racconto di
Paolo Lanzotti

Pianeta di fango





Ecco uno dei miei autori italiani di fs preferiti. Ho conosciuto Paolo Lanzotti (letterariamente parlando), una quindicina d'anni fa, quando un suo bellissimo racconto (Tu che sei esistente), giunse in finale a un'edizione del prestigioso Premio Mary Shelley indetto dalla rivista The Time Machine. Quel racconto lasciò una traccia indelebile nel sottoscritto, che mi spinse a contattare l'autore quando realizzai la mia prima antologia collettiva, Fantasia, per l'editore romano Stampa Alternativa. Paolo mi mandò due ottimi racconti, e per me fu difficile operare una scelta. In ogni caso, mi ripromisi, quando ne avessi avuta l'occasione avrei pubblicato anche quello che ero costretto a mettere da parte. Il racconto in questione era Pianeta di fango, e farlo apparire su Delos mi sembra un modo eccellente per riparare al "torto" di non averlo fatto conoscere subito ai lettori italiani. (Franco Forte)

(1)

L'ho visto. E' stato facile.
L'uomo con la cicatrice era in piedi sulla torretta di poppa. Aggrappato al lancia bengala, sparava lampi rossi nella notte. Gridava. Ricaricava, imprecando per le bruciature alle mani. Sparava ancora sui giganteschi vermi setolosi che squassavano la fanghiglia ribollente intorno alla piattaforma.
L'ho visto.
L'altro si è arrampicato lungo la scaletta metallica, fermandosi nell'oscurità nebbiosa alle sue spalle. Si è accucciato ai piedi dell'incastellatura, come in attesa. D'improvviso i riflettori che sbrecciavano la nebbia verso prua si sono spenti. Il secondo uomo non ha avuto esitazioni. Uno scatto nell'oscurità. Una breve corsa silenziosa. Una spinta. L'uomo con la cicatrice è volato fuori bordo. E' piombato nella melma, agitando le braccia. Ha gorgogliato nel fango che gli si aggrappava ai vestiti, lo appesantiva, lo trascinava giù, riempiendogli la bocca. E' scomparso in un improvviso turbinio di corpi setolosi.
L'ho visto. E' stato facile. Dovrò meditare.

Steve Larseen era pronto e in attesa. Ma quando il lancia bengala ammutolì di colpo, sentì ugualmente un tuffo al cuore, un brivido umido nelle ossa. Intorno a lui la notte brulicava. Gli Ansimanti squassavano la nebbia con urla gutturali. Si accanivano nel fango nero e oleoso, sollevando spruzzi densi fino alle balaustre. Sotto l'urto dei loro giganteschi corpi di verme, la piattaforma ondeggiava nelle tenebre, digrignando come in un lamento moribondo. Steve Larseen era pronto e in attesa. Ma in quell'attimo di agghiacciato stupore, quasi dimenticò la sua parte.
- Joyy! - gridò finalmente, in ritardo - I bengala!
Avevano deciso che la sua voce dovesse mostrare sorpresa e terrore. Non fu difficile. Nella cupa luce verdastra delle lampade di babordo, vide Joyy Alcott che si voltava dalla sua parte, tenendosi alla balaustra del sottoponte con ambedue le mani. Gli indovinò negli occhi uno sguardo agitato ed interrogativo.
- I bengala! - si sforzò di gridare, più forte - Burt ha smesso di sparare. Vai a vedere. Vai ai bengala!
Joyy ebbe un'esitazione. Scosse la testa e sembrò sul punto di urlare qualcosa a sua volta. Poi, finalmente, parve capire. Un nodo in gola, Steve lo vide avviarsi verso la torretta di poppa, trascinando la gamba ferita. Lo vide barcollare negli improvvisi ondeggiamenti della piattaforma. Svanire nell'oscurità della notte nebbiosa, con lentezza esasperante.
- I bengala!
In quegl'attimi di attesa angosciosa si rese conto di aver dato l'allarme in ritardo. Morto Burt, il lancia bengala era silenzioso da quasi due minuti. Troppi. Le braccia tremanti, la fronte madida di sudore, pensò che Dio era buono. Che non li avrebbe lasciati morire così. Lo pensò mille volte, in un'interminabile frazione di eternità. Poi ricordò quello che avevano appena fatto e fu assolutamente certo del contrario.
- Joyy!
D'improvviso le tenebre nebbiose furono squarciate da una salva di razzi sparati a pelo di fango. Rossi, accecanti e benedetti. Joyy Alcott aveva raggiunto la torretta, prendendo il posto di Burt Kresno al lancia bengala. Approfittando dei lunghi momenti di oscurità, alcuni Ansimanti avevano conficcato le ventose sul fianco sinistro della piattaforma, sollevandosi quasi all'altezza delle balaustre. Steve vide le loro ombre agitarsi nel lampo dei razzi di segnalazione. Li vide lasciare la prese e rituffarsi nel fango, come percorsi da un brivido elettrico. Fece uno sforzo affannoso per allontanare il pensiero. Rientrò nella cabina di comando, si avvicinò al pannello di controllo e cominciò a cercare l'interruttore generale.
Uno scuotimento più forte lo rigettò indietro, prima che potesse raggiungerlo. Lui perse l'equilibrio e urtò la parete metallica alle sue spalle. Sentì un colpo alla schiena. La fitta dolorosa gli strappò un mugolio. Annaspò nell'oscurità, cercando di rimettersi in piedi. In quel momento la notte fu sbrecciata da un'altra salva di bengala. Il cuore in tumulto, Steve si rese conto che stava lasciando passare di nuovo troppo tempo. Era trascorsa un'eternità da quando aveva spento i riflettori: la lunga manciata di secondi che può separare la vita dalla morte. Si tirò in piedi, disperatamente. La spalla intorpidita, le mani che gli tremavano, tornò ad armeggiare sul pannello di comando. Finalmente trovò l'interruttore. Di colpo, anche i riflettori di prua ripresero a sciabolare nella nebbia le loro lame biancastre, unendosi ai lampi rossi dei bengala.
Gli Ansimanti erano abitatori delle tenebre dalla pelle fotofobica. La luce intensa provocava loro un dolore insopportabile. A lungo andare poteva anche ucciderli, come una scarica elettrica. Ancora per qualche attimo continuarono a squassare la melma intorno alla piattaforma, con mugolii cavernosi. A protendere verso la balaustra le ventose urticanti. Poi si ritirarono. Uno ad uno, vennero risucchiati dal fango oleoso, in un turbinio di ferocia senza bersaglio. Steve li inseguì, puntando i fari dove gli sembrava che il fango ribollisse di più. Li incalzò dalla plancia, manovrando i riflettori come spade immateriali. Ad un certo punto si rese conto che stava gridando istericamente, ma non cercò di fermarsi. Era solo la prima battaglia. Anche quella notte sarebbe stata un lungo incubo insonne. Lo sapeva. E il pensiero gli strappava il respiro, dando alla paura lo slancio di un furore impotente.
