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Cronista del quotidiano Il Giorno, Enrico Fovanna è prima di tutto uno scrittore nel vero senso della parola. Il suo romanzo Il pesce elettrico, pubblicato da Baldini & Castoldi, ha dimostrato alla critica e ai lettori che è possibile imbastire un romanzo di magiche atmosfere e scrittura evocativa senza per questo rinunciare al pathos e alla costruzione di una trama intrigrante e affascinante. Nelson, nel bianco, il racconto che proponiamo, è la prima esperienza di Fovanna nel surreale. Non si tratta di un racconto di fs, e neppure di un vero e proprio racconto del fantastico, ma galleggia in quella terra di mezzo di difficile connotazione su cui hanno camminato autori come Borges, Calvino e Buzzati. E per quanto possa sempbrare esagerato, vi assicuro che il paragone non è affatto buttato lì per caso. Fovanna è uno scrittore coi fiocchi, e io sono lieto di poterlo presentare ai lettori di Delos. (Franco Forte)
"Arrivai a San Francisco, dove le case avevano il colore dei pensieri dei bambini".
Douglas Coupland ("Generazione X")
(Oceano Pacifico, inverno)
La neve cade su Portland. E' mattino presto e fin dall'alba il freddo ha allentato la morsa sul giorno. Tutto sembra narcotizzato dal bianco, anche i rumori. Nelson ha viaggiato per buona parte della notte, ma non ha ancora sonno. Prima è volato da Memphis a San Antonio, dove con documenti falsi ha noleggiato un'auto, all'aeroporto. Quindi ha preso la provinciale per Beeville, quella che porta dritti fino alla Baia del Corpus Christi, e una volta a Portland si è fermato davanti al mare.
"Solo qualche minuto", pensava, "devo prendere fiato. Questa sera sarò a Santa Teresa, oltre la frontiera. C'è una casa vuota che mi aspetta". Ma prima Nelson deve tagliarsi barba e capelli, mettere una parrucca bionda e delle lenti a contatto colorate, per somigliare alla foto tessera ritoccata al computer che ha sul passaporto.
Vogliono ucciderlo, ma non lo prenderanno.
Perché si è fermato, mentre era in piena fuga? Non sa spiegarselo.
Arrivato a Portland ha seguito le indicazioni per la baia e poco distante, in una città che doveva ancora svegliarsi, ha come dimenticato di avere tutta quella fretta, una fretta animale a chiamarla con il suo nome, ed è sceso a guardare i fiocchi che finivano nell'oceano, grigio come la morte e senza luce. Sotto un cielo d'infanzia cupo e maligno, gravido d'umidità.
Lo si dirà un anno sì e uno no da queste parti, ma anche questa volta sembra proprio un inverno senza precedenti per il Texas. E' l'alba, sulle onde cade la neve e sul lungomare non c'è ancora nessuno, o quasi. Non sa bene Nelson perché ha lasciato Memphis, dopo cena. Senza bagagli. Forse quella telefonata gli ha indotto l'idea che il tempo fosse ormai alle ultime gocce. Di certo sapeva che doveva partire, verso un posto qualsiasi, meglio se oltre il confine dello Stato.
Nelson ora non ha nemmeno freddo, basterebbe un chiosco che servisse del caffè nero e magari qualche avana. Dovrebbe pensare solo alla frontiera. Salire sopra un missile e dirigersi da quelle parti. Invece, in tutto questo bianco, mentre osserva lo spettacolo dei fiocchi sulla Waterway, pensa soltanto che a pochi chilometri dal porto c'è Alice Town. Il villaggio in cui non torna da quando era ragazzo.
Pare una vita ormai, in realtà sono passati soltanto dieci anni. Ma sì. Ci farà un salto. Non ha nemmeno bisogno di pensarci, Nelson. E' un istintivo. E prende sempre la strada sbagliata, quasi con gusto, soprattutto quando sa bene che è quella sbagliata.
