Il momento dell'ironia con
Francesco Grasso


Sotto spirito
L'inquisitore in tutù






A giudicare dalle E-mail di complimenti giunte dai lettori, la scelta di dedicare questa rubrica umoristica al "plagio satirico" dei grandi autori sembra essere stata vincente. Ragion per cui, "Sotto Spirito" va avanti, proseguendo per la suddetta strada con inesausta ironia e reiterata perfidia. Dopo aver beffeggiato, nell'ordine, Isaac Asimov e William Gibson, questo mese siamo lieti di porre, sul nostro scaffale dei vasetti "sotto spirito", una prelibata confettura italiana. Come avrete intuito, oseremo punzecchiare nientemeno che il bravissimo Valerio Evangelisti e il suo spietato alter-ego letterario Nicolas Eymerich. Chi teme scomuniche, anatemi e ferri roventi, eviti accuratamente di proseguire la lettura.

Più che lo scrittore, bersaglio di questa puntata di "Sotto Spirito" è il personaggio. E' infatti difficile trovare spunto o motivi per beffeggiare Evangelisti: oltre ai suoi indubbi meriti letterari ed editoriali (superfluo sottolineare anche in questa sede le doti dell'indiscusso campione della SF italica), Valerio è persona così gentile, ammodo e affabile che ogni tentativo di colpirlo con gli strali dell'ironia risulta più difficile che sparare sulla Croce Rossa.
Nessun problema, viceversa, con il magister Eymerich, un anti-eroe oscuro, sapientemente reso odioso ed esecrabile dal suo inventore.
Il trecentesco inquisitore catalano non è solo un personaggio platealmente cattivo: è insopportabile. Ma non per la sua spietatezza, la disumanità, il disprezzo delle debolezze umane o la sublime passione per la menzogna e l'intrigo di cui si nutre (queste doti, al contrario, lo fanno grande)...
No, Eymerich risulta detestabile perché è troppo serio, perché non ride mai. E' un personaggio scandalosamente pieno di sé, così convinto del suo ruolo e della sua missione da porsi anni luce da ogni possibile autoironia. Nella sua serietà eccessiva Eymerich si atteggia, parla in modo, più che antipatico, intollerabile: basti ricordare la sua inesausta fraseologia paranoico-clericale, le sue dottissime e puntigliose citazioni latine e di letteratura teologica, le sue divagazioni politico-medieval-papali (tutti elementi che lo caratterizzano magnificamente, ma che alla fine fanno venire voglia di un liberatorio "pernacchione" napoletano). Eymerich è uno sdegnoso primo della classe, un secchione antipatico che tutti rispettano e temono ma che tutti, anche, sognerebbero di veder scivolare sulla prosaica buccia di banana per poi cadere testa in giù, con la sua candida tonaca da domenicano, in una bella pozza di melma.

Eymerich è uno di quei personaggi che da soli giustificano l'esistenza stessa della Satira: come i Gava, i Forlani, i Cirino Pomicino dei roboanti anni ottanta. Come il mitico Craxi, di cui Vincino e compari dicevano che aveva nutrito un'intera generazione di satiri, e che se non ci fosse stato avrebbero dovuto inventarlo.
Diciamolo pure: in questo pastiche cederemo a una voglia a lungo repressa, e prenderemo a torte in faccia padre Nicolas. Unica preoccupazione, che il suddetto padre schivi e le torte finiscano, anziché sul suo fiero cipiglio trecentesco, sull'ignaro viso ascetico di Evangelisti. Valerio, si sa, nutre verso Eymerich un affetto talmente profondo da virare a volte in un'autentica identificazione (non ci stupiremmo di vedere realmente su un volume Mondadori la copertina ritoccata a fianco). Il rapporto Evangelisti-Eymerich rappresenta il classico esempio di scrittore perdutamente innamorato del proprio personaggio. Più infatuato di Conan Doyle verso il suo Sherlock Holmes, più invaghito di Salgari verso Sandokan, più geloso di Fleming nei riguardi di 007, Valerio ama Eymerich al punto che, se fosse un regista, non staccherebbe mai l'inquadratura della macchina da presa dal primo piano del suo alter-ego letterario.
Per questo motivo, temiamo fortemente che, con quanta attenzione possiamo indirizzare le nostre torte, schizzi di panna montata finiranno inevitabilmente su di lui.
Con Valerio ci scusiamo in anticipo. Essere preso a modello dopo Asimov e Gibson crediamo non sia offensivo, ma dimostri anzi la grande considerazione (e simpatia) in cui viene tenuto. Confidiamo nella sua rinomata bonomia perché sorrida e non se la prenda. Se, nonostante tutto, offesa ci sarà, lo dissuadiamo comunque a scaldare i ferri di Mastro Gombau: abbiamo già pronto un biglietto Quantas di sola andata per la Tasmania.
Buona lettura.


Le verruche di Eymerich

(di Valerio Evangelisti?)

