Il momento dell'ironia con
Francesco Grasso


Sotto spirito
Le corna di Go Nagai






Reportage semiserio dalla mostra dedicata al creatore di Mazinga e Goldrake. L'Istituto di Cultura Giapponese ospitava nei giorni scorsi (dall'8 Aprile al 13 Maggio), in via Gramsci a Roma, una mostra titolata Il mondo di Nagai Go, che propone tavole, materiale inedito, storyboard, proiezioni e anteprime firmate dal maestro giapponese celeberrimo in occidente per le sue saghe a fumetti. Gli inviati di "Delos" (il sottoscritto e Paolo Grasso) hanno visitato tale mostra con approccio "sotto spirito", vale a dire scanzonato. Eccone i risultati.


L'impatto

L'Istituto di Cultura Giapponese (il nome originale, un po' più pretenzioso, recita The Japan Foundation) è un elegante edificio posto in uno degli angoli più suggestivi di Roma. A due passi da Villa Borghese, sapientemente sistemato tra l'Istituto delle Belle Arti, la facoltà di Architettura e i Parioli, l'Istituto di Cultura Giapponese è un'isola felice di quiete e di verde nel caotico e demenziale oceano capitolino. Incredibilmente, imboccando la strada su cui sorge (via Gramsci) usciamo addirittura dall'onnipresente serpente di lamiera del traffico, bolgia infernale in cui ogni romano che si rispetti bada bene di trascorrere almeno metà della sua giornata.
L'istituto è circondato da un raffinato giardino giapponese, nipponicamente ombreggiato da raffinati aceri giapponesi. Su un raffinato laghetto giapponese, circondato da rocce giapponesi verdi di muschio nipponico, ronzano zanzare samurai, dai pungiglioni affilati come katane.
All'interno, tra i materiali d'arredamento predomina il legno. Un paio di minuscoli giapponesi sorridenti, in agguato dietro il vetro della portineria, indicano ai visitatori i locali adibiti alla mostra. Una bacheca intasata da annunci fitti di ideogrammi hatakana introduce alla biblioteca (affollata da altri gnomi con gli occhi a mandorla) e al piano superiore. Uno spietato cartello informa che (divieto inspiegabile, se pensiamo ai comportamenti standard dei turisti nipponici) è assolutamente vietato scattare fotografie.
Ci addentriamo nella sala. Lungo le pareti, a varie altezze, pendono come impiccati teche di vetro contenenti opere di Go Nagai. Brevi didascalie (in italiano, inglese, a volte giapponese) evocano ricordi che sembrano appartenere ormai a un'altra generazione. Ci lasciamo avvolgere dalla nostalgia.


Nonno Mazinga

Giustamente, la mostra apre sui manga che hanno reso celebre il nome di Go Nagai, quelle storie di robottoni cazzuti e maneschi che, quasi tutti transitati sugli schermi delle nostre televisioni, hanno a lungo rappresentato l'archetipo del cartone animato giapponese.
Si inizia con Mazinga Z, il nonno di tutti i pupazzi d'acciaio. Le didascalie ricordano che era pilotato da Koji (Rio) Kabuto, che combatteva contro le truppe del Barone Ashura e del Dottor Inferno, e che era andato in onda in Giappone per la prima volta nel 1972.
Seguono disegni de Il Grande Mazinga (anno di nascita 1974), spaccamontagne release successiva del precedente, comandato dal meno ingenuo e più antipatico Tetsuya Tsurugi. Si prosegue con Getta Robot (1974), primo esempio di robot componibile, idea felicemente sfruttata dai successivi e vendutissimi Transformer. E ancora, abbiamo una serie di disegni di Jeeg Robot d'Acciaio (1975), il cui pilota (Hiroshi Shiba) non siedeva ai comandi, ma ne diventava (in base a una trasformazione piuttosto incomprensibile) la testa. E poi le immagini di Atlas Ufo Robot (1975), il celeberrimo Goldrake, primo cartoon giapponese ad essere importato in Italia.

