racconto di
Giorgio Placereani


Quando le radici
I classici italiani scelti da Vittorio Catani
Sabbia matta





Oggi sulla Terra sarebbe il 5 febbraio. Trent'anni fa ho commesso l'errore più grande della mia vita.
Quasi si direbbe: sembra la Terra. L'odore di marcio che nasce dal cumulo di rifiuti marini è un odore buono, di vita che si riorganizza segretamente, fermentando nell'aria chiara. Questo odore nasce dalla spiaggia, si identifica con essa. Piccoli licheni scuri (rampicanti degenerati) tracciano un reticolo sulla sabbia.
Sembra la Terra? Io ho girato molto. Ho visto bruciare le foreste di gas su Dircea, come una lunga linea rosso porpora nella notte. Conosco un pianeta dove gli insetti vivono a grappoli ronzanti dentro una stessa pelle. Conosco Linora, dove la terra tasta e annusa. Io ho girato per i pianeti, ho visto molte cose. Trent'anni fa, sono nato.
Non ero venuto su Ariel per la questione della sabbia matta, ma per una sordida storia di miniere. Dieci orrendi giorni passati a inseguire flaccidi sindacalisti con gli occhi celesti e secchi, feroci proprietari con gli occhi gialli; a litigare con gli operai nello squallore dei loro bar; detestato da tutti, perché tutti volevano che questa storia di crolli e di sottolavoro restasse sul loro pianeta; e poi per fortuna esplose il caso della sabbia matta, il sedicesimo in trent'anni di colonizzazione, e tutti si dimenticarono di me.
Ci sarà altro tempo per le miniere, dicevo (altre sere e altra vodka in alberghi silenziosi), ed eccomi su questa spiaggia che ricorda la Terra ma non lo è, perché là puoi stenderti nudo sotto il sole e la sabbia non ti inghiotte, non ti uccide e tritura. Perché esseri umani si sono recati su spiagge come questa e sono scomparsi; eppure su Ariel non esistono animali più gran di o pericolosi di fragili insetti, piccoli molluschi e qualche pesce; e di pianeta in pianeta l'uomo ha dovuto imparare che anche ciò che più sembra inanimato può vivere di una strana vita.
Qualcuno dice che la sabbia matta si solidifica in tentacoli granulosi, altri che si apre in fosse-vampiro; ma non ci fu sorpresa né troppa emozione, all'albergo dove alloggiavo in quegli ultimi giorni, quando entrò un piantatore con la notizia che le autorità avevano deciso che il Valloncello era sabbia matta, e l'avrebbero processata l'indomani.
"Ah, bella scoperta" imprecarono tutti, poiché il Valloncello godeva di pessima fama. Diedero la stura a rabbiosi elenchi di nomi, ma per ciascuno che nominavano, qualcun altro saltava su a smentire.
"Patuello! Patuello!"
"Ma se Patuello scappò con quella merciaia girovaga che veniva dall'altro continente! Sua moglie non ha ancora smesso di bestemmiare."
"Ah, palle."
"Per niente! Li videro insieme che si imbarcavano."
"Bravo, e Rose? Come si chiamava? Horne?"
"Harness."
"Quella."
"Fa la prostituta. Su un altro pianeta."
"No, deve aver sposato un prete orloviano."
"Beh, in ogni modo starà meglio che qua."
"Eh! Con quel padre che aveva."
"A proposito di padri..."
"Oh, basta" interruppe il piantatore, che si vedeva sfumare la notizia nelle discussioni "e quella ragazzina, l'ultima, che voleva annegarsi?"
"Scappata anche lei, no?"
"Figurati. Imbranata. Col cane."
"Beh..."
Qualcuno provò a sostenere che fosse scappata, ma la maggioranza dava la colpa alla sabbia matta. Era andata da sola sulla riva, mi raccontarono, per nuotare al largo e uccidersi. Io pensai che se avesse voluto farlo veramente non si sarebbe portata appresso il cane. Comunque il cane tornò indietro da solo ("incazzato come una bestia, ah, ah") e i genitori avvertirono le autorità. Quel posto, il Valloncello, già aveva una brutta fama; e vennero in massa i ricercatori, come passeri su un campo seminato, col fluid detector. Il detector diceva che la ragazza e il suo cane erano andati insieme alla spiaggia... C'era la traccia, labile, di una forte emozione... poi la traccia del cane tornava indietro, mentre quella della ragazza spariva. Il mare, davanti a loro, era così tranquillo che sembrava prenderli in giro.
