di
Francesco Grasso


Benni!





"C'era un gran rumore negli universi. Generazioni di stelle nascevano e morivano sotto lo sguardo di telescopi assuefatti, fortune elettromagnetiche venivano dissipate in un attimo, gang di gas sovraeccitati seminavano il panico, le galassie fuggivano rombando dal loro luogo d'origine, i buchi neri tracannavano energia e da bolle frattali nascevano universi dissidenti, ognuno con legislazione fisica autonoma."

L'autore di questo spumeggiante incipit non è Douglas Adams, Robert Sheckley, John Sladek, Ron Goulart o un altro dei maestri anglosassoni della SF goliardica e demenziale. E' invece uno scrittore di purissima fantascienza nostrana, che è riuscito da anni a far ciò che tanti proclamano a piena voce "impossibile", cioè a scrivere in Italia storie dichiaratamente fantastiche, pubblicarle con fama, notorietà, successo e, perché non dirlo, con apprezzabili ritorni finanziari. E' proprio a questo prolifico autore che dedichiamo l'articolo, espiando un silenzio troppo lungo e troppo distratto, una colpa che Delos ha in comune con tanta parte della SF italica, chissà perché affetta da miopia selettiva nei riguardi di questo personaggio che, dal canto suo, ha trovato ben altri modi e ambienti in cui farsi apprezzare. Andiamo, dunque, a conoscere i temi e l'opera di Stefano Benni.


Le opere

Scrittore eclettico e prolifico, Benni ha scritto nel corso di vent'anni di attività letteraria innumerevoli romanzi, racconti, poesie, testi umoristici e persino ballate. Tra tutti questi lavori, almeno quattro opere possono a pieno titolo rientrare nella categoria del romanzo fantastico. Si tratta, in ordine temporale, di Terra! (1983), Baol (1990), La compagnia dei Celestini (1992) ed Elianto (1996).

Terra! è un'opera notissima, forse il romanzo di Benni più conosciuto nel mondo. Già al suo apparire fu gratificato dal pubblico e dalla critica con un successo clamoroso, e negli anni è stato tradotto in inglese, tedesco, spagnolo, francese, olandese, svedese e perfino giapponese.
In breve, la trama. Corre l'anno 2156. La Terra, devastata dalle guerre nucleari e angosciata dallo spettro di una devastante crisi energetica, è un pianeta esausto, sull'orlo di una nuova era glaciale, conteso a suon di missili e di petrodollari tra l'Egemonia Aramerussa (una dittatura paranoide incongruamente retta da una dinastia di emiri arabi), l'Impero Militare Samurai e una bizzarra e malconcia Unione Sino-Europea.
L'unica speranza per la disastrata umanità sembra essere l'annuncio di un nuovo pianeta abitabile, scoperto in gran segreto da un esploratore spaziale scomparso in circostanze misteriose. In un clima di intrigo internazionale, tre navi stellari partono alla conquista di questo mondo ancora vergine, sfidandosi tra loro in una corsa che come posta ha probabilmente il controllo del futuro della razza umana.
I tre vascelli in lizza sono la sgangheratissima Proteo europea, la ipertecnologica e poderosa Calalbakrab amerorussa, la minuscola Zuikaku giapponese guidata da topi ammaestrati. Una sola tra le tre astronavi (ovviamente, non riveliamo quale) è destinata a giungere al traguardo.
E mentre le rotte dello Spazio vedono compiersi una sfida all'ultimo sangue (con contorno di ammutinamenti, doppi giochi e attentati terroristici), sulla vecchia Terra una misteriosissima emissione energetica viene scoperta sul luogo di millenarie rovine incaiche. Uno straordinario segreto celato negli abissi delle Ande potrebbe sconvolgere la stessa concezione occidentale della realtà. Solo un genio precoce (il piccolo Frank Einstein) e il vecchio saggio cinese Fang sono in grado (forse) di risolvere l'enigma e di restituire una speranza alla Terra.
In una narrazione intrecciata e caotica, dove il viaggio nelle profondità dello Spazio diventa un addentrarsi nel passato della razza umana, dove signori della guerra e tecnocomputer vanno a braccetto con streghe astronaute e geroglifici vecchi di diecimila anni, dove il sorriso sposa in pieno la suspance e il pathos, Benni ci porta in fondo alla storia con una naturalezza e un talento che lasciano il segno. Leggere per credere.