Strane sensazioni, acute come pruriti della memoria, colpiscono noi visitatori della mostra. Invincibili, tornano alla mente quei giorni di tanti, troppi anni fa, in cui l'arrivo di Goldrake sugli schermi TV (ancora neppure tutti a colori) sconvolse l'immaginario collettivo dei ragazzini italiani. Riacquistano forma e colore il coraggioso e bellissimo principe (Duca?) Fleed, il suo alter-ego umano Actarus, il dottor Procton, Alcor, Venusia, Rigel, Mizar, Maria, il perfido Zuril, il terribile Vega, tutti i personaggi di un cartoon che era talmente diverso e superiore a ciò che allora passava il convento da affascinare perdutamente ogni giovane spettatore. E torna anche alla mente la perfidia di Mamma RAI, che dopo quell'esperimento geniale e innovativo lasciò all'asciutto di repliche i piccoli fan, costringendoli all'affannosa ricerca su ogni infima TV privata di una dose metadonica di Mazinga o di Jeeg Robot con cui saziare l'inesauribile desiderio...
Certo, di fronte alle tavole di Go Nagai, a distanza di tanti anni, ci si domanda cosa diavolo fu a colpirci tanto. L'impatto con la scuola giapponese, di cui per anni considerammo Nagai unico esponente? La cura della realizzazione? Il pathos della storia? La colonna sonora, che prima di allora non avevamo mai ascoltato in un cartoon? Forse... Oggi, con le lenti degli anni a pesarci sugli occhi, e il candore della giovinezza ben lontano alle nostre spalle, possiamo giudicare le opere "classiche" di Go Nagai per quelle che effettivamente erano: cartoon (nonostante la violenza) prettamente per bambini, coi personaggi scolpiti con l'accetta e stereotipati (lo scienziato buono, la figlia bona dello scienziato buono, l'eroe coraggioso con i capelli al vento, il cattivo deforme), puntate fotocopiate, trame inconsistenti e costellate d'incongruenze, romanticismo puritano, dialoghi raccapriccianti, soluzioni tirate per i capelli, in definitiva niente di paragonabile ai veri capolavori della scuola giapponese, che tutti noi scoprimmo solo molto più tardi (Akira, Nausicaa, Alita, Gundam, Star Blazers, solo per citarne alcuni).
I ragazzini di oggi, di fronte ai magli perforanti di un Goldrake o alle tette nucleari di una Venus Alfa, scuoterebbe la testa, e non perché i gusti siano cambiati, ma perché le tante occasioni li hanno resi molto più smaliziati dei loro predecessori. E, forse, non riuscirebbero nemmeno ad afferrare il perché di questo mito vecchio ormai di due decenni.


Nagai l'orrido

Proseguendo la passeggiata lungo le pareti istoriate della mostra, il panorama cambia radicalmente. La seconda parte dell'esposizione è dedicata al Nagai maestro dell'horror. Si tratta di un lato meno conosciuto (almeno in Italia) della personalità dell'artista giapponese, ma un lato che con ogni probabilità è predominante.
Personaggi come Cutey Honey, Mao Dante, ma soprattutto Devilman ci permettono di guardare Nagai con occhi diversi.
Devilman, storia dalle tinte fosche, narra di uno studente che, passato a miglior vita, rinasce come demone con l'obiettivo di studiare gli uomini in preparazione di una invasione della Terra; ma il mostro una volta umano scopre la bellezza dei sentimenti, e si converte alla causa del nostro pianeta. Le tavole di quest'opera grondano sangue e horror quanto e più di un romanzo di Clive Barker.
Più simile a opere americane come Spawn che ai cugini Goldrake e Mazinga, Devilman ha generato nel 1998 una riedizione femminile. Devil Lady, questo il nome della nuova arrivata, è un'insegnante sottoposta dal padre a una mutazione del DNA tale da conferirle il potere di difendere la Terra dai feroci Devil Beast. Anche in questo caso, unghie e artigli, allegri squartamenti, sangue e budella a profusione, insomma qualcosa di fondamentalmente diverso dal Nagai disegnatore per ragazzi che credevamo di conoscere.
Però... E' il caso di azzardare una riflessione, del resto suggerita dalla disposizione delle tavole della mostra. E' sbagliato pensare all'amore per l'horror come sviluppo successivo del percorso artistico di Nagai. Devilman è del 1972, dunque contemporaneo a Mazinga... La verità è che lo stesso nonno Mazinga e i suoi allegri compagni di merende, a guardarli bene, rivelano tutti gli incubi horror dell'autore giapponese. Perché mai, infatti, robot spaziali dovrebbero sfoggiare corna, aculei, creste e speroni, occhi gialli, teste di drago e ali da pipistrello? Perché i nemici del genere umano dovrebbero presentare caratteri somatici demoniaci, aberrazioni sessuali (pensiamo al Barone Ashura, primo bisex della storia dei fumetti) e altre amene deformazioni? Perché questa autentica ossessione per popoli malvagi nascosti nelle viscere della terra, in spelonche o città sotterranee di dantesca memoria?
La verità è che Go Nagai ha coerentemente continuato a vendere le sue nevrosi (per dirla alla Stephen King) sia quando disegnava robottoni giganti che quando, più sinceramente, trattava di diavoli e di mostri. Se non ce ne siamo mai accorti è perché, in fondo, lui è stato il primo a presentarci colossi d'acciaio in forma umana: li abbiamo visti con le corna, e abbiamo accettato il fatto come se rientrasse nell'ordine naturale delle cose. Non era così.
Le tavole della mostra, bontà loro, rivelano questa penultima verità in una interessante sequenza che mostra l'evoluzione del personaggio di Mazinga nei manga più recenti, opere dai toni sempre più mistici: God (sic!) Mazinger, Mazinsaga e Mazinkaiser (no, non si tratta di una marca di birra, è proprio il titolo di un recente manga di Go Nagai!).


Forse non sapevate che...

