racconto di
Gilda Musa


Quando le radici
I classici italiani scelti da Vittorio Catani
Memoria totale





La neve sul davanzale del balcone si sfalda sotto la luce vibratile, brevi colate si staccano in un polverio di cristalli minutissimi. Bianco-d'abbaglio polarizzato sul ripiano, bianco-d'ombra nel bordo rigonfio, oltre l'incidenza dei raggi. Anna pranza sola, si fa compagnia guardando oltre la vetrata senza tende, la testa voltata verso quel richiamo di splendore. Solleva il cucchiaio meccanicamente, svogliata. Ogni tanto appoggia il cucchiaio nel piatto, punta il gomito sul tavolo, posa la guancia sul palmo della mano.
Aria azotata, igienica. Tutto sembra coperto da cotone idrofilo, il davanzale ne è avvolto, vede il piccolo ramo d'abete che si tende verso il vetro, un gonfiore posato sugli aghi che non tentano neppure di sbucare, forare la copertura provvisoria. Riposano sotto, protetti. Anche Anna si sente circondata e fasciata se guarda i tetti distanti e pensa che anche sul tetto della sua casa è disteso un medesimo strato, spesso, aderente alla sagoma di ogni tegola, ogni rientranza e sporgenza, alla curva del canale di scarico. Non esiste millimetro di vuoto in quella compattezza, non vibrano suoni, neppure nelle cadute casuali delle sfaldature.
La casa è come ammatassata, dal tetto alla cantina. Gli inquilini del piano sottostante devono essere partiti ieri, vanno a sciare il sabato e la domenica. Walter fino a stasera non torna, la prima volta in due anni che mi lascia sola la domenica, potrò riposarmi e poi sbrigare tante faccende: lavare le camicie, scopare tutte le stanze, dare la cera al parquet della camera, se possibile stendermi ancora un po' sul letto, leggere. Approfittare della giornata libera, un relax, domani è di nuovo lunedì, un'altra settimana, altre otto ore ogni giorno, più due ore di autobus, telefonate, taccuino degli appuntamenti, lettere da stenografare, dattilografare, ordini, contrordini, telegrammi, citofono, "Anna, venga per favore", la voce metallica, cavernosa del capo attraverso la grata. Le prime volte sobbalzava, faceva uno sgorbio con la biro, le parlava un robot dalle fotocellule sempre efficienti, sembrava che controllasse ogni suo movimento, la sorprendesse ogni istante in errore. "Quanto vale oggi la corona svedese?" "E' finito lo sciopero dei portuali a New York? S'informi." "Nell'Iran tutto normale? Le frontiere sono libere?" Un vortice di gesti, parole, domande, trilli, porte aperte e richiuse, richiami, telefono, citofono, campanelli lontani, vicini, sussultori, ondulatori, un terremoto... Sorride appena.
Sì, ma adesso è a casa sua, sua e di Walter, da due anni; è domenica, ha un bel po' di ore davanti a sé da impiegare il meglio possibile, non pensare a niente, fare un bel vuoto mentale, rilassare i nervi. Sono anni che non ha smesso un momento di lavorare, applicarsi, impegnarsi. Le scivola attorno una atmosfera luminosa, quanta candida consistenza, una rete di luce che lega cielo tetti balcone vetrata e pareti. Una gigantesca gabbia di protezione, perfino le pareti la proteggono, rivestite di quella stessa luce che Anna riporta, dagli occhi abbacinati, sulla tappezzeria. E' come se anche sulle pareti fosse caduta la neve, di sbieco, vi si fosse attaccata, e piccoli punti scintillano e ballano in su e in giù: un abbagliamento, un totale silenzio, un'immensa sfera di dolcezza in cui Anna si perde, e con lei forse in questo stesso momento si perdono uomini e donne della terra dove si stende la protezione del silenzio, della pace.
Un po' di vino. Dal beccuccio della caraffa il vino scende nel bicchiere con un gorgoglio appena percettibile, e nello stesso istante, oltre la porta ad arco, risponde dal cucinino un gorgoglio che in un attimo cresce e si stabilizza. Anna sussulta, si tende ad ascoltare, con la mano sull'ansa della caraffa. Un attimo sospeso che cancella di colpo silenzio, lucentezza, solitudine, una trafittura in quell'annullamento riposante. Anna potrebbe giudicare ridicolo il rumore che ha incrinato la sua lucida sfera, se non provasse paura, se non riscoprisse i precisi lineamenti della stanza, come dopo un sogno in cui apparivano più attraenti, se non pensasse che qualcuno o qualcosa si muove in cucina. Ma sì, deve ridere: ha posato sul fornello acceso, forse un quarto d'ora fa, una pentola con acqua e prugne secche. Anzi, se scioglie dalla paura la bocca e la mano, riesce a percepire l'odore dei frutti che bollono spandendo già il loro aroma dolcino, misto al profumo della scorza di limone.
