racconto di
Sandro Sandrelli


Quando le radici
I classici italiani scelti da Vittorio Catani
Jimmy di Canopo





Quando si contratta con quel ladro di Gopotky-tre-facce, su Kopal-Qantry, non soltanto si perde il proprio turno ai decollaggi dello spazioporto, ma ci si riempie il fegato di bile. Così, dopo avere acquistato da Gopotky-tre-facce un intero carico di olio bantah a un prezzo assolutamente indecente, mi ritrovai nel bel mezzo della strada sotto il cielo nero pece appena illuminato, attraverso le nuvole perenni, dalla fioca luce della luna Bah.
Quando la luna Bah è alta nel cielo, ogni partenza dallo spazioporto di Kopal-Qantry è sospesa per almeno trentasette ore-standard. Questo sconcio pianeta ruota così piano! L'unica luce, l'unico indizio di vita a quell'ora maledetta da Dio, era la porta spalancata della taverna di Gubby-il-verde. Nonostante il baccano e il fetore che ne usciva a torrenti, non c'era niente altro da fare. Entrai perciò nella taverna di Gubby-il-verde, mi feci largo rabbiosamente tra nugoli di variopinte prostitute e sconci manutengoli, e mi ficcai a sedere davanti a un enorme boccale di tetroxy dietro a un tavolo d'angolo miracolosamente sgombro.
Un sorso di tetroxy, un sospiro, buttai sulla nuca il berretto di riposo (ormai ero diventato quasi completamente calvo, ma il berretto di riposo è sempre una valida illusione, contro i danni irreparabili prodotti dai caschi spaziali) e appoggiai la schiena al muro. Guardai a destra e a sinistra: c'era tutta una lunga fila di spaziali in berretto di riposo che guardavano con aria cupa i loro boccali di tetroxy. Tutta gente che come me, per colpa di quei ladri che allignano su questo accidente di pianeta, avevano perso il turno delle partenze. Che allegria, perdinci! Perfino le prostitute e i manutengoli giravano al largo, fiutando il vento infido.
In particolare, era seduto accanto a me un tizio enorme, la testa incredibilmente piccola ricoperta da una criniera rossa e grigia assolutamente assurda. Non aveva il berretto di riposo. 'Ecco uno che ha un problema di meno' pensai, 'beato lui!' Wally, l'ultima volta che mi aveva visto, aveva detto chiaro e tondo:
"Selby, i tuoi capelli neri come l'ebano e riccioluti... Oh, Selby, come puoi pensare che io possa farmi vedere in giro con un uomo calvo?" E mi aveva piantato, quella figlia di cagna!
Oh, via queste malinconie, via di qua! Lo sappiamo tutti, ormai: uno spaziale è un uomo maledetto da Dio, un uomo che non esiste più, praticamente un uomo 'che non fa ombra'. Non ha casa, non ha più parenti, non ha più amici. un fantasma che cammina.
Il tizio seduto accanto a me trincò in rapida successione due boccali di tetroxy, quindi sputò per terra, ne ordinò un altro, lo bevve a metà, rugliò, sospirò, e si rimise a guardare davanti a sé.
Due boccali e mezzo di tetroxy in un paio di minuti... Per le trippe di Ekebù! Lo fissai atterrito e vagamente ammirato. Poi lo fissai meglio: era una persona veramente straordinaria: il suo viso torvo, sotto la criniera cespugliosa, era in realtà giovane e roseo come quello di un bambino. Anche le sue mani erano rosee, ma enormi. Fuorché la testa, tutto era enorme in lui: non era seduto su uno sgabello, come tutti gli altri: non ci sarebbe stato. Era seduto su un barile di legno, anzi, una piccola botte tutta polverosa.
"Oh, ah!" disse lo strano uomo, fissandomi a sua volta. "Cosa diavolo c'è da guardare, dannazione?"
"Niente" risposi. E tornai a fissare dritto. Il tizio tirò su rumorosamente col naso facendo gran un chiasso. "Accidenti" mugugnò. Si agitò, facendo scricchiolare la botte. Inghiottì il rimanente tetroxy e con voce rauca se ne fece portare un altro boccale.
Ritornò a guardarmi. "Nuovo, eh?" sogghignò. Poi all'improvviso aggiunse in tono lamentoso: "Non avresti da prestarmi dieci crediti, amico?" e sorrise. SORRISE! Spero in vita mia, anche negli incubi peggiori, di non vedere mai più un sorriso come quello!

