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I molti volti inediti di Star Wars Episodio I: La Minaccia Fantasma non sembrano soffrire di complesso d'inferiorità nei confronti dei familiari personaggi della trilogia originale, ormai entrati a buon diritto a far parte dell'immaginario collettivo di quest'ultimo quarto di secolo. Anzi. Vediamo di conoscere un po' più da vicino chi si cela dietro questi nuovi miti.
I molti volti inediti di Star Wars Episodio I: La Minaccia Fantasma non sembrano soffrire di complesso d'inferiorità nei confronti dei familiari personaggi della trilogia originale, ormai entrati a buon diritto a far parte dell'immaginario collettivo di quest'ultimo quarto di secolo. Anzi. Vediamo di conoscere un po' più da vicino chi si cela dietro questi nuovi miti.
Eroi a scatola chiusa
Se da un lato l'incredibile aspettativa per la sua uscita non ci ha sorpreso affatto, dall'altro i trailer (anche visti dentro lo schermo del computer) sono stati sufficienti a lasciarci a bocca aperta. Ma se c'è una cosa che ci ha davvero colpito per la sua singolarità e imprevedibilità, è stata la rapidità con la quale i nuovi eroi di Episodio I sono entrati di prepotenza a far parte dell'immaginario degli appassionati, assurti a veri e propri miti ancor prima dell'uscita del film. Soprattutto grazie ad un'opera di proselitismo elettronico spontaneo, complice l'immediatezza e la capillarità di Internet, i fan di tutto il mondo hanno potuto conoscere e fantasticare in anteprima su Liam Neeson/Qui-Gon Jinn, Ewan McGregor/Obi-Wan Kenobi, Natalie Portman/Regina Amidala e Jake Lloyd/Anakin Skywalker. Tuttavia, in un fenomeno non del tutto insolito, che verrebbe quasi da definire "sindrome di Eymerich", e che ventidue anni or sono vide già protagonista Darth Vader, è il cattivo di turno ad aver attirato la massima parte dell'attenzione su di sé. Anche lui è un "Darth", titolo che spetta esclusivamente agli Oscuri Signori di Sith, una stirpe Jedi caduta da millenni nel pozzo del Lato Oscuro della Forza, e la sua faccia è di quelle che di sicuro preferiremmo evitare di incontrare in un vicolo buio di una notte senza luna. Perché sul suo volto arde l'inferno. E' dunque anche per un certo senso di timore reverenziale, che preferiamo cominciare da lui, confidando nel fatto che gli altri non ce ne vorranno...
Darth Maul: diavolo d'un Jedi!
La prima cosa su cui ti cade l'occhio sono quei piccoli ossi uncinati che spuntano dal suo cranio liscio. E già l'idea comincia a prendere forma nella tua testa. Poi, poco più sotto, non puoi evitare d'incrociare i suoi occhi rossi e gialli, ardenti di odio e vendetta come pozzi di fuoco e sangue. Un brivido, a questo punto è d'obbligo. Scendendo ancora, il suo ghigno scortato da due file di denti marci ti azzanna il cuore, e la tua mente corre alle fauci di una bestia affamata di carne umana, affamata di vendetta. Solo alla fine ti accorgi che il suo volto è un colorato labirinto di perversione. Allora, con una certa sorpresa, ti rendi conto che, in un certo senso, lo avevi già visto prima: l'immagine di Lucifero, schizzata fuori dal Paradiso Perduto di Milton o dalla diabolica bolgia di un qualche girone dantesco; la personificazione del Male, non solo nel senso iconografico cristiano, ma anche in quello di molte altre religioni, compresa la mitologia greca. Il suo aspetto è partorito direttamente dal subconscio dell'umanità, distillato da millenni di immaginazione rispetto alla proiezione di come davvero la razza umana si raffigura il Male! E quando lui ti guarda negli occhi, tu non puoi far a meno di provare terrore. Ma allora che cosa diavolo c'entra anche questo... fascino?
E' Darth Maul, il nuovo cattivo partorito dalla fantasia di George Lucas, il nemico giurato dei Cavalieri Jedi che deve far dimenticare l'indiscussa potenza iconografica di Darth Vader. E dalla risposta del pubblico statunitense, non si può dire che il regista americano non abbia avuto ragione. Anzi, stavolta Lucas ha fatto qualcosa di più. Rispetto a Darth Vader, che nella sua essenza integrata di uomo-macchina canonizzava il Male come perdita dell'umanità dovuta al connubio della razza umana con la tecnologia, Darth Maul ne è l'incarnazione radicale: un essere abbastanza alieno per poter essere considerato il Male allo stato puro, ma sufficientemente umano affinché ognuno possa identificare la propria parte peggiore in lui. E, sebbene Darth Maul non figuri tra i personaggi principali del film (Qui-Gon, Anakin, Obi-Wan, la Regina Amidala e Anakin), le sue malvagie performance acrobatiche sono di quelle che non si dimenticano facilmente, tanto che, tra le quattro possibili copertine della versione americana del romanzo di Terry Brooks tratto dalla sceneggiatura di Lucas, quella con il suo faccione da mascotte milanista è in assoluto la più venduta. E lo stesso vale per giocattoli, figurine, maschere, poster e gadget vari.