Un fatto del tutto casalingo, quotidiano, una pentola che bolle: sorride dell'ingenuità che per Un istante l'ha ridotta alla paura, di quella causa così meschina: un saliscendi dell'acqua che gonfia alla superficie bolle d'aria passando tra un frutto e l'altro, un rimescolio, un sobbalzare.
Nulla. Un nonnulla. Un gorgoglio. L'orologio a muro ticchetta, adesso lo sente, guarda il quadrante: le tredici e trenta.
Il gorgoglio.
Un gorgoglio monotono che a poco a poco vince il silenzio, occupa lo spazio, riempie il vuoto; e poi si introduce in lei, attraverso l'udito, fino dentro regioni segrete, sommuovendo strati con la forza sotterranea delle sensazioni più tristi che stanno nascoste nel fondo e salgono a circondare, colorare di grigio le singole azioni; anche il dolore per una malattia irrimediabile, un tradimento, una morte, si apposta dietro alle parole che ne escono sfocate, dietro ai gesti che risultano diversi da quelli che vorremmo compiere, e come circondati da un alone simile all'ombra che ricade dagli oggetti e non se ne separa. E non possiamo abolire quella sensazione, perché esiste come sostanza misteriosa e reale dentro di noi, non vale ricacciarla, respingerla oltre i confini della coscienza e della percezione: si tramuta, al massimo, in ricordo, anche se affondato, semicancellato dalle zone del conscio per mezzo della volontà che si rifiuta di soffrire ancora, che cercherebbe l'accettazione dell'irreparabile, che imporrebbe a se stessa l'assalto ad azioni di storno da quel dolore, per continuare a vivere, nonostante tutto. Ma è uno sparire solo momentaneo, è un riaffiorare di banchi di sabbia che l'acqua copre e scopre passando.
Il gorgoglio triste passa e ripassa sopra le sedimentazioni dei mesi, degli anni, riscopre isole analoghe, gorgoglii anteriori: così gorgogliavano le patate nella grossa pentola di alluminio posata sulla stufa. Neve sporca nel cortile trascurato, il fratello prigioniero in Germania scriveva: "Oggi abbiamo mangiato patate bollite, senza sale". Anche qui mangiamo patate, sale a borsa nera, e adesso bollono, gorgogliano sulla stufa, intanto urlano le sirene, corriamo nel rifugio, la cantina puntellata, lassù il ronzio s'avvicina, un rombo, un sibilo, e un boato che si ripercuote, noi rannicchiati su panche, papà, mamma, io in mezzo, le spalle appiattite contro la parete di calce. "E' andata anche stavolta", dice il papà, e poi, risaliti nella cucina deserta. le patate bollono, bollono più forte, tutto è rimasto intatto, anche stavolta. Per poco, però.
No. Non è questo. Qualcosa di più lontano, nel gorgoglio delle prugne, più indietro. Bolzano. Quel pomeriggio ero sola in casa, il fratello al ginnasio per la lezione di ginnastica, la mamma uscita con la solita borsa nera di tela cerata, il papà fuori a dare lezioni. "Regalo una rosa alla mamma", "Regalo una rosa alla mamma", "Regalo una r..." Una pagina di bella scrittura per domani, la cannuccia marrone a striature bianche che si rincorrono, il pennino Presbitero, simpatico col suo piccolo foro a mandorla e la punta brunita. "Scrivete sottile. La penna non è una zappa", ripete. "L'anno venturo andrò in pensione". Ci guarda con tenerezza malinconica, le guance una rete di rughe intrecciate, quante bambine nella sua vita, quante correzioni con l'inchiostro rosso e la sottilissima scrittura appuntita. "Sottile": difficile a sei anni tenere la penna leggera, farla scivolare sulla carta così da lasciare soltanto un gentile ricamo di lettere.
Diventa buio di colpo, mi avvicino alla finestra, intravedo la sagoma della montagna coperta, punti luminosi stanno raggruppati verso le falde e, disseminati sui fianchi, emergono dal bianco indistinto, dalla massa confusa. Alle spalle un borbottio la fa sobbalzare, come se qualcuno fosse entrato senza che se ne accorgesse. Corre all'interruttore, tutto è tranquillo, soltanto il gorgoglio delle castagne che bollono sulla stufetta di ghisa, io e le castagne, nessun altro, l'odore dolce farinoso, il ribollio, unico rumore che non smette, non smette, e comincio a piangere. Piango ancora sul quaderno spalancato, sulla cannuccia rosicchiata, succhio lacrime che colano agli angoli della bocca, mentre borbotta il rumore indifferente, e le rose sbavano mostruose sotto le gocce rotonde che dilagano, allargano l'inchiostro in minutissimi fili nerastri che si aprono a raggiera, attorno alle lettere spuntano innumerevoli peluzzi, zampette, un brulichio, un centopiedi, tanti centopiedi, le castagne bollono, non smettono un momento di bollire, nel silenzio di tutto i centopiedi ballonzolano davanti al vetro mobile delle lacrime, si agitano, getto un urlo di raccapriccio. Le castagne bollono, non smettono un momento.