* * *

Mezz'ora dopo, maledicendomi, dandomi mentalmente una colossale scarica di calci nel sedere, tiravo fuori di tasca dieci sudatissimi crediti e li porgevo all'incredibile individuo. Ci sono dei limiti alla sopportazione umana, accidenti. E mezz'ora di tali lamentele... Roba da rizzare i capelli, ve lo giuro. Ma perché non te ne sei andato, direte. E dove diavolo dovevo andare in quella notte dannata, con la tempesta che fischiava lugubre perfino attraverso i grossi muri di vibrocemento?
"Miller... Miller..." la voce rantolava. Accidenti, dovevo avergli detto il mio nome. Ma come, quando. "Miller" piagnucolò il tizio spaventevole "non vorrei, non voglio che tu ti faccia delle idee sbagliate sul mio conto." (Ah, no? pensai ferocemente.) "Io... non è stato sempre così. Hai mai sentito nominare Jimmy di Canopo? Il grande Jimmy di Canopo?"
"No" dissi.
"Ebbene" fece il mostro "sono io!"
C'è qualcosa in queste maledette bettole, qualcosa... Era la settantasettesima volta che qualcuno si metteva a raccontarmi la storia della sua vita. Possibile che la mia faccia... Ho davvero una faccia tanto da cretino?

* * *

Accadde sette mesi-standard or sono - disse Jimmy di Canopo, il Grande. - Oh, dovevi davvero conoscermi a quell'epoca. Nessuno poteva stare alla pari con me. Nessuno, capisci? L'astronave più moderna e veloce dell'intero Quadrante di Orione era mia. Nessuno era ricco come me. Nessuno era più audace di me! Nessuno era più bello... Le ragazze di Karaganda Tertius, che cacciano via a pedate chiunque osi atterrare sul loro vergine pianeta, mi adoravano. La regina Pahan, donna meravigliosa, bellissima, eterna, era pazza di me. Oh, non fossi mai partito da Karaganda!
Dopo Karaganda feci un salto a Gillespie per rivendere una partita di boghedoes, mi era costato un occhio della testa portarli fuori da Rogo I senza pagare dogana. Mai mangiato i boghedoes... no? Infelice! Venduti i boghedoes a uno svergognato ladro di nome Tsaldor, altra tappa nel sistema di Qunil-Qunilidis e qui, maledizione per me... vidi per la prima volta una perla 'bustrom'.

"Una perla bustrom?" esclamai fissando Jimmy. "Ma le perle bustrom sono bubbole! una delle storielle che per ridere si raccontano ai cadetti spaziali di primo pelo!"
Jimmy il Grande di Canopo mi guardò come si guarda una piattola, ed ebbe il fegato di dire: "Taci, uomo vergognoso e ridicolo, e ascolta!"