E' stato davvero un bel colpo per Ray Park, il ventiquattrenne campione di arti marziali che riveste i panni del più spaventoso e seducente cattivo dai tempi di David Prowse. Per Park, inglese di Briton, che non aveva alcuna esperienza di recitazione prima della Minaccia Fantasma, ma che fin da piccolo aveva sognato di fare l'attore impazzendo dietro ai film di Bruce Lee e Jackie Chan (ragion per cui decise di dedicarsi alle arti marziali), tutto iniziò un paio di anni fa, quando aveva appena terminato di lavorare come controfigura in Mortal Kombat II. Fu allora che venne chiamato dal coordinatore degli stunt-man di Episode I, Nick Gillard, il quale aveva bisogno della sua esperienza per preparare un nastro di prova che mostrasse a George Lucas le mosse che avrebbero potuto essere impiegate nella feroce battaglia finale a colpi di spade laser tra i Cavalieri Jedi e Darth Maul. Dopo aver girato il pezzo con Gillard, Park non poté nascondere l'ambizione che la medesima videocassetta non potesse fungere per lui anche come audizione. "Se devono scegliere qualcuno che deve fare simili evoluzioni, ebbene lo hanno già sotto gli occhi, perché dunque cercare qualcun altro?!", pensò Ray. Ed in effetti successe proprio qualcosa del genere. Poco tempo dopo ricevette da Rick McCallum la telefonata che non avrebbe mai più potuto dimenticare. Ma tutto il periodo trascorso durante la lavorazione del film è stato per Park qualcosa di irripetibile. Quei sei mesi sono stati "i più felici della mia vita", non esita a definirli, a dispetto delle interminabili sedute di trucco della durata anche di quattro ore ogni mattina, e del caldo micidiale sopportato durante le scene girate nel deserto tunisino. Ed anche il fatto che la sua voce, eccessivamente acuta con un accento troppo "cockney", sia stata doppiata nella versione originale (la maledizione dei cattivi di Star Wars si ripete...) dall'accento cavernoso dello sconosciuto Peter Serafinowicz, non ha costituito per lui un grande problema. "Sapevo fin dall'inizio che probabilmente mi avrebbero doppiato", racconta Park con un solo lieve cenno di disappunto. "Ad un certo punto ho pure sperato che sintetizzassero elettronicamente la mia voce, ma alla fine devo dire che non si è rivelata una grande parte, dal punto di vista delle battute, intendo. Ce ne solo cinque in tutto il film. E' molto più una questione di prestazione fisica, aspetto e presenza davanti alla macchina da presa", e i suoi occhi brillano di orgoglio. "La cosa davvero triste è stata finire il film, dopodiché è subentrata la noia", aggiunge poi mestamente l'attore-atleta. "Mi sono veramente divertito a fare Episode I ogni giorno per sei mesi, e terminarlo è stato davvero deprimente. Si diceva arrivederci a tutti quanti e stop. E il giorno seguente non bisognava più alzarsi alle cinque del mattino - anche se io l'ho fatto ugualmente! -. E poi veniva da chiedersi: 'Cosa farò adesso?'... Per quasi un anno non ho fatto niente, non mi sono nemmeno allenato, poi ho ricominciato a rientrare nella routine". Ormai per lui c'era solo da aspettare l'uscita del film che, con le sue interviste e i suoi interventi alla radio e alla televisione, sarebbe stata una nuova eccitante tappa nel viaggio verso la celebrità che, puntualmente, è arrivata. E per il futuro? Ancora non è dato sapere se il suo personaggio comparirà anche nell'Episodio II, ma già si vocifera, a dire il vero un po' improbabilmente, che la tanto famosa, quanto misteriosa Guerra dei Cloni (la "Guerra dei Quoti" citata dall'ologramma della principessa Leia in un'errata traduzione della versione italiana di Guerre Stellari) potrebbe proprio coinvolgere numerosi Darth Maul clonati, ognuno contraddistinto da un diverso colore del tatuaggio facciale! Nel frattempo, di assolutamente certo c'è invece che la popolarità acquisita grazie a Star Wars ha consentito a Park di entrare a far parte del cast del prossimo film sugli X-Men diretto da Bryan Singer al fianco di Ian McKellen e Patrick Stewart, nella doppia parte di Mortimer Tyonbee/Toad. Non c'è che dire: il bambino che voleva volare tra un fotogramma e l'altro è diventato grande.
