racconto di
Renato Pestriniero


Quando le radici
I classici italiani scelti da Vittorio Catani
Souvenir





La porta lo riconobbe e lo fece entrare nella casa ricavata da una concrezione rocciosa della costa. Seymour s'inoltrò sicuro all'interno del tunnel che fungeva da ingresso.
Quando cominciò a sentire lo schiamazzare della solita banda, si avviò verso quella che Dream chiamava la sua "Dreamette". Sapeva cosa vi avrebbe trovato, così non fu colto di sorpresa dai tipi che l'affollavano. Si guardò intorno fino a che scorse la ragazza. Distesa su un viluppo di cuscini, si spostava sui fianchi con movenze ambiguamente meccaniche.
Le si avvicinò senza preoccuparsi minimamente degli ospiti che lo intralciavano. La musica degli stereo s'intrecciava alla cacofonia di parole e risa.
La chiamò, ma lei continuava a dimenarsi, gli occhi chiusi. Sorrideva. La toccò sulla spalla ripetendo il suo nome, allora lei aprì gli occhi e lo guardò. Continuò a sorridere.
"Dream, sono io, Sean." Dream si spostò sull'altro fianco e richiuse gli occhi. Ricominciò a dondolare con movimenti pelvici. Seymour la scosse leggermente.
"Sean!" esclamò la ragazza quando riuscì finalmente a mettere a fuoco il volto dell'uomo. "Che bella sorpresa! Ti credevo lassù nella trottola." Si alzò sulle ginocchia e lo accarezzò: "Vieni, stenditi accanto a me. Un po' d'amore?" Seymour scosse la testa: "Sono venuto per chiederti di accompagnarmi in Europa, a Doge City. Vuoi?"
Dream rise e si sdraiò sui cuscini. Seymour le prese la mano fra le sue. "Vuoi venire?"
chiese ancora. "Possiamo partire subito. Doge City è una città strana, costruita sull'acqua..."
"Dodge City non è in Europa" disse Dream con gli occhi chiusi. "Io... io ci sono stata... e non è strana... e una delle città più importanti del mondo, famosa per i suoi hamburger."
"Doge City, Dream, non Dodge. Una città nel nord-est dell'Italia, in Europa. Devo finire quel libro che sai sulla storia della navigazione, e mi serve materiale che solo lì posso trovare." Seymour prese la ragazza per le braccia e la tirò su. Lei si abbandonò, la testa rovesciata all'indietro.
"Non mi interessa l'Europa" bamboleggiò facendo il broncio. Gli mordicchiò un orecchio: "Hai detto costruita sull'acqua. Non mi piace l'acqua, Sean, lo sai. Torna presto". Lui le prese la testa fra le mani e la costrinse a guardarlo... Dream non riusciva a mantenere gli occhi aperti ma sorrideva e protendeva le labbra. "Mi porterai un souvenir da Dodge City?"
Si soffermò a guardare quel bel viso, poi adagiò la ragazza sui cuscini, lasciandola alla sua realtà alternativa.

* * *

Sean Seymour volle mantenere per qualche minuto ancora lo stato di imponderabilità psichica che segue il risveglio. La stanza era silenziosa, ma lui aveva ancora negli orecchi gli strani suoni che lo avevano accompagnato da quando era sceso in quella città bizzarra. Potevano forse essere definiti suoni silenziosi? Forse, perché non erano del tutto vibrazioni dell'aria ma fruscii echeggianti che sembravano provenire dall'interno di se stesso, testimonianze di qualcosa a lui sconosciuto, e tuttavia... presente nella sua intima struttura.
Premette il pulsante bianco e diede così inizio alla sequenza automatica di risveglio. Le veneziane scivolarono lentamente verso l'alto rivelando il disegno luminoso di una bifora. Poggiò i piedi sulla moquette, un prato di varie tonalità di verde e giallo bruciato. Un insolito odore, che doveva essere quello dell'erba al primo mattino, si diffuse nella stanza, umido di umori notturni. Il brusio cresceva dai ciuffi d'erba, specialmente dalle macchie dove il verde era più folto, ai piedi del letto e a lato della porta. Un soffio d'aria fresca attraversò la stanza, e Seymour rabbrividì. Altissimi alberi invisibili oscillavano lenti, e lo strusciare delle foglie sembrava scroscio d'acque su ciottoli ben levigati e vestiti di ghirigori trasparenti. Erano immagini inconsuete, che la sua mente gli offriva senza possedere un modello proprio a cui riferirsi, a meno che non richiamasse esperienze altrui, lontane nel tempo...
Uno stormire improvviso, e un uccello si lasciò cadere da un alto ramo già illuminato dal sole in un disordinato volo cinguettante.
Seymour si trovò a seguire il frullare d'ali, ma ovviamente sopra non c'era che il soffitto la cui luminescenza azzurrina si stemperava nella luce bianca proveniente dalla finestra.