Baol (sottotitolo Una tranquilla notte di regime) potrebbe essere considerato una rivisitazione di 1984 in vesti giullaresche e tanto, tanto tricolori. Il succo: una dittatura telematico-onniscente domina una versione futuristica (ma non troppo) del nostro Paese. Il Gran Gerarca Enoch spadroneggia e manipola la mente dei suoi sudditi attraverso un'informazione completamente sotto il suo controllo, rimodellando a suo piacimento gli stessi ricordi della gente. "Chi controlla il presente controlla il passato" diceva Orwell "Chi controlla il passato controlla il futuro". Benni gli fa eco strizzando l'occhio e, pur con grande rispetto, rilancia la posta: "Il regime controlla il novanta per cento dei media? Non so dove l'avete letto, ma aspettate un altro dieci per cento e non lo leggerete più!".
Il protagonista del romanzo, Bedrosian, membro dell'antica setta dei maghi Baol, sfiderà l'immensa potenza del regime per ricercare la Verità (quella con l'iniziale maiuscola, quella per cui tanto, troppo tempo fa, si compivano anche estremi sacrifici) e salvare la vita e la reputazione di un amico.
Ma che poteri hanno, esattamente, i Baol? Sono i Jedi della porta accanto, le Bene Gesserit con la maglia della Lazio, o semplicemente l'incarnazione dell'ideale di libertà che ciascuno di noi, anche i più abietti e asserviti ai potenti, nascondono nelle pieghe più profonde dell'animo? Benni risponde solo a bassa voce a questa domanda, lasciando che il dubbio germini nella mente del lettore.
D'altra parte, il romanzo vive ben al di là della trama: il mago Baol di Benni è un personaggio umanissimo e straordinario, un Marlowe triste e compiaciuto, un antieroe burlone e autoironico, un menestrello di enigmi, un filosofo di periferia di cui, forse, veramente, tutti noi avremmo bisogno. Come l'autore dice nel finale dell'opera: se non vi piace lo spirito del vostro tempo, se non riuscite a dormire, o se state dormendo e non riuscite a svegliarvi, venite da me. Mi riconoscerete subito: ho un tatuaggio sulla mano, a forma di fiocco di neve. Venite da me. Forse stanotte non ci spareranno addosso: cosa pretendete di più?

La compagnia dei Celestini è, probabilmente, il romanzo in cui Benni si discosta maggiormente dal filone in cui la critica e la stolida classificazione da fascetta libraria lo hanno da sempre inchiodato, quello umoristico. La compagnia dei Celestini non è un libro divertente. Si sorride, forse, ma nulla più. Per i temi trattati, l'inquietudine in agguato a ogni capoverso, e la denuncia sociale che trabocca dalle pagine di questo romanzo, La compagnia dei Celestini è uno straordinario (e non da tutti riconosciuto) esempio di soft SF italiana, anticipatore persino di molti temi cyberpunk e post-cyperpunk. In due parole, la trama: la ricca e corrotta nazione di Gladonia, governata con pugno di ferro dall'Egoarca Mussolardi, attende con timore il compiersi di un'oscura profezia, che una mano ignota affresca nottetempo sui muri di ogni città.
Il regime, allarmato e sul chi vive, concentra ottusamente le sue paure su qualcosa che si sta organizzando al di fuori del suo controllo, ed è quindi doppiamente sospetto. Si tratta del Campionato Mondiale di Pallastrada, un evento organizzato dal Grande Bastardo in persona, figura mitica protettrice di tutti gli orfani del mondo.
La Pallastrada è un gioco per sua natura sovversivo, è l'anarchia stessa fattasi competizione, uno sport al di fuori di ogni regola, di ogni sponsor, di ogni convenzione che non sia quella del divertimento puro. I protagonisti del romanzo, tre orfani fuggiti dall'orfanotrofio dei Celestini, fuoriclasse nel gioco della Pallastrada, decidono di rappresentare Gladonia al Campionato Mondiale. Così facendo entrano in una girandola di eventi più grandi di loro, affrontano e si confrontano con altri giovani giocatori di Pallastrada giunti dai quattro angoli della Terra, e infine daranno, attraverso uno sport che è anche un modo diverso e scanzonato di concepire la vita, una spallata a un sistema che è troppo tronfio e pieno di sé anche solo per capire cosa succede.