"Ma avete provato a scavare?" chiesi, perché so che il fluid detector non arriva a più di quattro metri sottoterra. Mi guardarono con disprezzo, spiegandomi che capitano strane cose a chi disturba una sabbia matta. Rumori, allucinazioni, finché non smette e non si allontana di corsa. Poi qualcuno, più ostinato o disperato, insiste a scavare, e lo ritrovano morto dentro una buca di appena mezzo metro: ictus cerebrale. Allora si decidono a chiamare il giudice... Che sia rispettosa delle leggi, la sabbia matta? Non ha mai disturbato un processo, ma di fronte agli scavi si è sempre ribellata fulminando ondate di morte. Fino a quando le autorità non cominciarono a impiegare gli interditori.


* * *

Sulla spiaggia, mentre aspettavo, faceva freddo. Avevo il corpo teso e le orecchie mi pizzicavano leggermente. Sullo stomaco una puntura d'insetto della notte prima, un grosso calabrone albino, mandava un tenue prurito che aggravavo passandoci continuamente la mano sopra, tanto per sfogare il nervosismo. Ma non sentivo pericoli, non vedevo tentacoli di sabbia né altri orrori. La bacchetta elettrica correva sul mio notes veloce come un mollusco delle dune.
Correva sul notes, però non riuscivo a scrivere della sabbia e del processo... Da anni ogni quindici giorni ho deciso di smettere di bere, soprattutto quando la nausea monta, ma il problema è affrontare i ricordi. Scopiamo, bestemmiamo, ci innamoriamo perché ci piace farlo, o per collezionare i ricordi di un'infinità di fallimenti e di dolori nella piccola oscurità della mente? Lilith, Michaela, Isabella, Lea... potermi liberare di quei visi, che turbinano nella memoria, no, rimangono immobili, come un chiodo piantato attraverso la mano; guardano dalla nebbia; anche camminando su terre sconosciute - e noiose, ormai - ho sempre sentito i loro nomi attorno a me, che gridano in silenzio. Sono andato a letto con qualcuna di loro. Con altre non ci sono mai riuscito.
Ma non ricordo mai per prima cosa il corpo, il sesso, la morbidezza della pelle, il profumo dei capelli: mi ossessionano i visi; a quelli penso le notti che non posso dormire, in particolare agli occhi, e sia maledetta la memoria; cool before drinking, dice l'etichetta della vodka, e col freddo combatto quel bruciore, festeggio i compleanni in giro per i pianeti.
La spiaggia era fredda e solitaria, ma mi piaceva così. Le miniere di Ariel sono labirinti di stupide gallerie polverose, dove il pathion traccia ragnatele brillanti sulle pareti. I campi di grano sono vasti e ottusi come le facce di chi li lavora. Le città sono paesi troppo cresciuti, dove all'inizio della notte le strade si svuotano come per un coprifuoco.
Ma il mare è grande e solitario, anche perché è scarsissimo di pesci, è un'immensa inquietudine grigia che si stende sul pianeta come una coltre, rotta dai tre inutili continenti. Se non ci fossero le terre emerse Ariel dormirebbe in pace sotto un tetto di nuvole chiare.
Avevo sonno, e il pensiero continuava a correre a giorni passati. Occhi grigi chiarissimi, dove ogni espressione si nascondeva nello specchio indecifrabile di un viso pallido, stregato. Occhi marrone, leggermente a mandorla, dove si acquattava un'espressione cauta, quasi preoccupata. Ho visto tanti occhi, e tanti visi. Trent'anni fa, sono nato.
Sabbia matta, sabbia matta, smisi di scrivere e riapersi il taccuino per rileggere gli appunti del processo, celebrato il giorno prima poco dopo l'alba sulla spiaggia stessa, i giudici imbacuccati di nero simili a un raduno di corvi.
La voce del Cancelliere suonava acida e stentata, sulla riva del mare.