Era stata una simpatica sorpresa, trovare un albergo fornito di live suite in quel fantasma di città dell'antica Europa, e d'impulso aveva scelto "Vita del bosco", scartando altre stanze dalle sensazioni più dense, come "Isola nel Pacifico" o "Africa nera" o anche "Notte d'oriente".
La sequenza del risveglio stava esaurendosi; veniva mantenuto un sottofondo con brezza odorosa di muschio e felci, ronzare d'insetti, frusciare di rami, e un filo d'acqua gorgogliava tra i cerfogli.
Aprì la finestra e sedette sul poggiolo. Dinanzi a lui la punta della Dogana divideva il bacino di S. Marco nelle due grandi arterie del canale della Giudecca e del Canal Grande. Fu così che quella mattina di primo settembre Venezia, ribattezzata Doge City, si presentò a Sean Seymour, con l'immagine metafisica che era la sua caratteristica da migliaia di anni, sfumata nei colori e nei dettagli. L'estate stava per finire, e la luce esaltava in misura minore la devastazione causata dal tempo e dagli uomini. Adesso trine di nebbia cominciavano ad avvolgere i palazzi aerei, a nascondere le lacerazioni della pietra.
Durante il viaggio lui si era documentato su quella città, ma ora si accorgeva di ricredersi su certe descrizioni che gli erano sembrate decisamente ampollose.
Alcuni gabbiani volavano bassi sull'acqua, con grandi ali bianche che si rattrappivano a un richiamo improvviso del canale e subito si spiegavano nel riprendere il volo. Le loro strida echeggiavano. Uno di essi, in un ampio giro, si avvicinò alla bifora. Con un grido rauco e uno schiaffo d'ala si alzò rapido nel cielo e si allontanò in un'elegante curva ad ali distese, a confondersi con le bianche curve di marmo della Basilica della Salute.
Seymour sentì che un'atmosfera liquida e riverberante lo chiamava fuori da quella stanza. La città lo invitava con imprevedibile, affascinante sollecitudine.
Ma quando si trovò immerso tra la folla che ingolfava le zone accessibili, provò un senso di infelicità e di perdita.
Visto dalla base, il ponte di Rialto sembrava una piccola collina brulicante di folla compatta. Seymour fu costretto, suo malgrado, a seguire a tratti la direzione dei vari gruppi organizzati che si intrecciavano. Il ponte traboccava di umanità lucida di sudore, di pelle arrossata, di grida e bocche che ingurgitavano frettolose colazioni eveready all-inclusive. Dal sottostante tratto del Canal Grande arrivavano i tonfi delle barche che si affannavano lungo il chilometro e mezzo d'acqua a disposizione dei turisti.
Penetrando in quella città, percorrendo le sue strade labirintiche, Seymour notava crescere in lui una curiosità che si trasformava in turbamento e in necessità, quasi si trattasse dell'incontro con una donna che lasciava immaginare, sotto abiti logori, un corpo stupendo e disponibile.
A sera inoltrata si trovò in una località deserta dove poteva udire il suono dei propri passi. Un'indicazione stradale gli disse che era a S. Trovaso, una piccola piazza circondata su due lati da un canale cintato da un muretto.
Sul muretto sedeva un vecchio, il corpo grassoccio racchiuso malamente in una camicia chiara e in un paio di brache scure. La testa era avvolta da un'aureola di capelli arruffati. Ai piedi portava sandali di pezza. Guardò Seymour con occhi piccoli e straordinariamente vispi, sprigionanti simpatia. Seymour gli sorrise d'istinto, poi riprese ad osservare la piazza così raccolta, silenziosa, contornata da case ormai deserte ma che emanavano un senso profondo di intimità sconosciuta, del tutto diversa da quella a cui Seymour era abituato.
"E' qui che dovete venire, non nei soliti luoghi imposti dalle guide," disse il vecchio in un americano quasi perfetto. Seymour lo guardò, sorpreso.
"Quei posti li potete vedere su qualsiasi cartolina, - continuò il vecchio - ma questi dovete scoprirli da soli, e ne vale la pena. Venga, da qui può avere una prospettiva migliore."
In effetti... Da quell'angolazione i volumi delle case, le curve di campo S. Trovaso e la massa della chiesa e del campanile assumevano un ritmo straordinariamente affascinante. Seymour si sentì felice per essere in grado di apprezzare tutto ciò, e si rese conto che una parte sconosciuta ma importante di se stesso continuava ad affiorare, portando avanti un processo iniziato quando aveva posto piede in quel luogo impensabile secondo la logica corrente. Un solo giorno era senz'altro insufficiente per scoprirne gli aspetti nascosti.
"E' molto bello" disse Seymour esprimendo in modo banale quanto provava. "Voglio dire..." cercò di rimediare, ma non riuscì a trovare parole adatte.
Il vecchio sorrise. Scese dal muretto e si avviò verso una porta. "Venga," invitò con un cenno della mano. Camminava con i piedi un po' divaricati. Seymour lo seguì.
"Lei non immagina certo come in passato la gente di questa città navigava lungo i canali, che poi sono le sue strade vere. Ora le faccio vedere una cosa."