Un caffè bello forte, poi andrà al villaggio. Ci sono sensazioni, ha sempre sostenuto, che si seguono solo per il gusto di vedere cosa succede. Secondo la cartina, con la nuova provinciale ci metterà meno di mezz'ora.
(Alice Town, Texas)
Ha un minuto?, dice il barbiere.
Anche due.
E il caffè, lo ha preso?
Il caffè? No, ma glielo offro io.
Non se ne parla nemmeno, l'ho invitata. Venga. Ho da fare una telefonata urgente, andiamo al bar qui di fronte. Un caffè, poi torniamo e le taglio i capelli.
Nelson ha lasciato la Bentley davanti al negozio del vecchio barbiere, che non lo ha riconosciuto. Si tocca la barba lunga, da un po' gli nasconde ormai i lineamenti, e sulla neve segue l'uomo nella giacca amaranto con i bottoni dorati, da portiere d'albergo. Insieme traversano la fila di auto parcheggiate sulla via che porta alla chiesa. Nelson entra nelle orme del vecchio, per non bagnarsi i pantaloni.
Dall'altra parte della strada rivede il locale di un coiffeur con tre vetrine e molte belle ragazze all'interno, con i grembiuli bianchi. Nelson si ferma a sbirciare. Lavano prima la testa ai clienti, con uno shampoo profumato che fa della gran schiuma. Il barbiere invece, pensa, taglierà ancora a secco, come un tempo. Quando ha cominciato, non c'erano certo le scuole.
Nelson ripensa all'unica volta in cui si era permesso il negozio dalle tre vetrine, alla vigilia della propria partenza. Allora non aveva un soldo, ma il massaggio delle mani femminili e dell'acqua calda sui capelli, prima del taglio, il profumo delle mani delle ragazze... Lo avevano lasciato lì per qualche minuto, la testa appoggiata al lavabo, avvolta in un asciugamano bianco, il corpo all'indietro, in posizione di attesa, prima di passare allo scranno del taglio.
Poco dopo una delle ragazzine gli avrebbe chiesto come li voleva, i capelli. E lui avrebbe risposto: faccia lei, e la giovane avrebbe preso da un cassetto un rasoio elettrico, prima maniera s'intende, e un pettine, e con pochi colpi laterali da destra a sinistra avrebbe fatto volare le sue ciocche a terra. Piuttosto in fretta, e senza troppe parole, tranne ogni tanto un asettico "okay?", verso la fine, con il tono professionale della massaggiatrice, che accelera i movimenti e parla in tono scientifico, per escludere ogni possibilità di erotismo, ogni presagio di tenerezza, ogni traccia di sensualità nei gesti.
Poi era rimasto ad aspettarla fuori quella ragazza, la sera, dopo il lavoro. L'aveva seguita. Fino al vicolo che porta ai campi, dietro le ultime case di Alice Town.
Nelson non aveva mai preso il caffè con il vecchio barbiere, che oggi non lo riconosce, anche per i capelli e la barba lunghissimi. Ma più di una volta avrebbe voluto invitarlo lui a bere qualcosa. E' un tipo discreto. Un vecchio signore indio che vive a Alice Town da trenta anni, anzi saranno ormai quaranta, e ama il Sud di un amore tutto suo, e stando ai suoi racconti ricorda anche di quando qui fuori, fuori della sua bottega s'intende, passavano carretti trainati dai cavalli e dietro alla cerchia, al posto delle banche e dei palazzi, cominciava la campagna.
Non c'è nostalgia apparente nelle sue rievocazioni, né stupore per i delitti degli uomini, compreso quello che lo ha toccato di persona, dieci anni fa. Quasi un senso di adattamento piuttosto, come se per lui in fondo ogni giorno nuovo finisse per meritare la stessa attenzione dei ricordi.
Ce l'ha una casa?, dice il barbiere dopo essere tornato alla sua bottega con Nelson e averlo fatto sedere davanti al grande specchio.
No.
Mi permetta un consiglio, allora. Lei che è ancora giovane, appena può, se ne compri una. Non butti i soldi nell'affitto, un giorno mi darà ragione.
Dice?
Già.
