce di Chanel numero cinque (oh, be', si fa per dire...).
Insomma, cari lettori di Delos, che siate estimatori di King, suoi detrattori o semplici passanti, avvicinatevi allo schermo del vostro computer, spegnete le luci e chiedete il silenzio: state per immergervi nelle atmosfere angoscianti di Shining, negli orrori ferini di Cujo, nelle paure schizoidi di Misery, negli incubi neri de La zona morta... Tirate il fiato e avanzate nella pagina, miseri mortali.
Non ve ne pentirete.


Eat

(di Stephen King?)

Timothy Bradshaw aveva otto anni quando vide per la prima volta il pagliaccio. Il tacchino per la Festa del Ringraziamento cuoceva nel forno Tippendale emanando effluvi che si spargevano per la cucina e giù nel tinello, dove la madre di Timothy, insieme alla zia Pheila, guardava la novantacinquesima puntata di "Aspettando il domani" sprofondata nel divano Marston a strisce bianche e viola, con una schiera di bigodini in testa che la faceva assomigliare a una radio AM-FM. Il padre, lo zio e i fratelli di Timothy erano nel salotto buono di fronte all'altro televisore, intenti a seguire le azioni dei Dodgers e a svuotare al contempo una poderosa cassa di birra Duff. I loro rutti risuonavano per la casa come colpi di fucile.
Timothy bighellonava per la cucina, tentando di non cedere alla curiosità di sbirciare il tacchino che rosolava dietro il vetro rigato dal vapore. Quando vide che qualcosa si muoveva, dietro la superficie traslucida, per un attimo non credette ai suoi occhi. Si inginocchiò di fronte al forno, asciugando la condensa con la manica della sua camicia a quadri comprata al K-Mart di Castle Rock, sedici dollari e cinquanta, quindici se promettete al proprietario, il signor Buckland, di fargli un po' di pubblicità nei vostri racconti.
Il pagliaccio era lì. Era altro una trentina di centimetri, e quasi altrettanto largo. Aveva il viso bianco di vernice, una parrucca color vinaccia e un vestito a pois con il tagliando "Lavanderia Mackenzie, Haven". Era seduto sul tacchino come su di un trono, e affondava le mani dalle dita unghiute nella pietanza fumante, lacerando la pelle e portando grandi brani di carne sugosa alla bocca con espressione soddisfatta.
Timothy, inebetito, troppo sorpreso per provare paura, aprì lentamente lo sportello del forno.
- Cosa... cosa fai? - fu l'unica frase sensata che riuscì a mettere assieme.
- Tu cosa credi? - sghignazzò il pagliaccio - Mangio!
- Ma... ma chi...? - balbettò Timothy.
- Ecco, prendi anche tu! - fece il pagliaccio, lanciandogli una patata arrosto. Mentre il bambino, d'istinto, afferrava l'ortaggio bollente ustionandosi le piccole dita, il pagliaccio saltò fuori dal forno con una capriola, esclamò - ...e prendi anche il rimorso... - si esibì in un'ultima sghignazzata e scomparve nell'aria.
- Ti ho beccato, piccolo deliquente!
Timothy si voltò. Lo zio Otis, sulla soglia della cucina, lo squadrava con fare tra l'accusatorio e lo sbronzesco. Il bambino si rese conto di essere ancora in ginocchio di fronte al forno aperto con una patata arrosto in mano, proprio come se avesse appena violato uno dei più sacri tabù del verbo materno.
- Non sono stato io. - balbettò. - C'era... c'era un pagliaccio...
- Vergogna, piccolo Timmie. - lo bacchettò l'adulto, scivolando sulle sillabe rese sdrucciolevoli dall'alcool - Un vero Bradshaw non commette nulla di così disdicevole come mentire.
Lo zio Otis sottolineò la sua sentenza con un peto tonante che fece tremare le imposte Longstead della cucina e sollevare i lembi della bandiera stelle e strisce doverosamente sistemata nell'angolo buono del salotto. Poi, soddisfatto, tornò barcollando alla sua provvista di birra.