Elianto è un romanzo di viaggi fantastici così talentuoso e vivace quale non si vedeva in letteratura dai tempi di Jonathan Swift. I novelli Gulliver che Benni ci presenta in questo romanzo sono una compagine di viaggiatori veramente fuori dal comune: la diavolessa Carmilla e i suoi due sulfurei compagni Ebenezer e Brot; il guerriero-nuvola Fuku Occhio di Tigre e i due yogi Visamarachanda e Patachamadanda; i terribili teen-ager post-metropolitani Boccadimiele, Rangio e Iri.
Come l'ariostesco Astolfo mandato sulla Luna per recuperare il senno dell'eroe Orlando, i bizzarri personaggi di Benni vagano per i sette mondi alterei alla ricerca della salute perduta del piccolo Elianto, il ragazzino superintelligente e triste, malato terminale, l'unico che può battere il campione governativo nella sfida cruciale che deciderà la libertà e il futuro della contea.
In una carrellata d'affreschi, di paesaggi fantasiosi e sconcertanti, attraversati al ritmo ipnotico dei blues di Snailhand Slim (il virtuoso e spezzacuori chitarrista con due dita per mano), il lettore viene catapultato, sballottato, strapazzato, stordito da rivelazioni folli e geniali: gli viene detto, ad esempio, che l'Inferno non è la dantesca, tradizionale cerchia di gironi, bensì un atroce, interminabile ingorgo stradale, in cui ogni dannato è costretto ad avanzare a passo d'uomo per l'eternità, al volante di una macchina con a bordo le persone che più detesta al mondo (e che emettono ogni sorta di puzzolente efflato organico), con la radio che gracchia senza speranza e i diavoli vestiti da vigili urbani che sfrecciano tra le vetture assicurando sadicamente che "...libereremo la strada, è questione di pochi minuti".
O ancora, gli viene spiegato che la forma di governo più stabile è la "democrazia catodica", fondata sullo slogan "Siate maggioranza!". Come funziona? Presto detto: ogni mattina, a reti unificate, viene proposto un sondaggio d'opinione, cui ogni famiglia è obbligata a esprimersi via telecomando. Chi risponde difformemente dalla maggioranza viene privato, giusto castigo per sì tanta depravazione, di luce e acqua per l'intera giornata.
O ancora, gli viene mostrato come l'economia di un Paese possa, da secoli, basarsi totalmente sulla guerra: ecco infatti venditori di armi e corazze, piazzisti di cerotti e medicamenti, bardi osannanti gli eroi, guerrieri in armatura che combattono sponsorizzati da "Pronto Rancio", la più grande ditta di catering da battaglia.
O ancora, gli viene illustrata la patologia medica battezzata Penis piscatorius, o "pene a uncino", bizzarra deformazione che sovente porta chi ne soffre a pisciarsi nelle narici e a scopare solo carpe. O ancora, gli si presenta il Campionato Mondiale di Judo per ragni, spettacolo apprezzabile solo da tribune con posti numerati e microscopi.
O ancora. O ancora. Elianto è un romanzo di tale intensità e profondità immaginativa da lasciare spossati. Uno scrittore normale non avrebbe faticato a stilare, con lo stesso materiale, una dozzina di opere. Benni no. Benni deve aver deciso infine di vergare (a mano) la parola FINE, probabilmente, solo quando il suo computer, stremato, deve aver fuso la mainboard.