E lei, replica Nelson, se fosse in me lei dove la prenderebbe una casa? Qui al villaggio, o in città?
Portland intende? O Kingsville? Mah, dice il barbiere riempiendo di schiuma la lunga barba nera di Nelson, per fortuna io ho queste quattro mura, e l'affitto non lo pago. Ma fossi in lei una casa la prenderei in città. Certo, vivere fuori vuol poi dire buttar via del gran tempo in macchina, la mattina e la sera. Non so dove lavora lei, ma...
...
Già. Forse per lei è diverso, sorride ancora il barbiere, facendo scorrere la lama del rasoio su due cinghie in cuoio. Lei è qui, adesso, a metà mattina, evidentemente se ne va al lavoro solo al pomeriggio, magari torna a casa un po' tardi la sera. Ecco, lei forse, se ha questi orari, potrebbe tornare a casa sua senza problemi, di code non ne troverebbe.
Il fatto, ride Nelson, è che non so se farò il bandito per tutta la vita.
Davvero?, sorride il vecchio a bocca aperta, con la lama a mezz'aria.
Beh sì, vede. Questa è la differenza tra me e lei. Lei ha già deciso, io no. Sa, oggi anche nel mio ramo ci va la specializzazione. Mica si può passare indifferentemente dalle radio agli appartamenti, e poi dalle donne di strada alla protezione, oggi dettaglio e ingrosso sono ambiti diversi. E poi sa, come dire?, c'è sempre l'incubo della legge. Certo, io comincio a star meglio da quando mi sono ritagliato una professione legale.
Ah, davvero?, dice l'altro sorpreso stringendogli un asciugamano attorno al collo. E ora di cosa si occupa?
Finanza. Prestiti.
Oh, scoppia a ridere il barbiere con quei suoi occhi piccoli, mentre prende il naso di Nelson e lo tira leggermente all'insù, avvicinandogli la lama alla gola insaponata. Spero di non aver bisogno di lei, allora. Sa, quando manca l'aria non è piacevole.
Ma no, dice Nelson. Io e lei non potremmo mai entrare in affari.
Poi, mentre il vecchio passa con delicatezza il filo d'acciaio sul mento di Nelson e raccoglie la poltiglia di schiuma con peli in un vasetto, racconta di un'occasione che ha perduto un mese fa, novantamila dollari per settantacinque metri quadri, tutto ristrutturato e con balcone, proprio qui dietro, sopra l'elettricista. Peccato, dice, che non sono arrivato in tempo. Me ne mancavano diecimila, è tutta la vita che metto via qualcosa, ma con il mio lavoro... Forse ho sbagliato tutto. In ogni caso non li avrei chiesti a lei, sorride ancora.
Di occasioni se ne perdono tante, sussurra Nelson. Poi abbassa il mento, si guarda allo specchio e piacevolmente fatica a riconoscersi. Ha già un altro volto, un profilo pulito, quasi angelico, pare indifeso. Bene, dice all'anziano barbiere, direi che possiamo passare ai capelli.
L'uomo posa le mani sulla folta capigliatura, come se intendesse plasmare una forma, ma la guarda nello specchio, interrogando gli occhi del suo cliente.
Corti, dice Nelson.
Corti?
Sì.
Corti corti?
A macchinetta, sì. Mi renda irriconoscibile.
L'uomo taglia, pettina, ripassa le dita. Usa ancora la forbice, ma i lunghi riccioli cadono a terra senza rumore, come fiocchi neri.
Cosa dice?, ci fermiamo?
No, no, dice Nelson. Vada pure avanti.
Non vorrà mica un taglio estivo, con questa neve?
Sì, dice Nelson, mi piacciono i contrasti. Via tutto. Un bel tattico.
Entra un cliente, saluta con un fonema gutturale e si nasconde dietro una gazzetta locale.
Lei ha un capello forte, sa?, dice il barbiere, soffermandosi su una ciocca e guardando gli occhi di Nelson da dentro lo specchio.
