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Dal Cap. 1, "COME IN UNO SPECCHIO"
E così lo vedi, sono giunto a dubitare
la verità di tutto ciò in cui credevo un tempo;
resto solo senza fedi,
l'unica verità che conosco sei tu.
PAUL SIMON, Kathy's song
Credo fosse una specie di delirio morale quello che mi prese al momento del distacco da mio padre; e non potevo fare niente per impedirmi di stare male di sentirmi morire di voler gridare. E pensavo, pensavo che se questo è il modo in cui devono avvenire i cambiamenti; se questo è il sistema che i piani generali ci hanno riservato; se queste, infine, sono le cose che dobbiamo andare avanti a scoprire scalino dopo scalino, allora tutto perde di mordente. Ed era la mia stessa natura, la somma di quegli elementi che ero diventato, a ribellarsi; e ancora non potevo fare nulla.
Fermi nel piccolo giardino davanti alla nostra grande immensa casa, mio padre stava seduto sugli scalini di pietra e rigirava tra le mani il cappello, lo fissava come se non esistesse null'altro nell'intero universo. Ivo salterellava da un'aiuola all'altra, lui coi suoi pochi centimetri di statura e gli occhi sempre spalancati; specie di macchina o creatura incredibile da schiacciare sotto i tacchi dello stivale.
Io aggiravo penosamente quell'ostacolo che era il camion, carezzandone le ruote, indovinando il volante oltre i vetri chiusi. E dunque per questo mio padre mi abituava da anni a guidare: perché un viaggio mi aspettava oltre ogni attualità precedentemente pensata.
-- Charles -- disse lui d'improvviso, rialzando la sua grande testa a scrutarmi, -- non devi aver paura. Passerà, vedrai. Non so cosa incontrerai sul percorso, non so com'è diventato il mondo dall'ultima volta che gli ho dato un'occhiata; ma passerà. Arriverai a Nuova Parigi e troverai altra gente. Qui non posso più tenerti. Lo capisci?
Cosa avrei potuto opporgli? Raccontargli la mia folle paura, gli avvertimenti che la notte mi aveva portato, le idee appena inventate? Scossi invece il capo, gli feci cenno di sì, pregando non si accorgesse del terrore che mi divorava. Ma lui era tutto ciò che avevo, la mia ricchezza e la mia povertà; e non avevo mai chiesto di più, non avevo mai desiderato d'abbandonarlo. Per me l'universo doveva fermarsi lì, arrestarsi alle pareti maestose della nostra villa, e raggrinzirsi e racchiudersi in se stesso per non propormi alternative troppo allettanti. Sarei stato disposto (disposta?) a sacrificarmi a lui, a non vedere null'altro; e quando fosse morto, il suo ricordo mi sarebbe bastato, e la compagnia d'Ivo.
-- Perché in un ghetto? -- gli chiesi invece.
Sui due lati del camion, a gigantesche lettere nere, stava scritta quell'unica parola, "ghetto"; e inutilmente avevo tentato di rubarle un significato.
-- Ti servirà da lasciapassare. I mutanti si aiutano tra di loro, e la gente normale ne ha paura. Almeno è quello che so. Credimi, non esistono alternative. Se scoprissero che ti tengo qui, ci ucciderebbero tutti e due.
Si fermò un attimo, riabbassò la testa, osservò gli scalini.
-- Non ho il coraggio di portarti là -- aggiunse piano.
Le sue ultime parole che ricordo. Poi fu l'inizio del rombo del motore, il volante rigido, gli occhi regalati alla strada. Settimane di viaggio.
Quando tempo è passato, dio.
* * *
Non riuscivo più a guidare in fretta. Troppe cose premevano dentro: mi rallentavano le mani, m'impedivano una visuale esatta. Ivo si era accoccolato nel taschino della mia giacca, e non diceva nulla. Rimasto muto durante tutto il primo giorno di quella mia navigazione celeste, si rifiutò a modo suo di dividere le sensazioni che ci accomunavano. Ma io non feci nessun tentativo; e c'era solo da guardare la strada, sperare che le gomme non incontrassero ostacoli da bucarle, assimilare gli elementi del paesaggio desertico che avevo di fronte.
Per quello che ricordo:
chilometri e chilometri e chilometri di polvere;
un villaggio incontrato sul percorso;
una città fantasma;
qualche chilometro di prati;
un solo bosco senza animali;
tredici strade diverse tra cui scegliere;
la mia solitudine.
E quando fu la notte del primo giorno di viaggio, senza immaginare tutto il tempo che ancora mi aspettava incatenato lì, mi fermai ai margini della via, in mezzo alla polvere. Sceso dalla cabina, afferrata la torcia elettrica, mi portai nel retro del camion. Mio padre l'aveva riempito di cibo, e aveva sistemato un materasso sul pavimento per concedermi il sonno. Era la prima volta che vedevo quelle cose; le fissavo immobile, paralizzato (paralizzata?) da un'angoscia che non sapevo definire, e scoppiai a piangere come uno stupido bambino incosciente. Fu Ivo a consolarmi, a carezzarmi affettuoso sul petto e sul viso; ma sempre senza parlare, quasi le parole fossero anche per lui divenute un elemento troppo faticoso da espellere.
