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| La mummia |
(The Mummy, USA, 1999) - Regia: Stephen Sommers - Sceneggiatura: John L.Balderston, Stephen Sommers - Cast: Brendan Fraser, Rachel Weisz, John Hannah, Arnold Vosloo - Distribuzione: UIP - Durata: 124 min.
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Recensione di Marco Spagnoli
Lo spessore mistico archeologico cui ci avevano abituato i film di Indiana Jones è abbastanza assente in questo divertente e scanzonato remake del film del 1932 con protagonista Boris Karloff. Eppure, La mummia va proprio a collocarsi nello spazio lasciato vuoto dalla saga con protagonista Harrison Ford e non stupisce affatto la notizia proprio di questi giorni che la produzione sarebbe interessata nel realizzarne presto un sequel. Gli ingredienti di successo ci sono tutti: mistero, azione, avventura, umorismo e belle donne. Sapientemente miscelati dal regista Stephen Sommers che ci aveva già stupito con l'inconsueto Deep Rising con protagonista la bella ex Bond Girl Famke Janssen. E sebbene la trama ricalchi in maniera abbastanza pedissequa l'originale degli anni Trenta, gli effetti speciali e l'umorismo dissacratore di due antieroi per vocazione come Brendan Fraser (Demoni e dei) e un buffo John Hannah (Sliding Doors) danno nuova linfa alla storia del cattivo gran sacerdote sepolto vivo insieme alla sua perfida amante e risvegliato erroneamente da un gruppo di archeologi. Notevole è la partecipazione di Rachel Weisz (Lo straniero che venne dal mare) nei panni della studiosa imbranata e contemporaneamente assai seducente. Una pellicola estiva rilassante ed emozionante che andando a collocarsi nello spazio lasciato vuoto dai film di Indiana Jones dimostra quanto l'avventura, l'archeologia e la storia abbiano ancora molto da dire al cinema, anche se vengono rese in maniera forse non eccessivamente attenta e accademica, ma certamente di grande qualità. Una pellicola intensa e riuscita nel segno di un Egitto da sogno come quello sospeso a metà tra il passato legato ai faraoni e alle grandi spedizioni archeologiche che seguirono alla fine della Prima Guerra Mondiale.
| Wild Wild West |
(Wild Wild West, USA, 1999) - Regia: Barry Sonnenfeld - Sceneggiatura: Jim & John Thomas - Cast: Will Smith, Kevin Kline, Salma Hayek, Kenneth Branagh, Bai Ling - Distribuzione: Warner Bros - Durata: 107 min.
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Recensione di Marco Spagnoli
Ispirato all'omonima serie anni Sessanta, Wild Wild West presenta gli stessi macroscopici difetti di Men in black di cui ha lo stesso regista Barry Sonnenfeld e il medesimo interprete principale Will Smith. Una pellicola che pur essendo piena zeppa di idee buone e divertenti e di grandi interpreti, è afflitta da una caoticità eccessiva e dallo smisurato mostro finale che tanto sembra divertire il regista.
E purtroppo la bravura di Will Smith, la smagliante bellezza di Salma Hayek, il grande fascino ricco di humour di Kevin Kline, la geniale grandiosità di Kenneth Branagh vengono soffocati in un'incerta coltre di situazioni e riferimenti in cui la contaminazione tra il Western e il genere di spionaggio alla James Bond trovano un'originale, ma non riuscita, combinazione.
E dire che la storia dei due agenti segreti mandati dal presidente degli Stati Uniti Ulisse Grant sulle tracce di un diabolico personaggio non rassegnatosi alla sconfitta del Sud da parte delle forze confederate era piena di appeal. Soprattutto se si considera l'ottima costruzione e ricostruzione delle ambientazioni dove un West da favola riusciva a fondersi con quello che probabilmente è stato davvero il passato visuale degli USA del diciannovesimo secolo. Un film pieno di potenzialità e di trovate, impoverito e banalizzato da un amore eccessivo per gli effetti speciali e per una voglia maniacale di stupire (anche quando non ce ne è davvero bisogno) lo spettatore con situazioni a dir poco incredibili e farraginose. Di questo film rimarranno comunque i titoli di testa a dir poco emozionanti. Un anticipo davvero straordinario per una pellicola in caduta libera...
| Blade |
(Blade, USA, 1998) - Regia: Stephen Norrington - Sceneggiatura: David S. Goyer - Cast: Wesley Snipes, Kris Kristofferson, Stephen Dorff, Traci Lords - Produzione: New Line Cinema - Distribuzione: Cecchi Gori - Durata: 120 min.