Dice proprio, "il capello", al singolare. E mantiene il singolare anche dopo, quando parla delle sue caratteristiche, quasi a volere dare una sottile enfasi, da analisi scientifica, al discorso.
Bene, sussurra Nelson giusto per far notare che è presente. Ma la sua mente corre già dietro a quello che ha lasciato da fare nel pomeriggio ai suoi. L'incasso della settimana, giù, al quartiere cinese, per esempio. Le nuove portoricane da selezionare.
Bene. replica l'altro. Io direi proprio che ci siamo.
Hhm, fa cenno Nelson con il capo. Io invece direi che non basta.
L'anziano sorride dai suoi piccoli occhi e prende in mano uno specchio, piccolo e circolare. Lo mette dietro Nelson, che ora si può vedere la nuca. Qualche capello bianco, commenta. Comunque non si preoccupi, alla sua età io ne avevo di meno, ma vedrà che in pochi anni arrivano anche gli altri.
Ah, bene.
Adesso le metterei un po' di brillantina, se crede, e le darei una rasata a macchinetta sul collo.
No. Mi rapi a zero, ho deciso.
E va bene. Accidenti, se proprio vuole andiamo di macchinetta. Non è la mia passione, sa... Buon Dio, ma come è tardi, dice improvvisamente il barbiere guardando l'orologio da muro, non trovo più i fiori da portare al cimitero, mia moglie questa non me la perdona. Mi perdoni lei, ma devo proprio fare un'altra corsa.
Non si preoccupi.
Solo un minuto, oggi è l'anniversario di mia figlia, sono dieci anni giusti, il telefono del bar era occupato e...
Ma si immagini, vada, vada.
Lavorava qui di fronte mia figlia, sa?, quella notte io ero a suonare al King's, e mi hanno tirato giù dal palco...
...
Un giorno le avrei ceduto il negozio, quanti uomini ad Alice Town avrebbero preferito vedere lei qui, al mio posto...
Nelson tace, e chiude gli occhi.
Il barbiere esce di corsa, e Nelson scruta il signore sulla sedia. Legge ancora imperterrito il giornale. All'interno del grande specchio, tutto è capovolto. Nelson resta lì, con il lenzuolino chiaro tirato attorno al collo da una striscia bianca, e osserva in giro. Il contenitore delle forbici ai raggi ultravioletti, con una luce azzurra, per sterilizzare le lame. La radio in un angolo, sintonizzata su una stazione che trasmette solo funkie e be-bop degli anni '60.
Senta, dice Nelson al signore che legge il giornale, è un po' che non passo di qui, diciamo una decina d'anni. Ma la figlia del barbiere...
...
Nelson alza un po' il tono della voce: senta, buonuomo, lei sa per caso se il barbiere suona sempre il sassofono in una band? Sa, una volta era bravo, in effetti perché stupirsi, in Medio Oriente i barbieri fanno anche i massaggi...
Hhm, grugnisce appena l'altro, senza spostare il giornale.
Nelson si guarda in giro lentamente, dosando quasi il passaggio degli occhi sugli oggetti, per riappropriarsi del tempo.
'fanculo amico, pensa Nelson. Uno meno loquace non poteva capitarmi.
Ma di quella voce gli è rimasto qualcosa, forse il timbro. Familiare. O no? Un mugugno è un po' poco effettivamente, può essersi sbagliato. L'altro del resto tace, ostinatamente, e continua a leggere quasi con avidità, come se fosse l'azione più interessante del mondo. Nelson potrebbe interrogarlo ancora. Giusto per rompere. Una domanda qualsiasi, è evidente che lo sconosciuto non vuole fare conversazione.
Ma Nelson tace: una strana malinconia comincia a invaderlo. Forse ha bisogno di ingannare il tempo, forse non doveva tornare ad Alice Town, forse non si deve mai tornare sui propri passi, il tempo corre in un tunnel veloce, un senso unico.