Mangiammo. Chiudemmo il camion con la tenda blu, e nell'oscurità che mi avvolse non potevo più capire a che punto della vita mi trovassi. Sentivo un travolgente bisogno d'aria, d'apertura; e mi terrorizzava comunque l'idea di uscire fuori. Glielo chiesi, gli dissi se si sentiva di fare due passi all'esterno; ma lui rispose di no. Aggiunse che aveva paura, e che tutti i posti sono pieni di bestie mutate, e non ci si può fidare.
Gli chiesi: -- Credi che il camion ci servirà?
Ma secondo lui, secondo Ivo, le bestie mutate avevano sviluppato qualcosa di simile ad un'intelligenza primordiale; e il camion sarebbe stato per loro segno della presenza umana, e le avrebbe tenute lontane.
Gli chiesi: -- Tutte? Sono tutte intelligenti?
Lui rispose di sì.
Il materasso, più tardi, era morbido. Sdraiato pesantemente con tutto il mio corpo sgraziato, afferrando furioso i refoli di sonno che il caso mi porgeva, fingevo di illudermi d'aver dimenticato tutto; di aver sepolto con l'inizio di quel viaggio i ricordi che mi legavano all'altro posto; d'essere insomma cresciuto a misura del mio stesso allontanarmi. Mi dicevo, mi ripetevo che un'altra vita m'aspettava, una società più ampia e strutturata, e tutta la grande avventura degli incontri umani; lo raccontavo a lui, non gli permettevo d'abbandonare la faticosa realtà che ci chiudeva tanto da vicino.
Ed ebbi poi un sogno di mio padre divorato da una belva col pelo nero come la notte, che insinuatasi nella nostra villa avanzava strisciando fino al suo letto e lo dilaniava arto per arto, abbandonando infine il suo solo sangue.
Svegliatomi (svegliatami?) d'improvviso, fu allora che mi resi conto d'una cosa: non avevo la minima idea di quanto avrebbe fatto mio padre senza di me.
* * *
Così lunghe le strade, così interminabili i giorni. Il sole che scivola da un tramonto a un'alba e da un'alba al tramonto, io che alzo gli occhi per afferrarlo nel suo moto irrequieto e mi piego agli spruzzi di luce. E tenevo questo volante tra le mani, mi abbandonavo al ritmo del motore, cercavo di calmare l'impazienza nella definizione di mappe da tramandare al futuro.
Un camion può essere un universo, se studiato con attenzione. Perché ho dovuto restarvi chiuso (chiusa?) per una settimana e un'altra e un'altra, a percorrere la fretta di un mondo che non conosce soste nel ritmo delle orbite, di un universo che piegato a spirale si concentra nel tempo e nello spazio come un serpente.
Fissavo a volte, scendendo la sera, le stelle alte e non coperte da nuvole; fissavo la luna bianca come di malattia; e chiedendomi dove stiamo andando, quale sia la direzione dei volo generale da compiere nello spazio d'una vita, non trovavo risposta. Quante le notti di stupore sulle tracce d'una falena mutata, apertura alare d'un metro, che seguiva docile e ipnotizzata il ballonzolare dei fari; e quante le notti di paura ai rumori dell'erba che mi stava intorno, alle impronte appena sussurrate degli animali che la degenerazione atomica ha partorito; e quante le notti di solitudine totale sulle scie d'un pensiero non più razionale, in continuo equilibrio tra l'assoluto del presente e l'incerto dell'avvenire; io che povero essere battevo le mani ai lampi della prima luce umana, del primo viso incontrato.
Verso Nuova Parigi, verso il paradiso da ratificare ad ogni momento, verso le situazioni non ancora certe ma già indovinate di una società fattasi di cristallo dopo le bombe: alle violenze dei governi, alle insolenze del potere, alle maschere dorate del denaro. A tutto questo volevo chiudere gli occhi, immaginare altre cose, ripetere motivi inventati da fanciullo; ma non è possibile, non è possibile.
E ancora: mutante, che parola assurda. La ripeti all'infinito, la rimastichi tra labbra e cervello sino a farle perdere ogni significato; e allora capisci veramente che è solo una parola, un'etichetta cattiva che qualcuno ti ha attaccato sulle spalle per renderti inferiore. Mutante io, mutante Ivo; mutanti tutte le creature che in quel ghetto non ancora intravisto s'agitano perpetuamente.
E cosa significa, cosa vuol dire? E' una parte del tuo corpo che non si è assestata secondo l'ordine naturale e ti ha reso diverso dagli altri, ha fatto di te un esemplare unico. Da esibire magari negli zoo che un tempo esistevano per il divertimento e l'educazione di chi è normale.