Eppure adesso è tutto chiaro e preciso nella memoria, nulla di misterioso in quell'episodio infantile, tranne il motivo autentico delle lacrime. Certo non piangevo soltanto perché le castagne bollivano, o soltanto perché ero sola, ero abituata, spesso accadeva. Essere sola non mi ha mai dato angoscia. Piangevo per un altro, inconscio motivo, un nodo aggrovigliato nel petto, e quel ribollire e gorgogliare riportava un altro più lontano motivo, ma dove, forse nei primi tempi della vita quando l'elemento vegetativo ha sopravvento completo, si succhia il latte da una bottiglia attraverso il biberon di gomma, ma se il foro si allarga, il latte scorre troppo abbondante e veloce, ingorga la gola del bambino steso nella culla, rigurgita accanto alla trachea. Mi raccontava la mamma che a cinque mesi stavo per morire soffocata, che dalla stanza vicina sentì un gargarismo strano come di tubo ingorgato: mi trovò con la bocca spalancata e la faccina violacea mentre il latte fiottava dalla bottiglia e gorgogliava nella gola. Un pezzetto di gomma s'era staccato dal bordo del foro. Non è possibile che un episodio così lontano sia rimasto dentro me come ricordo. Il racconto minuzioso e ripetuto tante volte si è trasformato in episodio vissuto, con le dimensioni e la chiarezza del ricordo cosciente. Forse dopo, il gorgoglio delle castagne mi ricordava il gorgoglio del latte, il gorgoglio del soffocamento, l'inconscia paura, la morte. Anche un bambino di cinque mesi vuole vivere, animalmente, d'istinto. E forse piangevo di paura riflessa quel pomeriggio d'inverno nella cucina, sopra le parole scomposte in centopiedi.
Le prugne bollono. Anna è stanca, triste, una tristezza che penetra, si dilata, supera la scala digradante dei ricordi, risale agli strati più remoti della sua vita, e indietro, ancora più indietro, in un'atmosfera dai confini indistinti vede emergere come in un'apertura balenante una damigiana spezzata da cui si rovescia vino nero. Dove ho visto la damigiana, i mattoni rossi del pavimento, questa grande cucina di fattoria? Non sono mal vissuta in campagna - un maiale caccia un urlo umano, un uomo gli ha, conficcato nella gola uno stiletto e il sangue sbocca, schiuma con furia viva, fuma raccogliendosi in una conca di terracotta marezzata di smaltatura verde e bianca, e io mi guardo il grembiule spruzzato di sangue, porgo all'uccisore un asciugamani a quadretti. Ma dove, ma quando? Ho ventotto anni, sono vissuta in città, Milano, Bolzano, poi ancora Milano, non ho mai visto uccidere maiali, non so nemmeno come si faccia. Forse sono sogni, avrò sognato qualche volta queste cose; no, questi non sono miei sogni, e poi, il sogno è reale soltanto allora, sfuoca appena si è svegli, appartiene a un'altra sfera.
Ah, perché ogni tanto arrivano a me queste immagini che non mi appartengono, perché mi succede di sentirmi all'improvviso estranea, come se io stessi a guardarmi, a sentirmi parlare. Come se io fossi un'altra persona.
Ma, più lontano, un gorgoglio di acqua, una fontana in mezzo a una piazzetta, raccolgo l'acqua in un secchio, è il crepuscolo, l'acqua gorgoglia sull'acqua, altre donne in fila aspettano il turno. Sollevo il secchio, è pesante, mi chino appena, e la gonna tocca terra, un altro sotto il getto che scroscia, i due secchi, uno per mano, traboccano, la veste batte sulle caviglie, gli zoccoli claccheggiano sui ciottoli, poi una viuzza lastricata che sale a gradinate profonde lungo case addossate, vecchie case di vecchio paese, l'intonaco sgretolato, chiazze, entrate buie, un neonato strilla lontano: mio figlio.
Mio figlio? Quale figlio? Io non ho figli.
Ma questi due ragazzetti sono anche loro miei figli, saltano a piedi uniti dentro la pozzanghera del cortile, schizzano acqua torbida, imbrattano gli stivaletti orlati di astrakan e i calzoncini a sbuffi, il cocchiere grida "Petruchka! Vania!" e altre parole, e scuote verso loro la striglia, minacciandoli. Miei figli anche loro? No, non li conosco; che lingua parla quell'uomo, parla russo, come posso sapere che è russo, parla russo Gregor, ah, come posso sapere che si chiama Gregor il cocchiere. Cocchiere? Esistono carrozze in qualche parte del mondo? Nei musei sì, ma nessuno le adopera, si va a guardarle la domenica mattina, qualche volta, oggi abbiamo automobili, autobus, tram: carrozze no. Cocchieri no. Vado in autobus tutti i giorni, andata e ritorno, quattro volte, mezzogiorno, sera, andata e ritorno.