1 - Il sentiero

- Magister! Fermatevi, Magister, vi prego!
Nicolas Eymerich tirò a sé le redini del robusto stallone bianco. L'animale arrestò il suo galoppo e chinò il muso a brucare l'erba sul ciglio dell'impervio sentiero. Con sguardo corrucciato l'inquisitore si volse indietro, verso i cinque cavalieri che arrancavano faticosamente alle sue spalle.
Padre Gaudio Farmimal fu il primo a raggiungerlo. L'anziano domenicano, partito con Eymerich da Avignone, cavalcava secondo i fioretti di mortificazione della carne che usava autoimporsi: portava in bocca il morso del cavallo, sedeva su una sella legata al contrario col pomolo contro il fondoschiena, e si colpiva regolarmente con il frustino di cuoio intrecciato recitando, a ogni scudisciata, salmi con voce trasognante.
- Cosa c'è, padre? - chiese bruscamente Eymerich.
- I cavalli, magister. Hanno bisogno di riposo. E' dalle laudi che cavalchiamo.
L'inquisitore squadrò gelidamente il confratello. Misurò la distanza a cui l'altro si era arrestato con la lunga pertica che portava sempre con sé a tale scopo. Burberamente soddisfatto della verifica, si degnò di concedere una spiegazione.
- Non avrete dimenticato, spero, l'urgenza della nostra missione. - sibilò - Il pontefice in persona è preoccupato per gli accadimenti diabolici che sconvolgono queste sfortunate contrade... Dobbiamo raggiungere la rocca di MontPopon entro il tramonto, e impiantarvi il tribunale già da stanotte.
- Ma i cavalli non reggeranno, magister! - insistette l'anziano frate - Il baio del signor De Cocacol ha già la schiuma alla bocca... E guardate il vostro stallone. E' esausto! Non vorrete farlo stramazzare, magister.
Eymerich inarcò un sopracciglio. - Voi dimenticate le prerogative di un inquisitore generale, padre. Secondo la bolla papale protocollo num. 127 del 15/9, a un inquisitore è concesso di far stramazzare la propria cavalcatura e di proseguire comunque il proprio cammino requisendo l'animale di un altro cavaliere... La vostra giumenta, ad esempio, mi sembra ancora in forze.
L'anziano domenicano, soggiogato dalle parole di Eymerich, non trovò la forza di replicare. Toccandolo solo con la punta della pertica, l'inquisitore lo fece smontare, scese egli stesso da cavallo e, dopo aver ripulito e sterilizzato accuratamente la sella dell'altro, salì sulla seconda cavalcatura.
Il rumore di zoccoli lo informò che i restanti membri del gruppo li avevano raggiunti. Eymerich passò criticamente in rassegna la propria scorta. Avanti a tutti era mastro Lindt, il boia. Era un uomo completamente calvo, con un cerchio d'argento all'orecchio sinistro e braccia delle dimensioni di tronchi d'albero. Il suo cavallo era bardato con due voluminose ceste di vimini da cui faceva capolino una collezione di ferri di inequivocabile utilizzo. Alla sua destra e alla sua sinistra cavalcavano i suoi aiutanti, due nerboruti giovanotti che erano stati presentati a Eymerich come Bibì e Bibò. Indossavano entrambi due tuniche aderenti che mettevano bene in mostra i pettorali. Sulla schiena del primo era ricamata la scritta "Mastro Lindt Gymnasium, Aerobicas et Shiatsus". Il secondo sfoggiava invece un "No pain no gain" che Eymerich ipotizzava espressione di qualche antico dialetto occitanico.
Un po' discosto, un'espressione impenetrabile sul viso rubizzo, veniva il signor De Cocacol, notaio del tribunale di Biscardonnes, detto "del lunedì" perché si riuniva per celebrare processi ecclesiastici, appunto, il primo giorno della settimana.
Fu quest'ultimo ad afferrare per primo la situazione. - Vuole proseguire da solo, padre Nicolas?
Eymerich annuì gravemente. - Mi raggiungerete al castello di MontPopon quando potrete. Nel frattempo, senza rivelarmi ai castellani, comincerò a raccogliere indizi su questa nuova cospirazione eretica.
- Perdonatemi, padre... - azzardò Cocacol - Non vi consiglio di addentrarvi da solo per questi sentieri.
Eymerich si erse con fierezza sulla sella. La sua voce suonò carica di enfasi. - Pensate forse che io abbia da temere i malefizi, le stregonerie e gli strali satanici degli eretici? Il Maligno può avere ancora qualche potere, è vero, ma la forza di Santa Madre Chiesa, che io rappresento, mi rende sicuro. E se Madre Chiesa, come talvolta occorre, deve snudare la spada e affondarla nel cuore dei nemici di Cristo, ebbene, io non ho remore a impugnare tale spada anche da solo.
- No, magister. - scosse la testa Cocacol, imbarazzato - Non mi riferivo ai pericoli. Piuttosto... Ricordate Clareville?
- Clareville? - ripeté Eymerich, dubbioso.
- L'ultima volta che vi siete lanciato a cavallo in una regione che non conoscevate, diretto a Fresconnes... Avete imboccato il bivio sbagliato e non ritrovavate la strada. Vi siete infuriato con i contadini che insistevano di trovarsi a Clareville, mentre voi pensavate fosse Fresconnes... e avete fatto bruciare l'intero paese.
L'inquisitore strinse gli occhi, gelido. - Voi dimenticate le prerogative di un inquisitore generale, signor notaio. Secondo la bolla papale num. 362 del 10/2, l'inquisitore è sempre sulla retta via. Solo il Papa può dirgli che ha sbagliato strada. - Eymerich scandì le sillabe con alterigia - Ma, finora, nessun Papa lo ha mai fatto...
- Sì, ma i contadini di Clareville?
- Di certo la loro debole mente era confusa da false dottrine eretiche e dall'influsso del maligno. - tagliò corto Eymerich - Nulla che un bel rogo non potesse sanare... Ma ora basta chiacchiere. Vi aspetto a MontPopon.
Detto questo, l'inquisitore avvolse il mantello intorno al corpo spigoloso, spronò la giumenta e scomparve lungo il sentiero. Cocacol rivolse uno sguardo complice a Mastro Lindt, sollevò l'indice e lo picchiettò contro la tempia. Poi, vedendo che padre Farmimal lo spiava, sorrise imbarazzato e si segnò, scrollando le spalle.
L'inverno del 1359 si preannunciava molto freddo.