La fronte madida di sudore, continuò a frugare nella melma con le taglienti lame di luce biancastra, finché un movimento sul ponte sotto di lui attirò la sua attenzione. La massiccia figura di Rudy Mac Reery era scivolata fuori da un boccaporto, fermandosi accanto all'incastellatura della trivella laser. Dall'alto della cabina di comando Steve lo vide lanciare un'occhiata dalla sua parte, alzando il viso nella spettrale luce bluastra delle lampade di tribordo. Seppe che stava guardando lui, senza vederlo. Nella penombra non poté distinguere la sua espressione, ma capì ugualmente. Aveva lasciato spenti i riflettori troppo a lungo. Aveva chiamato Joyy in ritardo. Aveva perso la testa, rischiando di rovinare un piano lungamente studiato e di mettere in pericolo le loro stesse vite. Con quell'occhiata, Rudy gli gettava in faccia il suo infinito disprezzo. Lo capì. Ma, contrariamente al solito, non ebbe paura. Non riuscì a sentire, dentro di sé, la presenza di quel timore istintivo e annebbiante che lo assaliva sempre, davanti all'uomo dai capelli biondi. Nella testa gli stava gocciolando un pensiero molto più forte. Un'idea acida e amara che annullava ogni altra sensazione. Adesso era tardi per qualsiasi pentimento. Adesso era tardi per qualsiasi timore. Adesso era un assassino.

(2)

L'alba viola nacque a metà, come sempre. Esitò a lungo, nel viluppo delle tenebre. Poi si alzò di colpo. Traboccò, spingendo via la notte. Per qualche attimo sembrò voler esplodere con violenza. Rallentò. Arrancò penosamente, come impigliata nella nebbia che ristagnava immobile sul mare di fango. Raggiunse l'apice a fatica, scavando pallidi solchi rosati nel grigiore. E fu solo un'idea. Una presenza da indovinare. Un chiarore violaceo nel cielo lattiginoso di un mondo senza sole.
Seduto sulla poltroncina nella sala di comando, Steve Larseen mise uno stimolante fra i denti e ruppe l'involucro, ostinandosi a vagheggiare, come ogni giorno, il rimedio universale. Una capsula contro il caldo opprimente del giorno e il gelo impossibile della notte. Una capsula contro il tanfo putrido che saliva dalla melma, aggrappandosi alla gola con mille dita umide: quei miasmi viscidi, soffocanti che l'abitudine rendeva appena tollerabili. Da qualche parte nell'universo doveva esistere una capsula del genere. Lo sapeva. Avrebbe dato qualsiasi cosa per averne una. Qualsiasi cosa, del nulla che gli era rimasto.
Gli occhi gonfi di sonno, fissò stancamente il mare di fango che circondava la piattaforma. La distesa nera ed infinita, all'inseguimento di un orizzonte invisibile. Gli isolotti di canne galleggianti nella melma come ciuffi di capelli rigidi e verdastri su un cranio oleoso. I banchi di nebbia che veleggiavano nel grigiore, fondendosi in muri compatti, o sbrecciandosi all'improvviso in effimeri sipari semitrasparenti. E quell'odore, Cristo: l'odore. L'immobile materia del silenzio. Quarto pianeta nel sistema di Cepheo. Emisfero nord, a cavallo del tropico. Gli indigeni chiamavano quel mare semi solido VLOTT: Il Nulla Ingoiante. Un nome ineccepibile. Non era forse stato predetto che avrebbe ingoiato anche loro?
Il pensiero gli rimase in gola, infrangendo la corazza di sonno e di stanchezza che lo stava imprigionando. Per un attimo lui cercò di aggirarlo, di sgusciare via da quelle dita impietose che avevano preso a scavargli la testa. Poi si lasciò afferrare dai ricordi, con rassegnazione. Il passato era una visione che non riusciva più ad allontanare. Una cagna paziente, fedele ed ostinata che, ogni tanto, si affacciava alla memoria e ringhiava sommessamente, pretendendo la sua parte di attenzione.
Con gli occhi della fantasia rivisse, in un attimo, gli ultimi giorni prima della partenza, alla base semi permanente della Compagnia Mineraria "Sato & Donovan". Rivisse la frenesia dei preparativi e il nervosismo dell'attesa. Le ultime riunioni. Gli ultimi studi sugli ologrammi orbitali. Erano passati quasi due mesi, ormai. La spedizione sarebbe stata semplice routine. Così, almeno, era sembrato allora. Una dozzina di uomini imbarcati su una piattaforma per prospezioni minerarie. Una rapida ricognizione sul Quadrante BB 43, dove sembrava si trovassero buoni giacimenti di qintrix. Due settimane di lavoro. Tre al massimo. L'attrezzatura era piuttosto vecchia. La piattaforma aveva conosciuto giorni migliori. Ma nessuno se n'era preoccupato. Bisognava solo fare un giretto e dare un'occhiata. Tutti si erano detti convinti che il grande pericolo sarebbe stato la noia. Così, l'ultima notte prima della partenza, Joyy Alcott aveva proposto di fare qualcosa che si potesse ricordare. "Perché non andiamo al villaggio Maavisy? ", aveva chiesto, ridendo, a lui e a Rudy Mac Reery. E loro avevano risposto di sì. Cristo! avevano risposto di sì. Quel giorno. Dall'altra parte della vita.
Il pensiero gli strappò l'ennesimo brivido. Il volto scheletrico del vecchio stregone Maavisy con cui avevano trascorso l'ultima notte, lui, Joyy e Rudy, al vicino villaggio indigeno, gli balzò davanti agli occhi, vivido come uno spettro. Perché negarlo? era stata una buona idea, quella di passare le ultime ore prima della partenza nella primitiva capanna di rami secchi dello stregone. Il fuoco di sterco che ammorbava l'aria. Le fiamme inquiete e scarroccianti che gettavano ombre sulle code e sulle mani mummificate appese ai pali di sostegno. Il canto ossessivo che giungeva fino a loro, dall'esterno, sostenuto dal ritmo di cupi tamburi rullanti. La bottiglia di Chepes Verde che passava di mano in mano, senza fermarsi. Sì, era stata una buona idea. Buona finché, ottenebrati dall'alcol e dal fumo violaceo, avevano chiesto al vecchio stregone di guardare tra le ali di un Pipistrello. Di squarciare il cuore di un Ragno Rosso. Di gettare lo sguardo oltre la barriera inviolabile del tempo e della ragione.