Vidi per la prima volta una perla bustrom. Ma sulle prime non pensai minimamente all'inestimabile valore di quel gioiello. Me la mostrò un vecchio commerciante, cieco ma furbo matricolato, in uno degli angiporti di Qunilia, la capitale. Era notte fonda, mi fece entrare nei sotterranei polverosi della sua bottega, aprì una cassaforte nascosta sotto un mucchio di stracci e ne estrasse una piccola scatola. Aprì la scatola, e una luce favolosa inondò la cantina trasformandola come d'incanto in una reggia! Aveva mille luci, milioni di differenti colori, la perla bustrom, risplendeva come un piccolo sole. A ogni minimo movimento nuovi universi si spalancavano: era fatta di una materia di fuoco, un fuoco freddo e inestinguibile, e attraverso la sottilissima rete delle sue sfaccettature l'occhio si perdeva beato in immense, inesplorate, bellissime profondità...
"Quanto... QUANTO?" gridai quasi impazzito al vecchio. Egli sorrise, richiuse la perla nella cassaforte, e nel buio improvvisamente tornato mi sentii avvolto da una tristezza, da una melanconia così profonda e agghiacciante, che quasi mi misi a piangere. "Non è in vendita" disse il vecchietto. Pregai, supplicai, gridai per non so quanto tempo, ma la sua imperturbabilità non fece neppure una piega: "Non è in vendita" ripeté. "Te l'ho mostrata perché mi sei molto simpatico."
"E così mi hai dannato l'anima per sempre!" urlai. "Vendimela, ti supplico, ti scongiuro. Ti darò tutto ciò che vorrai, tutto!"
"L'oro della intera Galassia non potrà far sì che i miei occhi tornino a vedere le stelle" disse il vecchio con una smorfia amara. "Soltanto la luce di questa perla riesce a penetrare, sia pure con debolezza estrema, nella mia notte perenne. E tu vuoi che ti venda la perla bustrom? Sei pazzo."
"Ma non ne esisterà una sola!" gridai. "Dovranno pur essercene altre! Finora non ci avevo mai creduto, se qualcuno mi avesse detto che la perla bustrom esiste davvero gli avrei riso sul muso. Ma adesso so... Dimmi, chi te l'ha venduta?"
Il vecchio terribile sogghignò: "Metzel di Altair. Credo che adesso si trovi a Camelot II, in galera... Forse sarà disposto a dirti qualcosa... Forse."
Non erano passati quattro giorni-standard, che mi trovavo nel buio puteolente delle carceri di Camelot-mega a ficcare lo sguardo attraverso il minuscolo pertugio che portava un filo di luce nella cella di Metzel di Altair. Fui un'impresa bestiale, farlo parlare. Era un uomo enorme, completamente calvo, con le vene bluastre e prominenti; anche nell'oscurità quasi completa, quel che si vedeva di lui faceva paura. Ma era incatenato. Per più di un'ora mi urlò insulti spaventevoli frammisti a ruggiti selvaggi. Poi crollò in lacrime... e parlò.
Parlò a lungo, e quando lo lasciai, letteralmente trascinato via dal carceriere terrorizzato per timore di un'ispezione improvvisa e orribili punizioni, continuava a parlare.
In sostanza, il tremendo vecchio l'aveva derubato della perla bustrom dopo averlo ubriacato di swimming adulterato, e poi facendolo caricare addormentato nella sua astronave, stipata a sua insaputa di merce di contrabbando. L'astronave era stata fatta decollare col pilota automatico inserito, e si era schiantata contro un'astrolancia di lusso, in una zona di traffico obbligato. Metzel, svegliatosi dall'ubriachezza a suon di pugni, era stato trascinato davanti al tribunale di Camelot-mega e condannato all'ergastolo...
Ma la perla bustrom, dove l'aveva trovata?... Un certo Billy di Vega, su Canopo IV, gliel'aveva lasciata in eredità prima di morire... Come era morto Billy di Vega? Meglio non indagare.
Ritornai su Canopo IV. Con tutti i suoi ghiacci e il gelo perenne, era un pianeta proprio accanto a casa mia. La pista delle ricerche, qui, era apparentemente interrotta. Ma Billy di Vega aveva abbandonato su questo pianeta maledetto la sua astronave...
Ritrovai lo scafo, ormai a pezzi e completamente saccheggiato da epoche imprecisate, sul fondo di uno strapiombo, dove qualcuno, probabilmente lo stesso Metzel di Altair, lo aveva fatto precipitare. Cercai per giorni e giorni tra i rottami, e finalmente ritrovai il giornate di bordo. Billy di Vega era stato uno spaziale molto scrupoloso. Non nel giornale ufficiale, naturalmente, ma in quello ufficioso, segreto, aveva trascritto pignolescamente tutte le sue tappe spaziali.
Lessi avidamente, riga per riga, questo diario scritto in metalplastica con una calligrafia finissima e sempre uguale. In un punto dove la scrittura perdeva per parecchie righe la sua compostezza, trovai infine quello che cercavo. Era scritto:
'GRAN DIO DEGLI SPAZI, UNA PERLA BUSTROM! Una perla bustrom dentro un astrocargo abbandonato, al largo del sistema gemello di Camelot-Calemut! Quasi ci finivo addosso, all'astrocargo, maledetti i suoi padroni, se sono ancora vivi. Aveva il decollo automatico inserito. Con tutta probabilità dev'essere partito da Cubilot II, ho ricostruito la traiettoria. UNA PERLA BUSTROM! qui con me. Ritornerò a Canopo IV a far rifornimento, e poi subito a Cubilot II. UNA PERLA BUSTROM! Ma di chi sarà questo astrocargo? Perché è deserto, dove sono i suoi padroni... Saranno rimasti su Cubilot II, ma perché? Bisognerà essere molto prudenti, molto prudenti. UNA PERLA BUSTROM! Migliaia di perle bustrom, su Cubilot II! Le troverò tutte, dovessi metterci un anno-standard, due... dieci anni-standard!'

* * *

Cubilot II: chi avrebbe mai potuto pensarci? Un pianeta minuscolo, senza nessuna risorsa, ricoperto di inutili foreste... Consultai l'atlante astrografico: l'unica ragione per cui Cubilot II vi era ricordato, era la sua strana orbita, che avvolgeva ambedue le stelle Cubilot e Calemut in una traiettoria a forma di otto, notevolmente instabile. Nessuno andava mai su Cubilot II. Non c'era nessuna ragione per andarci, ecco tutto, specialmente considerando clic il sistema di Cubilot-Calemut era vicino a Gimpel ed a Bellisguduna, stelle circondate da nugoli di pianeti immensamente ricchi. Pure... LE PERLE BUSTROM. Chi avrebbe potuto soltanto lontanamente supporre... Ah, grande cosmo!
La mia maledizione fu decisa e sottoscritta irremissibilmente dal destino in quel preciso momento. Avrei potuto ritornare a Qunilia e far fuori il vecchio, la bustrom sarebbe stata mia. Invece non l'ho fatto, dannazione! Per una volta in cui non ho truffato né ammazzato nessuno, ecco cosa mi è capitato!