"Avendo i convenuti e le testimonianze rese in sede istruttoria, cui chiunque può oppugnare in questa sede, raggiunto un grado di concordanza legale del 94,6, e ritenendosi legalmente accertato il fatto o circostanza che raggiunga una concordanza uguale o superiore al..."
Mi chiedevo perché, dopo tante proteste, al processo non fosse venuto quasi nessuno. Paura della sabbia? Superstizione? C'erano il giudice e i giurati, un avvocato d'ufficio, qualche parente degli scomparsi e io, la stampa. Il vento freddo faceva svolazzare le toghe, che su Ariel portano tutte le parti del processo.
"...il popolo di Ariel contro l'essere vivente indefinito, noto geograficamente come Valloncello Est, e appartenente per dichiarazione preliminare alla sedicesima categoria della tavola dei viventi... Avendo il predetto, illegalmente e contra bonos mores svolto attività di seduzione e rapimento di quattro esseri indipendenti e ragionevoli, e in un caso certificato minorenni; item di assassinio volontario e premeditato dei suddetti...
"La difesa si oppone" interruppe un autentico irlandese con la faccia rossa, una meraviglia della natura che faceva il difensore d'ufficio. "Non essendosi rinvenuto in alcuna parte del pianeta il corpus delicti, chiedo che la corte dichiari il non luogo a procedere."
"Avvocato" rispose quietamente il giudice "la letteratura legale ricorda che la stessa obiezione è stata fatta undici volte nei primi undici processi di questo genere, e sempre respinta: per la motivazione che il computer legale, esaminato il responso del fluid detector, attribuisce..."
"Non per interrompere la corte" sapevo che su Ariel questa è la formula legale per le interruzioni "ma voglio ricordare il caso Paterson, svoltosi su Omega II, che fu tenuto prigioniero per sedici anni..."
"La corte ne è al corrente. E ricorda anche che proprio in seguito agli sviluppi del caso Paterson, la V Convenzione stabilì di imporre l'applicazione della legge Lindbergh su tutti i pianeti della colonizzazione; ricordo alla difesa che la legge Lindbergh stabilisce la pena capitale per il reato di rapimento, sia seguito o meno da omicidio, per cui..."
L'avvocato d'ufficio voleva fare il suo dovere a tutti i costi, perché c'era la stampa. Così attaccò, poco dopo, dove l'accusa non se l'aspettava.
"In base alla Legge della Procedura Semplificata, la difesa dichiara di dare per scontata l'escussione dei testimoni e propone all'accusa una Dichiarazione di Evidenza: qualcuno ha rapito e presumibilmente ucciso - rapti sine reditu - le vittime."
L'accusa, alquanto sconcertata, ci pensò sopra mezzo minuto.
"L'accusa è disposta ad accettare una tale Dichiarazione di Evidenza, a condizione che l'accettazione non venga intesa come accettazione implicita di un pactum fra accusa e difesa, nemmeno secondo la linea di svolgimento di un processo logico condivisibile."
Bel colpo. Ma la difesa non mosse ciglio, e fece omologare la Dichiarazione. Poi replicò:
"La difesa non intende proporre un pactum all'accusa. Ora però ritiene di dover proporre alla corte una considerazione-denuncia: risultando dalla Dichiarazione di Evidenza testé messa agli
atti che uno o più esseri ignoti sono responsabili del reato de quo; essendo presumibilmente la spiaggia sotto i nostri piedi suo o loro habitat nonché trappola, si chiede alla corte di catalogare la spiaggia stessa come prova A. Di conseguenza la spiaggia deve essere assolta dall'imputazione di rapimento e omicidio, essendosi evidentemente verificato un caso di Falsa Individuazione: in merito al quale ricordo alla Corte il fondamentale caso Loomis contro Tenuta Hutter, noto nel folklore legale con la suggestiva denominazione 'le montagne non camminano'."
L'accusa saltò su come un cavallo ferito.
"Mi oppongo nel modo più radicale, assoluto e incontrattabile. Si metta subito a verbale che... che l'accusa si oppone a ogni dichiarazione di Falsa Individuazione, e dichiara di ritenerla un... chiedo scusa alla corte, una argumentatio illicita al solo scopo di far assolvere l'imputato."
