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| Harry Turtledove Colonizzazione fase 1 |
Colonization book one: second contact, 1998 - Fanucci - Il libro d'Oro, pagg. 631, L. 28000 |
Recensione di Silvio Sosio
Due piccoli misteri da risolvere, e che non vengono risolti; un evento di rilievo, e la scoperta di un fatto nuovo. Se cercate sul pianeta Terra uno scrittore capace di scrivere un libro di oltre 600 pagine con solo questo materiale e che tenga il lettore sveglio fino alla fine, ne troverete soltanto uno: Harry Turtledove.
Col ciclo dell'Invasione e questo nuovo ciclo che ne costituisce il seguito (inaugurando la nuova perversione della fantascienza seriale, il "ciclo di cicli"), Turtledove si è conquistato il titolo di Re della telenovela fantascientifica. Il suo metodo è semplice: non occuparsi tanto della storia in sé, quanto delle piccole storie personali di decine di personaggi. Nel ciclo dell'Invasione Turtledove aveva sfruttato questo metodo per tracciare un interessante - seppure a tratti discutibile - paesaggio globale, descrivendo l'impatto della Seconda Guerra Mondiale, e dell'invasione aliena, su esseri umani molto lontani fra loro geograficamente e culturalmente. L'affresco che ne derivava, pur con qualche stonatura, era senza dubbio interessante.
Nel primo libro di questo nuovo ciclo, ambientato quasi vent'anni dopo la fine della Guerra, col mondo diviso in due fra umani e Rettili e la flotta di colonizzazione che finalmente sbarca sulla Terra portando, fra l'altro, le prime femmine aliene, il metodo è lo stesso. Turtledove inizia il libro lanciandosi in una sequenza di brevi capitoletti di due o tre pagine l'uno, ciascuno dedicato a un personaggio nuovo o ripreso dal vecchio ciclo. E sono così tanti i personaggi messi in campo, che prima che uno di essi compaia per la seconda volta siamo già a pagina 82.
Se il ciclo dell'Invasione introduceva un elemento nuovo in un passato ben noto, l'epoca della Seconda Guerra Mondiale, questo nuovo ciclo è per forza di cose ambientato in un passato alternativo. In questi Anni Sessanta esiste ancora il Reich nazista, governato da Himmler; la corsa allo spazio è ben più avanti, con astronavi terrestri già arrivate su Marte e negli asteroidi; e la gioventù americana, invece di ispirarsi a Elvis Presley o ai Beatles, si ispira ai Rettili.
I Rettili. Questa razza di alieni invasori che da un punto di vista metaforico rappresentano gli americani odierni, coi quali condividono fino al minimo dettaglio la tecnologia: ora scopriamo anche che dispongono di una rete telematica estremamente simile a internet, con tanto di chat e newsgroup. Hanno anche grossi problemi con la droga (lo zenzero), che non riescono a fronteggiare a causa della poca severità delle punizioni che impongono a spacciatori e fruitori: almeno, questa è l'opinione espressa dall'autore. Tolto il livello metaforico, semplicemente non stanno in piedi.
Alla fine dei conti, sparare sul ciclo dell'Invasione e su questo nuovo ciclo della Colonizzazione assomiglia molto a sparare sul pianista. Resta il fatto, aldilà dell'annacquatezza, dell'incongruenza, e anche della evidente frettolosità con cui è stato scritto quest'ultimo romanzo, che la lettura è gradevolissima, e che una volta iniziate le 631 pagine volano via nel giro di pochi giorni. In questo, ci sentiamo molto vicini al Nanni Moretti di Caro Diario,, catturato suo malgrado da Beutiful. E noi non possiamo neanche chiedere lumi agli americani su cosa accadrà nel seguito, perché una volta tanto questo romanzo è uscito prima in Italia che negli USA, e temiamo che prima di vedere il secondo volume dovremo aspettare almeno un annetto.
| La macchina che uccide a cura di Ric Alexander |
Cyber-killers, 1997 - Mondadori - Millemondi, pagg. 351, L. 9.900 |
Recensione di Luigi Pachì
Dopo I tempi che corrono, antologia sui viaggi nel tempo, a cura di Bill Adler Jr. (Time Machines, 1998) esce il nuovo Millemondi dal titolo La macchina che uccide a cura di Ric Alexander. Con il sottotitolo "I crimini del futuro raccontati dai grandi maestri", quest'antologia è l'edizione italiana del lavoro che Ric Alexander ha prodotto nel 1997 con il titolo &brkbar; certamente più d'impatto &brkbar; di Cyber-killers. Questa nuova iniziativa Mondadori denota una ricerca per le antologie tematiche che va indubbiamente applaudita. Solo tre mesi fa è apparso il bel Millemondi Autunno sulle cronostorie, ed ecco, a ridosso, un altro lavoro che non si limita ad attingere dal mucchio di racconti stranieri di vario genere fantascientifico, ma che punta, invece, con una sua organicità, ad un'antologia tematica di grande attualità, sebbene molti dei racconti selezionati dal curatore siano un po' datati.