E allora:
guardate bambini quegli esseri repellenti ma state indietro perché mordono, non toccateli non mettetevi a ridere, sono molto suscettibili. Il buon dio ha fatto uno sbaglio grosso così, ha infilato un'anima in un corpo che non è degno di essere il suo tempio, ma sapete bambini forse non ce n'è di anima in quei corpi, è molto molto probabile, comunque non state a pensarci troppo. E' inutile. Bravi bene, adesso dategli un po' di noccioline senza farvi vedere dal guardiano perché lo sapete che è proibito dar da mangiare ai mutanti, ecco così, e adesso andiamo via. Uh, guardate quello, ha due teste, non è divertente?
Mi chiedevo se le bombe che ci hanno generati rientrassero nell'ordine naturale: se no, tutti gli altri erano anormali quanto noi, perché le avevano create; se sì, anche noi eravamo normali, perché loro figli. Immaginavo di poter un giorno affrontare uno di quegli individui e metterlo davanti al dilemma, chiedergli una risposta: cosa m'avrebbe detto?
Ma poi lo sapevo benissimo: qualsiasi cosa tu possa pensare, il mondo ti ha già etichettato definito immobilizzato; e l'ordine costituito, il governo di Nuova Parigi o di qualunque altra capitale, provvede a tenerti fermo lì. Dove l'ordine naturale delle cose, o innaturale, ti ha situato.
E urlai: -- Evviva!
* * *
Il terzo giorno traversammo un bosco, vuoto di vita. Era semplicemente fantastico guardare, attraverso il parabrezza o i finestrini laterali, i grandi alberi immobili a fianco della strada; e le fronde che a tratti accennavano un movimento col soffiare del vento, per ricadere subito nella loro quiete stonata. Qui era passata l'ala lunghissima della morte, e aveva impresso su tutto il suo marchio di desolazione: nel silenzio profondo che regnava attorno, nel rosso malato di certi tronchi, nel ricordo delle lotte animali che un tempo si erano furiosamente accavallate tra una macchia e l'altra.
Mezz'ora, e ne fummo fuori. Col passare dei minuti, crescendo l'ansia nel mio petto, era diventato insopportabile restare lì; e mi sembrava di non avere il diritto d'infrangere quella desolazione immensa. I miei occhi, stanchi e bruciati, cercavano invece tracce di presenze umane; desideravo con tutta la mia rabbia un incontro, uno scambio coerente di parole. Ma forse il mio era un percorso unico, tracciato esclusivamente da quel grumo di furia disperata in cui mi ero trasformato; e non avrei mai trovato nessuno, sarei andato avanti all'infinito, sempre più avanti, scavando progressivamente il cuore della mia solitudine.
Ecco, a quel punto credetti di aver perso ogni possibilità. Le memorie si affollavano incostanti sulla soglia della mente, gettando alte grida per farsi riconoscere; e lo spazio si dilatava, il tempo si contraeva, io non ero più io, non avevo cammini da seguire. Come in uno specchio, quando le immagini ci regalano quadri approssimativi della realtà; e rigirando il capo, da prospettiva a prospettiva, tentiamo di rimettere ordine nel caos sempre crescente. Ma la logica sfugge, i moventi interni si fanno più remoti; e la fotografia del nostro divenire, nelle strutture del vetro, è incoerente.
Poi, d'improvviso, fu la bestia accucciata nell'erba: i candidi denti del lupo divoravano spietati la carcassa del grande topo, insanguinando il prato. I nostri occhi s'incrociarono per un momento, nel turbinare del viaggio, anche se mi mancò il coraggio di fare sosta. Sì, eravamo fratelli, lui ed io: entrambi in lotta con un mondo estraneo, cercando a modo nostro di salvare una inammissibile integrità.. Lui abbandonandosi alla ferocia primitiva dello sterminio, io aggrappandomi a parametri ormai inutili.
E così lo salutai con un gesto della mano, e gli augurai buona fortuna, e gli promisi di non dimenticarlo.
Dal Cap. 2, " PERSONA"
Tu non mi possiedi
non m'impressioni
solo sconvolgi la mia mente;
non puoi darmi ordini o forzarmi,
solo consumi il mio tempo.
Io parlo col vento,
le mie parole si perdono tutte;
io parlo col vento,
il vento non sente,
il vento non può sentire.
IAN McDONALD/PETER SENFIELD, I talk to te wind
[Dopo aver attraversato un panorama desolato, il camion entra in un villaggio di baracche. In quanto mutanti, Charles e Ivo suscitano diffidenza, tuttavia vengono accolti nella casa di Jacques, che si mostra più disponibile degli altri. Da costui i due apprendono che i "normali" cercano di organizzarsi autonomamente per sopravvivere, e che il governo di Nuova Parigi ha perso una vera capacità di controllo sul territorio, ma intende conservarla sul ghetto. A sera rientra la moglie di Jacques, che era in campagna a lavorare; Charles nota con inquietudine che qualcosa nasconde il volto della donna.]
La massa scura dei capelli le ricadeva fino alle spalle, morbida e ondulata; ma il viso era coperto da qualcosa che immediatamente non riconobbi. Poi, per gradi, la parola tornò alla memoria e la masticai tra denti e labbra per saggiarne la consistenza: maschera. Quella donna indossava una maschera, ricavata immagino dalla corteccia verde d'un albero: e le labbra della cosa oscena erano piegate in una smorfia di dolore, gli occhi a stento socchiusi, il naso appena delineato da un taglio incerto.