2 - Salve Reggina

Carmelino detto 'u fetusu afferrò con un sogghigno il rotolo di banconote e cominciò voluttuosamente a contare la sua vincita. La radiolina Casio posata sul tavolino a tre gambe gracchiava i risultati delle partite dagli altri campi, ma nessuno degli uomini presenti nella stanza sembrava badarvi.
Il bookmaker del totonero guardò con contrarietà il misero gruzzolo rimasto in cassa. Scoccò un'occhiata astiosa a Carmelino.
- Chi cazzo sei, tu? - ringhiò.
L'altro sembrò sorpreso. - Uno scommettitore. - replicò con serenità.
- Lascia stare le stronzate. - ribatté il compare del bookmaker, un gorilla in completo a righe e occhiali neri. - Credi che non parliamo coi fratelli del totonero? Nelle ultime tre giornate hai fottuto all'organizzazione quasi cinquanta milioni.
- Sono fortunato. - sorrise Carmelino, strizzando gli occhi chiari.
- Fortunato un cazzo! - esplose il bookmaker - Tu imbrocchi dei risultati assurdi. Punti su squadrette rimaneggiate, su formazioni di serie B, su partite senza speranza... E vinci! Guarda oggi! Una neopromossa, sei a zero all'Inter! - l'uomo si torse le mani - Chi hai dietro? La Mafia? Gli albanesi? La CIA? Maurizio Mosca?
Senza smettere di sorridere, Carmelino fece scomparire il rotolo di banconote nella tasca interna della giacca e aprì la porta della stanza.
- Vi andrà meglio la prossima volta. - concluse, chiudendo l'uscio alle proprie spalle prima che il bookmaker e il gorilla potessero ripensarci.
Una volta al sicuro, Carmelino respirò a fondo, soddisfatto di sé: il suo viaggio nella cittadina calabrese era stato proficuo...
Si guardò intorno. Dagli spalti dello stadio, ancora tutt'altro che deserto, si godeva della vista della striscia turchese dello Stretto, della Sicilia oltre il braccio di mare, e del triangolo imbiancato dell'Etna contro il fondale vaporoso delle nubi. I tifosi locali, in delirio, intonavano all'ombra di un'immensa bandiera amaranto uno sgrammaticato ma tonante "Salve Reggina" in onore della propria squadra, intenta a percorrere un ultimo giro di campo.
La formazione degli sconfitti, al contrario, era quasi completamente rientrata negli spogliatoi. I giocatori in casacca neroazzurra avevano il viso scuro, e camminavano in modo singolare, denotando una condizione che solo Carmelino poteva capire, e che lo faceva sorridere. Ronaldo, il penultimo della fila, zoppicava vistosamente. Vieri, che chiudeva la formazione, saltellava su un piede solo.
Carmelinò sogghignò. Avrebbe dato metà della propria vincita per vedere la loro espressione quando si fossero tolte le scarpette.

3 - MontPopon

La meridiana Rolex della torre segnava le compieta e venti quando Eymerich varcò le mura di MontPopon.
L'inquisitore indossava un cappello che gli celava la tonsura, e il mantello in cui era strettamente avvolto nascondeva la sua tonaca da domenicano. Aveva deciso di mantenere l'anonimato, per il momento.
Il selciato della piazza principale dell'abitato era coperto da uno strato uniforme di paglia e di sterco animale. Addossati alle casupole dei borgatari, carretti trainati da somari trasportavano balle di fieno, rotoli di tessuto e altre mercanzie dozzinali.
Gli occhi attenti di Eymerich cominciarono a registrare ogni dettaglio. Subito l'inquisitore si rese conto della stranezza: molti tra gli abitanti di MontPopon avanzavano per le stradine del borgo reggendosi su approssimative stampelle, con atroci smorfie di sofferenza dipinte sul viso. Anche coloro che camminavano sulle proprie gambe muovevano gli arti inferiori in modo innaturale, contorcendo le caviglie nei calzari e ansimando, quasi temessero di poggiare per terra la pianta dei piedi.
Eymerich rimase a lungo nell'ombra a osservare. Nell'aria aleggiava una sensazione di pericolo, di malessere, una presenza che l'inquisitore poteva cogliere distintamente. Di certo, pensò, intorno a lui il Maligno era all'opera. Ma adesso, col suo arrivo, l'eterno avversario avrebbe scontato il fio del suo miserabile ardire.
Scelse la meno fetida tra le locande ed entrò con passo deciso. Sprecò con l'oste solo le parole necessarie per prendere in affitto una stanza, e salì quindi speditamente al piano superiore.
La camera era doverosamente lercia. Sul pagliericcio, una quadriglia di pidocchi stava eseguendo un minuetto al lume di candela. Eymerich si tolse con cura il mantello, ripiegò accuratamente la tonaca e lo scapolare sull'omino stendiabiti Foppa Pedretti che portava sempre con sé, e si dispose a passare la notte rannicchiato sull'inginocchiatoio.
Prima di addormentarsi, però, decise di consumare il pasto che l'oste, secondo le istruzioni, aveva lasciato fuori dalla porta. Eymerich scoperchiò la ciotola di terracotta e vide che si trattava di una minestra di legumi e un trancio di tonnina. Mormorò una preghiera in ringraziamento, impugnò il cucchiaio di legno e ingurgitò il tutto senza particolare appetito, progettando piani per l'indomani. Poi versò acqua dalla brocca e si lavò accuratamente le mani, fece i gargarismi, il bidet, si passò il filo interdentale tra i molari e si nettò le unghie dei piedi. Si rasò con un coltello Ghilettus a doppia lama, si spazzolò il mantello eliminando anche la più piccola particella di polvere, si pettinò i capelli e sistemò la tonsura con una forbicetta e la gommina. Ancora insoddisfatto, si mise carponi e cominciò a eseguire le trenta flessioni serali che il trattato Opus de fide catholica adversus pinguaetudinis et aernias de discus di Alano da Lilla raccomandava vigorosamente agli inquisitori generali.
Una flessione, un respiro, una flessione, un respiro...
- Cheppalle! - esclamò una voce - Non si potrebbe passare alla scena successiva, una buona volta?
Eymerich balzò immediatamente in piedi.
- Chi ha parlato!? - intimò.
La stanza era deserta. L'inquisitore spiò fuori dalla porta. Nessuno.
Presenze demoniache, pensò. Nulla che un bel rogo non fosse in grado di disperdere.
E riprese le flessioni. Fino all'ultima. Poi si addormentò.
Fu destato da un rumore improvviso in piena notte. Controllò la clessidra Swatch regalatagli da Papa Clemente: era il mattutino meno dieci. Con i nervi tesi, Eymerich corse in silenzio verso la finestra. Dall'imposta socchiusa filtrava la luce di numerose torce.
L'inquisitore aguzzò le orecchie, e con raccapriccio colse il grido proveniente dalla strada.
- Zantys! - implorava un frastuono di voci - Proteggici, grande Zantys! Salvaci!
Eymerich gettò un rapido sguardo in strada, e la visione che colse fu orrenda.
Chiuse d'istinto le imposte e corse a impugnare il crocifisso visigoto con la scritta Made in Taiwan che portava sempre con sé. Respirò a fondo prima di calmarsi. Ormai la stanchezza era svanita, e d'altronde non avrebbe più potuto chiudere occhio, dopo quanto aveva visto. Indossò di nuovo gli abiti da domenicano, si gettò in ginocchio e intonò sommessamente la compilation di salmi da vecchio testamento che aveva inciso dietro contratto, e che la Casa Editrice pensava di dare in omaggio allegato al Trattato Giuridico sull'Inquisizione ormai in via di stampa.
Le grida, giù in strada, continuavano. Ma Eymerich, a denti stretti, sdegnosamente si imponeva di ignorarle.
- Per questo l'ira del Signore si accese contro il suo popolo, stese la mano contro di lui e lo percosse. - ringhiò sottovoce - I monti tremarono, i loro cadaveri furono come carogne in mezzo alle piazze. Con tutto questo il suo furore non è cessato e la sua mano rimane stesa. Psalm duodecimus. In nomen tuum...
- 'sti cazzi! - echeggiò di nuovo la voce senza un corpo - Basta con questa lagna da parrocchia! Non ce ne frega niente! Fateci vedere cosa succede fuori dalla finestra, piuttosto!
- Taci, Satana! - sibilò Eymerich, furente - Non riuscirai a confondermi. Supererò la prova di stanotte, e domani conoscerai attraverso di me l'ira del Signore.
E proseguì. - Nec occidas quisquam ex hominis ut postea ad castra pervenitur usque tandem Catilina semel in anno licet insanire Gallia divisa est in partes tres...
La notte fu molto lunga.