Più tardi, verso le tre del mattino, Otis strangolò la moglie Pheila e la cognata Leila con un pacchetto di Tuttifrutti al mentolo, e poi bruciò la casa perché sembrasse un incidente. Tra poliziotti, infermieri e assistenti sociali, trascorsero parecchi anni prima che Timothy potesse pensare ancora a quel grottesco incontro.
I genitori adottivi portarono via Timothy da Castle Rock e si stabilirono a Derry. Un tiepido giorno d'autunno dell'83 Timothy percorreva Acorn Street in direzione di Jay Hill, ove aveva appuntamento con i compagni della squadra All SABDEM (Solo Adolescenti Brufolosi del Maine, ndt) della Lincoln High School di Derry. Oltre le case della periferia, i picchi dei monti che guardavano la cittadina puntavano il cielo come dita di uomini sepolti vivi. L'eco dei passi di Timothy cadeva nell'aria immota come sassi in uno stagno di acqua scura.
All'incrocio tra Acorn Street e Balfour Avenue, presso il semaforo con la vernice scrostata dove il signor Culver porta sempre il suo barboncino Cujo a pisciare, dal lato della strada ove si affaccia la finestra della camera di Priscilla Corbridge, che ha il più gran paio di bocce del Maine e ha detto che me la dà se la cito in un racconto, Timothy vide il pagliaccio.
Il pagliaccio era più grande di come lo ricordava. Era alto almeno un metro e mezzo, e largo due. Aveva braccia pesanti, da cui la carne pendeva a malloppi, guance cicciute coperte di trucco, la parrucca a ricci viola con ancora il cartellino del prezzo dei grandi magazzini Catch 'n' Go di Derry. Era seduto dietro la vetrina di un KFC, e si ingozzava di pollo fritto con la voracità di un bulldozer Cresswell del '57.
Timothy sobbalzò. Fece per allontanarsi, ma il pagliaccio lo vide attraverso il vetro, si illuminò di una gioia maligna, e corse a raggiungerlo quasi rotolando sul suo ventre traballante.
- Mangia, Timmie! - esclamò gioviale, offrendo al ragazzo una coscia di pollo che grondava pastella e olio Paraflù del '63.
Timothy ebbe l'impressione che il suo cervello fosse diventato di pasta di vetro. - Non... non puoi essere tu. - balbettò.
- Mangia! Mangia! - insistette il pagliaccio.
Quasi ipnotizzato, Timothy allungò istintivamente una mano e afferrò la coscia di pollo. Il sugo oleoso cominciò a colargli sul polsino della camicia rammendatogli alla sartoria del signor Todd su Landing Road, sessantacinque cent il servizio, sessanta se gli offrite un ruolo da comparsa, va bene anche se da zombie, in uno dei vostri film.
Il pagliaccio gettò indietro la testa e scoppiò in uno sghignazzo volgare. Timothy impallidì. I passanti continuavano a fluirgli intorno come se non si accorgessero di nulla.
- ...e il rimorso. - aggiunse il pagliaccio con perfidia, battendogli una mano sulla spalla. Poi si allontanò a balzelloni, sparendo all'angolo di Balfour Avenue.
Timothy restò lì, inebetito, con le orecchie che gli ronzavano.
- Che stai facendo, Timmie? - lo scosse una voce femminile - Lo sai che non mi piace che tu mangi fuori pasto. Quelle schifezze, poi...
Il ragazzo batté le palpebre. Estonia Darrel, in tenuta da pon-pon girl, calzettoni bianchi Fruit of The Loom e scarpette Nike Air, lo fissava con le mani sui fianchi e una plateale espressione da disappunto. Era bionda e aveva gli occhi azzurri. Somigliava alla baby-sitter nonché fidanzata di Mike Seever, il protagonista della serie TV "Genitori in Blue Jeans". Non era molto tempo che uscivano assieme, ma la ragazza aveva già assunto un atteggiamento uxorio che preoccupava non poco Timothy.
- Siamo in ritardo. - lo bacchettò ancora Estonia - Butta quella porcheria e corri.
Con una riluttanza che lo sorprese, Timothy obbedì. In pochi minuti raggiunsero la fattoria ristrutturata ribattezzata con il terrificante nome di Lega Giovanile Derry. Oltre ai canestri nel cortile, c'erano dodici piste di bowling, qualche flipper Top-Gun, un juke-box Radio Shak con i più grandi successi degli anni '80, tre tavoli da biliardo Brunswick, e un bancone che distribuiva Diet Coke e scarpe da bowling con l'aria di essere appena state tolte dai piedi di qualche ubriaco morto.