Che gli stregoni Maavisy pretendessero di saper leggere il futuro era stata, per loro, una delle massime fonti d'ilarità, nelle lunghe settimane d'attesa alla base semi permanente della Compagnia. Perché negarlo? Loro odiavano Cepheo Quattro. E qualsiasi occasione potesse aiutarli ad alimentare il disprezzo per quel miserabile pianeta di fango era stata la benvenuta. Leggere il futuro? Idiozie. Eppure, quella notte glielo avevano chiesto, ridendo. Glielo avevano imposto, con la loro insolente, quasi inconsapevole prepotenza di padroni semi ubriachi che si preparavano a lasciare il comodo limbo della base per qualche tempo e volevano avere dei ricordi da portare con sé. Il vecchio si era negato a lungo. Poi aveva ceduto. Aveva guardato tra le ali e squarciato un cuore, mormorando borbottii senza senso. Finalmente aveva concluso con una frase in Lingua Franca: vedo le vostre teste appese alla nebbia.
Le giovani indigene che lui, Joyy e Rudy avevano portato con sé, si erano lasciate sfuggire un lamento. Si erano coperte con le mani le piccole corna frontali, agitandosi nervosamente e guardandosi attorno, spaurite. E loro avevano riso ancora, più forte. Avevano ricordato, a voce alta, che le femmine Maavisy non erano poi tanto male, se si riusciva a metterle in una posizione decente. Avevano fatto girare una nuova bottiglia di Chepes, dopo aver gettato quella vuota nel fuoco di sterco. E la bottiglia era sfuggita dalle mani di Joyy Alcott, frantumandosi a terra. E loro avevano imprecato. E riso. E imprecato ancora, mentre l'alcol disegnava una macchia scura sul pavimento della capanna e il suo odore acre si mescolava a quello del fumo.
Troppo sorpreso dalla loro reazione per reagire subito, sul momento il vecchio stregone li aveva lasciati fare. Poi si era alzato sulle gambe scheletriche. Li aveva fissati cupamente. Aveva cominciato a parlare, in Lingua Franca, del buffo Dio del suo popolo. Lo Scrutatore, così lo chiamavano i Maavisy. Colui che Osserva e Impara. Vedo le vostre teste appese alla nebbia, aveva ripetuto. Con uno slancio improvviso, aveva indicato le code e le mani mummificate che pendevano dai pali. Li aveva esortati a ricordarsi di LUI, quando fossero stati soli. Perché questo sarebbe accaduto. Sì. Un giorno non lontano si sarebbero sentiti soli nel Nulla Ingoiante. E le loro teste sarebbero state appese alla nebbia. Le loro grida, conficcate nel fango. Allora solo LUI avrebbe potuto sentire le loro invocazioni.
Lo aveva ripetuto ancora. E la sua voce era risuonata triste, nella penombra fumosa della capanna. O irritata. O forse impietosa. E le giovani indigene erano fuggite via, con gridolini di paura. E, dopo una breve esitazione, loro erano corsi fuori ad inseguirle, pretendendone i corpi con nessun altro diritto che un desiderio, reso più forte da quegli sguardi ansiosi e spauriti. Era stato divertente, sì. Eppure, adesso odiava quel ricordo. Perché ora sapeva che il vecchio stregone Maavisy aveva mentito. Perché lui, ora, si sentiva solo, nel Nulla Ingoiante, e avrebbe voluto davvero potersi aggrappare ad una presenza forte, capace di farsi largo nel delirio delle nebbie. Avrebbe voluto poter sentire lo sguardo di un Dio su di sé. Ma il Dio dei Maavisy, colui che osserva e impara, taceva. Il Dio Scrutatore non gli stava tenendo gli occhi negli occhi come il vecchio stregone aveva predetto. Nel delirio della nebbia, quel Dio non c'era.
Si passò una mano sulla barba ispida e cambiò posizione. Un movimento improvviso al di là dei vetri attirò la sua attenzione. Un Senzacoda dalle ali trasparenti di libellula frusciò via nella nebbia, spostandosi da un isolotto di canne ad un altro. Steve Larseen corrugò la fronte. Per seguire il volo dell'uccello-insetto si era istintivamente sporto in avanti e aveva avuto l'impressione che la poltroncina su cui sedeva fosse più inclinata del solito. Accigliato, digitò sulla tastiera del computer una richiesta di controllo. Il monitor ebbe un'esitazione. Un fruscio colorato. Finalmente sentenziò. L'inclinazione era aumentata di quattro gradi a dritta.
Steve non ebbe neppure la forza di innervosirsi. Poiché i circuiti vocali avevano cessato di funzionare da tempo, continuò a digitare sulla tastiera. Il computer rispose alle sue richieste quasi di malavoglia. Gli Stadi di Sospensione erano sempre disattivati. La vecchia piattaforma per prospezioni minerarie, ferita ed immobilizzata dall'esplosione nella sala macchine, poggiava direttamente sul mare di fango. E si inclinava sempre di più, man mano che la melma oleosa trovava il modo di infiltrarsi nello squarcio malamente tamponato lungo la fiancata destra. La corrente che le carte nautiche del pianeta chiamavano Spinta di Beer la stava trascinando come un cadavere verso Continente Nove, con regolare lentezza. Sempre più lontano dalla rotta prevista. Sempre più lontano da qualsiasi cosa, nel cuore del Nulla Ingoiante. Il tempo stimato per raggiungere quel lembo di terra era otto settimane. Molto più di quanto loro potessero sperare di resistere.
Erano già morti e sepolti. Su questo non poteva avere alcun dubbio. Cepheo Quattro non era un pianeta civilizzato: era un piccolo mondo di confine, sperduto in una delle periferie del Settore Galattico di MarTerra. Al di là della sua atmosfera nebbiosa non c'erano satelliti in orbita che potessero individuare la loro posizione dall'alto, con uno scarto di pochi centimetri. Al di là del suo mare semisolido non c'erano navette di soccorso che potessero volare in loro aiuto al minimo segnale d'allarme. Su Cepheo Quattro c'era solo il fango, denso e putrido. Il tanfo della nebbia. La solitudine. Una vecchia piattaforma che procedeva verso Continente Nove, al di fuori della rotta stabilita, aveva le stesse probabilità d'essere ritrovata di un'astronave in avaria sperduta tra le stelle. Erano già morti e sepolti. Era l'unica certezza che gli rimanesse.