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Recensione di Elisabetta Vernier
Uscito nelle sale europee già dall'inverno 1998, sta per arrivare nelle sale italiane (uscita prevista il 3 settembre) il film Blade, diretto da Stephen Norrington, che vede il granitico Wesley Snipes nei panni di un temibile ammazzavampiri di fine millennio. Tratto dal fumetto americano Blade della Marvel Comics creato da Marv Wolfman nel 1972, il film racconta la storia di Eric, una creatura per metà umana e per metà vampiro, che si aggira notte e giorno per la metropoli a caccia del vampiro che ha ucciso sua madre. E la metropoli brulica letteralmente di vampiri: le creature della notte si aggirano indisturbate tra gli umani, controllando la polizia, organizzando rave-party a base di sangue nei seminterrati e negli attici dei grattacieli. Vampiri moderni, insomma, solo lontanamente imparentati con il classico conte Dracula. Le croci non fanno loro nemmeno il solletico, ma muoiono con una cascata di effetti speciali, dissolvendosi in polvere e pixel colorati sotto i colpi di Blade. Il giustiziere di vampiri dà loro la caccia servendosi di armi ultramoderne basate sui rimedi di un tempo: il mega-fucile a pompa spara infatti proiettili d'argento ripieni di succo d'aglio mentre la bandoliera che Blade porta sulla corazza antiproiettile è carica di paletti d'argento pronti all'uso.
Degni di nota sono i vestiti che il nostro eroe indossa, versione techno-dark dei costumi dei supereroi di sempre: tuta nera, stivali neri, giubbotto antiproiettile stile corazza sotto un impeccabile impermeabile nero, occhiali neri anche di notte. Il tutto accompagnato da una macchina nera ed una moto nera dal design futuristico. Il cattivo della storia è Deacon Frost, un vampiro giovane, bello e ribelle il cui sogno è quello di portare in vita il Dio di Sangue, una creatura demoniaca che finalmente darà ai vampiri, la vera e unica razza superiore ("Siamo in cima alla catena alimentare!"), il predominio sulla Terra.
Per fare ciò Frost non esita a uccidere i vampiri "vecchio stampo", i burattinai in abito Armani che tirano i fili della storia della loro razza da millenni, chiusi nelle loro ricche ed eleganti sale riunioni al riparo dal sole e dalla vita moderna.
In questa specie di cospirazione tra immortali si inserisce Blade che, esibendo una grande maestria nelle arti marziali stile John Woo, fa mattanza dei vampiri seguaci di Frost a colpi di katana e di fucile mitragliatore.
Purtroppo il Deacon Frost del film (interpretato da Stephen Dorff), molto diverso da quello del fumetto americano, non è minimamente all'altezza della figura di duro dal cuore di ghiaccio di Blade. Giovane, magro e pallido, più che l'arcicattivo della storia Frost sembra il cantante anoressico di una acid band inglese e la sua corte di vampiri non si discosta da questo modello.
Tra gli attori che nella storia circondano Snipes brilla solo Kris Kristofferson, nella sua interpretazione di Abraham Whistler, l'unico amico di Blade e il solo che sappia come tenere a bada la sete di sangue che ogni tanto si risveglia in lui, eredità scomoda della sua metà vampiresca.
Traendo le somme, questo film che dai trailer sembrava una specie di mix esplosivo tra Highlander e Matrix, si sgonfia già dai primi minuti.
Snipes è assolutamente inespressivo e dà vita ad un personaggio bidimensionale che non riesce a staccarsi dal cliché fumettistico del supereroe bello e dannato, che odia se stesso per quello che è ma che non riesce a cambiare quando gli viene offerta l'occasione per redimersi.
