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racconto di Giuseppe O. Longo
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I sogni viventi Giuseppe O. Longo ha pubblicato un romanzo per Einaudi, "L'acrobata", e altri volumi mainstream che non sono passati inosservati agli occhi dei critici. Eppure, questo scrittore raffinato ed elegante non disdegna di cimentarsi con il fantastico, anzi, partecipa ai premi letterari e arriva persino a vincerli, come ha fatto con la prima edizione del premio Cristalli Sognanti di Settimo Torinese. Il suo genere preferito è il fantastico, come il racconto che gli ho pubblicato qualche anno fa nella raccolta "Fantasia" che ho curato per Stampa Alternativa, o come quello apparso nel Millemondi di questa primavera (lo stesso racconto vincitore del Cristalli sognanti). Ma qui su Delos avrete la possibilità di leggere un racconto di fs di Giuseppe Longo, e noni ci pregiamo di poter proporre questa novità. (Franco Forte)Il cielo è limpido. Il sole è abbagliante. Azzurro. Giallo. In basso si forma una chiazza diversa. Qualcosa oscilla. Soffia un vento torrido. L'erba spunta dagli interstizi. E' l'erba adesso che oscilla. Sembra un aeroporto abbandonato. Piastre di ferro. Le piastre sono forate. Dai fori spunta l'erba. Il vento va e viene. Porta odori lontani. Il sole scotta. L'erba è alta. Tocca qualcosa. Ci sono mani che vengono toccate. Ci sono occhi che vedono. C'è una pelle che sente. Qualcosa si è ridestato. Si odono suoni. Il fruscio dell'erba piegata dal vento. In fondo alla pista, lontanissimi, ci sono blocchi immensi. Edifici calcinati da quel sole giallo. Più lontano giganteschi alberi bianchi dai rami spinosi. Ancora più in là ci sono le colline. Gialle in quello sfascio di luce. Adesso il paesaggio è completo. Io sono nel paesaggio. Sento il mio corpo immerso nella luce, nel vento. Mi guardo le mani, l'erba oscillando le accarezza. Sono in piedi nel sole, ai margini del campo d'aviazione abbandonato. Laggiù si stagliano quegli hangar enormi che nascondono in parte le colline. Non so perché sono qui. Di me non so nulla.* * *
-- E questa manopola "ricordi" a che serve? * * * Ora mi sembra di ricordare. Sono venuto qui per sfuggire a qualcosa. O per cercare qualcosa. Qualcosa che sta forse dentro quegli hangar enormi. Bisogna che attraversi la pista. Mi sembra sconfinata. Quell'erba che oscilla sotto il vento sembra viva. Comincio a camminare sulle piastre di ferro. Dentro mi sento un gran vuoto sonoro. Cerco di orientarmi, ma smetto subito perché quel vuoto nasconde qualcosa di cattivo. Allungo una mano per scostare l'erba che mi assale ondeggiando da tutte le parti. L'erba vuole trattenermi, mi accarezza perché non vada avanti. Sulla mano vedo una cicatrice lunga e ramificata, biancastra. E' di pelle lucida e tesa, sottile. All'improvviso ricordo, sento un'ondata di nausea, mi devo fermare. Chiudo gli occhi, mi piego in avanti, mi stringo la testa fra le mani. Vedo delle chiazze rosse, il baleno di una lama. Sento le urla di Linda, un urlo più forte, poi il pianto. Un colpo alla mano. Scarnificare. Stia fermo, è impazzito? Mi lasci andare il braccio! Sua moglie... Mi costringo ad aprire gli occhi. Guardo gli hangar. Mi sono avvicinato un po', ma sono sempre lontanissimi. Nel sole sono abbaglianti. * * *