Il rumore stridulo del portello che si apriva alle sue spalle lo strappò alla visione della propria agonia. Rudy Mac Reery entrò nella cabina di comando, trascinandosi dietro un alone d'umidità.
- Ho controllato i serbatoi - esordì, senza preamboli - Questa notte abbiamo perso due litri d'acqua
- Questa notte abbiamo perso molto di più - mormorò Steve, quasi senza accorgersene.
Rudy lo scrutò freddamente. Per qualche attimo lui rimase a sostenere il suo sguardo, in un silenzio carico di sottintesi. Capitava, a volte, che l'esasperazione gli regalasse una parvenza di coraggio. Allora riusciva perfino a ricordare che, un giorno, aveva avuto una volontà propria. Riusciva quasi a ricordare d'essere stato un uomo. Per qualche attimo sperò che fosse una di quelle rare occasioni. Poi sentì che qualcosa gli stava cedendo nello stomaco, come sempre. Con i suoi due metri d'altezza e le spalle da lottatore, Rudy era un gigante che lo dominava dal cielo, i lunghi capelli biondi e i barbarici occhi chiari. Ma non era la sua prestanza fisica a schiacciarlo. Non solo.
- Non hai proprio alcun rimorso? - balbettò.
L'uomo dai capelli biondi non perse tempo. Lo afferrò per la tuta e lo tirò a sé, violentemente, lo sguardo gelido come una lama.
- Ascolta bene, granduomo - gli sibilò in faccia - Ho sopportato abbastanza i tuoi isterismi. Se vuoi avere qualcosa con cui masturbarti il cervello pensa che questa notte hai rischiato di farci crepare. Avevamo stabilito che i riflettori sarebbero rimasti spenti per trenta secondi: il tempo di raggiungere Burt e di buttarlo giù. Te lo ricordi? Avevamo stabilito che avresti chiamato Joyy subito. Invece tu ti sei fatto prendere dal panico. Hai aspettato troppo. Li hai lasciati avvicinare. Grazie a te, questa notte loro ce l'hanno quasi fatta. Sai che odore hanno gli Ansimanti quando ti respirano in faccia?
Lo scrollò selvaggiamente.
- Io voglio vivere - continuò, deciso - Capisci cosa significa? Non intendo lasciare le mie ossa su questo sporco pianeta. Né per la Compagnia, né per te
- Rudy... - riuscì finalmente a mormorare Steve, boccheggiando nella stretta che quasi lo soffocava.
- Abbiamo acqua solo per venti giorni - proseguì il gigante, senza ascoltarlo - Meno, dopo questa notte. E ci vorranno ancora due mesi perché la corrente ci trascini fino a Continente Nove. In quattro non ce l'avremmo mai fatta. Riesci a capirlo?
Steve si sforzò di annuire.
- Sì... - balbettò - Sì, capisco
Finalmente Mac Reery lo lasciò andare.
- Allora, cerca di non dimenticarlo più - concluse, gelido.
Lui si afflosciò, raggomitolandosi sulla poltroncina. Il respiro affannoso, annuì ancora, ripetutamente. E mentre lo faceva, capì che non stava rispondendo al gigante biondo, ma a se stesso. In quattro non avrebbero avuto alcuna speranza di sopravvivere. Rudy aveva ragione. O forse no. Ma cosa importava? Ormai lo avevano fatto. Burt Kresno era stato sacrificato. Burt Kresno era morto perché agli altri tre potessero vivere. E lui era stato d'accordo. Questo solo contava, ormai: la sua sconfitta.
Continuò a scrutare Mac Reery in silenzio, lo sguardo impaurito. Rudy gli lanciò un'ultima occhiata piena di disgusto. Poi si avvicinò ai vetri della plancia e prese a fissare la nebbia, dandogli le spalle. Fu come se, tra loro, fosse calata una saracinesca. Improvvisamente Steve seppe d'essere stato dimenticato. Vedendo l'uomo dai capelli biondi che si stagliava nel chiarore grigio-viola di quel mondo senza sole, accigliato e meditabondo nella sua solitaria, selvaggia autosufficienza, si sentì assalire dal pensiero di sempre. La vita amava gli uomini come Rudy: questo era il pensiero ossessivo. La vita amava gli animali capaci di aggrapparsi a lei con artigli d'acciaio. Gli animali capaci di violentarla senza pietà, di strapparle la carne a morsi e bere il suo sangue fino all'ultima goccia. La vita amava chi l'amava al di sopra di ogni altra cosa. Nel suo lungo peregrinare tra i mondi di confine del settore marterriano ne aveva conosciuti altri, di quegli uomini prediletti. La frontiera li attirava per affinità naturale. Ma, nonostante tutto, gli riusciva ancora difficile convincersi che Rudy fosse uno di loro.
Il Mac Reery che portava nella memoria era stato un cordiale operatore di scandaglio, simpatico a tutti. Un compagno sempre col sorriso sulle labbra, leale e perfino generoso. Questo era stato Mac Reery, prima. L'idea della brutale metamorfosi che il gigante aveva subìto, nel momento cruciale della propria esistenza, riusciva ancora a stordirlo. Quando l'esplosione nella sala motori aveva ucciso la piattaforma, cambiando le regole dell'universo, anche l'uomo dai capelli biondi era cambiato. Senza preavviso. Con una rapidità allucinante. E adesso lo capiva: Rudy era stato il solo ad afferrare la situazione con chiarezza. Ad adattarsi alla nuova realtà, subito e senza tentennamenti. Quando loro avevano pensato che l'impianto di comunicazione si potesse riparare. Quando loro avevano supposto che l'allarme sarebbe scattato entro poche ore e magari che qualcuno li stesse già cercando nel cuore del Nulla. Quando loro avevano perso tempo ad imprecare contro la compagnia mineraria "Sato & Donovan" che li inviava in una zona pericolosa con materiale scadente e nessuna assistenza. Quando loro si erano appellati al diritto d'essere soccorsi. Quando si erano ostinati a sentirsi parte di un universo ben organizzato a cui, invece, non appartenevano già più. Rudy aveva capito. E, di colpo, l'uomo era scomparso per lasciare il posto all'animale, alla bestia lucida e pericolosa che lottava per se stessa.
In quel processo di metamorfosi, il lato oscuro di Rudy Mac Reery era emerso con la progressione invisibile di un veleno. Poiché De Quincy, il capogruppo, era perito nell'incidente insieme ad altri due uomini dell'equipaggio, Rudy aveva preso il suo posto con assoluta naturalezza. I morti avevano trovato rapida sepoltura nel mare di fango, dopo una breve cerimonia. Gli altri si erano contati. Erano rimasti in nove, con due feriti gravi.