"Ma che cosa?" dissi.
"Oh, ma non mi vedi?" gridò Jimmy di Canopo, anche se nel chiasso della taverna nessuno badò a lui. "Ti serva di lezione: non agire mai onestamente, se hai la possibilità di rubare e di uccidere. Un vero uomo ruba e uccide, un vero uomo prende immediatamente quello che vuole e schiaccia i vermi sotto il calcagno, così... Perdio!" e fece un movimento rotatorio-sussultante di particolare efficacia. Avevo contato ormai quindici boccali di tetroxy: mio Dio, era una cosa spaventosa. Ogni volta che Jimmy di Canopo si scuoteva tutto sulla botte che gli faceva da sedile, mi sembrava di sentire i litri di tetroxy che schiumeggiavano nella sua immensa pancia.

Toccai terra nel mezzo di un banco di rocce - continuò Jimmy di Canopo - in riva a un piccolo lago grigio, nell'unico continente di Cubilot II, circondato da ogni parte dall'oceano, più o meno sull'equatore. La foresta di inutili alberi era estesa da ogni parte, in un continuo muro di verde e di rosso. Infiniti inutili uccelli saltatori correvano qua e là strillando: sembravano struzzi senza penne, alti mezzo metro. Continuavano a litigare fra loro e a spararsi a vicenda tremendi calci che andando a segno facevano uno schiocco metallico. Il cielo era verde, e le nuvole erano gialle: sembravano immensi tuorli d'uovo di gug. Le due stelle, tutte e due gialle, erano alte nel cielo, ma non faceva poi troppo caldo. Si stava BENE, maledizione!
Camminai un sacco di tempo, finché trovai qualcosa che somigliava a un sentiero. In un punto c'era del fango disseccato, con l'impronta di un piede quasi umano con due alluci e altre sette dita. Avrebbe potuto essere il piede di un bambino. Seguii a lungo questa traccia. Era quasi il tramonto, e il cielo era diventato violetto, quando senza preavviso il terreno cedette e cascai come un imbecille in una enorme buca.
La foresta fino a quel momento silenziosa scoppiò in una gazzarra altissima di urla e di schiamazzi. Il terreno tremò sotto l'accorrere di centinaia di piedi. Contro la pallida luce del cielo, potei vedere decine di teste... sì, teste quasi umane sporgersi oltre il bordo della buca, e innumerevoli occhi debolmente fosforescenti guardare verso il basso... verso di me.
Vi fu qualcosa che assomigliava a un "Ooh!" di meraviglia. Di colpo, il chiasso si interruppe. Il silenzio si fece completo. Tutte le teste sparirono, tranne una o due. Poi comparve un testa, uguale alle altre ma con una strana acconciatura. Era forse il capo?
"Ma è un terrestre!" gridò la testa, in un purissimo intergalattico. "UN... TERRESTRE!" L'urlo che si levò dalla folla invisibile sembrò il crollo dell'intero universo. Una cosa spaventevole. Si udirono altre decine di piedi accorrere, e un rauco fruscio, poi qualcosa oltrepassò il bordo della buca e precipitò giù: credetti di essere morto, ormai, ma con indicibile sollievo mi accorsi che era una rete di fibre vegetali, molto solida. Mi stavano invitando a salir fuori! Oh, quei bravi ometti. Ero quasi in preda a una crisi isterica, quando potei rimetter piede fuori della buca.
C'erano omettini da ogni parte, e nel buio della sera i loro minuscoli occhi fosforescenti mi ricordarono per un istante le notti di agosto su Terra. Ma su Terra non c'erano mai state tante lucciole. E soprattutto, le lucciole terrestri non... Oh, ma perché pensarci ancora, MA PERCHE'? MALEDETTI... Maledetti.

"Che cosa sono le lucciole di Terra?" chiesi a Jimmy di Canopo che singhiozzava disperatamente, nel chiasso e nell'indifferenza totale della folla della bettola, mentre la temperatura era diventata spaventosamente alta e il vento, fuori, soffiava ancora più lugubre. Jimmy di Canopo staccò le enormi mani dal volto, e mi guardò con occhio torvo: "Non ho assolutamente nessuna, dico NESSUNA VOGLIA, adesso, di spiegarti cosa sono le lucciole di Terra."

