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Dario Tonani compare per la prima volta sulle pagine elettroniche di Delos, evento abbastanza inconsueto per un autore ormai abituato a calcare tutte le "scene" dell'editoria del fantastico italiano. Gli mancava l'apparizione sulla più prestigiosa rivista del settore (ormai possiamo dirlo), e adesso riesce a rimediare dopo essersi classificato con questo racconto al secondo posto nell'ultima edizione del Premio Alien. Le motivazioni della giuria dicono, a proposito di questa sua ennesima e prestigiosa affermazione: "A conferma di una eccezionale consapevolezza del proprio stile letterario e con la non comune capacità di creare atmosfere allucinate e incomparabili in cui si muovono personaggi nitidamente costruiti sullo sfondo di ambientazioni sempre originali e affascinanti, nonché per la costante qualità delle opere che hanno accompagnato e costruito la carriera di questo scrittore, già vincitore della prima edizione del premio Lovecraft per il fantastico, viene assegnato il secondo posto alla quinta edizione del premio Alien per la fantascienza al racconto "L'uomo dei pupazzi di schiuma" di Dario Tonani." Non vi è venuta voglia di leggere? Bene, adesso potete farlo. (Franco Forte)
Rubén guardò il cielo sopra la fabbrica. Non c'era un filo di vento e il fumo saliva dritto verso il crepuscolo grigio. Qualcosa gli sfiorò svolazzando l'orlo dei calzoni: un grumo schiumoso giallastro che rotolava sull'asfalto spaccato. Se si fosse ingrandito abbastanza, con il suo carico di alcaloidi tossici, sarebbe stato in grado di uccidere un bel po' di erba prima di mattina. Rubén lo vide incunearsi tra i filari di canne...
Alle sue spalle, la città di schiuma stava preparandosi a un'altra notte. Era cresciuta sulle scorie di produzione della vecchia fabbrica: un impasto di poliolefine, elastomeri e rifiuti urbani che avevano prodotto il Bethyl 4.9, una gomma resistente ed elastica quanto bastava a costruire case dalle superfici semitrasparenti, un agglomerato suburbano di bolle abitatitive grandi dai sei ai cinquanta metri di diametro. Lavorare il Bethyl 4.9 era facile e non richiedeva che un una buona dose di precisione e un po' di mestiere. Tanto mestiere. Bisognava tirarlo a forza su uno scheletro di robusti pali di legno. E dargli forma gonfiandolo in qualche modo lungo le pieghe... Rubén era l'unico che avesse gli strumenti adatti per riuscirci: li aveva montati su un vecchio ragno da trasporto con una zampa spezzata, che aveva trovato lì alla fabbrica, nella discarica di vecchi macchinari. Rubén lo aveva battezzato Tarantola.
La città di schiuma era tutta opera sua. Per quello che valeva, ne era orgoglioso. Era stato come improvvisarsi architetto delle bolle di sapone, conoscere la debolezza della loro geometria, le virtù delle loro forme effimere. Aveva imparato dove toccarle (sempre con i guanti), come tirarle e quando invece astenersi da qualsiasi contatto. Aveva imparato che le loro superfici temono i movimenti bruschi, le vibrazioni, le ansie più recondite dell'animo: il Bethyl 4.9 è sensibile, vuole destrezza ed equilibrio. E quando non si è in vena o qualcosa ci turba è meglio lasciare perdere e dare una bella lavata alla Tarantola.
La materia prima non mancava mai, ridotta in grumi schiumosi che andavano alla deriva pigramente tra i padiglioni con i vetri rotti, i campi di sterpaglie secche. Più erano freschi e più erano tossici, ma meno ne servivano. Un grumo di venti centimetri di diametro valeva per ottocento metri quadrati di superficie. Serviva soltanto renderlo inerte e stirarlo dai punti giusti... A bordo della Tarantola c'erano pompe e ventose a sufficienza per costruire un'altra città, una bidonville di derelitti come lui, che si erano ingrigiti a scaricare rifiuti dai servoTir che andavano e venivano dal Blocco 9.