Obi-Wan Kenobi: buon sangue non mente
Metti di uscire a tarda sera dall'accesso del personale del Comedy Theatre di Londra dopo la messa in scena di Little Malcom and His Struggle with Eunuchs, e di trovarti di fronte due ragazzini armati di tutto punto. Di spade laser, s'intende. Rigorosamente una con la lama verde, l'altra con la lama rossa. E quando ti vede, uno dei due mocciosi non perde tempo a chiederti di combattere con lui a colpi di spade laser. "Vuoi quella rossa o quella verde?" aggiunge serio il piccoletto, allungandoti le impugnature per farti scegliere. Se ti chiami Ewan McGregor sai bene che ti può succedere, perché Star Wars è anche questo, benché sia una cosa che l'attore inglese non riesce bene a capire e che lo irrita anche un po'. E non lo nasconde. Del resto chi lo conosce lo sa: Ewan non è uno che le cose non le manda a dire. Era il marzo scorso, mancavano ancora più di tre mesi prima dell'uscita del film in Inghilterra e, senza tanti complimenti, McGregor ha risposto al ragazzino: "Don't be so fuckin' ridiculous!" (lett. "Non essere così fottutamente ridicolo!"), e ha tirato diritto. Per quanto si aspettasse qualcosa del genere, Ewan McGregor stenta ancora a comprendere simili manifestazioni di attenzione da parte dei fan, che pensano davvero che magari lui sarebbe davvero potuto stare al gioco e che loro sarebbero potuti andare dai loro amici a dire di aver duellato con Obi-Wan Kenobi. "Ma io sono un attore", conclude scuotendo la testa e allargando le braccia, "faccio solo il mio lavoro".
Forse saranno le sue origini scozzesi, ma, a dispetto della sua giovane età e del suo vertiginoso scalare i vertici della popolarità con i suoi precedenti lavori, uno su tutti Trainspotting, McGregor è davvero un ragazzo che non si fa problemi a dire quello che pensa, anche quando sa che può dare fastidio. Come quando, a proposito dei grandi successi hollywoodiani tutti effetti speciali e stupidità tipo Independence Day o Godzilla, non ha esitato un istante a definirli "shit", ovvero "merda". Letteralmente, senza giri di parole. Quando poi qualcuno gli ha fatto osservare che, concesso che prima di Star Wars lui si era ben guardato dall'essere coinvolto in quei baracconi americani, ma che con Episode I anche lui era si era arreso al sistema del "blockbuster" acchiappasoldi, McGregor si è subito infervorato. "Star Wars è come una moderna fiaba", ha precisato, "una cosa completamente diversa, e poi appartiene alla mia generazione. Ed è la cosa più grande che sia mai stata fatta: come 85 Independence Day!". Se poi lo si stuzzica chiedendogli dove stia la differenza, lui replica con veemenza. "La differenza è che quello (ID4) era una montagna di merda, solo una macchina per fare soldi e, anche se Lucas ci guadagna una gran quantità di denaro, c'è moltissima creatività e concetto dietro la sua storia".
Allora è tutto rose e fiori tra Ewan e Star Wars? No. McGregor non è andato tanto per il sottile nemmeno nei confronti della produzione di Episode I (e la stampa mondiale c'è andata a nozze), quando non ha potuto nascondere un certo disappunto nella noiosità dei ritmi di lavorazione del film. "Pensavo che sarebbe stata tutta una cosa ipertecnologica, ma la verità è che spesso dovevo starmene lì impalato per un po', finché qualcuno non urlava: 'Esplosione!'". E nemmeno il recitare lo ha logorato più di tanto. Ci sono infatti un sacco di inquadrature dove lui deve stare proprio dietro a Liam Neeson, con una faccia impassibile, come in una scatola. Senza fare niente. Senza dire niente. Pare, tra l'altro, che McGregor e Neeson abbiano anche deciso di comune accordo che il miglior modo di incarnare una personalità Jedi era semplicemente aggrottare le ciglia, posando su di esse una grande tensione per rappresentare un'incredibile quantità di pensieri profondi! "E quello che stavi pensando veramente", ha rivelato McGregor, "era: 'Che cosa mangerò quando tornerò a casa?!'"