Ma sono io questa dama appoggiata allo schienale imbottito del landò, una rosa è appuntata al risvolto di zibellino, la osservo, ha screziature arancione sugli orli dei petali gialli, passo la mano sul mantello per aggiustare una piega, sento una morbidezza serica, sbuca la punta d'una scarpetta da ballo, un bracciale d'oro a catena inframmezzata da perle tintinna al polso, uno specchio ovale fissato sulla parete di fronte mi rimanda l'immagine di un volto dalle guance sottili e la bocca piccola, sotto un gigantesco cappello a piani sovrapposti ricoperti di tulle e crespo arricciati. Mi volto verso il finestrino del landò, sul vetro una goccia scivola sull'altra, inseguimento di gocce, rivoli che scorrono diametralmente, vanno a finire nella scanalatura esterna, un picchiettio sul soffitto del mantice, guardo fuori, acqua sporca a piccoli torrenti contro i marciapiedi che corre a cercare un'apertura per gettarsi dentro, scomparire.
Chi è questa dama? Sono io, ma come è possibile, io vivo adesso, la metempsicosi non ha senso, non ci credo, non possiedo perle né pellicce, sono impiegata all'Import-Export, guadagno settantamila lire al mese, porto gonna e camicetta, maglioni, non uso cappelli, un cappellone come quello poi, non sono mai salita su carrozze, su landò, i landò non li ho mai visti, so che esistevano perché l'ho letto nei romanzi, sì, avrò letto tutto questo, l'avrò visto in qualche film e adesso mi pare di aver visto in qualche altro posto... l'acqua sporca non l'ho mai vista dal landò, la vedo dall'autobus quando piove troppo forte e i tombini sono ingorgati, e quando scendo devo fare un salto per arrivare al marciapiedi.
Acqua sporca, marrone, quasi nera, ondate si alzano e ricadono, mi sembra di diventare sorda, la scialuppa sale e discende, mi aggrappo al bordo, e il veliero coi suoi pennoni e alberi si piega su un fianco, s'immerge nel semibuio ribollente, un marinaio con bande rosse alla vita alza le braccia, grida "Dios mio, te lo ruego, salva mi vida", raggi bianco-violetti sbucano da nuvole ammassate, sono bagnata fino alla pelle, ma poi da una zona di buio assoluto senza più scrosci né invocazioni sale una luna rotonda, perfetta, tra stelle smorte, canne fitte si alzano davanti alla nostra barca, l'acqua del laghetto è percorsa da strisce e scaglie luminose, siamo soli, mi bacia sulla bocca, sul collo, sulle spalle, è biondo, ha il colletto inamidato con le punte voltate all'ingiù, sorride, baffi sottili sulle labbra: "Ich liebe dich, Grete". Grete? Chi è quest'uomo coi baffi biondi? Non lo conosco, non l'ho mai incontrato né amato, come può portare questo colletto fuori moda, i baffi, non mi sono mai piaciuti gli uomini coi baffi, io non mi chiamo Grete, ho imparato il tedesco a scuola, nessuno mi ha mai detto "Ich liebe dich" neanche per gioco, soltanto "Ti voglio bene"i. Eppure questa sera felice io la conosco, mi sembra proprio mio questo abito di taffettà verde che si allarga come un ombrello aperto dalla vita in giù fino alla punto delle scarpe, sento sotto le dita il crocchiare della stoffa, ogni particolare è qui dentro, nel cervello, nel cuore, nello stomaco, non so dove, ma è qui, emerge da una lontananza ancestrale di tempo, spazio, non so, ogni dettaglio si aggiunge a un altro, si moltiplica, si trasforma, mi trasforma in qualche cosa che non sono io, eppure sono io.
Oddio, questo ciuffo di peli sulla bocca, la sagoma di baffi grossi e appuntiti, voltati in su, mio nonno li portava così, l'ho visto nell'album, ma sono io che mi liscio i baffi, sono io quest'uomo in divisa, controllo i bottoni luccicanti sulla giacca di gabardine grigioverde, siedo al caffè a un piccolissimo tavolo rotondo col ripiano di marmo a venature grigie e tre gambe di ferro che si congiungono a venti centimetri da terra e divaricano nuovamente per appoggiarsi sul pavimento coperto da un tappeto persiano. Specchi liberty, tappezzeria di damasco, cornici floreali, lampadari a gocce di cristallo: poso la pipa sul portacenere di alabastro, sollevo un calice, bevo un liquore verdissimo, la chanteuse mi sorride sotto una raggiera di piume di struzzo sollevando una spalla nuda, socchiude le palpebre bistrate fino alle sopracciglia, mi dice "Petit chou", una rosa giovane la bocca, io le sorrido, mi piace, un calore mi sale tra le gambe, sorrido ancora.