4 - La rivelazione

Quando la tenda venne scostata, il muro di giornalisti sportivi sembrò ondeggiare. Ferrante, della Gazzetta dello Sport, diede una gomitata al collega Ascani.
- Hai visto? Si è presentato. Mi devi una cena.
- Devo ancora sentirlo parlare. - mugugnò l'altro, contrariato.
Alex Del Piero sedette sul palchetto posto davanti ai giornalisti. I suoi medici personali presero in consegna le stampelle, il fisioterapista si sistemò alle spalle del giocatore senza smettere un istante di massaggiarlo. Due dei suoi procuratori gli si disposero a fianco con due grandi ventagli di piume di struzzo, mentre il terzo (un avvocato fiscalista di Busto Arsizio) si mise a quattro zampe a mo' di sgabello, in modo che il campione potesse tenere sollevato il piede bendato.
- Cosa è successo, Alessandro? - chiesero all'unisono gli inviati del Corriere dello Sport e del Guerrin Sportivo. - Perché hai lasciato il ritiro?
Fu come il segnale dello starter. Immediatamente, tutti i giornalisti si alzarono in piedi e cominciarono a chiocciare.
- Quando potrai tornare in campo?
- Di che natura è il tuo infortunio?
- Confermi che si tratta di una reazione agli anabolizzanti?
- Si dice che hai esagerato con gli steroidi. E' vero?
- Perché le analisi mediche sono state tenute segrete?
- Perché?
- Perché...?
Il calciatore sembrò consultarsi brevemente col fisioterapista. Quest'ultimo annuì con aria comprensiva. Del Piero fece cenno ai procuratori. Lentamente, con la massima attenzione, le bende che avvolgevano il piede destro dell'atleta vennero sciolte. Quando l'ultima garza cadde, il fronte dei giornalisti ammutolì all'unisono. Qualcuno gridò. L'inviata di "Donna Moderna" svenne.
Nel silenzio generale, una sola voce echeggiò per tutta la sala. Veniva da Del Piero, ma non dalla sua bocca, bensì dalla pianta del piede nudo rivolto ai giornalisti.
- Qualcuno ha una Marlboro? - disse.
E fu il fuggi-fuggi generale.