Ma questi quattro romanzi non esauriscono l'opera fantastica di Stefano Benni. Al loro fianco è da citare una pletora di racconti brevi, chicche fantasiose e provocatorie che nulla hanno da invidiare alle storie brevi di Robert Sheckley o altri specialisti del genere. Tra tutte, ricordiamo l'antologia di racconti L'ultima lacrima, fotogrammi da un mondo futuribile ma crudelmente credibile; un mondo in cui le esecuzioni capitali vengono trasmesse in diretta a reti unificate con commenti alla moglie e ai figli del condannato, tutti emozionati ma in fondo eccitati dalla notorietà; un mondo dove i disoccupati protestano non già perché non hanno lavoro, ma perché viene loro negato di presenziare la giuria regionale di miss Teen-Ager; un mondo dove i bancomat si ribellano ai loro padroni e diventano romantici Robin Hood, ridistribuendo il denaro a chi più ne ha bisogno. E così via per pagine e pagine, in un'orgia di fantasia da cui è arduo ritrarsi insoddisfatti.


I temi

La prima volta che vidi Stefano Benni fu a Pisa, circa dieci anni fa. Ansioso di assistere al dibattito che egli presenziava, non ebbi il tempo di cercare una copia di un suo libro da farmi autografare. L'unico volume su cui riuscii a mettere le mani fu una raccolta di vignette di Vauro di cui Benni aveva firmato la prefazione. Gli chiesi ugualmente una sigla, ed egli vergò con la massima tranquillità "Stefano Benni, vice-Vauro".
Anche da un minuscolo episodio come quello, la più grande qualità di Benni emerge schietta, la qualità che più lo identifica come autore e come analista sociale fustigatore di costumi. Benni è una di quelle rare menti che non si fermano mai sorprese di fronte all'imprevisto, che non si lasciano mai intrappolare dagli schemi e dalle convenzioni, di nessun genere, ma che al contrario sono capaci con straordinaria naturalezza di astrarsi, di ribaltare prospettive e visioni, di sollevarsi dal piano della realtà per osservarla da orizzonti diversi.
Che strumenti letterari poteva mai scegliere uno scrittore con tali capacità? La risposta è ovvia. Non poteva che decidere di brandire (a guisa di armi da taglio superbamente affilate) i due generi narrativi che più si prestano a inquadrare la scena da punti di vista "fuori piano": la satira e la fantascienza.
Come Calvino, e come in campo fumettistico Disegni & Caviglia, Benni sceglie di riversare in satira la sua carica immaginifica (azzardiamoci a chiamarla potenzialità SF), non per rifiuto della fantascienza pura, ma perché per i suoi scopi i due strumenti sono in fondo simili, permettono entrambi di mostrare e denunciare estraniandosi dal contesto, come telecamere poste fuori dalla scena, lontane dal "punto cieco", libere di spaziare e di attraversare barriere e tabù. In più, i due strumenti si coniugano meravigliosamente bene, e insieme gli danno un'identità di scrittore, una visione così personale e obliqua che, sicuramente, Benni non avrebbe acquisito dedicandosi solo all'uno o all'altro genere.
Nella molteplicità espressiva e nel "furore narrativo" (inteso come inesauribile capacità di trarre spunti e invenzioni dal suo cappello a cilindro) di Stefano Benni, è comunque possibile rintracciare motivi comuni, sommersi dal marasma delle trame ma comunque riconoscibili, un po' come le figure nascoste nelle paludi cromatiche degli stereogrammi.
Tra questi temi, il primo posto è senz'altro da assegnare alla condizione giovanile. Benni ha, quasi sempre, cura di scegliere i suoi protagonisti tra i teen-ager, a volte persino tra i bambini. Perché? Non certo per edulcorare le sue trame. Al contrario, Benni non si fa scrupolo di imbastire intorno ai suoi ragazzini sceneggiature fosche, drammatiche, a volte persino truculente (Elianto è un dodicenne malato terminale, i protagonisti di La compagnia dei Celestini sono orfani indigenti e disperati al cui confronto Oliver Twist era un piccolo Rockfeller...). E allora? L'impressione è che Benni sia attratto dalla mentalità infantile per lo stesso motivo per cui lo erano Lewis Carroll e James Barrie: perché l'infanzia è un continente a parte, un pianeta dominato dalla fantasia, in cui la magia ha ancora il potere e il diritto di combattere le offese della vita, in cui i sogni hanno più sostanza dei vizi e delle delusioni quotidiane. Per ciò che vuol dimostrare Benni, i bambini sono magnifici, fantastici portavoce. E quando i bambini vengono minacciati, violati, costretti ad adeguarsi alla mediocrità degli adulti, allora è segno che l'ingiustizia ha varcato ogni limite. Per dirla alla Benni, "Che triste Paese è quello in cui gli unici che hanno ancora qualche speranza vengono chiamati disperati!"