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Rubén inciampò nel cadavere di un cane; aveva il ventre gonfio e il pelo ridotto a miseri ciuffetti ispidi. Estrasse dalla tasca una scatoletta di legno e l'aprì adagio. Un carillon si mise delicatamente a suonare. Le due figurine che ballavano erano state forgiate con meno di un grammo di schiuma. Da un cassettino pescò un pizzico di tabacco aromatico e lo presò nel fornellino della pipa. Anche quella era fatta di schiuma, più robusta della pietra. Il Bethyl 4.9 era fatto così: invecchiava e, invecchiando, diventava altro e finiva per rendere possibile miracoli. Erano stati costruiti ponti, strade, monorotaie superveloci e satelliti con l'equivalente di meno di un chilogrammo di schiuma. Il segreto stava nei gerobunker, immensi hangar nel quale i pani di schiuma erano lasciati a invecchiare, come preziose forme di formaggio: solo che erano treni, navi, tute ignifughe, autoblindo, aerei a decollo verticale. Era stato necessario servirsi della realtà virtuale per accelerare il processo e neutralizzare le tossine con cui uscivano dai laboratori; il 56% della ricerca in campo informatico ruotava intorno ai geroware, i software di invecchiamento prodotti dalle multinazionali della cosmesi all'incontrario. Di per sé la schiuma fresca non valeva che pochi centesimi all'oncia, ma una autentica fortuna con un buon geroware di supporto. Rubén però aveva imparato ad amarla ugualmente ed era forse rimasto l'unico in tutto il Paese a lavorarla così, appena uscita dai serbatoi di stabilizzazione, prima ancora che finisse in una camera di invecchiamento.
La città di schiuma era una sua creazione, ma non era neppure lontanamente la sua opera migliore. Lui costruiva giocattoli. Balocchi di schiuma morbida, di cui i bimbi di quel quartiere attorno all'impianto abbandonato andavano pazzi. Da quando il personale umano era stato rimpiazzato dalle macchine, la fabbrica gli dava appena di che vivere e di che far sorridere le molte esistenze che come lui si trascinavano oltre la cancellata arrugginita. Costruire pupazzi in un mondo infantile pervaso di consolle, display ed effetti luminosi era un po' come scaldarsi le mani sopra un falò di vera legna. Modellava sogni che finivano regolarmente in bocca ai bambini più piccoli o abbracciati sotto qualche coperta. O nelle tasche dei più grandicelli, che li esibivano come il più magico dei prodigi: schiuma morbida. La puoi masticare, se vuoi. E schiacciare... per poi vederla tornare come prima.
Rubén scavalcò i resti del cane, raggiunse la Tarantola e apri il portellone posteriore; da un pannello laterale pescò un paio di guanti di lattice e degli occhialoni da motociclista, quindi si caricò sulle spalle due borsoni rigonfi di pupazzi. Mosse una ventina di passi in mezzo alla sterpaglia, verso il muro esterno del Blocco 6; quei padiglioni erano stati sgomberati otto anni prima, quando la fabbrica aveva dismesso i suoi impianti di superficie, e ora erano fatiscenti sagome grigie che s'innalzavano da un prato di erba alta più di un metro. Arrivato di fronte alla breccia che si apriva nel tondo del grosso "6" rosso, passò davanti a un paio di pupazzi che montavano la guardia l'uno di fronte all'altro: due ussari colorati che gli arrivavano alla cintura. Dentro, nella penombra del magazzino, tra i ciuffi d'erba bruciata che spuntavano dal cemento, duecentoquindici figure di schiuma erano allineate in una ipotetica catena di montaggio. Un'orgia di tinte pastello che stavano raccogliendo gli ultimi raggi di luce filtrati dai vetri rotti delle finestre in alto. Gnomi, orsetti, soldati, paperini... Ognuno portava al collo un cartellino allacciato con un filo di lana verde. Sopra, soltanto una data scritta con calligrafia minuta.