5 - Il principe e il povero

- Non avete una buona cera, magister. - osservò Farmimal.
- Non l'avreste neanche voi, padre, se aveste dovuto combattere il demonio tutta la notte. - replicò torvo Eymerich.
- Che volete dire? - chiese l'altro, allarmato.
- Lasciate perdere. - tagliò corto l'inquisitore - Siete pronto a obbedire ai miei ordini?
Padre Farmimal annuì vigorosamente. Erano seduti al tavolo della locanda per una frugale colazione. O, almeno, Eymerich era seduto. Farmimal era in ginocchio, con la tonaca sollevata sulle cosce e le rotule poggiate su uno strato uniforme di ceci secchi. Ogni movimento strappava all'anziano frate un gemito di sofferenza mista a piacere.
- Dite pure, magister. - disse docilmente - Cosa volete che faccia?
- Anzitutto mantenete le distanze. Non vedete che siete a metà della pertica?
- Perdonatemi, magister. - sobbalzò Farmimal, arrossendo.
- Lasciate perdere.
- Nient'affatto! - ribattè Farmimal, reprimendo piccoli brividi di goduria - Ho sbagliato, magister, e devo assolutamente essere punito. E la punizione dev'essere adeguata...
- Zitto e spostatevi! - gli intim˜ Eymerich. Il frate ubbidì portandosi, balzellando ginocchioni, ai due metri regolamentari.
Eymerich lo squadrò gelidamente. - Ora ascoltatemi. Dobbiamo recarci a colloquio con il signore di MontPopon.
- Il principe? - balbettò l'altro - E perché? Credevo dovessimo impiantare il tribunale.
Eymerich, che disprezzava la debolezza di mente ancor più di quella fisica, storse la bocca. Ma si ingiunse di pazientare.
- Vedete, padre Farmimal, il nostro pontefice Clemente ci ha inviati qui per qualcosa di più delicato che un processo a una setta eretica. - Eymerich congiunse le dita - Il casato dei De Curtis, che governa MontPopon dalla morte del balivo di Biscardonnes, riveste una posizione altamente strategica per gli interessi di Avignone, specie ora che la Guerra dei Cento Anni è ai tempi supplementari... L'attuale principe è il cugino del cognato della zia morganatica del nipote di terzo letto della baronessa di Rocher, che come sapete ha un'influenza non disprezzabile sul casato dei Plantageneti. Dopo la nefasta firma del trattato di Montchretien, Edoardo III dispone ormai solo dell'alleanza del ducaconte Barembani, di un accordo segreto con il casato dei Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, e della neutrale benevolenza di Clemente, che però al contempo vede di buon occhio una successione trasversale di stampo matrilineare-epistemiologica al ducato di Borgogna. Quindi, se noi accusiamo il principe De Curtis, muoveremo la baronessa in suo soccorso, faremo sospettare a Edoardo III che lei lo tradisca, costringeremo il Delfino a ritrattare la fiducia verso il ducaconte, e con il barone Mazzanti andremo a dama. Capite ora?
- Mi viene da vomitare. - confessò Farmimal.
- Molto bene. - approvò Eymerich - In piedi, dunque! Andiamo a presentarci al principe!
Il consueto traffico di claudicanti affollava le viuzze della cittadina. Eymerich, che odiava la calca e che se solo fosse andato al lido INPS di Ostia a Ferragosto avrebbe abbandonato i roghi per darsi alle armi termonucleari, aspettò che nel viavai si aprisse un varco sufficiente per lui e il suo compagno.
- Avete notato, magister, come gli abitanti di questo villaggio camminino stentatamente? - osservò Farmimal.
- Exurge Domine et iudica causam tuam. - replicò Eymerich.
- Molti hanno i piedi avvolti in bende. - mormorò ancora Farmimal - Alcuni avanzano addirittura con le stampelle...
- Cuncta stricte discussurus. - fece Eymerich.
- Si lamentano in maniera davvero straziante... - aggiunse l'altro.
- Solvet saeclum in favilla. - ribatté l'inquisitore.
- E sembra che tutti invochino l'aiuto di un certo Zantys. - proseguì Farmimal - Due paesani ne stavano parlando, quando sono arrivato... Sembra che sia un grande sapiente, un filosofo guaritore. La gente di qui lo ammira incondizionatamente...
- Come al solito non avete capito nulla, padre. - tagliò corto Eymerich, sprezzante. - Tacete, ora. Quello è il palazzo del principe.
Il portone era presidiato da una guardia anziana con espressione non troppo sveglia, che portava un'alabarda arrugginita sotto il braccio.
- Chi siete? - cantilenò meccanicamente, senza alzare gli occhi sui due frati.
- Membri della Sacra Inquisizione. - disse altero Eymerich.
- Dove andate?
- Dobbiamo parlare urgentemente con il principe.
- Cosa portate?
- L'ira del Signore nelle nostre mani. - sibilò l'inquisitore, spazientito.
- Due fiorini.
- Cosa!?
- Sono due fiorini. - ripeté la guardia. Allungò una mano con il palmo aperto verso l'altro e tacque, come se avesse esaurito il suo repertorio.
Eymerich perse decisamente la pazienza. - Ascoltami bene, vecchio idiota. - ringhiò - Se non ci annunci immediatamente al tuo padrone, sarai accusato di aver ostacolato un inquisitore nell'esercizio delle sue funzioni. Ciò equivale a sacrilegio ed eresia. Sarai scomunicato, imprigionato e condannato. La tua carne brucerà finché non sarà carbone, le tue urla risuoneranno finché la tua lingua essiccata non ti cadrà dalla bocca.
- Me' cojoni... - commentò placidamente il guardiano, non accennando nemmeno a cedere il passo.
Eymerich strinse i denti, furioso. - Tu non ti rendi neppure conto del potere che stai sfidando, vecchio stupido. Il mio nome è rispettato e temuto in ogni regno cristiano. Io ho sconfitto i catari, ho bruciato i naasseni, ho annientato gli albigesi, ho massacrato i carpocraziani, ho disperso i perati, ho sgominato gli ofiti, ho squarciato le carni dei barbelognostici, ho spezzato le ossa dei pagani...
- Tutto qui? - chiese il guardiano, controllandosi distrattamente le unghie.
L'inquisitore abbassò la voce. - E va bene, l'hai voluto... - il suo tono si ridusse a un sussurro - Io ho resuscitato la fantascienza in Italia! Prima di me, gli autori chiedevano l'elemosina all'ingresso delle torri della Mondadori e contendevano le briciole di pane ai cigni di Segrate.
Il guardiano sbiancò in volto. Si segnò con sguardo terrorizzato. - Perdonatemi, mio signore, io... io non sapevo, io non credevo...
Eymerich non lo degnò di un'occhiata. Lo superò in fretta e, tirandosi dietro un Farmimal molto confuso, entrò nella sala delle udienze.
Il principe era intento in una discussione con un uomo vestito con una tunica di spugna di marca Bassetti. All'arrivo dei due domenicani, si voltò gioviale verso di loro e sorrise.
- Padre Nicolas, Padre Gaudio... - esordì allegro - E' un piacere conoscervi, finalmente.
- Ci aspettavate? - chiese Eymerich, sospettoso.
- Ma certo. - il principe fece cenno verso il secondo uomo - Ma permettete che vi presenti il mio graditissimo ospite e amico... - la suo voce trasudava ammirazione - Il molto sapiente e reverentissimo maestro Conrad Guy Zantys.
Eymerich socchiuse gli occhi. Tutto gli era chiaro, finalmente.

6 - Fiorano

L'irlandese tossicchiò con aria contrariata.
- Questa... essere... grande stronzata! - sillabò nel suo italiano stentato.
L'uomo grasso dal viso tondo replicò nel suo marcato accento tedesco. - Ach, molto pene! Se c'è una stronzata da dire o da fare, noi siamo i migliori nel campo.
- Mi permetto di dissentire, signori. - protestò Carmelino 'u fetusu. - Il mio metodo è una cosa seria. Deriva da antichissime conoscenze esoterico-cabalistiche, ed è stato tramandato a noi attraverso un rarissimo manoscritto trecentesco. Le persone che lo conoscono, ai nostri giorni, si contano sulle dita di una mano.
- Se è così prezioso, perché non lo usa in prima persona, invece di proporlo a noi? - ribatté Luca Cordero di Montezemolo.
Carmelino scrollò le spalle. - L'ho fatto, per qualche tempo. Ma ormai i padroni del totonero mi sono addosso. Devo sparire, e mi servono soldi.
- Ach, pasta ora perdere tempo! - tagliò corto l'uomo grasso - Cosa serve per la cerimonia? Ciocche di capelli, pampola di cera?
- Non è mica vudù, Jean! - sbuffò Montezemolo.
- Però, in effetti, una fotografia aiuterebbe... - ammise Carmelino - Ne avete una?
L'irlandese si consultò con l'uomo grasso, poi tirò fuori un ritaglio di giornale ove era raffigurato un giovane dalla mascella squadrata e dai capelli stopposi. Sulla sua candida tuta ignifuga era stampigliata la semplice scritta "Mika".
Fattosi serio, Carmelino sfogliò un polveroso volume dalla copertina istoriata, si fermò su una pagina particolarmente consunta, e iniziò a declamare con aria sognante.
- In nome del grande innominabile e del suo servo Zantys! - esordì - Si colpisca la carne e la pelle di questo miserabile mortale, e in lui nascano... - si rivolse ai tre uomini che lo attorniavano - Cosa? Cosa volete che gli spunti?
- Carie, nei e unghie incarnite... - propose l'uomo grasso.
- Verruche così grosse che dopo la doccia gli chiedano le ciabatte. - aggiunse Montezemolo.
- Forfora... - si associò l'irlandese, in tono un po' meno scettico di prima - Foruncoli, funghi, puzza di piedi...
- ...e un bel tartufo nel culo. - concluse Montezemolo.
Carmelino sogghignò prima di riprendere il rito. Avrebbe ritoccato verso l'alto la sua parcella. I clienti potevano permetterselo.