Jacques, quasi sobbalzando, le corse incontro.
-- Jeanette -- le disse -- i tre giorni sono passati. Perché hai ancora su quell'affare?
Da dietro la maschera, soffocate e indistinte, vennero poche parole di risposta.
-- Quattro. I giorni devono essere quattro.
-- E da quando in qua? Dio, ma ci farete impazzire tutti. -- La donna avanzò, si fermò nel centro della stanza, e rimase guardarmi. Indovinavo, sotto il taglio oblungo della maschera, i suoi occhi neri o verdi o grigi, che si muovevano attorno cercando di riconoscermi; e la freddezza del volto, angelico o forse diabolico, di fronte a qualcuno che esulava dalla sua esperienza quotidiana. -- Chi sono? -- chiese poi.
Sembrava, la sua voce, un soffio maligno nel caldo della baracca; una ventata di cattiveria ingiustificata. Aveva perso le caratteristiche concrete, immediatamente tangibili, dell'umanità; giungeva quasi da un altro mondo, e mi sfiorava selvaggiamente, tentando di eliminarmi. Ma l'intero suo aspetto era ostile, mal disposto: -dalla rigidezza innaturale del corpo ai pugni stretti sul grembo, che si contraevano ritmicamente.
-- Amici -- le rispose Jacques. -- Vanno a Nuova Parigi. Questo è Charles, e l'altro Ivo. Ho pensato di invitarli qui per stanotte. Volevano vederti.
Lei scrollò il capo, in un gesto poco decifrabile. -- Mutanti -- disse: e non era una domanda, non era un'affermazione. Ma una minima traccia d'odio, appena avvertibile sotto la superficie di calma, serpeggiava nel suo tono. -- Dormono qui?
Jacques annuì, si tirò indietro di qualche passo. I bambini, nell'angolo, continuavano indifferenti i loro giochi.
La donna scrollò le spalle e traversò veloce la stanza. Si piegò un attimo a carezzare le teste dei figli; poi, senza una parola, scomparve nell'altro locale.
Più tardi, mangiando, Jacques mi raccontò che si trattava di un'usanza funebre delle donne del villaggio. La maschera era il segno del lutto, del dolore: copriva le gioie del volto e le impudicizie del corpo. Per tre giorni dovevano restare completamente digiune, pensando solo a lavorare. Superstizioni, sciocchezze femminili: ma anche in lui avvertivo il brivido ambiguo della paura. Così travestita, coperta da quei tratti immobili, sua moglie diventava una creatura straniera, impenetrabile: non si poteva nemmeno fare l'amore, mi confessò, le notti erano insopportabili. E adesso i giorni erano diventati quattro.
-- E' assurdo -- mi disse dopo una pausa di qualche secondo, fissandomi negli occhi. -- Era soltanto il cugino di una sua amica, e aveva novant'anni. Lo sapevamo già che sarebbe morto. E poi cose del genere dovrebbero essere scomparse, eliminate per sempre. Ma no, niente, vogliono resuscitarle; come se servisse a qualcosa, come se avesse un senso. E' inutile, le donne restano un mistero. -- Sorrise e mi diede una pacca sulla spalla. -- Attento, ragazzo. Non farti incastrare troppo presto.
Ah, già: attento, ragazzo. Non farti incastrare troppo presto. Le ricordo molto bene, quelle parole. Allora mi fecero rosso in viso, e fui costretto (costretta?) a nascondere le mani sotto il tavolo, per l'agitazione inconsulta che mi aveva preso. Se solo tu avessi saputo, innocente amico; se solo te ne avessi parlato. Forse, davvero, mi saresti stato d'aiuto.
* * *
D'improvviso, la coscienza d'un contatto estraneo. Riaprii gli occhi di scatto: la stanza era buia, le candele spente. Un chiarore approssimativo filtrava dall'esterno, permettendo appena di distinguere i contorni delle cose. Ma sapevo, ancora prima che la retina assorbisse automaticamente l'immagine, chi mi insidiava.
Piegata su di me, a pochi centimetri appena dal mio viso, stava la maschera.
Le dita di Jeanette, di quella donna, frugavano frenetiche il mio corpo. La sua voce mormorava parole fredde, che non riuscii a distinguere subito. I capelli, indolentemente sciolti sulle spalle, si muovevano di vita propria, riflettendo incredibili spiragli di luce. E soprattutto, soprattutto l'espressione chiusa repellente disumana della maschera, che non variava mai, avvicinandosi allontanandosi: come il ritratto in pietra d'una divinità antica e spietata.
-- No -- le dissi, sottovoce. -- Mi lasci stare, per favore.
Accorgendosi solo allora del mio risveglio, lei ebbe uno scatto all'indietro. Poi si portò l'indice destro sul taglio delle labbra, in un cenno di silenzio. E chinandosi di nuovo in avanti, prese a sussurrare alle mie orecchie.