In questo libro, introdotto da Peter F. Hamilton, si parla di Internet, di cyberspazio di robot e di computer sotto l'aspetto del crimine informatico, del terrorismo sulla rete, di omicidi virtuali. La selezione dei racconti è sicuramente valida e trovano spazio nomi certamente noti agli appassionati quali Greg Bear, Joe Haldeman, Poul Anderson, Arthur C. Clarke, Robert Silverberg, Iain M. Banks, Frank Herbert, Dean Koontz, Robert Bloch, Harry Harrison, Larry Niven, Pat Cadigan, Kim Newman, Peter James e Jan Watson. E ci sono anche i grandi Philip K. Dick, James Ballard e Robert Sheckley. Insomma, un volume di tutto rispetto che vale indubbiamente l'acquisto.
Da un punto di vista strutturale La macchina che uccide è divisa in tre sezioni. La prima si occupa di terrorismo sulla rete, la seconda di crimini di robot, mentre la terza e ultima parte si sofferma sugli assassini virtuali. Da segnalare la presenza del racconto La musica del sangue di Greg Bear, scritto per Analog nel 1983 e che, successivamente è stato utilizzato per il suo romanzo omonimo pubblicato due anni più tarti (in Italia è stato pubblicato dalla Nord). In realtà racconto e romanzo sono molto differenti tra di loro, anche se l'argomento di fondo resta l'idea di ipotetici computer organici che potrebbero essere piccoli quanto una singola cellula.
Tra gli altri racconti si segnala anche Sam Hall di Anderson, che risale al 1953, ma che non pare essere così datato, l'unica storia poliziesca di Clarke della sua carriera intitolata Crimini su Marte (1960) e Conforto di Robot, pubblicato per la prima volta nel 1955 e proposto dallo stesso Bloch, poco prima di morire, al curatore. Intrigante, satirico e speculativo come sempre Sheckley che in Uccelli da guardia, scritto per Galaxy nel 1953 (i suoi anni migliori) ci offre un panorama da humor nero sulla sorveglianza poliziesca. Da notare anche Impostore, il racconto di Dick scelto per l'occasione. Si tratta di una storia basata su un robot killer che assomiglia a un uomo e che si trova in libertà. E' programmato per fare molto - ma molto - male... Anche questa storia, che apparve su Astounding nel 1953, è stata di recente opzionata per un film dalla Miramax.
| Daniela Catelli Friedkin, Il brivido dell'ambiguità |
Edizioni TransEuropa, pagg. 163, 25.000 |
Recensione di Marco Spagnoli
E' raro trovare libri critici che offrano chiavi di lettura tanto interessanti e affascinanti.
William Friedkin autore controverso di pellicole spesso assai differenti tra loro rimarrà ricordato perennemente nella storia del cinema principalmente per due film: Il braccio violento della legge (1971, 5 premi Oscar) e soprattutto per l'unico film che continua a suscitare terrore nonostante siano passati circa venticinque anni dalla sua uscita nel 1973 quando vinse due Oscar. L'esorcista con Max Von Sydow e Linda Blair è sicuramente il capolavoro di questo regista ancora attivo (il suo ultimo film Jade è del 1995) e l'autrice - una delle maggiori esperte italiane di cinema horror - segue con intelligenza e molto acume l'evoluzione e le scelte spesso anticonformiste di questo regista attento e intenso. Basti pensare che recentemente ripresentato nei cinema della Gran Bretagna L'esorcista ha scavalcato in una sola settimana gli incassi di Salvate il soldato Ryan e degli altri grandi blockbusters estivi.
Sotto gli occhi del lettore in questo agile volume corredato da una discreta documentazione fotografica scorre la carriera trentennale di questo regista quasi sessantenne, passando attraverso film noti e meno, e pellicole più o meno fortunate come quel famoso Albero del male di cui rimane famosa la sequenza in cui l'essere maligno insegue volando la preda che è il bambino di cui era - una volta - la baby sitter. Qualcosa di talmente terrorizzante che solo il pensarci fa venire i brividi.
Questo agile e accurato saggio sul regista di Vivere e morire a Los Angeles costituisce un'ottima occasione che unisce la possibilità di leggere un libro su un autore interessante come Friedkin con la prefazione di Dario Argento e la grande meticolosità di Daniela Catelli, già autrice dell'imperdibile guida al cinema horror Ciak, si trema (Theoria, 1996).
 
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