L'avvocato difensore si era rivolto verso la stampa e mi aveva strizzato l'occhio. L'accusa, fingendo di prendere uno stimolante, consultò un microdocumentatore e proseguì:
"Sappiamo tutti che la sentenza Loomis-Tenuta Hutter fu emessa sul primo pianeta, agli inizi della grande colonizzazione, ed è citata in tutta la letteratura seria come un classico esempio di antropomorfismo legale. Anzi, la prima cosa che si impara all'università è il principio della varietà delle forme. Ricorderò alla corte solo i casi delle colline danzanti di Septimus e dei sassi ladri di Capella. Non credo di dire una novità se affermo che oggi Loomis vincerebbe la causa contro la Tenuta Hutter. E cosa vorrebbe il mio collega parlando di prove? Altri scavi, magari? Non posso fare a meno di perdere le staffe..."
Mentre pronunciava questa, che è anch'essa formula legale su Ariel, l'accusa indicò teatralmente la spiaggia silenziosa con un largo giro della mano.
"...ma dannazione, non paghiamo mica gli ammazzasabbia per niente!"
"So cos'è un antropomorfismo legale, ma ormai il diritto è scivolato nell'eccesso opposto. Così oggi processiamo un instrumentum al posto del suo operatore" ribatté gelido l'avvocato. L'accusa fece un viso trionfante.
"Ah, qui la volevo. Il mio collega della difesa non ignorerà come questo pianeta sia stato sottoposto ad analisi proiettiva, prima del permesso di colonizzazione! E anche i bambini a scuola imparano come su Ariel non esista una, una sola forma di vita animale o vegetale in grado, per dimensioni e capacità offensiva e difensiva, di danneggiare sensibilmente un essere umano... non dico divorarlo o trascinano sottoterra o in acqua o in aria! Rimane la sabbia stessa. Falsa Individuazione, dice la difesa, processiamo un instrumentum... E allora mi si permetta di citare la Dichiarazione Fondamentale della Corte Suprema di Misquamaccus a proposito del caso Sahaddin (la conosce qualsiasi studente di legge, avvocato!): 'l'agente che si muove senza operatore (ivi compresi i programmi predisposti) e in base a una logica di presumibile voluntas operandi è da considerarsi operatore di se stesso, e quindi imputabile'."
L'avvocato della difesa si strinse nella toga e fece l'inchino di rito. Quel che voleva - movimentare il processo e darmi qualcosa da scrivere, citando il suo nome - ormai l'aveva ottenuto. Non disse "Beh, ci ho provato" solo perché questa non è ancora formula legale.


* * *

Il processo era finito, a quel punto, e ci vollero solo dieci minuti ai giurati. La spiaggia fu giudicata colpevole sia di rapimento che di omicidio, e la sentenza era scontata: vetrificazione da eseguire sotto imposizione psichica.
A volte ci vogliono dei mesi perché uno specialista in grado di eseguire l'imposizione capiti su Ariel, ma in questo caso furono fortunati perché si teneva un congresso di psicologia extrasensoriale nella capitale del pianeta. Il dottor Lanskij lasciò i lavori e arrivò nel pomeriggio dello stesso giorno. Fu immediatamente nominato impositore legale - tutti li chiamano ammazzasabbia - e sguinzagliato per l'esecuzione.
Naturalmente la zona era stata subito circondata da in campo psichico. Ma io so come varcare i campi col trucco dello specchietto, e alle prime luci dell'alba eccomi qui. Sapevo, naturalmente, che quando l'ammazzasabbia avrebbe lanciato l'attacco sarei rimasto anch'io paralizzato, come i molluschi, gli insetti, qualsiasi essere vivente della zona (e non mi aspettavo un'esperienza piacevole): paralizzato ma cosciente.
Con un po' di fortuna, dal mio posto di osservazione fra le dune, giusto ai limiti della sabbia matta, avrei visto arrivare rombando sui cingoli il grande cono atomico, lo avrei visto piantare i suoi fili sinuosi nella sabbia e scaricare lungo quei fili un'energia azzurrina.