Lì il manager della squadra All SABDEM, imbarazzato, comunicò a Estonia che, nonostante i buoni punteggi ottenuti nella "A" e nella "B", la sua prestazione era stata ritenuta insufficiente nella "E" e nella "M", ragion per cui era stata estromessa dal gruppo della ragazze pon-pon.
Estonia scoppiò a piangere e fuggì via, vanamente inseguita da Timothy. Quella notte stessa, vestita di un completo nero Kevin Kline, Estonia si introdusse nei locali della Lega, iniettò una soluzione di acido cianidrico nel barile della Diet Coke e polvere di potassa concentrata nella salsa Worchester; poi forzò la porta degli spogliatoi della squadra e riempì di tarantole pelose del lago Kashawakamak i sospensori del quarterback e dei mediani di spinta.
Due giorni dopo, gli All SABDEM e i loro supporters erano tutti in Cronaca Nera. Con questo exploit l'adolescenza di Timothy poteva tranquillamente dirsi terminata.
Il pagliaccio lo lasciò in pace per altri quindici anni. Ma alla fine, inesorabile come il conto del droghiere o come i party Tuppleware dei miei vicini al venerdì pomeriggio, tornò.
Quella notte il cielo era nero come un pozzo dell'inferno. La Luna aveva tracciato un sentiero d'argento sul Crystal Lake, ma ormai era tramontata portandosi dietro il suo lucore. Timothy era nel suo cottage sul promontorio Franklin, nudo come un paramecio, coricato supino sul letto Ondaflex, i polsi bloccati allo schienale da un paio di robuste manette Inox Aeternum.
Il pagliaccio apparve all'improvviso sullo stipite dell'armadio guardaroba. Era accovacciato davanti a un enorme pasticcio di panna montata, peperoni verdi e salsa Ketchup, e sghignazzava con la crema che gli colava dagli angoli della bocca dipinta di rossetto Avon.
Riconoscendolo, Timothy restò impietrito. - Tu? - esclamò, incredulo.
- Vuoi favorire? - offrì il pagliaccio, esibendo un sorriso a sessantaquattro denti.
Schizzi di panna montata e di salsa ketchup sbrodolarono sul petto nudo di Timothy. L'uomo sussultò a quel contatto freddo.
- Louette! - gridò - Aiuto!
Oltre la soglia della stanza ci fu un tonfo soffocato, come di un corpo che cadesse sulla moquette.
- Louette? - ripeté Timothy, questa volta con meno convinzione.
La porta si aprì, e fece il suo ingresso un donnone in camice Gibaud da infermiera e zoccoli bianchi Doc Marten's. Aveva spalle da marine, mani come tenaglie Mason, un'accetta Gold Blade nella mano destra e un saldatore Black&Decker nella sinistra (con questo credo di aver finito con gli sponsor, vediamo cosa ne dice il commercialista..., pardon, il mio agente).
- Sono Annie, la tua ammiratrice numero uno. - sentenziò il donnone.
- Co... cosa? - balbettò Timothy, dividendo imparzialmente lo sguardo incredulo tra il pagliaccio e il donnone.
- Non preoccuparti, Timmie. - sghignazzò il pagliaccio - Lei non può vedermi. Sono qui solo per te. Davvero non vuoi un po' di torta? Condita con il rimorso, ovviamente.
- Ho letto tutti i tuoi libri. - esclamò Annie con voce languida.
- Lei mi sta scambiando con qualcun altro. - riuscì a obiettare Timothy - Io sono uno sterilizzatore di telefoni, non uno scrittore.
Per un istante, il donnone sembrò sfiorato dal dubbio. Poi i suoi lineamenti si fecero aguzzi, da topo. - Vuoi prendermi in giro, caccolicchio? - ringhiò.
- Le giuro di no. - assicurò Timothy, che cominciava ad avere paura - Io uno scrittore? Ma se so a malapena firmare gli assegni!