Il secondo tema prediletto da Benni è la politica. Qualcuno potrebbe dire che la politica è il primo tema. Ma attenzione: che Stefano Benni sia un autore politicamente impegnato è indiscutibile; eppure, a leggere attentamente tra le righe dei suoi romanzi, la politica non gli interessa in quanto tale, ma solo come mezzo per portare avanti un'analisi sociale e di costume sulla scena umana, argomento che rappresenta il suo vero obiettivo. Benni, non sorprenderemo nessuno dicendolo, è un uomo di sinistra. Difficile essere più precisi, e del resto non ha grande importanza. Conta invece dire che si tratta di quella parte della sinistra più capace di autocritica, di ridere di se stessa prima che degli avversari, di misurarsi sempre e comunque sui problemi piuttosto che sugli schemi e sui libri sacri, di ogni genere. Ecco, se c'è davvero bisogno di una definizione puntuale, possiamo dire senza timore di smentita che Stefano Benni fa parte della "Sinistra dissacrante", non certo di quella "Sinistra buonista" tanto di moda negli ultimi tempi.
Benni non ha proprio nulla del buonista. Benni, diciamolo, è un cattivo con i denti da lupo. Da bravo satiro convinto, non ha peli sulla lingua, non risparmia nessuno, è terribile e senza pietà quando si tratta di ridicolizzare e di accusare i suoi bersagli. Tra i quali, il posto d'onore è riservato da sempre ai signorotti rampanti e zerbini, alle stelle e stelline dello spettacolo nazional-popolare, agli yuppies di ogni estrazione, alle atrocità e al cattivo gusto dei campioni del post-moderno.
Ma Benni non risparmia neppure la religione. Per meglio dire, la Chiesa. La distinzione è doverosa: benché Benni possa apparire (a una prima lettura) uno scrittore non credente, tra le righe dei suoi romanzi si finisce infallibilmente per scorgere una spiritualità attenta, esigente e severa, non scevra da contaminazioni politeiste e zen. Ma con la Chiesa, intesa come istituzione, è guerra aperta, senza compromessi o condiscendenze di sorta. Le idiosincrasie di Benni, in questo campo, arrivano al punto da farlo parteggiare apertamente (come fa in Elianto) per i diavoli, meglio se brutti e cattivi, contro i noiosi e saputelli custodi del Paradiso. Benni, come si suol dire, preferisce il Paradiso per il clima, ma l'Inferno per la compagnia. E allora lo vediamo tifare i suoi beniamini cornuti mentre costoro sfidano le Trombe del Giudizio e le candide spade degli arcangeli con aliti pestilenziali, peti termonucleari e ogni sorta di carnale, viscerale, umanissima arma d'offesa. Perché, se c'è un diavolo in noi, Benni confessa di esserne orgoglioso.
E la tecnologia? Che rapporti ha Benni con la tecnologia? E' una domanda che ogni scrittore che si avventuri nel genere SF deve prima o poi affrontare. Benni, questo è chiaro, non è un profeta dello high-tech. Non è un Clarke, un Asimov, e certo neppure un Sagan. D'altra parte, non è neppure uno di quegli autori terrorizzato dalle minacce/promesse della Scienza.
Inquieto, questo sì. Benni non è ciecamente fiducioso, ma sa volgere le sue inquietudini in risate liberatorie, porgendo i dubbi e gli interrogativi sul futuro in modo fresco, nuovo, e soprattutto intelligente. Ed ecco infatti che il mega-computer dei suoi romanzi (inevitabile, prima o poi ogni scrittore di fantascienza finisce per descrivere un mega-computer onnisciente) non impazzisce come l'HAL clarkiano, non tenta di conquistare il mondo come lo Skynet di Terminator. Più prosaicamente, va in tilt perché i tecnici che dovrebbero programmarlo lo usano ventiquattr'ore al giorno per giocare ad Arkanoid.