Come posso sorridere così, io non sono quell'uomo, io non ho baffi, ecco, no, non ci sono baffi sulle mie labbra, non sono quell'uomo, sono Anna, Anna, Anna, e nessun altro sulla terra e in nessun altro luogo dell'universo, sono Anna, Anna: e sono questo groviglio, questo rime scolio di persone fuse in me che spuntano da un buio di generazioni e generazioni, sono questo punto d'incrocio, strati che si sollevano, caos, sedimenti che si spingono in su, salgono a lampi da caverne di memorie affondate, fosse ricoperte, e questa trincea di massi accumulati: punto la carabina, lo scoppio urta la spalla, altri soldati, acquattati come me, puntano carabine, crepitio, sussulto.
E questo petto squarciato, la bocca spalancata, quest'uomo che cade all'indietro alzando lo scudo e precipitando in un fragore metallico, chi è? Uno strano elmo lucido, con la cresta, frecce sibilano tutt'attorno, "Fugiunt Pompeiani", "Ad Hispaniam, nunc ad Hispaniam", la legione si stringe, notte, grandi fuochi nell'accampamento, mangiamo pezzi di carne abbrustolita sullo spiedo, "Qui furor, hercle, quae virtus", urlo, "In malam crucem", impreco, tracanno vino da un cratere di bronzo, la testa mi gira, non so più niente, fischiano granate, schegge scattano attorno, un cavallo si alza rampando, un tricorno di panno calpestato, la coccarda tricolore, rotola una testa nel paniere, un boato di voci, "Le Roi est mort!" tuono, "Vive la République!", grandine, pioggia, rivoli sul terreno, mulinello, tanti mulinelli, acqua gonfia trascina sterpi, un tronco con le radici sollevate, una pecora dal ventre gonfio, un cavallo con le zampe all'aria, una sedia impagliata, arriva al davanzale, noi sopra il tetto, nessuno ci salva, nessuno salva me, un povero vecchio che trema di freddo e paura, nessuno ha pietà di me, un vecchio infelice, nessuno, l'acqua lambisce il tetto, il mio mantello è inzuppato di pioggia, grido, una voce profonda, roca, gridano, bestemmiano, chiamano, urlano un nome tutti insieme, battono mani, agitano braccia, evviva evviva è arrivato, è lui, sono io, è lui, Pietro, è arrivato a Parigi, evviva il fondatore di Pietroburgo, vive l'Empereur, vive le Roi, Vivat Caesar, viva Verdi, è lui, con la barbetta appuntita il cranio appuntito il naso appuntito un becco un artiglio un trincetto fora l'indice un ago da materasso sangue tante gocce di sangue la benda si srotola rotola la ruota del carro travolge il cane zoppo che dolore sulla schiena guaisco guaisco lo storpio cammina, come è difficile, faticoso camminare con una gamba rattrappita mi vergogno della mia gamba rattrappita tende una mano la mano la mia mano il pettine cade disgrazia siedo a una tavola di pietra lo specchio si rompe due facce tre facce quattro vetri triangoli denti di lupo collana la selce appuntita batto due pietre scintilla le foglie s'incendiano una pentola di pietra bolle bolle gorgoglia entra nella grotta tu gridi la selce nel pugno sangue sul collo pelle d'orso sui fianchi un rigagnolo morire vivo non voglio la mia bocca piena di calce sepolto fino al collo arrivano gli sparvieri mi beccano gli occhi i mastini affamati la frusta la cenere fossa fumo grandine carbone fischia tutti in cantina tutti a terra sparano.
Perché, perché questo turbine di ricordi non miei? Da quale profondità? Da quale passato? Da quanti passati?
Tutte queste persone, queste cose, le abbia o non le abbia viste, siano o non siano mai esistite, sono immerse dentro di me, ma non mi appartengono, non sono mai esistite nella mia vita. Sono ricordi, certamente sono ricordi, ma se non sono miei, di chi sono? Chi ha vissuto questi episodi al mio posto e me li ha inviati? Se non possiedo questi ricordi, perché ne sono posseduta? Che cosa è questa profonda memoria del mio corpo, profonda delle ombre, degli oggetti, delle voci, delle sofferenze di un passato che non è mio, non può essere mio?