Ewan McGregor è fatto così. Non si fa condizionare dal sistema, così come non si è fatto irretire dalla responsabilità di raccogliere l'eredità di un attore del calibro e del carisma di Sir Alec Guinness, l'Obi-Wan Kenobi della trilogia originale. Quando, dopo che Robin Gurland, direttrice del casting per la Lucasfilm, aveva avuto l'idea di confrontare alcuni video di McGregor con delle performance giovanili di Guinness, e che si era concretizzata per lui la possibilità di essere un Cavaliere Jedi, il primo pensiero che venne a un Ewan McGregor elettrizzato fu: "Quale ragazzo non vorrebbe essere Cavaliere Jedi?". Malgrado ciò, non si deve pensare che dopo l'incontro di rito con Lucas e McCallum, il giovane abbia accettato la parte al volo. Prima ha chiesto a suo zio, attore come lui, e ad altri registi se, dal punto di vista della sua carriera, era davvero una buona idea accettare, considerato che sarebbe stato impegnato per tutti e tre i nuovi episodi e che avrebbe inevitabilmente corso il rischio di essere identificato troppo con il personaggio di Obi-Wan. Dopo Star Wars, avrebbe potuto ancora fare i film che gli piaceva fare, oppure avrebbe rischiato di essere contagiato dal 'morbo di Mark Hamill' e di scomparire per sempre dagli schermi? Alla fine, come s'è visto, ha accettato. E il giorno della firma, la sua mente non poté non tornare a quando, ventidue anni prima, nella piccola cittadina di Crieff, suo fratello lo andò a prendere a scuola per precipitarsi a vedere Star Wars. Allora Ewan aveva sei anni, ma non era soltanto il film in sé ad attirarlo. C'era una ragione molto speciale per andare a vedere Star Wars. Il fatto che in Guerre Stellari, nella piccola ma significativa parte di Wedge Antilles, pilota di un X-Wing all'assalto della Morte Nera, recitava Dennis Lawson. Suo zio. Lo stesso zio al quale Ewan ha chiesto consiglio vent'anni dopo. "Fu il primo film in cui vidi lo zio Dennis", dice oggi con un pizzico di nostalgia, "e mi presi una cotta terribile per la Principessa Leia". Ovviamente, da quel giorno non trascorse molto tempo, prima che anche lui avesse la sua spada laser giocattolo: una torcia rossa con un lungo tubo che si piegava. "Ma anche quelle vere lo fanno", precisa maliziosamente adesso che sa come sono fatte. E se volete vedere McGregor esaltarsi veramente a proposito di The Phantom Menace, chiedetegli proprio dei duelli con la spada laser, in particolare dell'ultimo confronto tra i due Jedi, Obi-Wan e Qui-Gon, e Darth Maul. I suoi occhi avvampano di furore e il suo corpo freme per mettersi ancora una volta in posizione di combattimento. Quello che George Lucas aveva chiesto a Nick Gillard era di mostrare i Cavalieri Jedi in tutta la loro gloria e potenza, in un periodo in cui erano davvero i custodi della pace e dell'ordine dell'intera Galassia. Per questo i combattimenti dovevano essere qualcosa di straordinario e di mai visto prima. "Siamo arrivati ad un punto", ha commentato McGregor, "in cui eravamo così veloci che non potevamo pensare al colpo che sarebbe venuto dopo. Era tutto istinto, una cosa incredibile". Ed un altro momento che McGregor non dimenticherà mai è quello della cerimonia della scelta della spada laser. Accadde qualche settimana prima dell'inizio delle riprese quando McGregor fu invitato ai Leavadsen Studios senza spiegazioni. Immediatamente, l'attore inglese si accorse che c'era una sorta di strana processione dietro di lui, mentre veniva accompagnato vicino a una grossa scatola di legno tutta decorata. Alcuni lucchetti furono aperti con una certa deferenza e quelli della Lucasfilm gli dissero: "Sei pronto?" E lui, perplesso: "Pronto per cosa?" E quando il coperchio fu sollevato, vide nove o dieci spade laser, tra cui avrebbe dovuto scegliere la sua. Allora Ewan le soppesò una per una, saggiandone il bilanciamento, quasi accarezzandole. "E' stato un momento straordinario", ricorda. "Mi ci sono davvero perso. E alla fine ho scelto la mia spada laser!". E se qualcuno gli chiede com'è, la sua spada laser, lui prima strizza l'occhio, poi si fa serio e dice: "La mia spada laser? E' molto sexy, naturalmente!"
Qui-Gon Jinn: un cow-boy da una galassia lontana, lontana...