Spulciando tra le "chicche" offerte dalla mostra, abbiamo spolverato qualche nozione sepolta dalla sabbia dell'oblio. Le riportiamo per comune diletto, in modo da mettere alla prova la vostra memoria. Siate sinceri con voi stessi: lo sapevate?
Lo Jet Scrander (di cui alla mostra viene presentato qualche spaccato tecnico) non è il nome del nuovo aspirapolvere pneumatico della Moulinex, bensì l'ala volante di Mazinga Zeta.
Hiroshi Shiba (il ragazzo che si trasforma in Jeeg Robot) ha una campana di bronzo innestata chirurgicamente nel... no, scellerati blasfemi, non nel cervello! ...nel cuore.
Il nome originario del personaggio di Actarus è Daisuke. In generale, tutti i nomi originari dei personaggi del fumetto Atlas Ufo Robot sono stati convertiti (nella traduzione) in nomi di stelle (Arcturus, Rigel, Alcor, Mizar, Vega ecc.)
Gattiger e Roboizer non sono i nomi delle nuove berline della Mercedes, bensì i prototipi (abbandonati) di quello che poi sarebbe diventato Goldrake.
L'idea originaria dei robottoni venne a Nagai durante un ingorgo stradale. Bloccato dal traffico, egli immaginò che alla propria automobile spuntassero degli arti meccanici che gli permettessero di liberarsi. Tornato al suo studio, il nostro bravo ometto disegnò il primo prototipo dei suoi eroi d'acciaio.
Settei, in giapponese, vuol dire "rodovetro"... Bene, ma che diavolo (anzi che DevilMan) vuol dire "rodovetro"?


Conclusioni

Terminato il periplo della mostra, tutto sommato ci sentiamo più delusi che soddisfatti. E' vero, abbiamo visto molto materiale inedito (schizzi, disegni preparatori, prototipi e vecchie versioni abbandonate dei personaggi famosi), abbiamo capito qualcosa in più sulla psicologia di Go Nagai, abbiamo rinverdito ricordi di quando andavamo in giro con i calzoni corti. Però... Mah, non lo sappiamo. Forse speravamo in qualcosa in più. Sarebbe stato troppo pretendere la presenza del maestro (magari vestito con un completo da Duke Fleed), ma avremmo voluto almeno parlargli in videoconferenza, o su una chat line. Avremmo voluto rivolgergli qualche domanda che ci portiamo dietro da decenni, ad esempio che tipo di bestemmie lancia Actarus quando, dopo tutti quei chilometri di rampa, trova l'uscita numero sette chiusa con la serranda incastrata.
Invece niente. Un netto malumore accompagna i nostri passi quando torniamo verso l'uscita, ove ci attendono i due gnomi giapponesi vetrificati in portineria. A muso duro, pretendiamo indietro il prezzo del biglietto. Con perfidia, i due nani ci fanno osservare che l'ingresso era gratuito. Noi non ci facciamo smontare da simili questioni di lana caprina, e battagliamo. Alla fine, dopo tante insistenze, l'abbiamo vinta. Per ripagarci della delusione, le geishe dell'Istituto di Cultura Giapponese ci intratterranno con il loro rinomato massaggio shiatsu. Ci ritiriamo nei locali adibiti a questo scopo. E se pensate che racconteremo il seguito, cascate male: niente da fare.
Vi rammentiamo invece l'ultimo appuntamento della rassegna cinematografica dedicata a Go Nagai: il 10 Maggio, alle ore 19, presso l'Istituto di Cultura Giapponese (via Gramsci 74, Roma) saranno proiettate le più recenti opere del maestro: Getta Robot - The Last Day e Devil Lady. Sono serie datate 1998-1999, dunque "sfornate" di fresco. E sono, è ovvio, rigorosamente in lingua originale. Cosa vi aspettavate, pagani?

Sotto Spirito vi saluta, dandovi appuntamento alla prossima puntata, quando presenteremo i primi risultati del gioco letterario che abbiamo lanciato il mese scorso. Per chi avesse perduto il bando, rieccolo:
"Sotto Spirito" bandisce un gioco letterario aperto alla partecipazione dei lettori. Tale gioco consiste, in breve, nel realizzare dei "pastiche letterari" dichiaratamente ironici, prendendo a modello (e a bersaglio) i più famosi autori SF, anglosassoni e non. Scopo dichiarato del gioco è quello di presentare, pur nel massimo rispetto e ammirazione, in una veste diversa i mostri sacri della fantascienza, sottolineandone certe eccentricità nello stile, i luoghi comuni, le contraddittorietà, le ossessioni e i chiodi fissi. Bonariamente ma senza lesinare sull'ironia, sezioneremo il loro modo di scrivere e li mostreremo, ammiccando di complicità, da un angolazione beffarda, appunto "Sotto Spirito".
Chi tra i lettori abbia voglia di cimentarsi in questo gioco, mandi i suoi pastiche (racconti, brani, anche semplici passaggi) all'indirizzo del curatore, specificando l'autore famoso imitato. Le opere migliori, in particolare le più divertenti, verranno pubblicate nei prossimi numeri di questa rubrica.




I diritti su testi e immagini sono riservati. E' vietata la riproduzione senza l'autorizzazione degli autori.