Non ho mai visto Verdi, non gli ho mai battuto le mani, non ho viaggiato in carrozze, non sono stata soldato di Bismarck né legionario di Cesare, non conosco Parigi, ho solo ventott'anni, non sono un vecchio decrepito, che orrore, sono Anna, sono nata a Milano. Ricordo soltanto, è il ricordo più lontano possibile, una scala stretta e buia di Corso Garibaldi, avevo due anni. Prima dei due anni non ricordo niente, niente di mio. Gradini viscidi, scivolo, oddio scivolo, scivolo. Non voglio scivolare, ecco non scivolo, questa è la tovaglia, questo è il piatto, questo il bicchiere, il coltellino della frutta, tutto è a posto, voglio ricostruire la mia vita, la mia, non quella di altre persone che non conosco: sono nata a Milano, nel '30, il 13 marzo, oggi è il 12 gennaio 1958, sì, tutto esatto il foglio del calendario dice 12 gennaio, cifre rosse sul foglietto bianco, è domenica, mio marito si chiama Walter Righi, è rappresentante di penne a sfera, ieri è partito per Bologna, ritorna stasera, io mi chiamo Anna, lavoro all'Import--Export, via Brera 21, sono segretaria del dottor Abbate, abito in via Botticelli 80, mio padre è morto tre anni fa, era professore di matematica all'Istituto Tecnico Cattaneo, mio madre abita con sua sorella, mio fratello ha trentott'anni, è cassiere alla Banca Commerciale, ha due bambini, Lisa e Oreste, sua moglie si chiama Rosetta.
Sì, è tutto proprio così, tutto semplice, vero, normale, nel presente.
E se vado indietro? Se torno indietro?
Il primo ricordo, la scala ripida, la ringhiera formata da asticciole squadrate, arrugginite, lo scorrimano di ferro, lucidato dalle mani che vi si appoggiano mentre si sale e si scende, Corso Garibaldi, avevo due anni. Nei ballatoi sono installati lavandini di ghisa, il rubinetto dell'acqua tiene poco, gocciola spesso, qualcuno getta rifiuti nel lavandino, il tubo s'ingorga stupidamente, gorgoglia, gorgogliava anche quando quella volta ruzzolai dalle scale, inutile tentare di aggrapparsi, oh, ma ero elastica, non mi feci neppure male, solo un intontimento, un vuoto che risuonava dentro la testa con vibrazioni quasi metalliche, una campana, eh sì, c'è da ridere, una testa vuota, me lo diceva la mamma quando dimenticavo di comperare il latte tornando dalla scuola. Appunto: anche questo è esatto: ho frequentato l'istituto tecnico, ho preso il diploma, mi sono impiegata, tutto è vero, tutto è semplice. E adesso lavoro, lavoro molto, casa, ufficio, autobus, spese, bucato, piatti da lavare, pavimenti da scopare, da lucidare, sempre polvere, polvere untuosa dappertutto, maledetti termosifoni a nafta, che sporcizia. E poi un po' di cura personale ci vuole, parrucchiere, manicure, bagno, quanto tempo, mangiare, tutta la giornata stretta in un ingranaggio: ingranaggio, tutti dicono ingranaggio, qualcuno dice routine, io preferisco ingranaggio, è più preciso, sì, mi sento una ruota che gira gira gira, perché gira? Potrei anche fermarmi un po', riposarmi, non è facile, tanto lavoro, tanta responsabilità, non posso neppure farmi vedere troppo stanca quando Walter torna dal lavoro, sfinito anche lui. Devo essere carina, allegra, in ordine. Una moglie non può lasciarsi andare. Un lavoraccio il suo, sempre in giro, cartolerie, privative, tutta la Lombardia da visitare, speriamo che oggi combini qualcosa a Bologna, può darsi che da oggi cambi tutto in meglio.
Ecco, mi pare di non ricordare più niente di tutta quella confusione di prima, era come un sogno, che quando si è svegli non si sa più niente. E dunque non è stato niente, ho sognato.
Sì, ho sognato.
Però non dormivo, non ho mai dormito, come potevo dormire seduta sulla sedia, davanti alla tavola apparecchiata senza neppure appoggiare la testa. Non ho dormito. Guardavo soltanto la neve, la luce là fuori, qui dentro, e poi quel rumore... Ah, le prugne attaccano già, che odore di bruciaticcio.
Anna corre a spegnere la fiamma del gas, estrae dall'armadio una coppa di pirex, versa le prugne, agisce meccanicamente, pensa a qualche cosa che non sa neppure che cosa sia, il suo cervello è come svuotato e gremito contemporaneamente, sente la stanchezza circolare mollemente per tutto il corpo.
Quando forma il numero del medico di famiglia (era stato il suo medico fin dall'infanzia) si spaventa.
Se chiamo il medico vuol dire che sto male.
La voce serena e pacata interroga, arriva come puro suono consolatorio attraverso il filo, in vibrazioni di lunghezza pressoché uguali, senza sorprese né scatti né incertezze, spiega con la pazienza di chi conosce da sopra e da sotto gli oggetti e le creature, capisce anche attraverso la scelta, la modulazione delle parole.