Rubén raggiunse una zona sgombra all'altro capo del locale, appoggiò i borsoni e, maneggiandola con una paio di guanti da chirurgo, cominciò a tirare fuori la sua merce. Allineò i nuovi venuti in modo che guardassero verso il centro del padiglione, dal quale la linea di luce stava lentamente arretrando. Il padiglione era immerso nel silenzio; spifferi gelati battevano il pavimento in ombra e piegavano i ciuffi d'erba rinsecchiti tra i pupazzi.
Rubén continuò a disporre le sue creature una accanto all'altra. Quello era l'ultimo dei magazzini che aveva a disposizione - ne aveva occupati altri cinque, ai blocchi 4 e 7 - poi avrebbe dovuto scavare delle fosse e coprirle con teli di schiuma tirata. O magari costruire delle serre lungo il pendio che scendeva fino alla periferia della città. Era stato fortunato, non osava pretendere di meglio: in superficie, la fabbrica aveva spazio a sufficienza per quasi tutta la sua produzione. Anche se sarebbe stato meglio ridurne il ritmo per un paio di settimane. In passato aveva fatto qualche esperimento stoccando i pupazzi all'aperto, nei campi o sui tetti, ma le piogge e i gabbiani lo avevano consigliato di ripararli al coperto, dove non sarebbero stati sporcati dal guano e dai fumi delle vicine ciminiere. Erano pur sempre giocattoli; il suo pubblico erano bimbi e ragazzini di dodici anni al massimo. E poi c'era Maggiordomo e...
La schiuma doveva invecchiare almeno cinque settimane prima di diventare inerte e assumere una consistenza che la rendesse sicura per le mani e la bocca di un bambino. Non aveva soldi né corrente per procurrasi un geroware. Le ali dismesse della vecchia fabbrica andavano benissimo per i suoi scopi. A patto di usare i guanti e di indossare un paio di occhiali per proteggere la congiuntiva...
Roccolse da terra un folletto che era stato decapitato da un cane randagio: le braccia, strappate all'altezza delle ascelle, erano state scaraventate lontano in mezzo ad altri pupazzi rovesciati. A volte qualche bastardino veniva a giocare con i suoi bambolotti, intrufolandosi nei padiglioni dalle brecce nei muri. Fino ad allora Rubén era riuscito a evitare che scegliessero quei luoghi come loro tana, ma temeva che di notte venisse anche qualche esemplare di grossa taglia, a consumare la sua cena catturata nei campi. Mise i resti del folletto in uno dei due borsoni. Il giro sarebbe proseguito lungo la parete nord e poi nel padiglione accanto, dove avrebbe fatto la sua raccolta dei pupazzi già pronti, invecchiati cinque settimane. Si guardò attorno, nella penombra che diventava sempre più scura di minuto in minuto (forse avrebbe fatto bene a portare una torcia elettrica). Una accanto all'altra, rigide nelle loro pose con le braccine lungo i fianchi, era come se le piccole figure lo stessero osservando. O attendessero un segnale per cominciare a muoversi. Sensazioni come quella - quando era solo tra centinaia di silenzi velenosi che fissavano il vuoto - gli facevano venire la pelle d'oca. Provò un brivido e sbatté una mezza dozzina di volte le palpebre. Gli occhi erano arrossati e cominciavano a lacrimargli. Si chinò a chiudere la cerniera lampo dei suoi borsoni. Temeva che prima o poi i bambini della città di schiuma avrebbero scoperto il suo segreto. E sarebbero venuti a rompere quell'incanto da fiaba, a reclamare il loro diritto ad adottare il loro piccolo sogno di schiuma morbida... Voleva che accadesse il più tardi possibile. Voleva essere ancora lui l'uomo dei pupazzi di schiuma. Rubén il giocattolaio, Rubén che forgiava cose che si potevano schiacciare e mordere. Rubén che non abitava una casa di quelle che costruiva. Ma aveva un giaciglio di stracci in qualche luogo segreto della fabbrica abbandonata. Controllato a vista dal suo esercito variopinto.