"Non ci crederà," disse Seymour ridendo "ma sono a Doge City proprio per questo."
Il vecchio lo osservo con curiosità.
"Sto cercando materiale per un libro sulla storia della navigazione".
"Ah, bene! Venga, allora, venga" ripeté il vecchio. Spinse la porta e si mise di lato per lasciar passare Seymour. Si ritrovarono in una stanza senza la parete di fronte. L'interno era buio, l'unica fonte luminosa proveniva dal lato aperto, ed era quella del cielo dopo il tramonto. Il pavimento, di terra battuta, appariva cosparso di tavoli da lavoro, panche, sgabelli, ritagli di legno dalle forme strane, mucchi di trucioli e segatura, vasi e contenitori la maggior parte dei quali incrostati di una sostanza nera e lucida.
Seymour non aveva mai visto un luogo dove si lavorava il legno. Nell'aria c'era un odore senza nome, nuovo e nello stesso tempo antico, mai sentito eppure capace di accelerare il meccanismo di ricordi che non gli appartenevano.
Il vecchio era rimasto accanto alla porta, silenzioso. Seymour girò lo sguardo intorno e procedé lentamente verso il lato aperto oltre il quale, come in una scena di teatro, si affacciava la silhouette nera dei tetti della città con i suoi comignoli giganteschi e le sue torri.
Dalle pareti di quella stanza stravagante uscivano paletti di legno a sostenere pile di assi, aste già tornite o ancora grezze che arrivavano fino al soffitto a travi. Dall'alto penzolavano rotoli di corda o legacci di stoppa per calafatura.
Seymour proseguì verso il palcoscenico naturale. Il pavimento si spingeva all'esterno della stanza, inclinandosi fino a immergersi nel canale che lo costeggiava. Piccole onde ne lambivano l'orlo.
Una massa nera sembrava poggiata su un lungo scivolo che percorreva il tratto in pendenza e scompariva nell'acqua. Seymour si rese conto che si trattava di qualcosa coperta da un telo e, chissà perché, pensò a un gigante disteso sul suo letto, addormentato. Le increspature dell'acqua gli lambirono i piedi, ma volutamente avanzò ancora e l'acqua fu intorno a lui, lo bagnò, fu la carezza di una donna.
Come destatosi da un sogno, Seymour si ritrasse di scatto e tornò dal vecchio.
"Le piace?" chiese questi sorridendo con gli occhi vispi. "Fra non molto tutto ciò sparirà. Il canale verrà interrato e dietro la curva costruiranno un eliporto turistico della Euro-American Express. Ma non è questo che volevo farle vedere." Il vecchio si accostò allo scivolo, prese un lembo del telo e lentamente lo tirò a sé... Agli occhi di Seymour apparve un oggetto ligneo dalle linee purissime che si allungavano in curve morbide e improvvisamente guizzavano in impennate decise e superbe. Sullo sfondo buio il chiaro del legno risaltava. Seymour passò la mano sulla superficie liscia, damascata di venature.
"Ecco materiale per il suo libro!" disse il vecchio. "Questo luogo si chiama "squero". Serviva per riparare le barche ma anche per costruirle e vararle. E questa è l'ultima gondola. Non è finita perché chi la stava costruendo è stato chiamato, e dopo di lui non c'era più nessuno che conosceva i segreti del mestiere... Quando questa città era una repubblica marinara, e il suo potere si estendeva su tutto il bacino del Mediterraneo tanto da essere chiamata "Dominante", ce n'erano più di diecimila. Ogni parte di una gondola ha un significato, è una sintesi della città."
E' vero, pensò Seymour, è una cosa immensa come può esserlo la superficie di un menhir, o l'osso di un sauro. Roba creata e destinata a restare per sempre, che ha il suo posto ben definito nelle cose della Terra.
Il vecchio lo invitò a far due chiacchiere, e lo condusse dove lui abitava. Lo fece entrare in un androne che sapeva di umidità guidandolo lungo una scala dai gradini consunti che si arrampicava attorcigliandosi su se stessa. A ogni curva c'era una porta chiusa, con un nome su una targa bianca.
"Ormai non c'è più nessuno" spiegò il vecchio. "Sono stanze vuote da tanto tempo." La scala continuava a inerpicarsi. Finalmente il vecchio si fermò dinanzi a una porta accostata. Entrò. Si sentì lo scatto di un interruttore e una lampadina elettrica si accese spandendo intorno una luce giallastra. C'erano grandi armadi accatastati l'uno sull'altro, corpi voluminosi velati da drappi, un susseguirsi frastagliato di oggetti coperti che, nella loro anonimità, assumevano forme strane e inquietanti.
Il vecchio fece strada lungo un passaggio tortuoso, poi l'attenzione di Seymour fu attratta da un telefono con ricevitore ad aggancio. "Vedo oggetti di notevole valore", osservò. "Quel telefono per esempio... potrei averlo? Pagando, naturalmente."
Il vecchio scosse la testa: "Mi dispiace, quello serve per le chiamate."