- E questo cosa dovrebbe dimostrare? - ribatté Annie, testarda - Come se ci fosse bisogno di saper scrivere, per vendere romanzi!
Timothy scosse invano le manette. - Le dico che sono uno sterilizzatore di telefoni! - supplicò - Nessuno pulisce meglio di me i Nokia 6120 e gli StarTac 900. Ha la cornetta sporca? In cantina ho tutti i prodotti necessari. Me li lasci prendere e...
Il donnone tagliò corto con aria lunatica. - D'accordo, forse mi sono sbagliata. Ma non importa: hai comunque l'aria di essere uno che sa. Farò a te le domande che volevo porre allo scrittore. Vedi... nella mia vita ci sono cose che non capisco, che mi fanno impazzire. Dovrai spiegarmele.
- Sarà meglio che tu lo faccia, Timmie. - sogghignò il pagliaccio - La signora qui presente ha vinto per due volte i Campionati di Sevizie con l'Accetta e il Bruciatore della contea di Hancock.
Timothy rabbrividì. La bocca aperta del pagliaccio, piena di salsa ketchup, sembrava una zucca squarciata con esposta la polpa marcita.
- Io sono di Bangor. - affermò Annie con fare accusatorio.
Timothy batté le palpebre, interdetto. Qualcosa, nella sua mente, ribatté "Sti cazzi!", ma la sua bocca si rifiutò di avallare l'espressione.
- Tu sei nato a Castle Rock, ho guardato il tuo portafoglio... - proseguì Annie - Tutti quelli che conosco sono di Bangor, di Derry oppure di Haven. Mio zio Homer sta a Portland, e questo è tutto.
- E allora? - riuscì finalmente a balbettare Timothy, intento a strattonare inutilmente le manette.
- Be'... Per quale diavolo di motivo siamo tutti del Maine? Questa cosa mi ha sempre fatto impazzire.
- Perché, esiste un posto che sia fuori dal Maine? - obiettò Timothy, sinceramente confuso.
Sulla fronte del donnone apparvero delle righe sottili come i gradini della scaletta della biblioteca comunale di Derry, che ormai espone quasi solo i miei romanzi e guai se qualcuno si azzarda a chiedere in prestito qualcosa di diverso.
- Capisco cosa intendi, caccolicchio, ma non mi basta. - replicò Annie, prendendo fiato - Perché i miei parenti, i miei vicini di casa e quelli che conosco sono tutti degli squilibrati psicopatici maniaci e pazzi pericolosi?
- Con questo ti ha steso. - gongolò il pagliaccio.
- RISPONDI! - ingiunse il donnone, agitando minacciosamente l'accetta. Timothy, che si era concentrato nel disperato tentativo di sfilarsi i cerchi d'acciaio dai polsi, sobbalzò facendo gemere le molle del letto.
- Non... non saprei... - azzardò - E' proprio sicura?
- Ti dico solo cosa è successo stamattina, caccolicchio. - ribatté Annie - Il mio vicino Oxford Flanders, che abita all'angolo, in quella casetta urcosa con l'acero nel giardino e la fontanella con i nanetti (e con un nome simile non vedo come potrebbe essere altrimenti), stamattina ha tirato fuori dal garage la sua Chevrolette grigia del '61 e si è scontrato con il camion del lattaio che risaliva il vialetto per le consegne. Il signor Flanders, senza una parola, è sceso dall'auto e ha colpito Teddy, il lattaio, con una delle spranghe di ferro che usa per cintare i suoi rosai. Poi ne ha gettato il corpo nel fosso per lo scolo delle acque. Il cervello di Teddy sta ancora colando sul cartello "Zona residenziale - Divieto di transito per i veicoli superiori a 1.5 tonn.". Ti sembra normale questo, caccolicchio?
- Ah, per Roma lo sarebbe senz'altro. - sghignazzò il pagliaccio, che aveva ormai quasi finito la sua torta. Timothy non capì cosa diavolo volesse dire.
- Be'... - ammise - In effetti mi sembra eccessivamente truculento, ma...
- Ma cosa? - gridò Annie.
- Non... lei non può generalizzare... - balbettò - Esistono molte persone sane ed equilibrate, qui da noi...
Il donnone lo fissò scettica. - Chi? Tu, forse?