-- Tu sei un mostro. Le radiazioni hanno contaminato il tuo corpo, sei immondo, non hai il diritto di vivere. Sciagura sulla mia casa, che ti ha dato ospitalità. Iddio punirà le creature toccate dal frutto del male. Presto sarà il tuo giorno.
Risollevatasi, rimase immobile ai piedi del mio informe giaciglio, allestito in fretta con qualche balla di fieno e un paio di coperte. E allora io, folgorato da un impulso che mi fu impossibile controllare, balzai avanti scagliandomi con tutta la mia furia sul suo viso. La lotta fu breve, subito decisa: il mio gesto l'aveva colta impreparata, e la sua difesa non avrebbe potuto resistermi.
Con un urlo inarticolato, rabbia pura nella mia gola, le strappai la maschera.
E splendido era il suo volto, un lungo ovale aggraziato dalle labbra rosate; gli occhi azzurri, profondi, quieti come una nube di primavera avanzata; le guance appena accennate, il mento delicatamente curvo verso il basso; il naso rivolto all'insù, tagliato con la stessa cura che un gioielliere potrebbe dedicare al più sfolgorante dei diamanti.
Per un lunghissimo minuto, lei incredula della mia audacia, io paralizzato dalla visione terrificante della sua bellezza, restammo a fissarci senza una parola. E già paragonavo la mia sgraziata adolescenza con la sua sovrumana maturità, quasi inebetito; e ancora più assurdo mi sembrava voler nascondere quella meraviglia sotto la corteccia orribile della maschera, che giaceva adesso, finalmente svuotata d'ogni potere, sul pavimento della stanza.
Poi il suo grido eterno, da belva ferita a morte, ruppe il silenzio della nostra notte: e urlava che ero un mostro, che l'avevo strappata al suo lutto, che avevo tentato d'ucciderla.
No, dio, ripetevo correndo fuori; non è giusto, non è vero. Senza più pensieri, senza più rispondere alle invocazioni stridenti di Ivo, preoccupato solo di raggiungere in tempo il camion. La voce di Jacques mi rincorse per qualche attimo nel buio, dicendomi che era tutto a posto, non c'era nulla di cui preoccuparmi; ma l'orrore mi rodeva l'anima, metteva nuove ali alla mia fuga.
Dal Cap. 3, "IL SILENZIO"
E ho pensato
di aver visto qualcuno
che sembrava finalmente
conoscere la verità.
Mi sbagliavo:
solo un bambino
che rideva nel sole,
nel sole.
DAVID CROSBY, Laughing
[I due proseguono verso Nuova Parigi. Si imbattono sporadicamente in residui disperati di un'umanità ridotta ai bisogni essenziali; intravedono nella vegetazione bestie anch'esse mutate. Giungono ad una metropoli, che si rivela completamente deserta, fatiscente. In una casupola adiacente a un grattacielo in rovina scoprono su un giaciglio un uomo (forse l'unico cittadino sopravvissuto): accecato dal bagliore di un'esplosione atomica, farnetica ed è prossimo a morire; è vivo solo perché uno sconosciuto ogni notte gli lascia in casa del cibo. Il vecchio narra la sua allucinante odissea. I due riprendono il viaggio; ma prima Charles vuole esplorare il vicino grattacielo.]
Era enorme e nero d'un colore che quasi abbacinava gli occhi, maestoso nella sua altezza interminabile, pareva aver resistito agli anni d'abbandono: solo un modesto cumulo di polvere si ammucchiava sul piedistallo basale di marmo, e qualche detrito sparso attorno.
Ivo mi spronava ad andarcene: non avremmo trovato nessuno, era inutile, e il vecchio sarebbe comunque morto. Eppure qualcosa, un impulso forse di pietà, o il volermi opporre alle situazioni d'impotenza, mi incitava a proseguire. Un minuto: scrutai la sagoma incombente della costruzione, le finestre enigmatiche in alto, alcune infrante o spalancate dal vento debole del mattino, la successione lunghissima di piani, l'ingresso travolto tanti anni fa dalla catastrofe.
E così, senza un motivo reale: -- No -- gli risposi -- andiamo a vedere. Voglio chiedergli cosa rappresenta per lui il vecchio, e se ha trovato un significato. Forse lui soltanto può rispondermi.
Il portone d'ingresso, metallo appena arrugginito negli angoli e vetri come specchi sbagliati, si apriva davanti a noi. Mio fu il primo passo, oltre la soglia e nella polvere: fissai perplesso, o semplicemente indeciso, la cabina putrefatta dell'ascensore. Memoria paralizzata del tempo trascorso, coi suoi bottoni luccicanti e i numeri in caratteri leggeri, nitidi, linearmente uniformi con l'indicazione della capienza massima, le istruzioni in caso d'incidente, il numero telefonico dell'addetto alle riparazioni. Ecco, voltavo la testa e lì dentro tornavano tutti, dal primo all'ultimo: quelli che l'avevano usato, il ragazzo umile nella sua uniforme. E il loro fiato, l'odore dei corpi, pungevano l'aria dì riflessi pesanti; facevano rumore, chiacchieravano disperatamente, con la fretta di chi non sa più dove arrivare. Strizzavano gli occhi ai movimenti improvvisi sul cruscotto, e si raccontavano la festa dell'altro ieri il vestito appena comprato la scuola del figlio: come una sinfonia senza musica, riempita a tratti dal sovrapporsi delle voci, dall'incrocio delle esclamazioni.