Avrei visto la sabbia fondersi e congelarsi in un ammasso cristallino, gelido, morto per sempre. Oh, mi avrebbero trovato, dopo, e mi aspettavo una bella multa o addirittura l'espulsione dal pianeta; ma la mia testimonianza di prima mano, opportunamente gonfiata, forse mi avrebbe riaperto le pagine dei grandi giornali: avrebbe puntellato una carriera - per essere sinceri - in precipitoso declino.
La piccola marea del pianeta lambiva appena la spiaggia silenziosa. Un silenzio di morte. Guardai l'orologio. L'ammazzasabbia sarebbe arrivato fra poco.
E se la sabbia si fosse ribellata subito, bruciandomi il cervello con un'onda fulminante? E se avesse deciso di attaccarmi? Continuavo a guardarmi in giro inquieto. A ripetermi che le sparizioni avvengono sempre a distanza una dall'altra. I coloni dicono: la sabbia matta digerisce lentamente.
Acquattato fra le dune, aspettavo di scorgere la piccola figura dell'ammazzasabbia (un ometto coi capelli bianchi, le labbra troppo mobili e la voce acuta, l'aria presuntuosa). Un movimento veloce scivolò sulla sabbia. Sentii un tamburo di terrore dentro il mio corpo. Mi vedevo inghiottito, divorato, distrutto da denti di sabbia, pezzettini tanto minuscoli da confondermi con la rena che beve il mio sangue... Ma era solo un piccolo mollusco che si affannava con la conchiglia che gli ballonzolava sul dorso, arrancando verso il mare. 'Quella sua aria da miserabile indaffarato' scrissi sul taccuino 'mi rende allegro e mi fa dimenticare il pericolo'... Esagerazioni per i lettori. Non c'era alcun pericolo in quella pace.
La sabbia era chiara, quasi bianca. Gli occhi di Lilith erano così chiari... Calmissimi, e insieme brucianti; come nelle notti d'insonnia mi appare in mente il suo viso, così lo vedevo fra gli arbusti.
Un fremito, come un battito d'ali nel sole. Non guardai.
Le donne che avevo cercato mi ritornavano alla memoria in un'ondata, silenziose, aliene come le avevo viste il giorno di tanti abbandoni: con un sorriso e un bacio; o con una telefonata esitante colma di pretesti; o con una smorfia improvvisa e una frase crudele; nella sabbia vedevo il pallore di Lilith, quell'espressione dolce e distratta, le labbra che si aprivano di colpo nei sorrisi più imprevisti della mia vita (e in quei momenti mi pareva che l'aria esultasse), i capelli bruni, scuri come vecchio legno, che ondeggiavano pesantemente intorno al chiarore del suo viso.
Si alzò un vento leggero, e compresi che se avessi avuto il coraggio di suicidarmi non sarei venuto lì a cercarmi qualche mostruosità da favola su una spiaggia isolata; ma l'avventura mortale mi sfuggiva, non c'era mai stata, l'avevo inventata io nelle spirali della vodka; quella spiaggia era umida e tranquilla come ogni spiaggia della Terra e non c'era nessuno: solo io, nascosto fra le dune, con una bottiglia vuota nella tasca del giaccone.
Sulla pelle avevo il fresco del vento e il calore incerto del sole, respiravo l'aria salmastra e soffrivo di ricordi. Donne, tradimenti, intense bevute, ma soprattutto quell'amore per Lilith che fu sempre respinto e che poi rimase, diluito come un'essenza amarognola, in ogni bottiglia che vuotai. Cercai di costringere la mente sul ricordo delle bevute, ma la memoria ostinata voleva ripercorrere - come ogni notte! - i segni leggeri dei visi di donne che avevo implorato e tradito; la memoria voleva rileggere le impercettibili rughe, i nei, i minimi particolari, i gesti di allora, che balzavano vivi nel ricordo come piccole ondate di dolore.
Dolore... Ripresi il taccuino. Annotai: 'Io sono il campione interplanetario di autocompassione a ostacoli'.
Sedevano tutte accanto a me, Lilith, Michaela, Isabella, Lea, le donne bellissime e sfortunate della mia vita, silenziose senza conoscersi o parlare, come nutrendosi del ricordo; c'era un silenzio pesante e la temperatura cresceva, e io stringevo gli occhi chiusi pensando a tutti i passati bruciati nel mio viaggiare da pianeta a pianeta, senza interesse e senza scopo.