Il villaggio dei piccoli uomini. Perché sembravano proprio piccoli uomini, erano alti la metà di me, avevano testa, due gambe, nove dita per ogni piede, due occhi, due braccia ai lati del corpo e un terzo braccio snodato al centro della schiena. Anche le mani avevano nove dita l'una, ma la mano attaccata al braccio della schiena ne aveva almeno venti... Erano abilissimi, con questa mano posteriore, ne muovevano le dita con tanta rapidità che sembravano invisibili... Il villaggio dei piccoli uomini, dunque, era formato da capanne perfettamente sferiche, color verde smeraldo, di fibra intrecciata: non mi ci fecero entrare neppure una volta. Forse conservavano qui le perle bustrom?
Era senz'altro possibile, ma in quale sfera si trovavano? Il loro numero era enorme. Sembrava un villaggio, ma tanti erano i suoi abitanti, così alto il numero delle capanne verdi, che solo una città avrebbe potuto con tenerli tutti. Ho detto che le capanne erano in fibra intrecciata? Ma era una fibra molto strana. Quando potei guardarla da vicino, non riuscii assolutamente a capire cosa fosse: c'erano grossi fili, e poi dentro a questi dei fili più piccoli e poi fili ancora più piccoli, il colore generale era verde, ma con milioni di iridescenze.
Qua e là il villaggio era illuminato da luci molto intense, ma non c'era nulla di misterioso: erano banali luci a cartuccia chimica come ce n'è in tutta la Galassia, sui pianeti ad atmosfera ricca di ossigeno... Tutta, dico tutta la popolazione del villaggio, uomini, donne, bambini, vecchi, era uscita dalle capanne e faceva ala al mio passaggio. Quello che doveva essere il capo, e i suoi accoliti, davano continuamente ordini bruschi perché la popolazione si allontanasse, ma dopo mezzo minuto tutto era come prima, il muro dei corpi, dei volti, degli occhi fosforescenti, diventava di nuovo compatto. C'era nell'aria una irrequietezza strana, un qualcosa di quasi... elettrico, come dire? Sembrava che il mio arrivo fosse un avvenimento importante, spaventosamente importante, tanto da provocare, quasi, una forma di pazzia collettiva.
Mi guardavo intorno, perplesso. Il capo, quell'individuo curioso che parlava in purissimo intergalattico, continuava a emettere fiumi di parole amichevoli ed entusiaste, parecchie volte mi aveva afferrato il braccio con tanta energia che le dita erano entrate nella mia carne facendomi male. Che significava tutto questo? In definitiva le parole del capo, il brusio, gli ondeggiamenti della folla, gli innumerevoli occhi che mi guardavano, non mi dicevano nulla. La domanda... la domanda urgeva impellente sulle mie labbra ("DOVE SONO LE PERLE BUSTROM?"), ma sentivo che non era il modo, non era il momento...
Del resto, come avere paura di tutti questi piccoli uomini, di tutte queste piccole donne, e dei minuscoli bambini? Sembravano tanti bravi ometti, vestiti di poche frasche nell'aria tiepida, le bocche rosse e un po' tumide sui volti rosei e sorridenti... Come aver paura di una popolazione così tranquilla, inerme? Non avevano armi, soltanto qualche piccolo e rudimentale coltello, evidentemente destinato a farsi strada nel fitto della foresta. Ma il mio cervello ruggiva sempre più alto e silenzioso: LE PERLE! LE PERLE BUSTROM. DOVE SONO LE PERLE BUSTROM?
Poi ci fu il banchetto. Sedemmo in cerchio al centro di una vasta radura, o piazza, nel cuore del villaggio. Sopra di noi incombeva la parete di una montagna, e il terreno a volte, ma non potevo esserne sicuro, mi sembrò che vibrasse, pulsasse. Tuttavia non c'erano macchine. E poi, una popolazione così primitiva! Mangiammo frutta, radici vegetali, e poi ancora erbe lessate, e frutta... E ancora frutta. Una cosa terribile. Tutti mangiavano frutta. Io ero seduto accanto al capo, molti altri ometti dipinti di strani colori erano seduti intorno a noi, forse gli alti dignitari, e mangiavano anche loro. Al centro del cerchio, altri ometti con piume in testa suonavano col braccio posteriore strani strumenti musicali. Era incredibile come muovevano queste braccia, e tutte le dita della mano posteriore, uno spettacolo. Ma la musica era straziante, e ancora più penose quelle tre o quattro ragazzette che facevano finta di ballare, completamente nude, davanti a noi.
A un certo punto il capo si sporse verso di me e disse: "Spero che questo spettacolo ti piaccia. Sappiamo che ai terrestri piacciono questi spettacoli..." Dovetti perfino ringraziare! Poi, non potendone più, sbottai: "Ma come fate a sapere quello che piace ai terrestri? E come fate a conoscere il linguaggio intergalattico, in nome di Dio? E poi, dove sono le per..."
Mi troncò netta, gentilmente, la parola in bocca:
"Alcuni simili a te sono giunti dalle stelle, tanto tempo fa."
Tremavo. Gridai: "MA DOVE SONO LE PERLE BUSTROM? DOVE..." Ma nello stesso istante un chiasso spaventoso giunse da un punto oltre le capanne verdi, urla di disperazione, col rumore di una corsa frenetica. Una nuova folla di gente piombò in mezzo a noi, e la mia domanda gridata si perse nel caos. Gente accorreva dappertutto, e il capo seduto davanti a me divenne di colpo verde in faccia, e aprì la bocca cacciando un grido che mi sembrò di disperazione. Poi mi afferrò il braccio e singhiozzò: "Mio figlio... Mio figlio è caduto nel fiume, sta per morire!" Tutto diventò velocissimo e confuso. Mi trovai a correre di fronte a una folla atterrita che mi seguiva gridando. Ebbi la fuggevole impressione di essere Biancaneve in una folla sterminata di nani...