Con gli occhi si sofferma su tutto Nelson, come per indagare le tracce degli anni sulla disposizione delle cose. I neon accesi sopra il grande specchio. Le poltrone girevoli in finta pelle, poggiate su un cono di ceramica, che emanano odore di plastica. Le sette sedie per i clienti in attesa alle sue spalle, i posacenere a soffietto. I ciuffi dei suoi capelli, a terra.
Il gioco dei due enormi specchi, quelli che ha davanti e dietro, crea l'illusione di un piano infinito. Una galleria senza fondo, dove lui e l'altro sono sempre più piccoli. Dal vetro smerigliato della porta, che nasconde la strada, entra una luce fredda. Freddi sono gli armadietti neri pieni di oggetti misteriosi, davanti alle poltrone e sotto i lavabo. Il calendario con le donnine.
Freddo è il brutto orologio a muro, appeso storto. Fermo sulle otto meno e un quarto, di dieci anni prima.
"Per favore, no..."
Sa che ore sono?, dice Nelson.
L'altro non risponde e resta dietro il giornale.
Sulla sedia del barbiere, con l'asciugamano al collo e il collo da ripulire ora Nelson comincia a sentirsi confuso. Come se la realtà cominciasse a sfuggirgli. Cerca ancora di concentrarsi sugli oggetti. Una reazione di autodifesa.
Con gli occhi passa lentamente su tutto, per recuperare un rapporto con le cose. Una specie di training autogeno, prima versione. Glielo aveva insegnato il suo unico amico, da ragazzo. L'unico amico che ha ucciso nella vita, per un debito di gioco. Di gente ne ha eliminata ancora, Nelson, ma amici mai più. Seguirà il consiglio del morto.
Con ordine ora ripercorre dunque le linee degli oggetti, le creme per capelli e le fiale per la crescita, i gel e le vitamine, la spazzola con setole lunghe poggiata sulla base del manico. Il pennello per la schiuma, a mollo in un piccolo catino d'alluminio. Gli spruzzatori di talco in gomma arancione, dello stesso colore degli sturalavandini. Un rubinetto per ogni poltrona.
Non ha senso, dice preso da una strana nausea.
L'occhio si muove come una cinepresa. Vuole mettere tutto sotto controllo. E' ridicolo pensa. Ma il suo amico diceva di insistere. E allora ecco su uno scaffale, ben ripiegate, le lenzuola bianche da mettere al collo del cliente, sotto l'asciugamano rosa. La licenza dietro una cornice a giorno che chiede disperatamente di essere spolverata, con le marche da bollo ormai ingiallite. La tenda di corda davanti allo sgabuzzino che nasconde scope, secchi e stracci. Il tavolino d'angolo con giornali e fatture, gli occhiali del barbiere a gambe all'aria sul piano di formica. Ancora l'orologio a muro. La lancetta rossa dei secondi è sempre immobile, ma adesso l'orologio segna le nove e mezza.
Nelson ha un principio di tachicardia.
Mi scusi, ripete inquieto, alzando questa volta decisamente la voce. Sa dirmi gentilmente che ore sono?
Silenzio.
Calma, dice Nelson. Riproviamo. Le strisce in cuoio appese al banco, per affilare i rasoi passandoli al rovescio. Gli spruzzatori a soffietto di profumo, ripieni di liquidi azzurrino e verdognolo chiaro. Un paio di lacche spray, simili a quelle da donna, con il cappuccio bianco. L'orologio da polso dimenticato vicino al lavandino (da sempre ogni mattina il barbiere se lo toglie, perché gli da' fastidio). Il borsalino beige appeso al pomello più alto dell'attaccapanni. Due o tre confezioni di shampoo vicino al lavabo. Una foto appesa al muro, anch'essa dietro vetro. Quella di una donna, anzi una ragazza, che non arriva ai vent'anni. Sorride e saluta con la mano. Niente da fare, proprio non funziona...
Forse l'amico è sordo, pensa Nelson. L'idea lo calma appena, è probabile che non ci senta bene. La stufa è al massimo. Eppure fa freddo dentro il locale, nonostante la giacca di cachemire e il camice addosso. Il barbiere ritarda.
Sì. Fa freddo, dice all'improvviso l'uomo dietro il giornale, che si riflette alle sue spalle..