Mac Reery aveva riorganizzato il gruppo, come se si trattasse di affrontare una lunga attesa. Poi aveva convinto i superstiti a non sprecare troppe energie occupandosi dei feriti che (erano state parole sue) non avevano alcuna speranza di sopravvivere. Lasciati a loro stessi, i due erano morti nel giro di poche ore. E Thomas Louis, l'ingegnere prospettico che aveva protestato vivacemente per la decisione, era scomparso quella notte stessa, senza che si capisse come.
Adesso erano in sei.
Di nuovo si erano riuniti per una nervosa consultazione. Avevano scoperto che quasi tutta l'infermeria di bordo era andata perduta. Allora Rudy aveva preteso che le poche capsule di Pareyn Antinfettivo rimaste intatte venissero razionate e le aveva prese in consegna. Cinque giorni dopo, Walter Nereen se n'era andato, per un improvviso blocco polmonare non adeguatamente prevenuto. Una settimana più tardi era toccato a Solinger, trovato morto nella sua branda apparentemente senza motivo. Infine Burt. Ma lui era stato meno fortunato. Burt Kresno era volato giù dal castelletto di poppa, tra gli Ansimanti, in una normale notte d'inferno.
Adesso erano in tre.
Perché negarlo? Era stato un piano accuratamente meditato e predisposto. Una marcia implacabile verso la sopravvivenza del più forte. Ciascuno di quegli uomini era stato imolato sull'altare di un piccolo semidio oscuro che viveva tra loro, invisibile e mortale come un virus. E lui l'aveva sempre saputo. Oh, sì! Anche se quel pensiero agghiacciante cercava disperatamente di rintanarsi nei meandri più profondi della sua coscienza, lui sapeva di aver indovinato le intenzioni di Mac Reery quasi subito. Sapeva di non aver fatto nulla per opporvisi. Aveva seguito l'avanzata travolgente di Rudy con il silenzioso sgomento di un complice. Giorno dopo giorno. Settimana dopo settimana. Aveva scoperto d'essere terrorizzato dalla spietata, vitale lucidità di quel gigante dai capelli biondi che stava edificando la propria sopravvivenza su una collina di cadaveri. Ma nello stesso tempo se n'era sentito attratto. Affascinato. Lui, Steve Larseen, era solo una comparsa della vita. Rudy era un protagonista. L'esistenza apparteneva agli uomini come Mac Reery. La coscienza di quella semplice verità era diventata presto l'unico punto fermo nel delirio di un'agonia fatta di fango, di nebbia e di silenzi. Il barlume di una luce demoniaca nelle tenebre. E forse era per questo che, alla fine, aveva accettato di aiutarlo ad assassinare Burt Kresno. Non per la vaga, inconsistente speranza che quel nuovo omicidio servisse a qualcosa, ma perché Rudy era un protagonista e lo spettacolo della sua fredda, implacabile lotta per sopravvivere aveva un fascino ipnotico.
Quasi raggomitolato sulla poltroncina, Steve Larseen fissò l'uomo biondo che stava guardando dai vetri della plancia e rabbrividì. Come se gli avesse letto nel pensiero, Mac Reery si voltò di nuovo dalla sua parte. Fece una mezza smorfia e indicò con la mano la figura di Joyy Alcott immobile sul castello di prua, il vecchio laser stretto fra le braccia come una bambola, lo sguardo vitreo, fisso nel vuoto. Erano ore che Joyy sedeva vicino al Risucchiatore, immobile e silenzioso. Da quando Burt Kresno era volato fuori bordo in una normale notte d'inferno. Mac Reery lo indicò con la mano.
- Abbiamo acqua per venti giorni - mormorò, quasi a se stesso - In quattro non ce l'avremmo fatta. In due, forse sì
Steve si drizzò di scatto sulla poltroncina, gli occhi sgranati.
- In due? - balbettò - Hai detto due ?
Rudy si limitò a lanciargli un'occhiata silenziosa.
- Non puoi farlo - insistette lui, la voce tremante - Non puoi uccidere anche Joyy
- Io voglio vivere - rispose l'uomo biondo, semplicemente.
- E' una pazzia
- E' una necessità
- E' un assassinio!
- Anche quello di Burt lo è stato, ricordi? Che differenza c'è? Quando le risorse scarseggiano, la sopravvivenza di qualcuno comporta il sacrificio di altri. E' una legge naturale
- Nella giungla, forse. Tra gli animali. Noi siamo uomini!
- Noi siamo solo pezzi di carne alla deriva in un mare di fango. Se non te ne fossi accorto, guardati intorno
- Ma perché lui? Se ci devono essere ancora dei morti, su questa piattaforma maledetta, perché proprio Joyy? Perché non uno di noi due, allora?
- Perché noi siamo disposti a farlo
- Ridicolo!
- Logico
- E la notte? Non hai pensato alla notte? Non potremo tenere a bada gli Ansimanti, in due. Senza Joyy, prima o poi riusciranno a salire
- Niente affatto. Io starò ai bengala e tu ai riflettori. E' più che sufficiente. Joyy non ci serve
- Ma è Joyy, Rudy! - si sforzò di continuare Steve, aggrappandosi ad un ultimo barlume di ragione - E' nostro amico
- D'accordo, granduomo - concluse Mac Reery, fissandolo - Allora elimineremo te
Steve zittì di colpo.
- Va bene così, granduomo? - lo incalzò Rudy, freddamente - Se Joyy Alcott è un amico, lo risparmieremo. E' giusto. Ma l'acqua rimasta è poca e noi siamo ancora troppi. Se vogliamo che qualcuno sopravviva, uno dei tre deve morire. Ti offri?
Steve Larseen continuò a fissarlo senza rispondere, le labbra che gli tremavano. Per qualche attimo Rudy Mac Reery sostenne quello sguardo incredulo con gelida tranquillità. Poi fece un sorriso sprezzante. Scrutò di nuovo la figura di Joyy Alcott immobile sul castello di prua: quel fantasma, curvo nella nebbia, che teneva il laser tra le braccia come se fosse una bambola.