"Biancaneve?... Nani?" dissi. "Che cos'è?" Jimmy di Canopo sorrise di nuovo con rabbia estrema:
"Non interrompermi, perdio" e incominciò a tremare tutto. "Non mi interrompere!"

Infine, mi trovai davanti alle acque di un fiume largo e impetuoso, illuminato da centinaia di torce, mentre una turba di piccoli inetti uomini si agitava sulla riva gemendo senza far nulla. Vidi lontana, in mezzo alla grande acqua, una macchia nera che strillava, scompariva, riappariva. Mi tuffai, e fu una grande sciocchezza, perché non potevo davvero sapere cosa si nascondeva tra le correnti. Pure, tra gli urli eccitati della folla, con vigorose bracciate - oh, nessuno, NESSUNO era più bravo di Jimmy di Canopo al nuoto, e adesso se mettessi un piede in acqua andrei a fondo come un peso morto! - con vigorose bracciate raggiunsi il ragazzetto minuscolo che stava affogando, lo tirai su per il braccio posteriore (che si avvinghiò ai miei capelli facendomi un male del diavolo) e lo trascinai fuori dalla corrente, e poi a riva.
Fu un trionfo, maledizione! UN TRIONFO SENZA UGUALI. Mi portarono in corteo al villaggio come se fossi un eroe imperiale, un conquistatore di mondi. Il capo mi saltava continuamente intorno baciandomi e singhiozzando, mentre il fantolino ancora tutto bagnato veniva affidato alle cure di un gruppo di omettini di ambo i sessi, e scompariva dentro una capanna verde un po' più grande delle altre.
Sedetti di nuovo accanto al fuoco. Mi sentivo stanco, terribilmente stanco. Avevo salvato il figlio del capo. Era l'unica cosa vera, onesta, sincera, spontanea, di questo maledetto pianeta, dei suoi mostruosi abitanti, che il cielo di tutti gli spazi li maledica, mostri vigliacchi, cani e figli di cagne fino alla millesima generazione. Tutto era falso, era artefatto, pazzesco, mostruoso. Perché mai ho salvato il figlio del capo? Non sarei qui, adesso, maledetto dagli uomini e da tutto me stesso, ossia no, non da tutto... Oh, perché mai. Vedo ancora il capo del villaggio, chinato sopra di me, e tutti gli altri, e le luci che si spegnevano e di nuovo quelle migliaia, quei milioni di occhi fosforescenti davanti a me, davanti a me... Crollai al suolo inerte, come un sasso.
Mi avevano drogato.
Un sonno senza sogni ma con orribili, inespresse sensazioni. Durò una immensità di tempo. Mi sentivo sommerso da un'acqua calda, vischiosa, soffocavo, volevo gridare, gridare, GRIDARE, e non potevo... non potevo. Il risveglio fu lunghissimo, attraverso migliaia di successivi gradini, tra l'incoscienza completa e la completa coscienza di me... Provai un dolore sordo, immenso, inesprimibile. Poi anche il dolore sparì, e lasciò il posto a un benessere così completo e profondo che quasi mi spaventò. Una musica dolcissima risuonava intorno. Mi svegliai di colpo, aprii gli occhi e balzai a sedere, mentre la musica scompariva e una luce accecante mi batteva sugli occhi.
Ero completamente solo nella sfolgorante giornata di Cubilot-Calemut, le due stelle erano alte nel cielo, la foresta era compatta intorno a me. Il villaggio, le innumerevoli capanne verdi, tutto era scomparso. Non c'era la più piccola traccia di esseri viventi, anche i piccoli struzzi guerrieri erano scomparsi. Ma dove ero capitato? Il posto era sempre quello, riconoscevo la montagna che incombeva, non lontano si udiva il fragore del fiume. DOVE ERANO I SELVAGGI, dove erano andati?
Mi alzai in piedi, smarrito. C'era qualcosa di strano, molto, MOLTO STRANO.
Qualche pericolo intorno a me? Gridai a lungo, con le armi puntate, frugando nella boscaglia. Nessuno. Il cielo era sempre verde, e gialle le nuvole. Eppure...
EPPURE C'ERA QUALCOSA DI STRANO. DI NUOVO, DI TERRIBILE. Ma non era intorno a me, intorno a me non c'era nulla. Ripercorsi lentamente la strada che avevo fatta la sera prima. La sera prima... Ma era stato la sera prima? Oh, era una cosa così strana e terribile, e non capivo il perché.
Finalmente giunsi accanto alla mia astronave. Il portello era spalancato. Entrai, vagai per i corridoi, entrai nella cabina di comando: un foglio di metalplastica scritto a finissimi caratteri era stato fissato tra le leve principali. Lo afferrai avidamente. Qui poteva trovarsi la soluzione del mistero!
Lessi d'un fiato. Sbattei gli occhi, dovetti leggere di nuovo. Ma non si capiva nulla. Non era possibile. Lessi una terza volta, una quarta. Gli occhi mi uscirono dalle orbite e lanciai un urlo. No. NO!, gridai. Continuai a gridare dentro di me, silenziosamente, mentre un lamento continuo mi usciva dalle labbra. Gettai via le armi, mi precipitai nel locale dei servizi igienici, aprii lo sportello dell'armadietto e freneticamente, singhiozzando convulso, mi spogliai, maledicendo, gridando contro le mie mani che non erano abbastanza rapide ad aprire le chiusure lampo e gli innumerevoli ganci. Alla fine con un solo movimento di rabbia scatenata strappai via tutto, tuta, vestito, biancheria, e mi guardai allo specchio. E fu l'attimo della follia suprema perché... PERCHE' DAL COLLO IN GIU' ERO DIVENTATO UN ROBOT.