- Ad esempio. - azzardò Timothy, cercando con lo sguardo un aiuto dal pagliaccio. Ma questi si era acciambellato intorno alla sua torta e sembrava il ghiro alla festa del Cappellaio Matto di Alice.
- Sono sicuro che anche tu tieni nascosta qualche perversione. - ribatté Annie - Confessa, ti sbatti tua figlia di sei anni durante i temporali estivi e le eclissi di sole, non è vero?
- Io non ho nessuna figlia. - obiettò Timothy.
- Allora ti introduci nottetempo nelle case dei vicini e ti fai il figlioletto dodicenne, la vecchia nonna e il pastore tedesco di nome Rolf. Ammettilo!
- Assolutamente no! - protestò l'uomo - Io non sono un maniaco.
Annie socchiuse gli occhi. - Allora che ci fai nudo come un paramecio e incatenato su questo letto?
Timothy arrossì. - Be', in effetti riesco a farmelo venire duro solo se mia moglie mi lega allo schienale e poi mi fa la cacca sulla pancia.
- A-ha! - esclamò il donnone, trionfante. - Lo vedi? Neanche tu sei una persona normale! Perché non esistono persone normali nel Maine? Me lo sai dire?
Il pagliaccio, con aria sazia e sonnolenta, cominciò ad alternare rutti plateali a borbottii che a Timothy sembrarono privi di senso. - La signora ha colto il punto, Timmie. Burp! Vedi, quando cominci a scrivere e vuoi che chi ti sta vicino ti legga, devi per forza ambientare le tue storie nel paese dove vivi e dare ai personaggi nomi veri. Berp! Perché la gente, Timmie, preferirebbe che gli spuntasse una piantagione di emorroidi piuttosto che ricevere un libro da leggere. Barp! La gente accetta di aprire un volume solo se gli si dice che all'interno troverà il suo nome. Borp! E anche allora, la maggior parte della gente leggerebbe solo il proprio nome stampato, se potesse. Mille volte, e poi butterebbe il resto. Brep! E così, Timmie, quando decidi di scrivere storie horror, finisce che tutti quelli che conosci diventano maniaci o schizofrenici... E' destino. Buuuurrrrrrrppppppp!
Timothy fissò il pagliaccio con odio. Perché, invece di borbottare assurdità incomprensibili, non gli dava una mano? Annie stava trafficando con l'accensione del saldatore, e quell'immondo ciccione non sembrava avere nessuna intenzione di intervenire.
Poi, d'un lampo, giunse l'illuminazione.
- Annie, aspetta! - strillò.
Il donnone, che già stava pericolosamente avvicinando la fiamma del saldatore ai gioielli di famiglia di Timothy, ridotti per la paura alle dimensioni degli attributi di Big Jim, si arrestò. - Cosa vuoi, caccolicchio?
- Hai detto che il signor Flanders teneva dei nanetti di gesso in giardino...
- E allora?
- Sei sicura che fossero proprio dei nanetti?
Annie assunse un'aria pensierosa. - In effetti, ricordo di averne visto uno solo. Vicino alla fontanella...
- Ricordi chi era? Dotto? Mammolo?
Il donnone spense il saldatore, assorta. - Ora che me lo chiedi, non sembrava affatto uno dei nani Disney. Somigliava piuttosto a...
- Un pagliaccio? - propose Timothy.
- Un pagliaccio. - ripeté Annie, sorpresa - E tu come fai a saperlo?
- Eri tu, vero? - accusò Timothy, rivolto al grassone appollaiato sulla cima dell'armadio. - Sei sempre stato tu...
- Fuocherello, Timmie. - commentò il pagliaccio, arricciandosi la parrucca viola con le dita cicciute - Ci sei molto vicino.
- Con chi stai parlando, caccolicchio? - sibilò il donnone, sospettoso.
Timothy fu lesto a rivolgersi di nuovo a lei. - Tu lo avevi già visto prima, quel pagliaccio, vero?
- Non... non credo. - rispose Annie, confusa.
- Pensaci bene. Forse da bambina. Davvero non ricordi?
La donna lasciò andare l'accetta. - Io... forse...
- E lui allora ti offrì qualcosa da mangiare. - insistette Timothy - Qualcosa che ti era proibito, che tu non potevi proprio accettare. Non è così?