7 - Scontro fra titani

- Posso chiederle, padre Nicolas, cosa la porta sulle mie terre?
Eymerich valutò freddamente la situazione. Il principe era un uomo di bassa statura, magro e nervoso. Portava i capelli impomatati e pettinati all'indietro, aveva occhi furbetti e un naso appuntito. Non era ancora preda dell'eresia, concluse l'inquisitore, ma ne era profondamente affascinato: occorreva scuoterlo, colpirlo anche con durezza. Solo così lo si sarebbe ricondotto sulla retta via.
- Cosa mi ha portato a MontPopon, dite? - rispose altero - Gli stessi motivi che, in questi anni, mi hanno condotto a Castres, a Carcassonne, a Tolosa, a Marsiglia, ad Aix, in dozzine di paesini di Provenza e Linguadoca... Il volere di Santa Madre Chiesa, di Papa Clemente, dell'Inquisizione e dell'Ente Autonomo per la Promozione Turistica della Francia Meridionale.
- Uh... - mormorò il principe, impressionato - Ma cosa vi aspettate di trovare nel mio feudo, dunque?
- Esattamente quello che ho davanti agli occhi. - Eymerich puntò il dito verso Zantys. La sua voce vibrava della collera del giusto. - Falsi vescovi e falsi dottori, che blandiscono il volgo diffondendo esecrabili dottrine eretiche. Sedicenti maestri di saggezza, in realtà servi del Maligno.
Guy Zantys non si lasciò intimorire. Sul suo viso candido, incorniciato da un caschetto di capelli neri tagliati a scodella, regnava un'espressione placida, assolutamente disinteressata.
- La seconda che hai detto. - disse stolidamente, esibendo un pesante accento foggiano.
- Le vostre accuse sono gravi, padre. - osservò il principe, adesso in tono offeso - Spero che possiate provarle.
L'inquisitore gonfiò il petto. - Certamente. Tra i villani di questo castello ho riconosciuto segni di un'afflizione innaturale, certamente effetto di stregonerie eretiche.
- Si tratta di semplici verruche! - protestò il principe - I miei sudditi ne soffrono, e il maestro Zantys sta mettendo a punto una terapia per debellarle.
Gli occhi di Eymerich si ridussero a due strette fessure. - Non è così semplice, mio caro principe. Questi casi sono trattati a fondo nella letteratura ecclesiale. Basti citare il De inquisitione haereticorum et paedestris bubbonis di Ivoneto, la Summa de Phodologis et Leonistis seu pauperibus di Rainerio Sacconi, il De sanctissimo sacramento et pedibus puteolentis di Lugduno, le epistole di San Paolo Apostolo ai logopedisti, i testi di Raimondo Lullo e il Calendario di Frate Indovino... Per non parlare degli abominevoli testi demoniaci quali il Picatrix, il Daemonolatria di Remigius, Il Necronomicon di Abdul Alahzared e I miei primi quarant'anni di Marina Ripa di Meana... - l'inquisitore ghignò, ormai certo del trionfo - Il vostro "maestro Zantys" non è altri che uno stregone.
Il principe era sbiancato. Si rivolse a Zantys. - Maestro, come rispondete a queste accuse?
Eymerich vide che, oltre la soglia della stanza, un gruppetto di persone era intento ad assistere con sguardo trepidante alla scena. Tra costoro, riconobbe il signor De Cocacol, Mastro Lindt, Bibì e Bibò. Oltre le bifore che davano in strada, intuì anche la presenza della gente del paese, corsa a spiare quell'eccezionale confronto verbale.
Zantys annuì con aria vagamente ebete. Poi, finalmente, parlò.
- C'è grossa crisi... - mormorò - La gente non sa più quanto sta andando...
Il principe sorrise ammirato. La folla, fuori dalle finestre, si lasciò sfuggire un grido di trionfo.
- Vedete, padre, quanta saggezza in quest'uomo? - esclamò De Curtis - Egli , certamente, non può essere malvagio.
Torvo, Eymerich decise di cambiare tattica. Si rivolse direttamente Zantys.
- D'accordo... maestro. - la sua voce era carica di velenosa ironia - Permettetemi allora di mettere alla prova la vostra decantata saggezza... C'è un passo, nella letteratura patristico-ermeneutica del terzo secolo, dibattuto dai più grandi e sapienti filosofi cristiani: Clemente Alessandrino, Origene, Sant'Agostino, Tertulliano, Gregorio Magno, Basilio di Cesarea, Ireneo, Tommaso D'Aquino, Red Ronnie, Jovanotti... Inutile ricordarvi di cosa si tratta: di certo lo sapete benissimo. La mia domanda è: siete maggiormente d'accordo con Origene o con Tertulliano?
Dietro la maschera glaciale, Eymerich si concesse un sorriso di trionfo. Zantys non aveva scampo: se si fosse professato sulle posizioni di Origene, che negava ogni possibilità di cura terrena per le infezioni agli arti inferiori, avrebbe smentito sé stesso. Se, viceversa, si fosse detto convinto dei precetti di Tertulliano, avrebbe sposato una posizione condannata dai teologi degli ultimi decenni, e si sarebbe automaticamente confessato eretico. Se, infine, avesse ammesso di non conoscere abbastanza a fondo la questione, ne sarebbe uscito screditato come sapiente.
Zantys non aveva alcuna possibilità. Soddisfatto di sé, Eymerich incrociò le braccia e attese fiducioso la risposta del suo avversario.
L'uomo in tonaca di spugna batté le palpebre più volte. La sua espressione era sempre più ebete. Nella stanza e in tutto il castello, il silenzio era palpabile. Il pubblico tratteneva persino il respiro.
- La domanda è mal posta... - disse alla fine Zantys, con la massima tranquillità - In realtà volevate chiedermi: "Che ore sono?" - controllò il Bulova ad acqua che gli pendeva al fianco - E' l'ora sesta e tre minuti.
Oltre le bifore, il giubilo della folla esplose. Il principe corse ad abbracciare Zantys.
Eymerich, confuso, cercò con gli occhi il sostegno di padre Farmimal, ma questi stava esaminando con libidine una collezione di cilici e di spilloni acuminati esposta in bell'ordine su una cassapanca.