"Chiamate?" Seymour ricordò che anche l'ultimo costruttore di gondole era stato chiamato. "E chi può chiamare, qui?"
"Venga, venga." Il vecchio proseguì oltre una porta e lungo un corridoio con una serie di trifore che si aprivano sui tetti della città. Seymour non poté non soffermarsi, e mentre considerava con stupefazione quella prospettiva di linee intrecciate, udì alcuni rintocchi. Al suo sguardo interrogativo il vecchio spiegò: "E' uno degli orologi che ancora riescono a battere le ore. Facciamo il possibile per mantenerli in funzione, ma diventa sempre più difficile."
"Mi dica - chiese Seymour - qual è esattamente la sua attività? Lavora forse per una fondazione?"
Il vecchio rise: "No, nessuna fondazione. Siamo rimasti una decina e cerchiamo di mantenere in piedi quello che non è ancora crollato. Ma ci vorrebbe gente giovane. Come lei, per esempio..." Senza attendere oltre, proseguì con passo spedito. Si inoltrarono in labirinti di stanze e corridoi e salirono rampe di scale fino a una porticina a vetri... Il vecchio fece passare Seymour e questi si trovò in una grande gabbia dallo scheletro di legno, dove pareti e tetto erano costituiti da lastre di vetro di varie dimensioni come tessere di un mosaico. Al di là e tutt'intorno si dilatava il mare tormentato di tetti. In alto, il cielo mostrava le prime stelle.
"Si accomodi!" invitò il vecchio, quindi sparì dietro un tendaggio e ne uscì con due piatti, del pane e un grosso salame. Pose il tutto sul tavolo e tornò dietro la tenda. Quando tornò teneva in mano una bottiglia di vino e due bicchieri.
Seymour era perplesso. Si sentiva bersagliato da sensazioni prodotte da un passato lontanissimo che, benché sconosciuto, gli provocava un continuo e inquietante effetto di deja-vu.
"E' poca cosa..." si schermì il vecchio, "ma sono prodotti che coltiviamo noi. Sentirà sapori a cui non è abituato, forse non le piaceranno."
Seymour si sentì trapiantato in una dimensione che gli procurava una sorta di vertigine.
Più tardi, mentre i due fumavano e il cielo era completamente nero e invaso dalle stelle, il vecchio raccontò di sé e di altri che cercavano di mantenere in vita quella parte di città destinata a diventare sempre più piccola. Disse che il suo nome era Umàn. Un suo antenato aiutava le barche ad attraccare agganciandone la sponda con un bastone la cui estremità era fatta a uncino e, secondo la lingua internazionale, la sua qualifica era hookman. Ma lì tutti lo chiamavano Umàn. A Seymour venne di pensare che il nome, per le sue assonanze, decisamente si addiceva al contesto.
Poi parlò Seymour. Parlò della sua attività nella stazione spaziale la 'trottola', un mondo di esasperata tecnologia, l'opposto di quanto ora lo circondava. Il vecchio annuiva e sorrideva, dimostrando di capire.
"Posso fare qualcosa per te?" chiese quando la notte era ormai inoltrata.
"Devo andare alla Marciana per esaminare documenti che riguardano un'antica vertenza marittima" disse Seymour, "Mi servono per studiare i regolamenti di navigazione del passato. Potrebbe indicarmi la strada?"
"Certamente - disse Umàn. - Quando arrivi rivolgiti al custode a nome mio, è dei nostri."
In strada, Umàn insisté per accompagnarlo all'albergo, ma Seymour volle ritornare da solo. Aveva necessità di pensare.
E per il resto della notte pensò molto, camminando lungo strade che erano fessure, nel superare ponti che erano abbracci di marmo ricamato, mentre costeggiava fantasmi di canali e attraversava improvvisi spazi circolari che la luna trasformava in laghi incantati irti di ombre azzurre e colmi di antichi silenzi, o mentre si soffermava accanto a fontane mute, a pozzi intagliati dal tempo.
Allorché fu nella sua stanza d'albergo gli sembrò che fossero passati giorni interi; eppure l'alba non era ancora venuta.

* * *

L'indomani Sean si recò alla Marciana. Il grande portone era chiuso, ma Umàn gli aveva dato istruzioni precise: a lato c'era un'asta metallica con una maniglia. Sean la tirò, un filo di ferro si tese e dall'interno pervenne il suono di una campanella. Udì rumore di passi che si avvicinavano. Il portone si schiuse lentamente. Un uomo più o meno dell'età di Umàn lo guardò con sguardo critico. "In cosa posso esserle utile?" chiese in italiano.
Seymour non conosceva le lingue morte, e quindi spiegò in americano lo scopo della sua visita. Aggiunse che era Umàn a indirizzarlo a lui. Il custode, quando sentì fare il nome di Umàn, divenne subito più disponibile.
"Vieni nel mio ufficio" disse, e si incamminò verso una porticina.