Vero?, ripete Nelson, e nella schiena sente scivolare un brivido di gelo.
L'altro uomo ha abbassato il giornale e adesso lo guarda, immobile.
Nelson trema. L'altro uomo continua a fissarlo muto, dalla galleria infinita di specchi.
Nelson cerca di parlare, ma ogni sua parola va a vuoto. Vorrebbe dire no, per favore, ma la bocca gli è afona. Le lacrime cominciano a scendere lente fino alle sue labbra, per la prima volta nella sua vita, e Nelson sente che qualcosa di perenne si è sciolto, in lui che come una ninfa punita dalla regina degli dei non riesce più a emettere suoni, ma solo lacrime.
Lo sai cosa diceva Borges, Nelson?
Nelson tace, bianco come la neve, e riesce solo a scuotere il capo.
Non hai letto il libro che aveva nella borsetta quella povera ragazza, vero?
...
Certo che non lo hai letto, Nelson. Cosa avresti mai capito?
Nelson vede solo un mondo liquido che gli ritorna addosso.
Peccato Nelson. Diceva che la copula e gli specchi sono abominevoli, perché moltiplicano il numero degli uomini.
Nelson si sfrega gli occhi con il bavero, e guarda.
L'altro accenna a un sorriso severo, mentre lui è ormai immobilizzato dallo stupore. Cerca soltanto, ma invano, di blaterare qualcosa in un mugugno panico. In ciò che vede ora c'è la materializzazione di un incubo: l'altro uomo ha la sua faccia.
Ma la faccia di prima, quella con capelli lunghi e barba da fare. Stessi occhi, medesima espressione. Ha la sua voce. Il suo corpo, i suoi vestiti. Nelson comincia a tremare. Ma non può muoversi. E' avvinto alla poltrona da un nulla inscindibile, può solo guardare nello specchio. E nello specchio dello specchio.
Sai Nelson, dice l'altro. Noi due siamo come una bicicletta.
In che senso?, scandisce a fatica Nelson.
Pensa. Hai rubato. Prestato soldi a usura. Hai mandato famiglie sul lastrico.
In che senso, maledizione?, ruggisce con tutte le su forze Nelson.
L'altro sorride tranquillo. Hai ucciso il tuo amico, e la ragazza. Dimenticavo. Ti sei sbattuto sua moglie. Hai portato al suicidio chi invece avresti potuto salvare con un piccolo gesto.
Nelson tace, i suoi occhi sono ormai di vetro.
Siamo come due ruote della stessa bicicletta, Nelson. Ma con le gomme bucate.
...
.... e non ripartiremo più. Lo sai perché?
.?
Perché il nostro meccanico è morto.
Nelson tace. Le parole non gli escono. Fatica a respirare. Poi sussurra appena: chi sei?
Hai rovinato i tuoi fratelli, Nelson, promettendo di aiutarli. Li hai costretti a rubare a loro volta. A distruggere altre vite. Sei riuscito, da uomo mediocre quale eri, a mettere quel poco d'ingegno nelle opere più infami. Hai creato una spirale di crimine che, se solo tua madre avesse potuto prevederla, si sarebbe fatta suora prima di partorirti.
Chi diavolo sei?, maledizione.
Tuo padre è morto di vergogna, Nelson.
Chi sei...
Sulla tomba del tuo amico, su quella di tuo padre, non c'è mai stato un fiore...
Fuori un autobus inchioda proprio a pochi metri, forse per cercare di non travolgere un vecchio che aveva traversato a rilento le strisce pedonali. Si è sentito il ringhio della frenata, come un lamento che ha graffiato il tempo, non già abbastanza lento. Eppure Nelson, guardando in alto, si accorge che l'orologio ha ripreso a funzionare, la lancetta dei secondi ora va, a ritmo del suo cuore.
L'altro lo fissa immobile e non parla più.