Prendete un George Lucas qualunque, purché onnipotente. Munitevi poi di una tastiera, meglio se collegata ad una potente workstation grafica della ILM, e infine aspettate che, presumibilmente il sedicesimo anno (altro che settimo giorno!), il suddetto Lucas si decida ad alitare sul tasto 'Enter'. Vi accorgerete che, tra un Gungan, un Mawhon e un Ithoriano, nella moltitudine di creature che prenderanno vita all'interno del video, ci sarà anche un Eopie. La cosa un po' irritante è che Lucas non vi permetterà di assegnare un nome a quelle creature, ma vorrà battezzarle tutte lui... ma questa è un'altra faccenda. Dicevamo dell'Eopie. Nel caso in cui non ne abbiate mai incontrato uno, un Eopie è un animalone galattico da soma caratteristico del pianeta Tatooine, a metà strada tra un cammello e un armadillo. Ebbene, se c'è una scena de La Minaccia Fantasma di cui Liam Neeson è davvero orgoglioso è quella che lo vede proprio a cavallo di un Eopie. La scena in questione a dire il vero non è poi così epica, ritraendo il venerabile Qui-Gon Jinn mentre si avvicina all'animale e gli salta in groppa. Nella storia del cinema se ne sono visti a migliaia di John Wayne, Gary Cooper e soci fare la stessa cosa con un semplice cavallo, in un deserto di una galassia un po' meno lontana, lontana. E allora dove sta il punto? Semplice. Che questa scena così elementare è stata girata trenta volte! Non riuscendo a trattenere un sorriso, l'attore irlandese spiega: "Già, perché io volevo assolutamente che il tchk-tchk suonasse perfettamente". Tchk-tchk? Sì, insomma, quel rumore della lingua contro il palato che John Wayne faceva così bene per far partire il suo cavallo! "Bisogna sempre tenerselo a mente: quando è tutto finito", aggiunge poi Neeson. "Sarà una scena come questa a fare andare bambini e adulti al cinema a vedere il film per centinaia di anni!". E non si capisce se sta scherzando o se dice sul serio.
Anche questo è Liam Neeson, irlandese del nord, nato a Ballymena (uno degli oltre cinquanta paesi e paesini d'Irlanda il cui nome inizia con il prefisso "Bally-"!), una città relativamente piccola ad una trentina di chilometri a nord di Belfast. Come per moltissimi altri, l'incontro di Neeson con Star Wars avvenne nel 1977, un giorno che l'attore non potrà mai dimenticare. Ma il ricordo non gli resterà indelebile tanto per il film, quanto per le bombe che doveva scansare lungo la strada che portava alla sala. Malgrado il putiferio che si stava scatenando in città, quel giorno la proiezione non venne sospesa. Neeson ricorda di essere stato trasportato per due ore in un viaggio fantastico oltre la sua immaginazione, in un modo così intenso che raramente gli era capitato prima. E, a dispetto del fatto che avrebbe davvero potuto saltare in aria con tutto il teatro, quelle due ore trascorsero senza pensare a quello che stava succedendo fuori. Erano anni difficili, quelli, nell'Irlanda del Nord, e Liam a 25 anni ancora non aveva debuttato nel mondo del cinema. Era attore di teatro per il Lyric Theatre della capitale, e un posticino davanti a una macchina da presa se lo sarebbe conquistato solo qualche anno più tardi, quando John Boorman lo scelse per la piccola parte di Gawain in Excalibur (1981). Poi, attraverso film come Krull (1983), The Bounty (1984), Darkman (1990), la consacrazione per lui arrivò nel 1993 con Schindler's List dove, nella parte del protagonista del pluripremiato film di Spielberg sull'Olocausto, Neeson sfiorò l'Oscar, soffiatogli da Tom Hanks con il suo Philadelphia. Ad ogni modo, arrivare lì, anche solo ad un passo, qualcosa ha significato. "A nessuno interessa se ai tempi del Cristianesimo tu hai recitato il più grande Amleto della storia", dichiara molto pragmaticamente Neeson riguardo l'ambiente dell'industria del cinema. "A loro interessa solo com'è andato il tuo ultimo film. E' questo che ti apre le porte e ti fa lavorare". E infatti, dopo Schindler's List per Neeson il cambiamento c'è stato. E grosso. Ma tra Nell (1994), Michael Collins (1996), e I Miserabili (1998), dei film girati dopo quella "svolta", è Rob Roy (1995) quello cui Neeson deve di più, in prospettiva del suo futuro ruolo di Cavaliere Jedi. E' stato infatti nel film ambientato nella Scozia del 1700, in cui Neeson incarna una specie di Robin Hood con il kilt, che l'attore ha cominciato ad imparare a maneggiare la spada. A farla diventare laser ci ha pensato George Lucas.
E dire che il regista aveva concepito Qui-Gon Jinn come un personaggio carismatico molto saggio e venerabile, e aveva segnalato al casting di cercare una figura intorno ai sessant'anni. Nella testa di Lucas evidentemente c'era un doppione del maestro Kenobi-Guinness, ma Robin Gurland aveva ugualmente inserito Neeson nella rosa delle sue preferenze prioritarie. Così, alla fine del colloquio con il regista, durante il quale la conversazione esulava sempre da Star Wars, ma era più una chiacchierata sulla famiglia e sulla vita, mentre usciva, Neeson si fermò sulla soglia, si voltò e disse: "Per quello che può valere, io adorerei fare Star Wars". Non sappiamo (e nemmeno Neeson lo sa) se questa frase sia stata determinante a convincere Lucas a svecchiare di vent'anni il suo personaggio principale, ma tant'è lo ha fatto, e la scommessa, alla fine, è stata vinta. Ma questa non è stata l'unica volta che, grazie a Neeson, Lucas è stato costretto a cambiare idea. E chi conosce un po' George Lucas sa che non è così facile. Si dice che il regista americano sia preciso, metodico, organizzatore, e che pianifichi maniacalmente in anticipo ogni dettaglio del film, per cui non è per niente facile, durante le riprese, farlo deviare da quello che ha pensato a tavolino. Invece, in procinto di girare una scena molto intensa tra Qui-Gon e Shmi Skywalker, madre di Anakin, dopo un'accesa discussione, Neeson è riuscito a strappare una deviazione dal copione, una licenza "poetica" che gli ha consentito di pennellare un tocco di maggiore intimità ed emozione alla scena.