Non era un ufficio, e nemmeno una stanza. Era un segmento di corridoio lungo dieci metri e largo due. Il soffitto, altissimo, mostrava parte di un affresco tagliato dalla parete divisoria. Mentre la parete di destra costituiva un muro vero e proprio, quella di sinistra era formata da pannelli di plastica. Dal soffitto scendeva un grosso filo cui era appesa una lampada elettrica. Il filo si arrestava a poche decine di centimetri da un tavolo accostato alla finta parete. L'arredamento veniva completato da due sedie, un'antica stufa elettrica protetta da un foglio di plastica trasparente e una mensola con un televisore. Tutto lo spazio rimanente lungo le pareti era occupato da pile di libri e registri, alcuni sistemati bene, altri accatastati alla rinfusa. Sul lato opposto all'entrata si vedeva un altro vano, in parte nascosto da una tenda gialla.
"La vertenza di cui parli è un punto fermo nella storia della marineria," disse il custode avvicinandosi alla tenda gialla, "e la ricordo perfettamente. Fu una delle prime cose di cui mi parlò mio padre." Scostò la tenda, e a Seymour si presentò una parete di scaffali curvati sotto il peso di centinaia di cartelle chiuse da legacci dalle quali straripavano fogli con gli orli accartocciati, libri, fascicoli, raccoglitori di vario genere.
La tenda ricadde e il custode sparì alla vista, ma la sua voce continuava ad arrivare soffocata, come se parlasse con la testa incastrata nei cumuli di carta.
"Adesso cerchiamo il numero e sapremo dove si trova il carteggio." La tenda si muoveva mentre il custode trafficava. Seymour si chiese in che modo si potesse trovare qualcosa in quell'ammasso cartaceo. "Lei deve avere una memoria formidabile - osservò -, non credo che le richieste di documenti siano numerose, e tenere a mente una pratica come quella che..."
La testa del custode sbucò dalla tenda. "Sono molte di più di quanto tu creda," disse guardando Seymour. "L'ultima e stata inoltrata non più tardi di un mese fa".
Seymour non fece commenti. Poi insinuò:
"Forse con un sistema computerizzato, microfilm..."
Il custode lo interruppe con una risata: "Microfilm! E chi ce l'ha il tempo per filmare tutti questi documenti? E poi ci vorrebbe lo stesso un sacco di tempo per i codici e le sigle necessari al computer. Invece con il mio sistema... vedi?" E alzò un registro preso dal mucchio immane dietro la tenda. Si avvicinò al tavolo, lo aprì, fece scorrere il dito lungo quattro pagine di numeri incolonnati e, senza indecisione, si fermo: "Eccolo qui... VII-21-3/S-76. Lo sapevo."
Seymour era sbigottito. "Si tratta del documento che ho chiesto?"
Il custode lo guardò alzando le sopracciglia in un gesto di sorpresa: "E che dovrebbe essere? Non hai chiesto la vertenza per la "Santissima Madre" arrivata da Costantinopoli il 17 novembre 1576?" Seymour accenno un gesto affermativo.
"E allora eccola. Adesso basta andarla a prendere. Però ci andrai tu, perché l'ascensore è guasto e io le scale non le faccio." Scrisse su un pezzo di carta il riferimento e lo diede a Seymour. "Settimo piano, ventunesima stanza, terzo scaffale lato sinistro, pratica settantasei. Io ti aspetto qui."
Seymour stava per uscire dalla stanza, quando gli venne improvviso di fare una domanda: "Da quanti anni lei fa questo lavoro?"
"Io ci sono nato, qui dentro. Mia madre mi partorì al sesto piano, nella sala della "Recherche". Mio padre mi insegnò il mestiere e quando lui fu chiamato subentrai io. Posso dire che entrambi abbiamo fatto un buon lavoro, nemmeno una pratica fuori posto, mai. A te sembrerà impossibile, abituato come sarai a chiacchierare con i computer... ma vuoi mettere la soddisfazione?"
"Ha detto che suo padre fu chiamato. Anche Umàn mi ha parlato di una chiamata."
Il custode socchiuse gli occhi: "Cosa ti ha detto Umàn?" Seymour si strinse nelle spalle: "Nulla. Ho chiesto di che si trattava ma non mi ha risposto. Cosa sarebbe?"
"Dimmi un po', sei a Venezia... pardon, Doge City, solo per le ricerche che stai facendo, o ti ha spinto qualcos'altro a venire qui?"
Seymour non rispose subito. "Avevo sentito parlare di questa città diversa da qualsiasi altra e... vede, io lavoro su una stazione spaziale... non riuscivo a immaginare che esistesse..." Fece un gesto circolare con il braccio.
Il custode sorrise: "Già, succede sempre così, uno shock vero e proprio. Ma se si riesce a superarlo e capire quello che sta dietro a tutto questo..."
"Non ha ancora risposto alla mia domanda."
"Vai a prendere la tua pratica, ne parliamo poi."