La sceneggiatura è priva di elementi originali e la trama si potrebbe generosamente definire filiforme. Troppo tempo è sprecato nelle scene di violenza e di combattimento: ci si picchia troppo e troppo a lungo, a discapito del ritmo della storia. Pochi effetti speciali degni di nota e sangue a profusione, sino a sconfinare in alcuni punti nello splatter. Terribilmente kitch il rito di evocazione del Dio di Sangue, malamente copiato dalla scena finale di Highlander, in cui fantasmi di scheletri alati volteggiano in aria attraversando il corpo insanguinato di Frost, per trasformarlo nella divinità vampiresca da lui stesso evocata. I dialoghi sono scarsi e stereotipati: pare che Frost non riesca a parlare senza infilare un fucking ogni tre parole, e Blade stesso si esprime a monosillabi o con frasi lapidarie stile Worf di Star Trek ("C'è una guerra là fuori e io devo fare il mio lavoro", "Abbiamo un accordo: lui fa le armi, io le uso").
In conclusione, un film perdibilissimo. I fans del fumetto di Blade lo troveranno senz'altro deludente per le pesanti modifiche ai personaggi e alla storia. Chi invece Blade non lo conosce affatto si troverebbe inevitabilmente a chiedersi cosa aveva di così interessante da dedicargli un film. Evidentemente la Marvel Comics, ansiosa di riscattarsi da una serie di flop da Howard the Duck a Punisher, ha cercato in Blade la carta vincente contro lo strapotere della DC Comics (Superman, Batman) ma a mio parere ha sbagliato carta. Forse gli andrà meglio la prossima mano, magari con Spider Man.
| Instinct - Istinto Primordiale |
(Instinct, USA, 1999) - Regia: Jon Turtletaub - Sceneggiatura: Gerald DiPego - Cast: Antohony Hopkins, Cuba Gooding Jr., Donald Sutherland - Distribuzione: Buena Vista International - Durata: 125 min.
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Recensione di Marco Spagnoli
Nonostante un marketing pubblicitario vagamente ingannatore che vorrebbe paragonare questo film a Il silenzio degli innocenti, fortunatamente questo film ha ben poco a vedere con i personaggi tratti dal romanzo di Thomas Harris. Anzi, proprio la cornice del carcere e degli interrogatori dello psicologo malamente interpretato da un Cuba Gooding Jr. totalmente fuori parte risulta prevedibile e nociva al risultato dell'intera pellicola che - se fosse rimasta incentrata solo sul personaggio di Hopkins - avrebbe sortito risultati eccellenti.
La storia dello studioso del comportamento dei gorilla, l'umanità e la civiltà dello scambio tra uomo e animale sono, infatti, a dir poco commoventi e valgono da soli il prezzo del biglietto. Se Instinct fosse rimasto semplicemente il racconto di un uomo che sbarazzatosi della propria civilizzazione, era diventato capace di capire profondamente queste grandi scimmie, lo avremmo ricordato per una pellicola dal forte e commovente messaggio etico, ecologista e naturalista. Tutto quanto, infatti, viene interpretato ed esaltato in maniera convincente e poetica da uno straordinario Hokpins. Invece, con la storia dello psichiatra che vuole risollevare lo scienziato dal mutismo in cui si è chiuso dopo avere ucciso delle guardie del parco nazionale del Ruanda che avevano massacrato la famiglia di scimmie con cui aveva vissuto tanto a lungo, Instinct precipita nel più prevedibile e banale deja vu hollywoodiano, latore di una morale facile facile, capace addirittura di impoverire, invece, il messaggio intransigente nei confronti dei mali della civiltà e della cattiveria gratuita e crassa degli uomini verso tutto il mondo animale.
Attendendo il DVD di questo film, grazie al quale si potrà agilmente saltabeccare da un punto all'altro della pellicola senza soluzione di continuità, potremmo forse vedere un mediometraggio con protagonista il solo Anthony Hopkins e i gorilla che tentano di stabilire un contatto. Liberandoci così della sovrastruttura fatta per conquistare un pubblico di bocca buona e che copia platealmente sia Qualcuno volò sul nido del cuculo che Il silenzio degli innocenti. Senza avere né la grandiosità, né la poeticità e nemmeno il pathos di nessuno dei due film citati e storpiati senza fantasia.
Un montaggio fatto in casa che ridurrà enormemente la pellicola, operando su di essa un grande miglioramento non solo per quanto riguarda i toni, ma anche per quello che concerne una storia altrimenti fiacca e davvero troppo scontata.
 
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