Riguardo invece il rapporto di Neeson con gli effetti speciali (Eopie a parte!), è particolarmente gustoso l'aneddoto tra l'attore e la sua truccatrice. Ci sono molte scene in cui Qui-Gon è in compagnia di Jar Jar Binks, quel bizzarro personaggio-clown con gli occhi di fuori e le orecchie a cascata, e poiché costui è stato creato interamente in computer grafica, Neeson si è spesso ritrovato a recitare da solo. Ora, nel film Neeson sfoggia una lunga chioma parzialmente raccolta dietro la nuca, che non è altro che una parrucca. Ma, durante le scene nel deserto, la colla che veniva usata per fissarla alla testa, a contatto con l'elevato calore della pelle, impiegava pochissimo a cristallizzare e a diventare come una polvere bianca simile a boro talco, che si vedeva subito. Allora era un continuo chiamare la truccatrice. "Su, su da' una ritoccatina qui", diceva Neeson, e lei, dopo essere accorsa e aver aggiustato le cose, replicava: "Liam, potresti anche essere una scimmia con una pipa in bocca. Quando il film uscirà, nessuno ti guarderà. Vedi quello spazio vuoto vicino a te?" E indicava il posto in cui sarebbe stato inserito Jar Jar. "Ecco, è lì che tutti staranno guardando!"
Per cui, vi raccomando: quando andate a vedere La Minaccia Fantasma, fategli un favore al vecchio Liam. Non aspettate di rivederlo nell'imminente horror The Haunting, ogni tanto, date un'occhiata anche a lui!
Padme Amidala di Naboo: una regina con la testa sulle spalle
Ci crederete o no, ma quando George Lucas la convocò allo Skywalker Ranch per offrirle la parte della Regina Amidala, la giovane attrice di origine israeliana non aveva mai visto nessuno dei tre film della trilogia originale di Guerre Stellari. Proprio nessuno. Ragion per cui nemmeno si rendeva pienamente conto della portata di quello che gli stava capitando. Era un colloquio di lavoro, come tanti altri, e basta. Furono i suoi amici a farle intuire la reale misura di quello che significava entrare nella produzione del film più atteso della storia del cinema. Ma Natalie Portman, diciottenne di Gerusalemme ma residente a Long Island (New York), per la testa non ha grilli, ma solo un gran numero di (pesantissime) parrucche. Una decina in tutto, tanti sono gli incredibili look che ha dovuto cambiare nel corso del film. Basti ad esempio lo spettacolare abito che sfoggia nel Palazzo Reale di Naboo (l'italianissima Reggia di Caserta), e che s'intravede in alcune sequenze dei trailer. L'abito ha l'orlo decorato da una serie di luci e ci sono voluti due mesi per confezionarlo! Proprio un bel vestito da indossare al ballo delle debuttanti. Eppure, nonostante i suoi diciott'anni compiuti il 9 giugno scorso, Natalie Portman una debuttante proprio non è. Chi non la ricorda nel bellissimo Léon, affiancare un Jean Reno tenero e spietato serial killer, con la sua inseparabile piantina? Era il 1994 e fu quello il suo vero debutto nella società, quella fatta di celluloide e celebrità. Tuttavia l'enorme successo di critica e pubblico che riscosse il film di Besson non la travolse, anche perché fin dall'inizio della sua carriera è stata gelosissima della sua vita privata, che ha cercato assolutamente di custodire e preservare in ogni modo, anche grazie al sempre attento coinvolgimento dei suoi genitori (in particolare di suo padre, medico esperto in tecniche della fertilità) nei suoi progetti di lavoro. E' facile dunque capire che, quando Natalie andò a parlare con Lucas, pur essendo solo quattordicenne, non era così sprovveduta da non capire le implicazioni dell'accettare un contratto che l'avrebbe impegnata per quasi otto anni su tre film che l'avrebbero resa davvero "popolare" in tutto il mondo. Per questo si prese alcune settimane per riflettere. Accettare avrebbe significato sapere già quello che avrebbe fatto a ventidue anni, una cosa grossa per una che si era appena affacciata nell'adolescenza e non sapeva ancora cos'avrebbe voluto fare nella vita. E ancora adesso che è su tutti i giornali ed in procinto di entrare all'università (è già stata accettata a Yale e a Harvard, deve