- Uh, uh, Timmie, il fuocherello è bello grosso adesso. - gongolò il pagliaccio - Ci si potrebbe cuocere un bue panato, sopra.
Annie era impallidita, come se la folgorazione l'avesse all'improvviso colta sulla via di Bangor. - L'hamburger di MacDonald, che mia madre non voleva comprarmi... - ammise - Tu come fai a saperlo?
Timothy sospirò di sollievo. - Toglimi le manette, e te lo spiegherò.
La donna esitò solo un istante, poi obbedì.
...
- Vedi Annie, tutte queste melensissime storie di traumi infantili, di abusi sessuali, di turbe adolescenziali, di tabù violati nella crescita, di incesti, stupri, prevaricazioni minorili e violenza non sono altro che cazzate post-freudiane da moralisti bacchettoni del New England. La verità è molto più semplice.
- E sarebbe?
- Sarebbe che tutte le nostre perversioni nascono dal cattivo rapporto che abbiamo col cibo.
- Dici?
- Sicuro. Le persone che mangiano e bevono liberamente ciò che gli piace, quando gli piace e nella quantità che gli piace sono tranquille, rilassate e campano da re. Chi invece si preoccupa della linea, chi rinuncia ai piaceri della tavola, chi è angosciato dai rimorsi ogni volta che trasgredisce la dieta o beve un bicchierino di troppo è una persona stressata, contorta e in guerra con se stessa. Credimi, Annie, i grassi sono felici, e i forzatamente magri sono tutti potenziali psicopatici.
- E' sempre stato così, Timmie. - approvò il pagliaccio - Di quella vecchia storia del serpente e della mela non è mai stato capito un accidente. Non c'è nessun cavolo di metafora, lì dentro: la piccola Eva voleva solo addentare una bella mela succosa, ma il Boss non era d'accordo, e così la reprimeva. Tutti i nostri guai vengono da lì...
- In effetti, il peggiore trauma infantile che ricordo è appunto quella storia dell'hamburger. - ammise la donna - Alla ricreazione tutti gli altri bambini avevano quel fottuto panino di MacDonald, e io invece dovevo mangiare una ciofeca fatta da mia madre con le fette dei toast... Credo che sia stato allora che ho cominciato a usare l'accetta.
- Vedi? - approvò Timothy - Lo stesso vale per me. Prima mia madre, poi la mia ragazza e infine mia moglie mi impedivano di mangiare come volevo e mi riempivano di sensi di colpa... - Timothy lanciò un occhiata distratta sotto il divano, da dove spuntava un paio di caviglie in tacchi a spillo. - A proposito, devo ringraziarti di avermi liberato anche in quel senso.
- Figurati. - disse Annie, spezzando il pane per fare la scarpetta nel piatto.
- La rinuncia al cibo è la vera madre degli incubi. - pontificò Timothy, masticando rumorosamente - Per chi ha la pancia piena e nessun rimorso di golosità non esistono mostri all'angolo della strada.
- Parole sante, Timmie. - approvò il pagliaccio, stappando la bottiglia di vino Rock di Castle (rosso dei castelli, ndt) ed empiendo generosamente i bicchieri dei suoi due commensali. Timothy tracannò il suo vino, poi gettò via il piatto e si posò davanti direttamente l'enorme pentola fumante piena delle più succulente e colesteroliche schifezze che era riuscito a trovare razzolando nelle dispense di casa. Annie, ridendo, buttò giù il bicchiere e fece altrettanto con le dodici teglie grondanti grasso di maiale misto a sugo, mascarpone, maionese e Nutella.
Il pagliaccio aprì una seconda bottiglia. Poi una terza.
Qualche minuto dopo, ubriaco come una cocuzza, il grassone si infilò nelle mutande la sua parrucca viola e intonò a squarciagola uno sguaiato motivetto. Gli altri due, pur non capendone il testo, gli vennero dietro con unanime sazietà viscerale e soddisfazione etilica.
- Ma che ce fregaaahhhh, ma che ce importaahhhhh... - il coro a tre voci echeggiò a lungo per i boschi del Maine, scacciandone via le inquietanti nebbie.

FINE




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