- Zantys! Guy Zantys! - gridava il volgo - Quelo! Quelo!
L'uomo in tonaca Bassetti sembrò voler accontentare il suo pubblico. Impugnò un singolare feticcio, nient'altro che un pezzo di legno con qualche chiodo sporgente, e lo brandì verso le finestre. Le urla della folla raddoppiarono di intensità.
Per Eymerich era troppo. Tremando di collera, l'inquisitore levò le braccia al cielo e gridò con voce stentorea.
- Idolatria! Paganesimo! - il suo volto si accese di un'incontenibile ira - In ginocchio, miserabili, e chiedete perdono a Dio dei vostri immondi delitti, o brucerete per l'eternità. Perché in me è la furia di Abimelech, che distrusse la città di Sichem e vi bruciò Baal con mille uomini! Perché in me è la forza e la collera di Zamiri, che sterminò la famiglia e il parentado dell'infedele Baasa!
Un sonoro pernacchione coprì il suono della sua sacrale invettiva. Allibito e furibondo, Eymerich vide che il colpevole dell'oltraggio era lo stesso principe.
- Ma mi faccia il piacere! - lo zimbellò De Curtis. Come se non aspettassero che quel segnale, tutti i presenti, compresi De Cocacol, Mastro Lindt e gli aiutanti, si unirono al coro dei pernacchi.
Quasi sopraffatto dall'ira, Eymerich riuscì a stento di impedirsi di saltare alla gola del principe. Ma la forza stava ancora dalla sua parte, e lui ne era ben conscio.
- E voi sareste il signore feudale di queste terre? - chiese in tono velenoso.
Il principe si produsse in un inchino derisorio. - Signori si nasce. - confermò - E io, modestamente, lo nacqui.
- Da domani non lo sarete più.
Il sorriso di De Curtis si spense. - Cosa volete dire?
- Il vostro diritto dinastico non è così solido come volete far credere. - Eymerich contò sulle dita. - Gli eredi del balivo di Biscardonnes, Alphonse De Luria, Galcèran De Pinot, Philippe De Castre e Guidobald Tintarel De Luna si trovano in questo momento a Parigi, al cospetto del Delfino, impegnati a screditarvi e a tramare per togliervi il feudo. Vostro cugino, il vicesincaco di Langueglosse, è caduto in disgrazia nei confronti del cognato della zia morganatica del nipote di terzo letto della baronessa di Rocher, che da parte sua è in fin di vita per indigestione di cioccolato e che probabilmente lascerà i suoi possedimenti e le sue prerogative di elettrice del Sacro Romano Impero, anziché a voi, al maggiordomo Ambrogio. - l'inquisitore si tolse i calzari e continuò a contare sulle dita dei piedi - Il ducaconte Barembani, da cui dipendete in quinto intarsio valvassatico e gerarchia ipo-feudal-sessagesimale, non ha mai visto di buon occhio la vostra alleanza con il marchese Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare. E quest'ultimo, da parte sua, pur appoggiando le vostre pretese sulla contee di Avicenne di Sopra e Zerinol di Sotto, non vi ha mai perdonato di avergli rubato, quando avevate entrambi cinque anni, la figurina di Ferraris IV dal suo album. Inoltre, le forze residue dei vostri alleati verranno distratte dalla crociata che si prepara, dalle avvisaglie di peste in Europa, dai tempi supplementari della Guerra dei Cento Anni, e dalla successione al trono del nipote del cugino del cognato del viceré in quarta radice cubica del principato/baronato/giudicato di...
- Basta, per carità, basta! - supplicò De Curtis, in evidente debito d'ossigeno.
Eymerich non si lasciò impietosire. - Vedete dunque, mio caro ex-principe, cosa vi costerà esservi messo contro la Chiesa. Una volta che sarete stato scomunicato, i vostri vassalli Bernard De Cop d'Etat, Francoise De Superenalotte, Enrique Le Manque e Michel Bonjour si ribelleranno. Re Edoardo III reclamerà la vostra testa, i borgognoni vi attaccheranno da nord, il barone Mazzanti si alleerà con il nemico degli amici dei nemici del vostro migliore amico, i genovesi vi affonderanno la flotta, i savoiardi vi volteranno le spalle, gli armagnacchi faranno combinazione con fante, cavallo e cannone, e visto che hanno Jacuzia, Alberta e Kamciatka prenderanno ventidue carri armati e conquisteranno i diciotto territori che sono il loro obiettivo...
Il principe cadde a terra ansimando, le orecchie che gli fumavano. Rivolse una muta invocazione d'aiuto a Guy Zantys, ma questi scrollò le spalle e rispose con voce blandamente risentita. - E che, insomma, devo fare tutto io? Ma lo sai a che ora mi sono svegliato stamattina? Alle laudi meno un quarto! La bambina ha vomitato tutta la notte!
- E non è finita! - infierì Eymerich - Una volta che sarete stato scomunicato, vostra moglie vi lascerà per il suo amante Rigobaldo Rigobaldi Da Rigobalda. Costui, con la benedizione della Chiesa, potrà ripudiare la sua attuale consorte, la duchessa Girina De Ranocchis, e impalmare vostra moglie, che gli porterà in dote il metaducato di Sgargassonne, la contea di Gargamelle e i diritti traversali sull'ipoteca dinastica del marchesato superiore nonché granducato laterale di Tortellen. Così priva di dote, la vostra seconda figlia di primo letto sarà rifiutata dal baronetto Sir Tristan De Gran Palles Mayor, con cui volevate accasarla, e sarà costretta invece a sposare Harry De Lacoste, rovinando le ambizioni matrimonial-araldico-paramediche del casato degli Amburgher-Ketchup. E questo violerà gli accordi che il vostro bisavolo Curzio De Curtis firmò col proprio sangue ad Aquisgrana di fronte al megaimperatore austro-franco-salernitan-parietale che...
- Vi prego, avete vinto voi! - implorò il principe, con il viso verde pisello e la mano premuta sulla bocca - Farò tutto ciò che vorrete, ma smettetela!
Eymerich annuì gravemente. - Il Maligno è stato sconfitto ancora una volta.