Seymour si avviò lungo la scala e si inoltrò nel corpo della Marciana, enorme e massiccio, composto di scale altissime e spazi bui. A ogni piano lo accoglieva una sala talmente vasta che le pareti si confondevano nella semioscurità... A intervalli regolari c'erano porte chiuse con targhe smaltate o pezzi di carta ingiallita attaccati con nastro adesivo. Grossi armadi di legno e scaffalature metalliche alte fino al soffitto occupavano gli spazi di parete tra una porta e l'altra. Al centro di ogni parete si apriva una vasta porta ad arco con stipiti di marmo lavorato sormontati da capitelli, che dava accesso alle rampe di scale. Le lanterne rischiaravano a malapena un raggio di pochi metri, il resto della sala rimaneva nell'ombra.
La curiosità lo spinse a osservare quelle porte chiuse. A mano a mano che passava da un piano all'altro, le targhe indicavano discipline diverse: al primo piano trovò "Volontaria Giurisdizione", "Sezione Lavoro", "Ufficio Corpi di Reato", "Fallimenti", "Avarie", "Provvedimenti Cautelari" e altri riferimenti che facevano pensare all'attività legislativa.
Al piano successivo le targhe sulle porte indicavano solo nomi: a gruppi o singolarmente, Gli sfilarono sotto gli occhi i nomi di Socrate, Hegel, Nietzsche, Gioberti, Platone e poi ancora Marx, Feuerbach e Comte e Poincaré.
Si soffermò davanti a una serie di scaffalature che incombevano massicce, accostate a un armadio gigantesco. Straripavano fascicoli di documenti. Gli si presentò l'immagine terrificante di mostruosi insetti addossati alle pareti, ritti sulle zampe posteriori a presentare il ventre gonfio di materia biancastra che sarebbe schizzata in schifosi grumi fruscianti, solo a intaccarne la corazza chitinosa.
Sulla parete opposta continuava la teoria di porte chiuse. Incontrò Aristotele e Kant, Kierkegaard, Croce e Engels, e ancora Fichte, Rosmini, Gentile e Galuppi, Bradley, Spencer e Russell.
Salì al terzo piano e poi al quarto e al quinto, ebbe modo di incontrare le porte di Giotto e di Dante, dell'Impressionismo e dell'Espressionismo, di Da Vinci e di Einstein, e quando passò dinanzi alla porta della "Recherche" al sesto piano, pensò: Qui è nato il custode.
Nomi e riferimenti incalzavano, spaziando dalla pittura alla scultura, alla musica e all'architettura e anche alla moda, al design alla cucina.
Salì ancora una rampa di scale e fu al settimo piano. Sull'architrave era affisso un cartello con il leone di S. Marco e la scritta "Pax tibi Marce evangelista meus". Più sotto, scritto a mano: "Serenissima Repubblica di Venezia".
All'interno della sala le porte avevano solo numeri. Entrò nella 21.
Contrariamente a quanto si aspettava, la stanza era illuminata dalla luce del sole che entrava attraverso una finestra semicircolare all'altezza del pavimento. File di scaffalature metalliche occupavano l'intero spazio, gonfie di fascicoli.
Trovare quello che cercava fu di una facilità estrema, e per fotografare i documenti non gli furono necessari più di una decina di minuti.
Nel muovere quelle antiche carte, la stanza si era riempita di un pulviscolo che risplendeva illuminato dalla luce del sole, e dava la sensazione di trovarsi in un acquario dorato. L'aria intorno a Seymour si era trasformata in un turbinio odoroso di carta consunta. L'essenza di quella città, delle testimonianze che racchiudeva, gli si stavano materializzando intorno, entravano in lui attraverso il respiro. Lasciò la stanza stordito.
Il custode stava guardando la tv. Prima di andarsene, Seymour tornò ancora sulla domanda. Il custode esitò, poi disse:
"Tutti veniamo chiamati prima o poi. Anche tu, non credi?"
"Allora per chiamata lei intende la morte!"
"Più o meno."
"Ma che c'entra il telefono..."
L'altro sospirò: "Già, siamo rimasti in pochi a curare questa città, e le chiamate sono sempre più numerose perché il ricambio è difficile, non hai idea quanto difficile sia. Molti vorrebbero rimanere ma alla fine se ne vanno. Qualcuno ritorna, e allora siamo sicuri che rimarrà per sempre, fino alla chiamata."
Era chiaro che quell'argomento veniva evitato di proposito.

* * *

Per il resto della giornata Seymour si lasciò portare dall'istinto, evitando accuratamente i luoghi assaliti dalle masse di turisti. Ed era sera inoltrata quando capì che doveva tornare a S. Trovaso.
Non ricordava il percorso, ma s'incamminò ugualmente nel buio delle calli strettissime. Poco dopo vide una forma scura appoggiata al muretto che orlava un canale. Si accorse che era una donna. Guardava nel canale, e all'avvicinarsi di Seymour si voltò e sorrise. Era molto giovane. Sul momento lui pensò a una turista, perdutasi in quella località del tutto estranea agli itinerari ufficiali.
"Smarrita?"
La ragazza rise e rispose con un forte accento tedesco: "No, abito qui. Sto controllando il ricambio."