"Anna, sta' tranquilla e riposati. Verrò verso le cinque a farti una visitina d'amicizia. Adesso stenditi sul letto e cerca di dormire. No, non sei malata. Pazza? Ma cosa dici, ascolta bene: sei stanca, lavori troppo, un surménage... Sì, il groviglio di cui parli non è fantasia, ma che fantasia malata, Anna, è verità trasfigurata, ma appartiene a tutti, non a te sola, appartiene anche a me, anche a Walter, s'inquadra in quello che è stato definito l'inconscio collettivo. Non spaventarti, tutti, ti ripeto, tutti viviamo immersi nell'inconscio collettivo, naturalmente senza averne coscienza. E' una sfera che sta al di sotto dell'inconscio individuale. Questo appartiene a ognuno di noi, ed è diverso per ognuno di noi; l'inconscio collettivo, invece, conserva le esperienze primordiali accumulate dalla specie umana nel corso dell'evoluzione, e addirittura, sai da che lontananza proveniamo, anche dagli antenati nostri che appartennero in remotissime ere al mondo degli animali. Ciascuno di noi conserva dentro di sé, come in un deposito perenne, esperienze dinamiche seppellite, immagini primordiali che riposano in una zona arcaica e profonda della psiche. Queste immagini, pure forme a priori, si chiamano archetipi. Come dici? No, questo no, tu sei sempre stata d'una sensibilità fuori del comune, e adesso sei solo stanca, troppo stanca. Però sei anche una personcina intelligente e ragionevole, ti ho spiegato tutto questo per chiarirti un fatto psicologico che in te ha scatenato... Anche altre volte? Le altre volte meno? Come lampeggiamenti improvvisi e subito caduti? Sì, certo, ma ora sei arrivata a un limite di stanchezza nervosa oltre il quale sarebbe pericoloso lasciarsi andare. Corri a dormire, chiudi finestre e porte, cerca di non pensare a niente, anzi cerca di pensare a un bel paesaggio, che so, qualche bel prato fiorito, l'avrai visto qualche volta un prato fiorito, vedrai che ti addormenterai subito. Non insistere ancora, non posso dirti altro adesso, ti stancherei inutilmente. Quando verrò... Addormentata? No, Anna, non eri addormentata, non hai sognato, semplicemente eri in uno stato di, possiamo dire, paraipnosi. Paraipnosi? Beh, una specie di dormiveglia determinato dalla stanchezza e dal rilassamento di oggi. Sai bene che la stanchezza accumulata la si avverte appunto quando non si lavora e s'interrompe la tensione. E' come un accumulatore sovraccarico che salta. Ma sì, si spiega tutto: da un punto di partenza particolare, che per te è stato quel gorgoglio che ha interrotto la tua quiete e ha casualmente riportato ricordi dal tuo passato, sei risalita prima coscientemente poi senza saperlo, possiamo dire, per associazione libera, a immagini estranee alla tua vita... Ma naturale, può accadere a tutti. Accade anche a me quando sono troppo stanco. Non dico bugie per tranquillizzarti, sarebbe sciocco, non ti pare? Anna, adesso basta, va a riposare, sii ragionevole. Ecco, così va bene. E arrivederci alle cinque".
Arrivederci alle cinque. Il microfono è silenzioso dopo lo scatto. Anna stringe nella mano la cornetta, fissa il microfono, poi il disco forato dei numeri. No, non posso chiamarlo ancora, non posso chiedere altre spiegazioni. Verrà alle cinque. Un caro amico. Adesso (guarda l'orologino al polso) sono le due meno un quarto. E' meglio che obbedisca, che vada a dorm...
inconscio collettivo
esperienze primordiali
immagini primordiali
archetipi
paraipnosi
associazione libera
ere antichissime
evoluzione della specie umana
della specie animale
paraipnosi
tutti viviamo immersi nell'inconscio collettivo, è uguale per tutti... Allora tutti teniamo chiuso dentro un tremendo intrico di esseri sconosciuti, quanti esseri vissuti prima di me, generazioni, generazioni, generazioni, uomini uomini uomini, donne donne, bambini, vecchi, vecchie, dinosauri, pesci, uccelli, scimmie, gatti, leoni, cani, lupi, aquile, bestie che non conosco, eserciti di esseri, migliaia di milioni, milioni di milioni di vite, di gesti, di azioni, guerre, omicidi, suicidi, furti, naufragi, feste, banchetti, balli, matrimoni, lotte, accoppiamenti umani, accoppiamenti di bestie, accoppiamenti di serpenti di tigri di sciacalli di orsi di mandrilli gorilla e pitecantropi, creature viventi, milioni di milioni di milioni, le abbia o non le abbia viste, le abbia o non le abbia conosciute, sono tutte incorporate dentro di me fin dal primo principio, fin dal primo incontro dello spermatozoo paterno con l'ovulo materno da cui sono nata io, ah perché sono nata, un mondo incommensurabile racchiuso in cellule microscopiche, l'immensamente grande imprigionato nell'immensamente piccolo, tutto dentro me, non riesco a contenere tutto, come è possibile, non è possibile. No. Non è vero.