Abbiamo corso, all'inizio: ed era bellissimo divorare gli scalini di fretta, osservando con la punta dell'occhio lo scomporsi di colori sulle tappezzerie interne, giocando a rimpiattino tra un pianerottolo e l'altro, Ivo sempre così piccolo da non riuscire a trovarlo, io incapace di raggiungere a tempo il nascondiglio perfetto. Poi la successione d'appartamenti vuoti, di qui la cucina più avanti il soggiorno e lì la sala i doppi servizi lo studio: era chiaro, addirittura lampante, che il palazzo stava morendo. Anche lui ucciso dalle bombe. E cosa mai è stato risparmiato?
Ma prendete un oggetto, per esempio una casa, e abbandonatelo a se stesso: dopo un mese è diventato triste, dopo un anno inutile. Solo loro, quelli che l'abitavano, potevano riempirlo di vita: e le pareti non erano come adesso silenziose, le stanze avevano un loro modo di farsi sentire, il cortile sul retro si abbandonava ai gemiti dei bambini e li tratteneva dentro, nel suo cuore di pietra. Immaginai allora gli echi che per qualche giorno devono essersi levati dal grattacielo, a memoria degli uomini scomparsi; ma poi, piano, subdolo, è arrivato il silenzio, e di tutto si è impossessato. Le sue mani nere dapprima sulla cabina dell'ascensore, nell'atrio d'ingresso, nei cinque appartamenti a pianterreno; e quindi più su, violentando le strutture sensibili di vetro e cemento e metallo, che da sole non avevano la forza dì ribellarsi.
Tutti piegano il capo, quando arriva il momento; tutti noi obbediamo alla legge interna delle cose, e ne costruiamo una logica per non sentirci completamente abbandonati. Ma una casa, un palazzo, un grattacielo magari, a quale morale può appellarsi? E giorno dopo giorno il silenzio risale, l'ascensore si ferma a un piano, un altro, scarica il suo terrificante ospite, lo lascia espandere più avanti. Muoiono le sedie, i tavoli; muoiono discretamente gli schermi dei televisori, gli oblò luccicanti delle lavatrici, le maniglie intarsiate delle credenze. Ultimi sopravvivono i tetti, arroganti, alti; e per loro sarà forse necessario un anno intero, due. Poi tutto tace, la vittoria è completa: gli spasimi d'agonia si sono spenti nel rantolo informe del respiro conclusivo, e ogni scintilla di indipendenza è stata soffocata dal gelo del disordine.
In quel momento tornavo io, involontariamente, a riproporre cadenze dimenticate; a scostare le ragnatele approssimative di insetti geneticamente abnormi, a tentare una seconda rinascita. Ed è per questo, lo confesso, che dopo un'ora mi sono arrestato al quinto piano, e nel mezzo d'una stanza, mentre Ivo strisciava indolente sul pavimento e mi ripeteva che ormai potevamo andarcene, ho scalato un tavolo e con quanto fiato avevo in gola ho gridato il mio inno di battaglia all'appartamento, al grattacielo, alla città intera. No, non abbiamo distrutto solo la nostra razza: ma anche tutto quello che avevamo creato e costretto ad esistere, e la nostra è stata la più vigliacca delle ritirate.
Così, città, se adesso puoi ancora sentirmi,
nonostante il mio sangue si mescoli con le acque,
se ho il potere dì raggiungerti nello spazio
che ci separa da quel giorno tanto lontano nel tempo,
svegliati.
Io ti ho amata perché eri priva di colpe.
Ma lui non c'era. A mezzogiorno mi era diventato impossibile aggirarmi ancora per le strade deserte, tentare le porte disserrate, infrangere i vetri con tubi di metallo: la consapevolezza della solitudine, della mia solitudine, era pesante come un giogo d'acciaio. Ho invocato il suo nome nelle vie dalle targhe screpolate, l'ho pregato di farsi vedere, toccare; e Ivo insisteva, era inutile continuare, non esisteva e non l'avremmo mai trovato.
Eppure ne ero sicuro. Il vecchio non poteva essersi procurato da solo le candele, e cucinato il cibo; non poteva nemmeno aver resistito per un'unica settimana. E così lo sapevo, qualcuno mi osservava dalle orbite cieche di una di quelle finestre, e forse rideva delle mie invocazioni. Non gliene importava niente, voleva che le cose restassero com'erano, gli davo fastidio. "Oh, no", avrei voluto dirgli, "tu possiedi la chiave stretta tra le mani e non vuoi nemmeno lasciarmene intuire lo splendore; tu ti sei inorgoglito e cadrai in basso, fino in fondo. Dio ha precipitato gli angeli all'inferno: scaglierà giù anche te, vedrai, e l'impatto sarà spaventoso."