- Guardalo - mormorò, accigliato - Pazzo fino al midollo. Il fango gli è entrato nel cervello. Non ragiona più. E' là da questa notte, immobile vicino al Risucchiatore, come se ascoltasse qualcosa. Eliminandolo gli faremo un favore. Ci avrei già pensato da solo, se non avesse quell'arma
Ancora una volta Steve non seppe cosa rispondere. Improvvisamente era troppo impegnato a contemplare il disfacimento della propria umanità. Sapeva che avrebbe dovuto opporsi al progetto di Rudy con tutte le sue forze. Sapeva che non sarebbe accaduto. La bestia dai capelli biondi lo stava sopraffacendo, come sempre. Non riusciva a resistere alla volontà di quell'animale impietoso, ai suoi ragionamenti lucidi, alla sua calma, implacabile determinazione. La primordialità della lotta per sopravvivere lo stordiva. E in fondo alla mente, accanto ad ogni possibile obiezione della coscienza, c'era sempre quel pensiero ossessivo. Che Rudy era un protagonista dell'esistenza e lui solo una comparsa. Che Rudy sapeva.
Chiuse gli occhi con forza, come per impedire all'immagine della propria insignificanza di traboccare all'esterno. Pensò a Dio. Uno qualsiasi. Uno dei tanti, onnipotenti signori dell'universo che, per millenni, avevano sollecitato la fantasia dell'umanità. Pensò alla buffa divinità dei Maavisy che, pur essendo un Dio, passava l'eternità ad osservare e ad imparare, come l'ultimo degli uomini. Si chiese se almeno lui, Lo Scrutatore, avrebbe avuto pietà di loro. Sentì ancora Mac Reery che mormorava:
- Sarà facile
Il colpo di laser frantumò i vetri con uno schianto improvviso.

(3)

La sorpresa era stata violenta. Irrigidito sulla poltroncina, per qualche momento Steve Larseen non reagì. Solo quando un secondo colpo s'infranse sul soffitto come una cometa rossiccia riuscì a capire: qualcuno stava sparando. Si lasciò cadere sul pavimento, le braccia intorno alla testa. Fuori, la voce furibonda di Joyy Alcott aveva preso a gridare, rauca.
- Vi vedo, maledetti! Siete voi che volete strapparmi gli occhi, lo so. Vi vedo
Si udì un terzo colpo. Poi una breve raffica rabbiosa.
- Non li avrete, maledetti! - tornò la voce isterica di Joyy - Non avrete i miei occhi
Sbalordito, Steve fissò Mac Reery che si era riavvicinato al vetro infranto della plancia e stava osservando cautamente.
- Rudy... - balbettò.
- Non ce l'ha con noi - considerò la bestia dai capelli biondi, rispondendo alla sua domanda implicita - Sta sparando alle ombre. Sapevo che gli sarebbero saltati i nervi, prima o poi
Come a voler confermare l'osservazione, la voce di Joyy Alcott si fece più forte e rauca.
- Venire fuori, demoni! - singhiozzò - Perché vi nascondete, maledetti? Voglio guardarvi in faccia!
Altri colpi di laser soffocarono un accavallarsi di imprecazioni.
- Dobbiamo fermarlo - mormorò Rudy.
- Fermarlo? - balbettò Steve, fissandolo a bocca aperta
- Un pazzo armato è pericoloso. Se continua così, può ucciderci senza volerlo. O magari, può danneggiare i serbatoi con l'acqua: il che sarebbe quasi la stessa cosa
- Rudy...
- Dobbiamo fermarlo. Sono sicuro che, adesso, sarai d'accordo anche tu, granduomo
- Ma... come?
Senza rispondere, Mac Reery attraversò la plancia, staccò due accette antincendio dalla rastrelliera vicino al portello e ne passò una a Steve, facendola scivolare sul pavimento.
- Tu vai verso prua - ordinò, con calma - Io girerò dall'altra parte. Cerca di fare il tuo lavoro senza sbagliare, una volta tanto. Ricordati che Joyy è pazzo. Sarà facile, se non ti farai prendere dal panico
E uscì.
Per qualche attimo Steve fissò il portello da cui il gigante biondo era scivolato fuori, nella nebbia perenne di Cepheo Quattro. Poi abbassò gli occhi e scrutò, inorridito, l'accetta sul pavimento. Non vide la lama lucida e il manico di metallo scuro. Vide una mano scheletrica che si protendeva per afferrarlo. Vide il contagio. La barbarie. La maledizione dell'uomo che si apprestava ad impadronirsi di lui per l'ennesima volta. La sicurezza implacabile di Rudy gli stava imponendo, come sempre, una scelta non sua. Ma non seppe trovare ragioni per opporvisi. Quell'accetta emanava la forza magnetica della vita stessa. La vita possessiva e maledetta che Rudy amava più di lui. Afferrò l'arma, stringendola con ambedue le mani come temesse di vederla sgusciare via. Uscì lentamente
Fuori, la calda umidità gli passò una carezza viscida tra le labbra. Lui rabbrividì ancora. I miasmi putrefatti che salivano dalla melma gli ferivano le narici, superando anche lo sbarramento dell'abitudine. VLOTT: Il Nulla Ingoiante. Vedo le vostre teste appese alla nebbia. Non era forse stato predetto? E Dio... dov'era Dio? Quella buffa divinità dei Maavisy che aveva bisogno di osservare ed imparare come l'ultimo degli uomini, dov'era? Vedo le vostre teste. Maledetto!
Finalmente si scosse. A passi incerti percorse il ballatoio verso prua e scese la scaletta metallica che portava al ponte inferiore, squarciato dall'esplosione. Quasi avesse avvertito la particolarità del momento, la nebbia intorno alla piattaforma si era infittita. Il muro grigio-viola rendeva indistinto anche quel piccolo universo conosciuto, aprendo pozzi scuri due metri più in là del suo sguardo e finestre di tenebra alle sue spalle. Ma la voce rauca e disperata di Joyy Alcott, che continuava ad imprecare contro i fantasmi della sua mente impazzita, era come un radiofaro.
- Voi! - stava gridando Joyy - Voi che vi nascondete nel fango. Io vi conosco. Volete i miei occhi. Questo avrete! nient'altro che questo!
E sparava contro le ombre. Correva sul ponte, trascinando la gamba ferita. Urlava di nuovo.
Steve continuò ad avvicinarsi cautamente. Ad ogni passo, l'accetta nella mano diventata più pesante. Ad ogni passo, il cuore gli martellava un po' di più nelle tempie. D'improvviso, un fruscio alla sua destra lo fece sobbalzare. Si voltò di scatto, in tempo per intravedere una figura verdastra che saettava al di sopra della balaustra. Un Senzacoda si era alzato da un vicino isolotto di canne, battendo le quattro ali trasparenti. Il respiro rotto, Steve lo vide affondare la lunga proboscide nel fango, succhiare qualcosa e volare via. Si passò una mano sulle labbra, nervosamente. Riprese ad avanzare, seguendo la voce di Joyy nel muro di tenebra.