solo scegliere), otto anni dopo essere stata "scoperta" in una pizzeria di Long Island da un talent-scout della Revlon, e aver cominciato come modella di costumi e accessori per la danza, ancora oggi dice di non sapere bene cosa vorrà fare "da grande". E se ci ha pensato alcune settimane per accettare Star Wars, figuratevi un po' quello che deve avere pensato quando Adrian Lyne gli offrì la scabrosa parte di Lolita nel remake dell'omonimo film di Kubrick. A nulla valsero le assicurazioni del regista di 9 settimane e _ che ci sarebbe stata una controfigura per le scene più bollenti. "Tanto la gente penserà comunque che sia io", pensò allora la Portman. E questa fu una delle ragioni che la indussero a declinare garbatamente l'offerta. Ed anche in Anywhere But Here, il prossimo film di Wayne Wang in cui Susan Sarandon interpreta sua madre, il regista ha accettato di riscrivere una scena in cui Natalie avrebbe dovuto avere un rapporto sessuale con un ragazzo. "Mio padre ha una regola sui miei ruoli nei film", afferma Natalie, che tiene gelosamente nascosto il suo vero cognome (Portman è quello di sua nonna da nubile) dalle zanne dei rotocalchi. "Se non ho fatto una cosa nella vita reale, non la devo fare sullo schermo". Anche se, su questo, sarebbe fin troppo facile obiettare, visto che ultimamente non ci risulta lei sia stata... regina! Ma lasciamo stare... Qualcuno l'ha definita la nuova Audrey Hepburn per la sua semplicità esile, ma piena di fascino, mentre della sua scelta George Lucas ha detto: "Avevo bisogno di qualcuno che impersonasse una ragazza quattordicenne in grado di governare un intero pianeta e di rendere tutto ciò credibile". E dal canto suo, lei ha regalmente incarnato la controparte del nuovo millennio della Principessa Leia, complice anche il particolare atteggiamento che ha conferito alla sua dizione, un modo studiato di recitare le battute che suonasse esattamente da regina, una recitazione simile alle attrici dei vecchi film tipo Katherine Hepburn o Lauren Bacall.
Del girare Star Wars, Natalie si lamenta soprattutto di essersi annoiata durante le pause della lavorazione ai Leavadsen Studios in cui, da un lato Liam Neeson e Ewan McGregor avevano al seguito mogli e figli e, dall'altro, c'era Jake Lloyd che ha solo otto anni. Questo almeno finché Lucas non le ha organizzato la visita di una sua amica da New York. Non fa mai cenno invece all'incidente che le è occorso sul set, quando una piccola carica utilizzata per simulare i colpi di fulminatore, le è accidentalmente esplosa vicino alla faccia in una scena di fuga e i detriti le sono finiti in un occhio. Lucas era mortificato, il tecnico responsabile dell'errore è stato messo a fare dell'altro, e Natalie ha dovuto passare il pomeriggio in ospedale per accertarsi che tutto fosse a posto.
Se potessi intervistarla, ripensando a quella storia secondo cui lei dice di non sapere ancora cosa fare della propria vita dopo tanti successi infilati uno dietro l'altro a soli diciott'anni, mi verrebbe voglia di chiudere l'intervista con una provocazione e chiederle: "Certo che è comodo, in attesa di decidere cosa fare della propria vita, sedersi per qualche anno sul trono del pianeta Naboo, no?" Ma so già che a questo punto, senza battere ciglio, già che Natalie si irrigidirebbe sul suo trono, alzerebbe il mento in atteggiamento regale e mi risponderebbe: "Oh, è quello che crede lei. Dovrebbe vedere, nei prossimi due episodi che razza di marito mi capita...!" E allora... God save the Queen!
Anakin Skywalker: l'età dell'innocenza
"Quando avevo sei anni, per Halloween mi sono vestito da Darth Vader", dice Jake Lloyd, un ragazzino in calzoncini corti come milioni di altri, solo con l'aria un po' più acuta e sveglia. "Mi piaceva Vader perché è un brav'uomo". Come?! Brav'uomo? "Certo, perché ha ucciso l'Imperatore. Penso che questo lo abbia redento". Adesso ne ha dieci di anni, il ragazzino, ma non li dimostra. Ne dimostra di più. E non si può dire che sia un bambino come milioni di altri. Lui diventerà Darth Vader... il mio cuginetto invece no (spero!)