Quando fu il tramonto, e l'aria tornò a farsi fredda del gelo dell'abbandono, eravamo riparati dentro il camion. Sporgendo appena il viso dal taglio nella tenda, scrutavo impassibile la baracca. Certo Ivo, gli rispondevo, abbiamo perso più di un giorno; ma non importa, arriveremo ugualmente.
Adesso calmo, per favore, si farà vivo. Non si può abbandonarlo così.
E perché lo attendevo? Solo per avere una risposta all'interrogativo che mi assillava dal giorno lontano della partenza, o forse per ribadire una volta di più l'impossibilità d'ottenerla? E come sarebbero state le sue mani, nella luce fioca degli ultimi raggi moribondi, e come avrebbe toccato il mio corpo di adolescente malforme? No, veramente io non lo sapevo; e tuttavia intendevo scoprirlo.
Quando poi arrivò, d'improvviso, quasi non ce ne accorgemmo. Traversò di scatto la strada sulle lunghe zampe pelose, agitando il muso nella nostra direzione. Qualcosa, stava tentando di dirmi qualcosa: ma la sua bocca formata per i latrati e gli uggiolii era impenetrabile al codice del mio linguaggio. Dimenò la coda una volta, due, e fiutò col naso nero l'odore della strada. Era gigantesco, immenso: ma la porta della baracca si spalancò con gentilezza suprema al tocco delle sue unghie, come per una complicità derivante dalla lunga abitudine.
E non aveva nessuna risposta da darmi, positiva o negativa. Solo l'innata bontà, e l'istinto addestrato da secoli. Nient'altro.
Mezz'ora dopo ripartimmo.
Dal Cap. 11, "L'ORA DEL LUPO"
Venite signori della guerra
voi che fabbricate i grossi cannoni
voi che fabbricate gli aeroplani di morte
voi che fabbricate tutte le bombe
voi che vi celate dietro i muri
voi che vi celate dietro le scrivanie
voglio solo che sappiate
che posso vedere attraverso le vostre maschere
BOB DYLAN, Masters of War
[I due giungono a Nuova Parigi: nella nebbia si intravedono grattacieli, i castelli delle fate e le autostrade piacevolmente lisce, ma per loro può esserci solo il ghetto. Vi incontrano altri mutanti, a volte mostruosi, che osservano sospettosi in Charles l'assenza di segni evidenti di mutazione. In realtà la difformità del sedicenne Charles -- il lettore avrà intuito -- consiste in un sesso non precisato; egli stesso non ha ben chiaro se il suo corpo propenda per il maschile o per il femminile.
I "normali" effettuano bruschi controlli, ma fra i reietti vige un regime di grande solidarietà reciproca. I due incontrano ospitalità e amicizia; Charles trova anche l'affetto -- poi l'amore -- di Pierre, un giovane la cui "mostruosità" consiste nell'avere egli un'unica gamba, posizionata al centro del bacino, come una stampella da tirare in faccia al mondo. Pierre fa scoprire a Charles la sua "vocazione" femminile; Charles quindi si reca da un medico del ghetto per sottoporsi a un intervento chirurgico che lo trasformi in ciò che egli, anzi ella, ora sa di essere. E' alle porte una rivolta armata del ghetto contro i normali, ma il governo di Nuova Parigi gioca d'anticipo: la repressione è brutale. Charles vaga tra le macerie e incontra un militare dei "normali".]
Sedeva sulla soglia di una casa: il fucile abbandonato al fianco, la testa bassa, il casco spaccato in due. La sua uniforme era lacera, il viso contuso. Fissava il vuoto fumando lento una sigaretta dalla carta gialla; a tratti scrollava il capo, alzava le spalle, e tornava all'immobilità consueta. I suoi compagni erano più in alto: ancora inseguivano i nostri fratelli, e la battaglia non era terminata.
-- Siediti -- mi disse, quando gli passai vicino. -- Riposati un attimo.
Io restai immobile a guardarlo, ferma appena nel raggio dei suoi occhi. Non potevo crederci.
-- L'avete ucciso -- lo accusai. -- L'hai ucciso tu.
-- Io? -- ripeté lui, e sorrise stupidamente. -- Oh, ne ho uccisi tanti. Ho perso il conto. Chi era? Tuo padre? Tuo fratello?
-- Il mio uomo -- e il grumo di dolore tornava alla gola, si cementava nelle mie parole, mi rendeva impossibile pensare.
-- Mi spiace -- disse, e mi tese il pacchetto di sigarette. -- Fumi?
Gli feci segno di no. Non sapevo se odiarlo o averne pietà.
-- Dai, siediti -- mi invitò di nuovo. -- E' inutile che tu vada avanti. Come minimo continuerà fino a stasera. Vuoi morire anche tu?
E sedetti. Era quasi mezzogiorno, adesso, e il sole ci batteva in testa. Il soldato tolse una galletta e un pezzo di carne secca dallo zaino, li divise con me. Mangiammo in silenzio, automaticamente, senza sapere perché e senza rendercene conto. Avevo negli occhi la fotografia del tuo corpo scomposto: quasi m'impediva di vedere il ghetto violentato, e d'udire i suoni del combattimento.