* * *

"Oh, no" balbettai, cercando di arretrare davanti allo spettacolo indescrivibile che in quel momento offriva Jimmy di Canopo. "Non... non è possibile..." Ma la furia più tremenda era ormai scatenata.
"UN ROBOT!" gridò selvaggiamente Jimmy di Canopo alzandosi in piedi, immenso, un'autentica montagna squassata da turbini giganteschi. "IO SONO UN ROBOT! Non erano selvaggi, che siano dannati in eterno, che le loro figlie e le loro madri pullulino nei postriboli dell'universo intero! Mi avevano drogato. Mi hanno fatto dormire più di un mese, e mentre dormivo... MENTRE DORMIVO MI HANNO MANGIATO!"
"Ti... ti hanno mangiato... Ti...?" Jimmy di Canopo si dibatteva furibondo, il tavolo davanti a noi si rovesciò con uno schianto in mezzo alla folla, che finalmente agli urli belluini del pazzo cominciò a interessarsi. Ero terrorizzato, assolutamente terrorizzato. "MALEDIZIONE A ME!" gridò ancora Jimmy di Canopo calando un pugno sul tavolo vicino, rovesciando una serie di boccali addosso agli altri spaziali. Questi si alzarono e gli saltarono addosso: per parecchi minuti il caos fu brulicante e completo, mentre Jimmy continuava a gridare selvaggiamente: "MI HANNO MANGIATO... MI HANNO MANGIATO TUTTO! Era il vero motivo per cui erano venuti fuori dalle loro città sotterranee, fingendosi selvaggi. Che il grande spazio li maledica, bastardi! Tutti erano lì, da ore e ore a guardarmi con i loro occhi affamati, e io non me ne ero accorto. TUTTO MI HANNO MANGIATO. Soltanto la testa mi hanno lasciato, e... L'HANNO INNESTATA SUL CORPO DI UN ROBOT, UN ROBOT, CAPISCI? Maledetti!" La voce di Jimmy di Canopo era altissima, la sua forza era immensa, nella colluttazione i suoi abiti venivano a poco a poco strappati e, orribile, la sua testa di carne e di sangue, con gli occhi stralunati sotto la criniera selvaggia, appariva innestata effettivamente su un immenso corpo metallico, dalla forza smisurata. Jimmy di Canopo si dibatteva tutto, schiantando e scaraventando via come formiche gli spaziali che continuavano a saltargli addosso: "Noi uomini siamo un cibo prelibato, per loro, UNA GHIOTTONERIA. Avevano mangiato altri terrestri prima di me, era un mucchio di tempo che non ne arrivavano. Tutta la loro città sotterranea ha fatto festa. Ma siccome erano gente per bene... PER BENE!, e avevo salvato il figlio del capo che stava per annegare", giù un altro pugno sopra il tavolo, che si spaccò in due "mi hanno lasciato la testa, MI HANNO LASCIATO LA TESTA. Assassini, farabutti, mostri maledetti!"
Jimmy era completamente nudo, ormai. Ma può essere nudo, NUDO, un robot? Era uno spettacolo spaventoso, nel groviglio della lotta, tra gli urli suoi e degli altri, gli strilli delle prostitute e gli schianti degli oggetti fatti a pezzi. Il corpo di Jimmy era tutto di lucidissimo metallo, con fasce di plastica argentata alle articolazioni, e le mani erano pure di plastica metallizzata, ma rosea, anzi, rossa del sangue che usciva dai nasi dei suoi competitori. Io mi ero barricato dietro il bancone dell'osteria, e il taverniere, naturalmente, non si vedeva. Ma quando la mischia raggiunse il culmine, si materializzarono come d'incanto quattro tipi energici con la divisa della polizia spaziale, menarono colpi tremendi qua e là con le loro mazze, staccarono dal corpo metallico di Jimmy di Canopo gli spaziali imbestialiti, toccarono Jimmy con una bacchetta di platino innestata a un accumulatore elettrico, e Jimmy crollò esanime tra le loro braccia. Lo portarono via, e ritornò il silenzio.