Il linguaggio

L'identità anticonvenzionale e anticonformista di Stefano Benni non si manifesta solo nella varietà delle trame dei suoi romanzi, ma anche (a volte in maggior misura) nello stile e nel frasario straordinariamente personale con cui lo scrittore bolognese caratterizza i suoi romanzi.
Leggendo Benni, a volte si ha l'impressione che la rutilante fantasia dell'autore tracimi dagli orli del Dizionario della Lingua Italiana. Quando ciò avviene, Benni non si lascia ammanettare i pensieri dall'assenza di parole all'altezza dei suoi voli di fantasia; semplicemente, egli inventa ciò che gli occorre.
L'operazione (di per sé delicatissima, certo non da tutti) riesce per il grande rispetto e l'umiltà con cui Benni si pone nei confronti della lingua. Benni gioca con la sintassi e la grammatica come con amici conosciuti da sempre con cui ci si può permettere anche qualche confidenza in più, azzarda come verso compagni intimi nei confronti dei quali anche gli scherzi più pungenti sono concessi.
Ed ecco quindi brillare tra le righe dei suoi romanzi neologismi bizzarri e tracotanti, rivoluzioni lessicali, fusioni e scorpori di vocaboli violentati e rimessi insieme in nuovi e sorprendenti morfologie fonetiche, ossimori sconcertanti e geniali... Una vera bennilingua, un vernacolo esilarante e inesistente, pieno di chicche quali "propalgia", "embambolia", "gromme laviche", "polpettosauri", "onirostratificazione" e altre follie lessicali.
In bennilingua i grattacieli diventano grattasmog, i culturisti antropomanzi muscolati, gli squallidi dominatori dei sabato sera post-moderni gerarchetti clarkopodi e clarette isteriche, i quartieri malfamati delle città future (attenti alla pronuncia) Gwaiseshiway o Kisaseneshi.
In bennilingua, l'esagerazione, il "troppismo" è la norma. Nulla viene descritto in modo convenzionale, nessuna legge viene rispettata, neppure quelle fisiche (come dice Benni in Elianto: "Le forze fondamentali della natura sono l'elettromagnetismo, la nucleare forte e la nucleare loffia"). Se Benni fosse un pittore, lo si dovrebbe classificare come un impressionista. A quale altro scrittore sarebbe venuto in mente, ad esempio, di definire un giubbotto "di cuoio croccante", o gli occhi di una donna "di un verde da Pastiglia Valda masticata"?
In bennilingua, infine, i nomi dei personaggi e dei luoghi non sono mai casuali, ma rispondono alla logica (per meglio dire alla gioiosa illogicità) dell'autore. Il re dei telequiz (ad esempio) non può che chiamarsi Essie Esatto, il capo mafioso Scanninfami, il segretario del partito razzista Ospitale...
E la nostra nazione, nel futuro descritto da Benni, non può che chiamarsi Tristalia. Una povera nazione, come dice Benni, dove un giorno è avvenuta una grande battaglia di idee, al termine della quale non ci sono stati né vinti, né vincitori, né idee.


Bibliografia

Stefano Benni è nato a Bologna nel 1947. Ha pubblicato, presso Mondadori:
Bar Sport (racconti, 1976)

Presso Feltrinelli:
Prima o poi l'amore arriva (poesie, 1981)
Terra! (romanzo, 1983)
I meravigliosi animali di Stranalandia (illustrazioni di Pirro Cuniberti, 1984)
Comici spaventati guerrieri (romanzo, 1986)
Il bar sotto il mare (racconti, 1987)
Baol (romanzo, 1990)
Ballate (poesie, 1991)
La compagnia dei celestini (romanzo, 1992)
L'ultima lacrima (racconti, 1994)
Elianto (romanzo, 1996)
Bar Sport Duemila (racconti, 1997)
Blues in Sedici (poesie, 1998)