Seymour rimase perplesso: "Ricambio?"
"L'acqua", spiegò la ragazza. "Fra poco il canale viene seccato per la pulizia del fondo e per cambiare l'acqua. Io sono addetta a questo servizio." Osservò Seymour: "Tu sei un turista, come mai da queste parti?"
Seymour appoggiò le braccia sul muretto e guardò l'acqua nera. "Sto facendo delle ricerche... Fai parte anche tu della compagnia dei custodi? Ne ho incontrato un paio."
"Umàn?"
Seymour fissò la ragazza. "Già, lui è il custode della Marciana. Lo conosci?"
"Siamo quattro gatti, è impossibile non conoscerci. Qualche volta ci riuniamo, ma non molto spesso. C'è così tanto da fare che... aspetta... ecco."
Il silenzio fu interrotto da un enorme sospiro. Dal fondo, dalle radici della città, pervennero suoni di macchinari in movimento, gemiti soffocati di aspirazioni, fruscii, gorgoglii e sciacquii. Il livello dell'acqua cominciò ad abbassarsi a vista d'occhio e in pochi minuti apparve il fondo del canale, lucido di materiale plastico e cosparso di residui di ogni tipo.
Accompagnato da un ronzio ciangottante, una lama d'acciaio uscì dal buio e percorse il canale scorrendo su due corsie ricavate nelle due sponde. La lama passava lentamente come la pala di un bulldozer, e ammucchiava dinanzi a sé tutto quanto si era depositato sul fondo. Poi scomparve nel buio sul lato opposto, e altri rumori rivelarono le fasi di raccolta e di scarico.
"Una volta ci pensava la laguna - disse la ragazza a bassa voce - con il suo flusso e riflusso naturale."
Il gigante invisibile ricominciò a borbottare sotto la città, e un'onda d'acqua si riversò sbattendo sulle rive e creando mulinelli. L'alimentazione continuò con ritmo costante e ben presto il canale fu nuovamente colmo. La ragazza segnò qualcosa su un foglio.
"Ecco fatto, adesso tocca al rio dei Miracoli. Vuoi venire con me?"
Seymour era tentato, ma scosse la testa: "Forse avremo modo di rivederci. Ora devo andare a S. Trovaso."
"Non è lontano. Segui questa fondamenta e attraversa il ponte, sulla destra trovi il campo S. Trovaso. Può darsi che ci sia anche Umàn, va spesso lì." Disse le ultime parole mentre si allontanava. Seymour alzò la mano in segno di saluto. La ragazza sparì nel buio.
Riconobbe subito il piccolo campo, anche se l'unico fanale d'angolo illuminava una zona di pochi metri. Non c'era nessuno.
Seymour sedette dove aveva incontrato Umàn, e ristette a guardare tutto intorno il profilo nero delle case contro la leggera luminescenza del cielo. Alle spalle, l'acqua del canale lambiva i gradini della rivetta e sembrava il lappare di un cane.
Dopo un po' scese dal muretto e si avvicinò deciso alla porta dello squero. La parete mancante era un rettangolo frastagliato di diverse tonalità di buio. Sapeva dove Umàn aveva acceso la luce, ma era il buio che cercava. Si inoltrò verso lo scivolo trascinando i piedi sul soffice tappeto di trucioli, e la nera sagoma coperta fu dinanzi a lui. Appoggiò il volto sul telo, ne aspirò l'odore, un odore che stordiva, e più l'aspirava più la droga che esso conteneva agiva sul suo corpo.
Passò le mani sulla ruvida consistenza della tela per indovinare sotto di essa il fianco arrotondato della gondola, ne immaginò la calda pienezza, il disegno delle venature e le forme sinuose, il suo turgore. Era vero: quella creatura era una sintesi, in essa c'era l'essenza di quanto lo circondava. L'acqua del canale lambiva la stanza quel tanto che l'inclinazione del pavimento le permetteva, e piccole onde battevano sui fianchi dello scivolo producendo suoni che sembravano parole sussurrate all'orecchio.
Si spogliò. Alzò un lembo del telo e apparve il fianco chiaro e liscio. Scivolò sotto il telo, il profumo del legno umido cominciò ad avvolgerlo e a inebriarlo. Penetrò la concavità della gondola. Il profumo adesso era violento e non era solo la fragranza del legno ma c'era anche odore di pelle, di sudore...
Si abbandonò, lasciò che fosse la creatura ad accoglierlo, lentamente, con il lento dondolio dell'acqua che entrava nello squero e usciva, entrava, usciva...
Fu un amore totale come mai aveva provato, come mai avrebbe immaginato potesse accadere.
Molto tempo dopo fu svegliato dalla luce dell'alba, che filtrava attraverso il telo rimboccato.

* * *

La porta lo lasciò entrare. Come si aspettava, si trovò frammischiato alla solita banda di pazzi che accompagnava le giornate di Dream. La ragazza stava facendo uno strano gioco con un uomo dalla pelle nera. Si accorse di Seymour solo quando le si mise di fronte impedendole di continuare il gioco.