Finalmente lo intravide nella nebbia, vicino al Risucchiatore. Si accucciò contro la scaletta, trattenendo il respiro. Per qualche attimo rimase ad ascoltare il battito furioso del suo cuore. Fece per rialzarsi in piedi, l'accetta in mano. E, di colpo, comprese quello che aveva sempre saputo. Non avrebbe avuto il coraggio di gettarsi su quel povero pazzo pericoloso. Per pietà. Per vigliaccheria. Per le mille ragioni controverse e contraddittorie che si stavano agitando sul fondo della sua mente. Non ne avrebbe avuto il coraggio. Lui non era Rudy. Il suo desiderio di sopravvivere s'infrangeva inesorabilmente contro una sorda incapacità di dimenticare la propria, inutile coscienza.
Il pensiero gli strinse la gola. Tornò ad accucciarsi. Chiuse gli occhi, le labbra tremanti. Si costrinse a riflettere con calma. Perché riflettere era l'ultimo baluardo. Era il muro sottile e tenace che poteva dividerlo dal panico, dall'umiliazione della consapevolezza. Pensò al suo mondo lontano: il piccolo Adreide dalle sette lune gemelle. Pensò alle pianure azzurre e alle cascate di ghiaccio che formavano arabeschi tra i pinnacoli di alabastro. Ai profondi dirupi, coperti di muschio, dove, nei giorni di festa, si scivolava con le slitte anti-g. Pensò ad un caldo corpo di donna. Se lo sentì addosso. Nello stomaco. Tra le gambe. Pensò e ricordò mille cose, in un tempo che gli sembrò eterno e che durò pochi istanti. Ricordò e rifletté, per non dover riflettere. Quando riaprì gli occhi, con uno sforzo doloroso, Joyy Alcott non era più sul castello di prua.
Steve ebbe un tuffo al cuore. Ansimando, strinse nervosamente l'accetta. Joyy era sparito. Non gridava più. Non faceva più rumore. Approfittando della sua stupida esitazione si era allontanato nella nebbia. E ora poteva trovarsi dovunque sulla piattaforma martoriata, con la sua pazzia e quel laser stretto fra le braccia come una bambola assassina. Si strappò all'immobilità, reprimendo un brivido. Avanzò rapidamente lungo la balaustra, quasi piegato in due. Si fermò ad ascoltare il silenzio. Azzardò ancora qualche passo e raggiunse il Risucchiatore. Il grosso attrezzo giaceva sghembo sui suoi supporti, come un vecchio albero abbattuto. L'esplosione che aveva sventrato la sala macchine, alcune settimane prima, ne aveva spezzato i sostegni, piegando l'incastellatura di quasi quarantacinque gradi. Steve si accucciò dietro una delle prese d'aria. Fissò ancora la nebbia, gli occhi sbarrati, cercando di prendere una decisione. Il grido alle sue spalle lo colpì d'improvviso.
- Siete qui, finalmente!
Si voltò di scatto, il cuore in gola. La caricatura folle di Joyy Alcott era comparsa a pochi passi da lui, nella foschia baluginante. Il viso lucido e tirato, come una maschera di clown. Il laser che gli tremava fra le mani.
- Joyy... - balbettò, senza accorgersene.
- Voi! - gridò Alcott, fissandolo - Siete voi che volete strapparmi gli occhi
- Joyy - rantolò di nuovo Steve, incapace di muoversi - Sono io. Non mi riconosci?
- Volete strapparmi gli occhi, perché sapete che loro possono vedervi...
- Sono io!
-... I miei occhi vi vedono nel fango...
- Per l'amor di Dio!
-... Vi inseguono...
- Joyy!
-... Vi scovano nelle vostre putride tane... Voi volete i miei occhi. Ma io... io vi distruggerò
Il laser tra le mani di Joyy Alcott ebbe un tremito.
- Sono io! - gridò ancora Steve Larseen, lasciando cadere l'accetta senza accorgersene.
Il tonfo dell'attrezzo che colpiva il pavimento metallico schizzò via come uno sparo. Joyy zittì di colpo. Tremò. Sbatté le palpebre un paio di volte, quasi che il rumore improvviso lo avesse strappato ad un sonno ipnotico.
- Steve? - chiese con voce incerta, dopo un'esitazione.
- Sono io - si affrettò a confermare lui.
Joyy Alcott ebbe un'altra esitazione, più lunga. Lo fissò ancora, stringendo le palpebre come se lo scorgesse appena, attraverso il velo opaco dei suoi occhi.
- E' tanto tempo che non vedo più Steve - tornò sottovoce, quasi tra sé e sé.
- Cosa stai dicendo, Joyy? Io sono sempre stato qui, vicino a te. Sempre
- Steve è mio amico, sai? Mio... amico
- Sì, Joyy. E' così
- Abbiamo fatto tante cose, insieme, lui ed io
- Faremo ancora tante cose insieme, Joyy. E torneremo a casa tutti e due. Te lo prometto
- Vorrei tanto che lui fosse qui con me. Ma non è possibile. Non è... possibile
Steve Larseen, che negli ultimi secondi si era andato vagamente tranquillizzando, s'irrigidì di nuovo.
- Joyy...
- Sì... - mormorò ancora Alcott, dopo un'esitazione - Tu assomigli a Steve. Hai il suo viso. La sua voce. Ma non sei lui. Non puoi essere lui. E' impossibile
- Sono io, Joyy! sono io - cercò di contraddirlo Steve Larseen, le labbra secche.
- Mi guardi come lui...
- Ascolta
-... Mi parli come faceva lui...
- Joyy!
-... Ma non puoi essere lui. Steve è morto. Come gli altri. Non puoi essere lui. O forse sì Steve, hanno preso anche te?
- Di cosa parli, Joyy? Chi dovrebbe avermi preso?
- Loro, Steve
- Chi?
- Loro che brulicano nel fango e ansimano nella nebbia. Loro che strappano gli occhi, perché non vogliono essere visti. Ti hanno preso, Steve?
- Nessuno mi ha preso, Joyy. Io sono qui con te, non mi vedi?
- Ti hanno preso - concluse il pazzo dalla maschera di clown, scuotendo la testa - Ora lo capisco. Ora capisco... tutto. Ti hanno preso. E adesso sei anche tu uno di loro. E brulichi nel fango. E vuoi i miei occhi, perché possono vederti. Ti hanno preso. E un giorno prenderanno anche me. Anche... me
Di colpo si mise a piangere. Un pianto lieve e silenzioso. Un piccolo rigagnolo umido che scendeva a scavargli le guance, mescolandosi alla barba. Steve rimase a fissarlo, stordito, un nodo in gola.