Nelson neanche. E ha smesso di tremare. Ora pensa soltanto: è vero. Ho ucciso. Ho rovinato padri di famiglia, amici, fratelli, preteso le loro donne. Mio padre è morto di malinconia, la peggiore morte che si possa augurare a un uomo, mia madre non so neanche in che cimitero sia. Ma io non sento alcuna colpa per questo. Io non sento nulla, maledizione...
Questo è il punto, sussurra l'altro. Capisci Nelson?
Ascolta, dice Nelson.
...
Ascolta, perdio, dimmi quanto vuoi per
L'altro sorride. Nelson...
Dimmelo...
Niente, Nelson. Non ti costerà niente. Tra poco non sarò più qui. Vengono a prendermi.
Chi?, dice Nelson per la prima volta sollevato.
Fuori dai vetri, sotto la neve il villaggio di Alice Town si muove con la stessa indifferenza di sempre, in un ronzio asettico che non promette colpi di scena. L'altro guarda fuori, assente. Nelson suda, disperato, perché non capisce più nulla. Non sopporta di non capire. Cerca di scuotersi dalla sedia, ma una forza invincibile lo tiene legato, come in un sogno orrendo.
Aspetta, dice d'improvviso Nelson. Poco fa hai detto "non ripartiremo".
L'altro tace.
Hai detto che i nostri destini sono legati.
L'altro tace e lo guarda.
Questo significa che io devo venire via con te.
L'altro lo fissa nello specchio. Il suo sguardo è una lama azzurra. Qualcosa di amaro, come il sangue.
No, Nelson. Non ho detto questo.
Un uomo in cappotto da pensionato si affaccia alla porta della bottega, il naso acceso dal vino, e dal freddo. Il suo alito è pesante, il fiato fuma. Oh, dice, togliendosi una coppola di lana. Già due davanti. E il capo non c'è. Mah. Mi sa che passo domani.
Nessuno risponde, l'uomo si rinfila il cappello e sparisce.
Chi sei perdio?, urla Nelson nel panico, e con la pelle del viso ormai secca. Chi ti paga per questa sceneggiata? Chi diavolo...
Calmati, animale, lo interrompe l'altro accendendosi un avana e girandosi con aria distratta verso la porta, da dove cominciano a entrare lampi di una luce blu. Calma. Il tempo è andato ormai. Cerca almeno di non fare starnazzi inutili, adesso. Devi solo avere pazienza. Conta fino a dieci.
Cala il silenzio nella bottega. Il barbiere non torna. Fuori la luce blu lampeggiante si è fermata, si sentono clamori di persone nel bianco. Nelson trema ancora, muto. L'altro lo guarda dallo specchio e ora sorride.
Contato?, chiede.
Uh?
Addio, Nelson.
La porta si spalanca e due agenti entrano con la pistola in pugno.
"E' lui", urla il primo, indicando lo sconosciuto alle spalle di Nelson.
Eccomi, sembra dire l'uomo, porgendo i polsi con un sorriso.
Lo tirano in piedi. Puntano l'arma verso di lui, che continua a sorridere, tranquillo, e tiene alte le braccia. Capiscono che non reagirà. Abbassano l'arma. Gli mettono le mani dietro la schiena e fanno scattare le manette. Lo trascinano verso l'uscita. "Fin troppo facile", sbotta l'agente. Poi rivolto a Nelson. "Le è andata bene, signore. Lo sa chi era questo criminale"?
Nelson, sul sedile del barbiere, non ha mai abbassato le ciglia. Fa cenno di no, con il capo rasato.
"Nelson Desanges", ride quasi il poliziotto "evaso dal braccio della morte di West Memphis. Pluricondannato per omicidio, usura, associazione a delinquere, violenza. La primula rossa del Sud. L'ha rischiata bella, signore".
Sulla soglia, l'uomo in manette si ferma e si volta a guardare lo specchio. Anche gli agenti sembrano concedergli qualche istante. I respiri sono fumo, la neve cade su Alice Town.
Nelson guarda nella galleria l'ultima immagine riflessa. C'è un grande silenzio.
L'uomo in manette gli sorride, i suoi occhi brillano d'infanzia.
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