"Sean! Sei tornato! Com'è Dodge City? Mi hai portato un souvenir?"
"Mandali via," disse Seymour.
"No, ti prego, ci mettiamo in un angolino tu e io soli, vuoi?" Lo prese per mano e lo trascinò verso un angolo della stanza, dove alcuni ospiti erano sdraiati immobili con gli occhi fissi su distanze accessibili soltanto a loro.
"Ti ho portato questo" disse Seymour, e le consegnò il pacchettino. La ragazza sbatté le palpebre e cominciò a svolgerlo, poi rimase a guardare l'oggetto. "Che cos'è, Sean?"
"Un pezzo di legno."
"Ma... cosa si può fare con questo?"
"E' un frammento di gondola e ha un valore inestimabile. L'ho rubato per te."
La ragazza passava lo sguardo annebbiato dal pezzo di legno a Seymour, indecisa. "Sai", disse "mi ricordo benissimo di Dodge City, i suoi hamburger... una cosa deliziosa. Li hai provati? Sono i più buoni, Sean, veramente. Nessuno al mondo può battere gli hamburger di Dodge City..."
Seymour le accarezzò una spalla. "Adesso devo lasciarti, e credo che non ci rivedremo per lungo tempo, forse non..."
"Dove vai? Ancora lassù, su quella trottola?"
"No, con la stazione ho chiuso. Devo tornare dove ho preso questo souvenir."
"A Dodge City?"
"Ho appena terminato il mio ultimo turno alla stazione e ho scoperto che lassù non c'è la minima traccia di legno, è un mondo intero senza legno. E quando ho detto a Shannon e agli altri che le radici dell'uomo sono fatte di legno e non di plastica, mi hanno guardato e non hanno capito. Nemmeno tu capisci." La ragazza lo guardava e sorrideva, ancora in bilico nel suo mondo di meraviglie artificiali. Seymour passò le dita sul frammento di gondola. "Mi prometti di tenerlo?" disse. "Può darsi che..."
Posò le sue labbra su quelle di Dream, poi lasciò la stanza.

* * *

Nell'aria c'era l'odore dell'inverno, un odore di foglie marce, nebbia, e anche di riccioli di fumo provenienti dai forni di ferro cilindrici col lucido pomo di ottone dove si arrostiscono le castagne, e c'era odore di muschio lambito dall'acqua, di muri damascati di salsedine. Un vero odore d'inverno.
Seymour camminava lentamente verso casa. Si avvicinò al vecchio delle caldarroste.
"Salve, Sean - salutò l'uomo delle castagne. Si sente anche quest'anno l'inverno, eh?"
"Già." Seymour avvicinò le mani al forno. Cominciava ad avvertire dentro le ossa il freddo della vecchiaia. "Ancora fuori a quest'ora?" chiese.
"Deve passare l'ultimo gruppo di turisti che va a chiudersi in albergo", rispose l'uomo delle castagne, le mani affondate nelle tasche del giaccone. "Ne vuoi?"
"Portane un po' da me quando hai finito, così apriamo una bottiglia di quello buono."
"Non dubitare, Sean, ci vediamo più tardi."
Seymour s'inoltrò nel sottoportico, e con le dita cercò la serratura: faceva meglio a non contare più molto sui suoi occhi. Cominciò a salire le scale. Ogni tanto doveva fermarsi per riprendere fiato. Attraversò la sala colma di mobili coperti, la "stanza dei sauri" l'aveva chiamata Umàn quando gliel'aveva fatta visitare, un giorno di tanti anni prima. Lì aveva visto anche quello strano telefono. Chissà quando avrebbe suonato per lui; era sicuro di non dover attendere ancora molto. Erano già stati chiamati Dotòr, l'Astronomo, Bubàna e anche Umàn.
Giunse alla stanza con le pareti di vetro. Da molti anni ormai quella era la sua casa. Aprì lo sportello della stufa e agitò il cartone facendo arrossare le braci sotto la cenere. Aggiunse qualche pezzo di legna dolce, e quando la fiamma fiorì e divenne corposa, mise la legna forte e richiuse lo sportello.
Prese una bottiglia e la pose sul tavolo. Poi sedette, appoggiò la sedia alla parete, accese la pipa, guardò il cielo attraverso il mosaico di vetro. Mancava ancora mezz'ora, forse avrebbe potuto vederla assieme a Carlòn se fosse arrivato presto con le castagne. In una notte come quella si sarebbe vista bene, la nebbia arrivava appena al primo piano delle case e il cielo sopra era terso e stellato. La stazione sarebbe apparsa come la stella più lucente per qualche minuto.
Si appisolò. Lo svegliò Carlòn, e si misero a tavola per mangiare le caldarroste e bere un buon bicchiere. Ormai la stazione era passata da un pezzo.
I due vecchi cominciarono a sgusciare le castagne in silenzio. Seymour versò il vino. I gusci delle castagne crocchiavano fra le dita e si ammucchiavano sulla tavola di legno.

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