Epilogo 1 - MontPopon

- Magister, posso riporre i miei ferri?
Eymerich mosse quasi impercettibilmente il capo in assenso. Mastro Lindt, zelante, chiamò i suoi aiutanti, e insieme riposero i pesanti bilancieri, i manubri di marca Fitness e i vogatori nelle ceste di vimini, per poi issare queste ultime sulla groppa del loro cavallo.
- E' tutto finito, magister? - chiese Farmimal, pavoneggiandosi nel fulgido cilicio Armani che aveva requisito dalla collezione privata del principe.
- E' finita, padre. - confermò l'inquisitore. - Zantys non tornerà tanto presto dal posto dove l'ho mandato. Ho idea che non sentiremo parlare di lui per secoli.
- E i suoi manoscritti, magister?
Eymerich indicò la sua bisaccia. - Li porto con me ad Avignone. Voglio che Clemente veda con i suoi occhi questi abomini demoniaci: formule per guarire, ma anche per suscitare innominabili piaghe del corpo... Stregoneria pura.
- Siete certo, magister, che in giro non ci siano altre copie di quel testo? - insistette Farmimal, preoccupato.
- Non lo posso escludere, purtroppo. - ammise l'inquisitore. La sua voce si fece minacciosa. - Se qualcuno mettesse le mani sulle formule scellerate di Zantys, acquisterebbe un potere di cui nessun mortale dovrebbe disporre... Ma io sarò sempre vigile, e sempre pronto a rintuzzare le oscure trame del maligno con il fuoco e la potenza della Fede!
Farmimal sussultò. Una punta aguzza del cilicio aveva colpito un punto sensibile. L'anziano frate gemette di piacere.

Epilogo 2 - Fiorano

- Come sarebbe "non può correre"?
- Così dicono i referti.
- Himmel! - imprecò Jean Todt - La macchina, a Monza, è già pronta!
- Ma la frattura era guarita! - protestò Luca Cordero di Montezemolo.
- Non si tratta della frattura, infatti. - spiegò il giovane medico, con aria imbarazzata.
- E di cosa, allora? - esclamarono all'unisono Todt e Montezemolo.
Il medico tossicchiò. - Be'... a dire la verità non ho mai visto niente di simile. I piedi di Michael sono pieni di... di... Forse è meglio che vediate voi stessi...
Aprì una cartelletta e ne estrasse alcune fotografie. Montezemolo e Todt gliele strapparono di mano.
Sbiancarono. - Eeeeeeeddie! - urlarono all'unisono.
- Yes? - fece l'irlandese, svegliandosi di soprassalto dal pisolino che stava schiacciando all'ombra dei box.
- Tu hai accompagnato quel tizio... Carmelino... all'aeroporto?
- Yes. - confermò Irvine.
- Ed è partito? - ringhiarono i due.
- Yes. - ripetè l'irlandese. - Lui detto avere altro cliente.
- Altro cliente? - il viso di Montezemolo era una maschera di terrore - Che aereo ha preso?
- British Airways. - disse Irvine - Aereo diretto Gatwich, London.
Todt portò una mano alla bocca, pallido come un morto. - Ach! Tu pensare quello che pensare io?
Montezemolo sembrava sul punto di svenire. - Jean, forse è meglio cominciare a cercarci un altro lavoro.

Epilogo 3 - Segrate 1993

Intorno al lungo tavolo ovale, i membri della redazione si muovevano a disagio sulle poltrone imbottite.
- Che dobbiamo fare, insomma? - ruppe il silenzio il più anziano, gingillandosi con la targhetta che recitava "direttore".
- Non credo che abbiamo molte scelte, Marzio. - disse un secondo, un tizio completamente vestito di nero.
- Quanti anni sono che ci prova? - chiese un terzo - Tre? Quattro?
- Vuoi dire che è colpa nostra, Vittorio?
- No, Giuseppe, ma nel messaggio dice che è molto incazzato, e che sarà molto meglio per noi se questa volta lo facciamo vincere. Altrimenti... be', lo sai benissimo.
- Allora tu ci credi? - accusò il direttore.
- Senti, Marzio, io non ce la faccio più. Purché le faccia sparire, io gli darei anche mia moglie, altro che Premio Urania!
- Ma almeno il romanzo è buono? - chiese il direttore - Tu che ne dici, Giuseppe?
- E lo chiedi a me?! - ribattè l'uomo in nero, indignato - Lo sai bene che di fantascienza non capisco una mazza!
Il direttore anziano raccolse il pensiero di tutti. - D'accordo, gente, vedo che non ci sono obiezioni... Come si chiama questo tizio...? Giovan Battista? Evangelista?
- Evangelisti. - corresse il secondo redattore.
- Va bene, comunicategli che ha vinto. E supplicatelo di toglierci questi... questi affari! - sospirò - La seduta è aggiornata.
Si alzarono. O, almeno, tentarono di farlo. Il direttore anziano caracollò verso la porta reggendosi con gomiti e ginocchia. Il tizio in nero arrancò avanzando a gambe larghe e mugolando di sofferenza. Gli ultimi due lasciarono le poltrone tenendosi sotto braccio e saltellando entrambi su un piede solo.
- Io ne ho una sotto il calcagno che sembra la regina degli Alien. - mugugnò il primo della coppia.
- Sei fortunato. - ribatté il secondo - La mia verruca ha la faccia di Berlusconi. E pretende di voler creare da solo un milione di nuovi foruncoli!
Le luci si spensero con un ultimo guizzo su quello scenario di sofferenza.

FINE




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