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Sotto di lui, il pavimento vibrava e ogni tanto arrivava il clagore dei servovagoni che andavano e venivano dalle vasche di scolo. Aveva imparato a distinguere persino il ronzio dei montacarichi, quando le porte si aprivano per lasciare entrare i capilinea robotici. Ventidue piani più sotto, a oltre cento metri di profondità, gli escavatori lavoravano giorno e notte aggrappati ciascuno alla propria placenta di fibre ottiche. In un buio eterno, rotto soltanto dal lampeggiare dei crocini di puntamento. La maggior parte di loro - hardware compreso - era costruita di Bethyl 4.9 ed era stata assemblata sottoterra. Da quando Rubén era stato licenziato e aveva clandestinamente occupato i magazzini di superficie, si erano succedute almeno tre generazioni di macchine, delle quali nessuna aveva visto la luce del sole. Soltanto i macchinari più vecchi e obsoleti venivano espulsi attraverso un cratere che gli ex operai chiamavano cloaca. Ormai era sepolta sotto una collinetta di relitti arrugginiti, che di tanto in tanto - forse per un nuovo arrivo nelle sue viscere - collassava franando su se stessa e rovesciando ferraglia lungo i campi di erba morta.
Rubén vi andava di rado, soltanto per curiosare quale altro obbrobrio avesse sputato la fabbrica sotterranea. Forme contorte, incancrenite dalla ruggine e dagli spurghi di olio e antiossidante, si avviluppavano in un abbraccio osceno per poi rotolare una sull'altra. Come se avessero appena consumato l'ennesimo stupro ai danni di una compagna. La Tarantola era venuta da lì.
Rubén si sdraiò per terra e rimase a lungo con l'orecchio appoggiato al pavimento. La fabbrica là sotto era un brusio di suoni metallici e di gorgoglii prodotti da chissà quali liquami. Riconobbe lo sferragliare di un convoglio di vagoncini che stava allontanandosi verso la città. Poi udì dei passi dietro di sé. Si alzò di scatto a sedere. Una sagoma bruna era sbucata da una botola e marciava decisa verso di lui.
Rubén indietreggiò e, per istinto riflesso, alzò le mani. Maggiordomo lo spaventava sempre. Nonostante le sue comparse regolari, non si era ancora abituato al suo incedere cigolante, al lubrificante nerastro che colava sulle sue cromature, scorrendo lento lungo le gambe sottilissime macchiate di bruciato.
L'automa era alto un paio di metri, solo vagamente antropomorfo ed eccessivamente allampanato. Rubén era sicuro che appartenesse alla prima generazione di macchine autocostruitesi e che fosse riuscito a evitare l'espulsione attraverso la cloaca grazie al compito che si era dato. Era stato Rubén ad affibbiargli il nome di Maggiordomo.
La figura si arrestò barcollando con un rumore di ferro vecchio. Rubén sorrise nervosamente. L'olio continuava a colargli dalla lamiera ammaccata che formava il suo bacino. Ancora una volta a Rubén sembrava che si stesse pisciando addosso. Gli allungò uno dei due borsoni che aveva riempito di pupazzi pronti e lo osservò fare dietro front e allontanarsi cigolando. Il vecchio robot raggiunse la botola, vi lasciò cadere il borsone e, dopo una complicata manovra di flessioni e rotazioni, lo vide sparire nel riquadro buio.
Sul magazzino del Blocco 6 era calata la sera. Rubén immaginò i suoi pupazzi immersi nel buio dei piani inferiori, a cavalcioni sulla schiena di qualche robot spilungone o alla consolle di un muletto che spostava pani di schiuma dalle vasche ai serbatoi di raccolta. O rannicchiato su un nastro trasportatore.
Lasciò scorrere lo sguardo da una parete all'altra del locale, sulla sua corte di bambolotti: dove aveva raccolto quelli per Maggiordomo e le altre macchine là sotto, c'era adesso uno spiazzo vuoto, più nero della notte stessa. Vi trascinò stancamente il materasso lurido e quel po' di coperte che era riuscito a procurarsi. Si sdraiò, raccolse le mani a coppa intorno all'orecchio e si mise in ascolto...
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