Il vento soffiava ancora rabbioso, fuori, ma stava affievolendosi. Ci rimettemmo a sedere.
Un tizio dai capelli nerissimi e con due enormi basette si sistemò accanto a me. Un tipo luridissimo di ruffiano.
Cercai di scostarmi, ma lui insistette: "Ramon, di Iberia VIII" disse sorridendo. Poi mi guardò meglio e sorrise ancora, beffardo: "El se'or è tutto spaventato, vero? Jimmy di Canopo està nuevo por usted?" Dove diavolo avevo sentito parlare in questa ridicola maniera? Ah, su Terra, in una città chiamata Celona dove mi ero fermato un paio di giorni, una volta...
"Pobre Jimmy de Canopo" continuò il suddetto Ramon. "Està loco... Matto completo" e si puntò l'indice sulla fronte. " arrivato qui da quattro mesi-standard. L'avevano trovato dentro la sua astronave, alla deriva. Nessuno voleva credere alla sua storia, e allora si è spogliato nudo... Sono discesi tutti sul pianeta de los hombres peque'os... dei piccoli uomini. Ma non hanno trovato niente, non ne hanno trovato la più piccola traccia. Jimmy di Canopo si è infuriato, ha gridato che dovevano cercare sotto terra, dove gli uomini piccoli hanno la loro città, ma nessuno gli ha più dato retta. Allora Jimmy ne ha ammazzato un paio. Lo hanno processato e assolto per infermità mentale, e lo hanno spedito qua. E qua lui si è mangiato tutti i soldi, ha cercato di portarsi un paio di donne a letto, i primi giorni, ma è stato un disastro. Adesso fa il mendicante. Racconta la sua storia ai novellini... escuseme se'or... a quelli che ancora non la conoscono. Ma la sua testa diventa sempre più peque'a... sempre più piccola, il suo corpo di robot non la nutre abbastanza e il cervello rimane stretto, dentro, sempre di più... E Jimmy di Canopo sta diventando sempre più loco... matto, se'or... sempre più furioso. Qui lo sanno, e gli lasciano fare, lui fa da 'entrenor', come dire? Mentre racconta la sua storia, fa sì che i clienti bevano molto tetroxy. Così si guadagna da vivere."
"Ma anche lui ne beve tanto! Perdio, ne avrà bevuti cinquanta boccali, da quando io sono qui."
"Ah, ma quelli non contano" disse Ramon con un immenso sorriso. "Esto barile... Questa botte è piena di tetroxy... niente ne va perso."
Allibii. L'oste e il suo inserviente vennero, presero la botte dove era stato sempre seduto Jimmy di Canopo, la sollevarono e la portarono via. La botte, dal rumore, sembrava piena di liquido, e un piccolo tubo era fissato sul suo coperchio. "Ha visto, se'or?" disse Ramon di Iberia VIII. "Tutto il tetroxy che Jimmy di Canopo beve non va perduto: passa attraverso la sua vera gola, entra in un tubo di acciaio, passa attraverso il suo stomaco, che è una scatola di metallo, e finisce dentro la botte."
"Mio Dio" gridai "e dopo, VIENE RIMESSO IN VENDITA?"
"Sì" disse Ramon di Iberia VIII, con un altro sorriso. "Come il se'or vede, infatti, io qui bevo sempre e soltanto acqua di fonte!" e sghignazzò, che il cielo lo maledica un milione di volte! Facendomi strada tra la folla schiamazzante scappai fuori di corsa, e nel vento tempestoso, nella notte ancora cupa sotto la debole luna Bah, vomitai anche l'anima.

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