E' abbastanza comune essere portati a pensare ai carnefici come a dei tiranni perpetui, cristallizzati nell'attimo eterno del massimo della depravazione per la quale sono diventati disgraziatamente celebri. Vi è mai capitato di pensare ad un piccolo, dolce Adolf Hitler in calzoncini corti (come milioni di altri bambini, appunto) che gioca innocentemente a palla in un cortile di una qualunque casa di Braunau? Necessariamente, ci deve essere stato anche per lui un periodo di innocenza. Eppure suona così strano... Come se non si possa (o voglia) ammettere che, coloro che commettono i crimini più feroci, inammissibili, imperdonabili, abbiano avuto anche loro un momento di non-colpevolezza. La totale mancanza di pietà nei loro confronti ci induce a pensarli colpevoli in toto. Colpevoli di essere nati. Ma il caso di Vader è diverso. Vader alla fine si redime, lui è un "good guy". E allora cosa importa se questo bel bambino dal caschetto biondo e il faccino da boy-scout con il temperino laser, cederà al Lato Oscuro? Lo sappiamo già, per cui tanto vale farci l'abitudine. E proprio sul fatto che sappiamo già come andrà a finire la storia di Anakin, c'è anche chi ha accusato Lucas per aver fatto una scelta sbagliata a iniziare la saga in media res, con l'Episodio IV. Lucas, dal canto suo, ha affermato con la massima tranquillità che non è tanto quello che succede alla fine che importa, quanto piuttosto come e perché Anakin arriverà a cedere al Lato Oscuro, quali saranno gli eventi tragici e traumatizzanti che trasformeranno l'innocenza in colpa, la rettitudine in depravazione, un bambino in un mostro.
Intanto, per quanto riguarda Jake Lloyd, se vogliamo il piccolo attore l'innocenza l'ha già perduta quando aveva sei anni e, dopo aver visto Terminator 2, ha detto a sua madre che voleva fare l'attore. Ora, molti bambini vogliono fare gli astronauti, ma quasi mai le relative madri lavorano alla NASA, né i padri fanno i consulenti per l'ESA. I genitori di Jake, invece, erano già dentro all'industria dello spettacolo (sua madre è produttrice e suo padre è un medico che lavora sui set), per cui, dopo che non lo avevano preso molto sul serio, e dopo che lui allora li aveva pregati, supplicati, implorati e ancora pregati, alla fine sua madre non si decise a provare e gli procurò un manager. La carriera di Jake iniziò subito con degli spot televisivi, poi con una particina in E.R., dove impersonò il piccolo Jimmy Sweet in tre episodi della stagione del 1994, la seconda. Ma le occasioni che lo fecero conoscere abbastanza da presentarlo all'attenzione di Robin Gurland per Star Wars, furono i suoi primi due film, entrambi del 1996: Unhook the Stars e Jingle All the Way dove impersonò il figlio di Arnold Schwarzenegger (e per un bambino che ha voluto fare l'attore grazie a Terminator 2, dev'essere stato un vero sballo!). "Jake aveva già una grande presenza scenica", dice la Gurland. "E poi avevamo anche bisogno di un bambino che si sentisse a suo agio su un set molto tecnico, con un sacco di lavoro da fare davanti al blue-screen". E Lloyd infatti, nonostante una sequela di ingiuste critiche apparse su Newsweek mesi prima dell'uscita del film sulla base di dicerie che circolavano su Internet e che avevano scatenato la difesa appassionata di George Lucas e Ron Howard, Jake non ha deluso i suoi estimatori. Li ha sorpresi, piuttosto. Il bambino fu così impressionato dal lavoro degli stunt-man del film, infatti, che durante la produzione ideò un effetto speciale tutto suo. "Feci spaventare maledettamente mia madre," spiega. "Caddi da un muro del set in Inghilterra alto dieci piedi, e feci in modo che lei credesse che mi fossi fatto male sul serio... Io sono malvagio". E ghigna, discolo impertinente. Che abbia preso la sua parte troppo sul serio?! Ad ogni modo, a prescindere dalla sua performance, è quasi un peccato non rivedere la sua bella faccia nell'Episodio II. Purtroppo si sa già che la prossima storia si svolgerà all'epoca in cui Anakin avrà vent'anni e il film comincerà ad essere girato l'anno venturo, quando Jake di anni ne avrà solo undici, davvero un po' pochini anche per i portentosi effetti speciali della ILM. Ma se pensate che Jake si sia già rassegnato vi sbagliate di grosso. "Ci mettono sempre talmente tanto tempo a scegliere gli attori," dice lui, "che potrei anche essere grande abbastanza!"
Sapendo quanto potente la Forza scorre dentro di lui, viene quasi da scommettere che qualcosa da escogitare la troverà.
Fonti principali:
Premiere, Maggio 1999, Vol. 12, N 9
Entertainment Weekly, 21 Maggio 1999, #486
SFX, Luglio 1999, #53
Empire, Agosto 1999, #122

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