-- E questa manopola "persona" a che serve? * * * L'aria cambia lievemente colore. Sembra squarciarsi. S'intravvede nel cielo un groviglio di cavi, poi l'imboccatura strombata di un tubo lucido enorme. Dentro quella bocca spalancata, in una lontananza vertiginosa, si scorge un altro mondo. Il sole come una fiumana invade tutto il cielo, tingendolo di giallo, poi pian piano si ritrae e riprende le sue solite dimensioni. * * * L'uomo è al centro della pista. In lontananza anche le colline hanno subito una modificazione cromatica, poi si sono riassestate su piani leggermente diversi. L'uomo cammina a fatica tra l'erba alta che spunta tra le piastre di ferro. Gli hangar sembrano dilatarsi nel sole e nel vento. L'uomo si ferma e porta la mano alla tempia, dove sente un pulsare doloroso. La mano è attraversata da una cicatrice rossa e ramificata. L'uomo ha capito che si trova in Africa, in un luogo sperduto vicino all'Oceano Indiano. Il vento che soffia sulla faccia dell'uomo e fa piegare l'erba viene dall'Oceano Indiano. Il sole arroventa tutto. Il cielo sembra liquefatto. Camminando l'uomo sente una riverberazione sotterranea di sè, come se sotto le piastre camminasse un altro, capovolto, con le piante dei piedi aderenti alle sue. Là, pensa l'uomo, sono le mie radici, là c'è qualcuno che mi guida o che io guido, e che non vedrò mai. L'uomo pensa al passato, gli sembra che la sua vita si sia staccata da lui, che ci siano in lui due persone, una ha vissuto la vita, l'altra la ricorda. Una sta dentro, non sente nulla, è in un suo cieco tremore. L'altra è all'esterno, cammina sulla pista, ha una cicatrice sulla mano, sente il vento sulla faccia, tra i capelli, vede l'erba piegarsi nel sole. Una è quella che soffre, che sente le delusioni degli anni premere su una superficie elastica e sottile. L'altra, quella esterna, riflette, si domanda le ragioni di tutto. La prima non pensa, non si domanda nulla, si limita a sentire quel dolore. L'uomo esterno si domanda come sia giunto fin lì. Se fa uno sforzo riesce a ricordare tutti i particolari della sua storia, poi quando li ha messi in fila e li guarda, essi perdono all'improvviso ogni significato, lo fissano con occhi spenti. Lì non c'è nessuna spiegazione. La spiegazione dev'essere altrove. * * *
-- No, la rimetta su "io". * * * Un'altra ricombinazione cromatica, piani che si sfaldano oscillando, poi si ricompongono a fatica. Ricompare quell'imboccatura nel cielo, come una tromba, e dentro s'intravvede una lontananza. Il cielo si arriccia ai bordi, come se stesse per scoppiare. Poi tutto passa. * * * Ho camminato un bel po'. Gli hangar sono molto vicini. Forse è là dentro che si nasconde il significato vero della mia storia. Forse là c'è un destino che mi aspetta. Ma non è facile capire. Un tempo, quando sono arrivato, mi sembrava facile spiegare tutto agli altri, e anche a me. Non si ha niente, in una vita, e si vorrebbe tutto. Allora si soffre per Linda... perché lei era dentro un involucro trasparente e tenace, che la racchiudeva. Urtavo sempre contro l'involucro. Così amavo l'involucro. Lei là dentro si dibatteva, gridava altre cose, cose che io non sentivo. Solo quando si è messa a urlare su quel lettino ho visto con stupore che dentro l'involucro c'era qualcosa di vivo. Ma era troppo tardi, l'aveva già fatto. Dopo disse delle parole. Quelle parole vanno e vengono nel mio cervello come una ferita. * * *
-- E se gli cambiassimo mondo? * * * Ecco l'uomo davanti alla porta enorme dell'hangar. La porta è sprangata. Ma accanto c'è una porta più piccola. L'uomo allunga la mano verso la maniglia e la porta si apre subito. Dentro l'hangar c'è un chiarore diffuso. Adesso, pensa l'uomo, me ne starò qui in silenzio per un po', respirando appena, con gli occhi chiusi, guardandomi intorno, ma solo con la mente, come se mi offrissi nudo a uno sguardo sincero e misericordioso, perché so che oltre il rimpianto c'è solo un piccolo vuoto lucido e ricurvo dove potrei saltare senza farmi troppo male, attutendo il