Poi, un poco più tardi, lui accese un'altra sigaretta e mi carezzò i capelli.
-- Sei bella -- mi disse. -- Vuoi fare l'amore?
Scrollai il capo. Ma la sua non era una frase insolente; piuttosto un invito discreto, un modo di ripropormi la vita.
-- Come mai sei qui? -- chiese. -- Non mi sembri mutante. E lui com'era? Normale?
-- Sono mutante -- gli risposi. -- Non avevo sesso. Ora no, ora sono una donna. Ma non ho voglia di fare l'amore.
-- Gran dio -- sussurrò lui, socchiudendo gli occhi contro la luce del sole. -- Scommetto che potresti benissimo andare in giro per la città e ingannare tutti. Quanti anni hai?
-- Sedici. Quasi diciassette.
-- Sei di qui?
-- No. Vengo da fuori. Però adesso vivevo nel ghetto.
-- Non troverai più nessuno. Abbiamo l'ordine di eliminarli tutti, dal primo all'ultimo.
Un guizzo nel suo sguardo, e di nuovo il tocco della mano nei capelli.
-- Non preoccuparti -- e sorrise. -- Te l'ho detto, non si vede. Se vuoi ti porto con me. Posso sposarti, accidenti, posso persino sposarti se mi gira.
Adesso batteva col piede sul selciato della via, ritmicamente, seguendo forse una canzone che gli suonava in testa. Si era piegato di lato, e non mi guardava.
-- Perché l'avete fatto? -- gli ho chiesto.
-- Ordini. Era una settimana che vi aspettavamo, e non vi muovevate mai. Roba da impazzire.
-- E ti sembra giusto? -- gli ho detto, fremendo d'un tremito rabbioso che mi possedeva tutta, con la stessa forza che avresti usato tu se solo avessi potuto, amore mio. -- Ti sembra umano? Non chiedevamo molto, la possibilità di vivere un'esistenza decente, di uscire dal ghetto. Era l'unico modo, ne sei proprio sicuro?
-- No, naturalmente -- ha risposto, e qualcosa che poteva essere tristezza filtrava gradualmente nella sua voce. -- Ma la colpa non è nostra. Noi obbediamo agli ordini, non possiamo discutere. Facciamo il nostro dovere.
Per un minuto, o più, il silenzio ricadde su di noi. Era assurdo sedere lì con lui, parlargli come se fosse un amico: ma ero vuota di forze, non sapevo più dove andare, e l'abbandono era l'unica alternativa possibile.
-- Voi piuttosto -- riprese il soldato, carezzandosi stancamente la fronte. -- Non avreste dovuto cacciarvi in questa situazione. Dovevate aspettare. E' stupido credere che una rivoluzione possa portare a un miglioramento. Siamo in troppi. Forse i primi anni, appena dopo le bombe: allora era diverso, avevamo paura, e non saremmo riusciti ad organizzarci. Avete aspettato troppo tempo. Sì, lo so -- s'interruppe, ridacchiò -- prima ho detto che dovevate aspettare, e adesso che avete aspettato troppo. Ma in definitiva è la stessa cosa: allora ce l'avreste fatta con la violenza, ora no. Dovevate cambiare tattica, è questo il punto. Non ve l'ha insegnato nessuno?
Lontana, assurda, squillò una tromba.
-- E' stupido -- disse allora lui. -- Noi non abbiamo colpa perché ubbidiamo agli ordini, voi perché lottate per qualcosa di vostro, e quelli in alto perché cercano di mantenere il potere. D'accordo, dal tuo punto di vista hanno torto marcio, ma nella loro logica di cose si sentiranno la coscienza a posto. E allora? Dov'è lo sbaglio? Sei sicura di poterli giudicare col tuo metro? No, aspetta: i morti non contano, sono passati, non hanno più nulla da dire. Non tenteranno un'altra rivoluzione, insomma. Guarda, non lo so proprio, non ci capisco più niente.
Mi rialzai. Era un uomo piccolo e meschino, e forse mi ero ingannata. Ignorava il sapore della pietà.
-- Dove vai? -- mi ha detto, rizzandosi a sua volta in piedi. -- E' inutile, te l'ho già detto, non serve a niente. Resta qui.
Indifferente, ho mosso in avanti le gambe. Ero diventata un giocattolo, un automa insignificante, svuotata di qualsiasi sostegno interno. E lui m'ha afferrata per le spalle, m'ha costretta a guardarlo.
-- Al diavolo -- gridava, cianotico in viso -- cosa vuoi che ti dica? Che mi faccio schifo, che mi fanno schifo tutti? E va bene, te l'ho detto, voglio vedere cosa risolve. Sei contenta, adesso? Sei contenta?
[La ragazza che ora è Charles non ha più ragioni per rimanere lì. Recupera il camion e riprende la via per la casa paterna. Ma le cose si riveleranno diverse da come si pensava; il romanzo si chiude con una scena di violento impatto, aperta a più significati.]
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