- Ci hanno preso tutti - ricominciò a singhiozzare Joyy Alcott, lentamente - Uno alla volta... Ci hanno preso tutti... E non eravamo pronti.. Nessuno di noi era pronto. Ma ci hanno preso. Tutti... E adesso prenderanno anche me
La sua voce si era fatta flebile. Il suo sguardo era affondato negli occhi lucidi di pianto e di follia. E per qualche attimo Steve Larseen fu sicuro che, questa volta, il pazzo dal volto di clown sarebbe esploso. Istintivamente si raggomitolò contro il Risucchiatore, le mani davanti al viso, aspettando il colpo di laser che avrebbe messo fine ad un'agonia. Invece, all'improvviso, Joyy ebbe un tremito. Drizzò bruscamente la schiena, gli occhi allucinati.
- No! - gridò - Io no Io no
Poi si puntò l'arma alla testa e tirò il grilletto. Lo spruzzo di sangue e di cervello volò via nella nebbia, come una cometa. Come un fiore dai mille petali rossi.

(4)

Steve Larseen rimase a fissare il corpo insanguinato di Joyy Alcott per un tempo che sembrò non dover finire, in un silenzio che non era silenzio, ma solo un tumulto senza suoni. C'era stato un tonfo sordo, quando Joyy era caduto sul ponte. E ora quel tonfo continuava a rimbalzargli dentro, duro e riecheggiante. Rimbalzava. E rimbalzava. L'improvvisa comparsa di Mac Reery che usciva da dietro l'incastellatura del Risucchiatore non riuscì a distrarlo. Rimase a fissare il vuoto, le mani tremanti. Il gigante biondo gli si avvicinò con calma. Scrutò il corpo di Joyy Alcott.
- Meglio così sentenziò Ci ha risparmiato il lavoro
Sul momento Steve non lo sentì. Lo stupore d'essere ancora vivo lo ottenebrava. Vivo! Senza rendersene conto si chinò a raccogliere l'accetta e la rigirò meccanicamente con le mani percorse da un tremito convulso. Vide che la bestia dai capelli biondi stava togliendo il laser dalle dita contratte di un clown senza testa. Vide che spogliava il cadavere del camiciotto intriso di sangue e degli stivali. Che cominciava a trascinarlo faticosamente verso la balaustra, per gettarlo fuori bordo. Lo vide come al rallentatore: un fotogramma dopo l'altro, con quegl'interminabili intervalli in cui la realtà sembrava cristallizzarsi in un'immagine senza movimento. Lo vide. E finalmente, capì.
Joyy Alcott avrebbe potuto ucciderlo e non lo aveva fatto. Era vivo. E quella vita regalata aveva un sapore nuovo, mai conosciuto prima: il gusto acre e travolgente dello stupore. Fissò Rudy. Ne scrutò il viso duro e ostinato. Si accorse di vederlo per la prima volta. E di capirlo. Solo ora. Solo adesso. Nel suo sguardo, nei suoi gesti, nelle rughe disegnate intorno ai suoi occhi, leggeva la fredda determinazione che tante volte lo aveva annichilito. Quella primordiale volontà di sopravvivere. E adesso si accorgeva di provare lo stesso desiderio. Adesso capiva che lui e la bestia dai capelli biondi non erano mai stati diversi, in realtà. Solo diversamente mascherati.
Sentì che lui e Rudy erano la stessa persona, senza esserlo. E capì anche che erano nemici. Lui e Rudy. Lo erano sempre stati. Perché la piattaforma ferita avrebbe impiegato almeno otto settimane a raggiungere Continente Nove, trascinata dalla corrente di Beer. Perché l'acqua rimasta nei serbatoi non sarebbe bastata neppure per loro due. Perché un giorno Rudy avrebbe applicato a Steve Larseen lo stesso calcolo mortale che lo aveva spinto ad agire contro gli altri. E forse era già successo. Sì, era già successo. Pochi minuti prima. Quando Rudy era rimasto nascosto dietro al Risucchiatore, mentre lui stava affrontando la furia cieca di Joyy Alcott. Quando Rudy doveva aver assistito a tutta la scena. Quando doveva aver visto che Joyy gli stava puntando addosso il laser. Che stava per ucciderlo. Quando doveva aver visto tutto, sì, ma non era intervenuto. Perché l'acqua rimasta nei serbatoi non poteva bastare per due uomini. Perché loro erano nemici. Perché entrambi volevano vivere.
Il pensiero lo afferrò alla gola. La sua mano si alzò di scatto, meccanicamente. L'accetta disegnò una parabola breve, nella foschia grigia e viola che stringeva la piattaforma. Si piantò con un tonfo. Rudy Mac Reery gridò, inarcandosi, la lama conficcata tra le spalle. Ebbe ancora la forza di voltarsi, di fissarlo a bocca aperta. Nei suoi occhi già striati di sangue, Steve Larseen vide lo stupore infinito e fu sul punto di urlare che aveva dovuto farlo. Che non aveva avuto scelta. Che doveva capire! Ma la bestia dai capelli biondi sembrò inciampare sul ponte squarciato della piattaforma. Cercò di aggrapparsi alla nebbia. Volò fuori bordo. Il fango lo afferrò, con uno sciacquio molle.

L'ho visto. E' stato facile.
L'uomo ha lottato e vinto. E vincendo ha perso. Adesso lui è là, sul ponte devastato. Fissa la nebbia. La solitudine. Il silenzio. La mente vuota, pensa alla notte che verrà brulicando. Agli Ansimanti che conficcheranno le ventose lungo i fianchi della piattaforma, strisciando sui ponti. Sa che, da solo, non potrà fermarli per sempre. Sa che, uccidendo l'ultimo compagno, ha segnato la sua stessa fine. Sa che, presto, il fango nero e oleoso di quel mare immobile gli riempirà la bocca. Sa di aver strappato alla morte appena poche ore. Ma non se ne pente.
L'ho visto. Eppure mi è difficile capire.
Io che osservo l'eternità, io che sono l'infinito, stento a comprendere la sua caparbietà. Gli uomini sono piccoli. Fragili. La loro esistenza è un attimo senza radici e lo sanno. Ma si battono per conservarla. E io, Lo Scrutatore, Colui che Osserva e Impara, non posso fare a meno di chiedermi cosa farei se la mia vita fosse un soffio. Se il futuro non mi appartenesse che per un attimo.
Dovrò meditare.

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