Come spiegare diversamente la profonda memoria che percorre tutte le mie vene, i nervi, la testa, le mani, le gambe, questa memoria totale, sì, totale, che mi fa sprofondare e vedere sentire patire godere azioni, parole, immagini, immagini ancestrali, non mie, non della mia vita.
Non sono mie. Avevo ragione. Non sono mie, l'ha detto anche il dottore. Io non c'entro. Tutto è semplice, chiaro. Non mi riguardano.
Si stende su una poltroncina, tranquilla.
Non mi riguardano.
Un bel prato, fiori, sole, devo andare a letto, dormire.
Ma se quelle immagini non sono mie, appartengono ad altri, appartennero ad altri, e se io le porto dentro di me ormai fanno parte di me stessa, tutto il mondo passato è ancora presente e io, io Anna non sono veramente io, sono anche tutto il resto, io sono tutti gli archetipi, tutte le esperienze, tutte le vite, e posso essere vittima di creature che non conosco, che non ho mai conosciuto, essere spinta alle azioni più stupide, più incontrollate, più criminali.
Oppure sono solamente immagini, senza potere? Sono pure immagini, come fotografie impressionate su una pellicola: se non si sviluppano con le reazioni necessarie non appaiono. E' come se non esistessero. Non esistono.
Eppure le immagini, anche se non appaiono, esistono ugualmente sulla pellicola, esistono ugualmente, sono come l'inconscio, sono le fotografie non sviluppate, ma possono svilupparsi, comparire da un momento all'altro, basta la stanchezza, basta la paraipnosi, basta l'associazione libera.
L'associazione libera.
Associazione
libera...
...libera? sono libera? chi è libero? nessuno è libero, siamo tutti schiavi, Abramo Lincoln non basta, lo Zar non voleva abolirli, la terra bisogna zapparla, gli schiavi lavorano, costano poco, arano, chi mi ara, chi mi scava, chi arriva nel corridoio buio fino alla luce, abbaglio, barbaglio, bargiglio, il gallo ha cantato, alba, mattino, primavera, ruscello, prato, un bel prato, libellula, canna, Anna Anna, chi urla così, mi fa male, gli rigo la faccia di unghiate, la faccia di rosso, la sferza sibila, gira nell'aria, colpisce, gira ancora, la ruota gira, il mulino, acqua come cascata, bevo acqua fresca, la gola è fresca, la pelle è fresca, sono immersa nel mare, nella schiuma consistente, elastica come la schiuma del sapone, e mi lava le spalle, il petto, le gambe dentro il piccolo bagno di alluminio, no è di rame, fa don, come una campana. don, se batto il pugno contro la sponda, don, dondola qui davanti un campanello d'argento, tintinna, luccica, tintinna tre volte, elevazione, tutti in ginocchio, l'ostia sacra non si può guardare, sacrilegio, alzo gli occhi, la guardo, non succede niente, nessuno se n'è accorto, ma chi è nascosto nell'ostia lo sa che io l'ho guardato, non è successo niente lo stesso, io guardo, spio attraverso la toppa della serratura, mi alzo in punta di piedi per vedere, un uomo e una donna sono stesi nudi sul letto, perché sono nudi, come sono grandi, non vedo bene, lui volta la schiena, forse dorme, quanti peli sulla schiena, perfino sul fianco, sul collo, è tutto peloso, apre gli occhi rotondi, piccoli, palpebre cartilaginose, mi guarda, guarda me, sono stesa vicino a lui, alzo le braccia, coperte di pelame bruno rossastro, anche le mie zampe, il ventre sono fitti di pelo, mi slancio, la coda mi dà equilibrio, il ramo, mi aggrappo, sole a chiazze, vento caldo, erbe alte, corro a quattro zampe, mi volto a guardare, la coda sventola, boscaglia, rovi, lo scimmione m'insegue, salto, mi acquatto, ringhio, mi attorciglio, mi srotolo, striscio, mi snodo, sibilo, mi tuffo sott'acqua, mi allungo, nuoto, guizzo, boccheggio, sollevo le branchie, dimeno le pinne, ingoio, sguscio via, non mi raggiunge, chi? mi raggiunge
uova uova uova sciame brulichio tutti dentro tutti presi trascina ah trascina su rete reticolo reticolato fili alta tensione linea sovraccarica accumulatore sovraccarico circuito spezzato filo della morte chi tocca i fili scossa onde onde non reggo più sono loro che mi uccidono gli altri
quelli che non conosco quelli che non sono io quelli che stanno dentro nascosti non li conosco li conosco pesa opprime schiaccia
soffoca è troppo è troppo si rompe qualcosa nel cervello scoppia qualcosa tutto tutto qui dentro perché perché io sono loro loro mi ucc...
No.
Uno spasimo duro, caparbio delle dita attorno alla cornetta del telefono continua oltre l'immobilità, il pallore, la freddezza del corpo steso sul pavimento, gli occhi castani riversi all'indietro non chiedono più nulla.

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