E non è naturale che quando l'ammazzasabbia arrivò (i suoi passi crepitarono alle mie spalle) io guardassi con occhi da pazzo furibondo quel viso bovino, quell'ometto panciuto e arrogante?
Lanskij spalancò i suoi maledetti occhi azzurri (ah, ho amato occhi verdi, occhi scuri e soprattutto occhi grigi, ma non conosco occhi azzurri, stupidi cieli senza nuvole!); mi chiese in malo modo cosa facessi lì (io nominai, confusamente, quei nomi), parlò di ubriachezza e divieti, mi afferrò per la spalla spingendomi indietro e allora colpii, colpii, pugni e schiaffi contro di lui, sulla sua testa apparve una macchia di sangue, cadde sulla sabbia e continuai a colpire urlando inginocchiato accanto al suo corpo disteso, dalla mia tasca uscì come un'arma feroce la bottiglia di vodka, e lo uccisi.
Un fremito leggero attraversò l'oceano alle mie spalle. Buttai via la bottiglia rotta, diedi un calcio al taccuino.
Erano là, le madri, diafane creature marine, simili a meduse. Mi guardavano calme con occhi sfaccettati, neri come giaietto. Il dolore scompariva.
Allora respirai forte l'aria marina e il mio cuore urlò di gioia, perché compresi, mi fu spiegato, cosa fare e dove andare. Vidi con gli occhi della mente, a grande profondità sotto la sabbia silenziosa, i lunghi vermi bianchi che col volgere degli anni sarebbero diventati meduse diafane. Ammirai le lunghe escrescenze carnose fra la bocca e gli occhi ciechi. Contai i loro anelli dai bordi sporgenti. Dormivano arrotolati, in quieta attesa della trasformazione. Un giorno si sarebbero svegliati per scavarsi una strada verso il mare, dove si sarebbero ingrossati e poi dal loro corpo sarebbe sbocciata, fragile, tenera, bellissima, la giovane medusa lucente: si sarebbe diretta verso le più grandi profondità, a continuare il ciclo della vita.
E vidi anche, immerso in un sonno senza inquietudine raggomitolato in posizione fetale, l'ultimo degli scomparsi. All'interno del suo corpo la giovane larva si sarebbe nutrita e rafforzata fino a strisciarne fuori e iniziare, in maestosa tranquillità, il sonno del verme.
Le madri mi mostravano la chiusura del ciclo. Guardavo le grandi meduse morte fluttuare lentamente sulla superficie marina, e nel breve giro di un giorno si generava dai loro corpi uno sciame di insetti bianchi: si dirigevano verso la costa inseguendo la debolissima speranza di trasmettere il seme, un tempo attraverso il corpo di molluschi o di altri insetti, ma ora attraverso i grandi esseri umani. Sapevo di custodire all'interno del mio corpo un puntino bianco più piccolo di una capocchia di spillo, trasmessomi dal calabrone della notte prima, la larva che sottoterra si sarebbe svegliata. Molti sono i chiamati, pochi gli eletti.
Cominciai a scavare in quella comune, innocente, fredda sabbia. Scavavo con le mani scendendo lentamente in quell'umidore; dall'oceano le madri mi guardavano e approvavano, lavoravo già in una piccola fossa. La frescura era deliziosa.
E scavo, mentre le pareti della fossa diventano pericolanti e il bordo sempre più alto. Presto la sabbia si richiuderà su di me, ma so che non morirò, so che qualcosa provvederà al mio respiro perché alla piccola larva servo vivo.
Anche se mi sanguinano le mani non sento dolore, solo fresco e umidità. L'arena in profondità è quasi intrisa d'acqua e si raggruma in una poltiglia morbida sotto le dita. I miei capelli sono impastati di sabbia bagnata. Sabbia crolla sulle mie spalle. Dormire senza sogni.
E' come se non scavassi io. Sta scomparendo l'ultima tenue luce. Vicino a me, quiete, Lilith, Michaela, Isabella, Lea mi guardano in silenzio.
Scenderò assieme a loro per sempre nella bocca nera di un tunnel senza uscita.

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