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| Luca Masali La perla alla fine del mondo |
(1999) - Mondadori, Urania Speciale, pagg. 350, L. 7000 |
Recensione di Luigi Pachì
E' uscito, sia in Italia che parallelamente in Francia il tanto atteso nuovo romanzo di Luca Masali, La perla alla fine del mondo (Urania Speciale). Atteso, sia perché I biplani di d'Annunzio (uscito su Urania due anni fa) è stato un vero successo di pubblico, e soprattutto perchè il personaggio principale è ancora l'antieroe triestino Matteo Campini incontrato nel libro precedente (e non solo). Come ci ha già abituato precedentemente, l'autore intesse una storia che si dipana su piani temporali diversi (il 1924 e il futuro remoto) che tendono infine a congiungersi. Il questo libro, molto più ad ampio respiro rispetto al primo, ci si ritrova catapultati in una narrazione rutilante che passa dalla fantastoria al thriller, dalla fantascienza alla storia realmente accaduta, il tutto condito con delle parentesi che ricordano la commedia. La storia parte all'inizio degli Anni Venti, al Casinò di Montecarlo, con una pericolosa scommessa dal sapore verniano tra i due costruttori d'auto francesi Citroën e Renault. A corto di tempo, il milionario francese Citroën deve raccogliere in fretta e furia l'equipaggio per attraversare il Sahara algerino tra i dipendenti del Casinò. Con lui partiranno Raoul, l'uomo che ha fatto dell'arte della preparazione dei cocktail un'arte maggiore (che Masali ha descritto come il nonno realmente vissuto ed esperto miscelatore di cocktail); Corinne, una bella spogliarellista studentessa di lettere arabe e Matteo Campini, che la crisi economica seguita alla fine della Grande Guerra ha costretto a reinventarsi come cameriere. Il romanzo si tuffa così in pieno deserto dove la perla rappresenta uno dei simboli più potenti della setta sciita Ahl-i haqq, la gente della Verità. Una comunità attiva soprattutto in Persia occidentale, la cui dispersione rende difficile lo studio della dottrina delle diverse sette nate al suo interno. La divinità primordiale è immaginata nascosta in una perla, che nel romanzo diventa La Perla alla Fine del mondo. Altrettanto affascinante è l'impianto narrativo delle azioni che si svolgono nel futuro remoto e la costruzione di una civiltà davvero minuziosa.
Davanti ad un'opera così non si può non apprezzare lo studio e l'approfondimento che ci sta dietro. L'autore ha impiegato ben tre anni per portare a termine il libro e il risultato finale è notevole, soprattutto per la conoscenza che permette di fare della cultura araba, assurgendo da simbolo dell'incapacità europea di penetrare gli aspetti più profondi dell'Islam. Campini, riconosce l'autore, ha almeno un merito: non sa capire ma per lo meno si astiene dal giudicare.
Tutto questo a supporto di un testo davvero molto intrigante e valido dove l'unica critica che si potrebbe soggettivamente sollevare è quella di mettere in bocca di tanto in tanto a Campini e alla sua compagna parole forti e modi di dire più appartenenti al linguaggio degli Anni Novanta che non riferiti al periodo della Belle Epoque. Davvero un'inezia se la si confronta con lo spessore narrativo e la ricerca stilistica che permea tutto il volume e che rappresenta negli intenti dell'autore anche l'ultima e definitiva apparizione di Matteo Campini.
 
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