colpo con le mani e con le braccia allargate, come quando ci si butta da una costruzione di periferia, alta e stretta, sapendo che là in fondo c'è qualcosa, qualcuno... un essere indifeso e miserevole, intravvisto tempo fa, ma solo di sfuggita... Poi l'uomo apre gli occhi. Davanti gli passano rapide visioni. Una città notturna di case basse e giardini, illuminata da radi lampioni, che dorme sotto la luna. Una donna che porge qualcosa a un uomo stempiato in camice bianco. Un cavallo che pascola controluce su un prato verdissimo, in un fulgore dorato. Un quartiere di periferia tutto di caseggiati pieni di finestre, strade diritte e asfaltate. Per quelle strade non c'è nessuno. I casamenti convergono verso un cielo fumoso, spettrale. Una scalinata di marmo bianca come un ghiacciaio, su cui vola in tondo uno stormo di cornacchie. Le cornacchie respingono l'uomo. Da queste visioni l'uomo ricava un'altra inquietudine. L'attribuisce alla calvizie dell'uomo in camice, alla luce così fioca dei lampioni, a quel cielo scolpito sopra i casamenti di periferia, soprattutto al nero formicolare delle cornacchie. In quel formicolare stanno racchiuse le lettere di una parola, ma l'uomo non riesce a decifrarle. Sulla scalinata abbagliante c'è un piccolo apparecchio quadrato. L'uomo sale i gradini abbacinanti e si avvicina all'apparecchio. Sa che da lì uscirà tra poco la voce di Linda. Aspetta paziente il messaggio. In lui si fa strada una felicità calma e ostinata. Ma il messaggio non viene. * * * Intanto nell'hangar si crea una consistenza più soda, si allarga un chiarore, come di pomeriggio avanzato, ma in altre latitudini. L'uomo si ritrova su una spiaggia. Un mare di cobalto rotola onde tranquille sulla sabbia bruna. Sulla spiaggia davanti a sè l'uomo vede la Bestia. E' gigantesca, ha le zampe deformi, piene di gonfiori, la testa enorme sormontata da un corno ricurvo, la pelle scagliosa e corrugata, a placche, come i continenti di un pianeta vecchio. La Bestia è il centro della montagna, la voce dei secoli, il canto dell'Universo. La Bestia non ha bisogno di mostrarsi feroce per incutere terrore. Ma è un terrore lontano, sommerso, che l'uomo sente come un presagio. Forse la Bestia non è viva, ma l'uomo deve comportarsi come se lo fosse, e stare in guardia. L'uomo capisce che la Bestia domina quel mondo di mare e di spiaggia e che ogni azione dovrà essere sottoposta al suo consenso. Forse la Bestia è malata, nutre nel suo corpo gigantesco un'infermità che potrebbe generare infiniti altri mondi. E' quell'infermità che le ha corrugato la pelle e gonfiato le articolazioni. Il suo corno tremola nella luce soffusa del pomeriggio. Lontanissimi aspettano chiari cortili domenicali. Alati davanzali brillano nel tramonto. La Bestia esprime una sua pazienza incalcolabile e negligente. La Bestia è un enigma inespugnato. Chissà dov'è adesso l'uomo in camice con quelle mani, quelle mani... Nella periferia deserta una bambina non nata passeggia incontro al cielo... Linda. * * *
-- E questo groviglio, che cos'è? * * * La Bestia è immobile sulla riva di quel mare di cobalto. La sua pelle è corrugata dal tempo, è segnata di fiumi e di montagne, racchiude città, golfi e porti solitari, un mondo che si perde in prospettive immemori. L'uomo si avvicina. La Bestia è ancora più grande di quanto gli era sembrato prima. Le sue zampe sono colossali, affondano per metri e metri nella sabbia come lo zoccolo di un monumento. L'immobilità della Bestia contrasta con l'incessante rotolio delle onde. Nel cielo è sempre sospesa quella strombatura lucente, l'occhio di un altro mondo. D'un tratto scende da quell'occhio un'impalcatura complicata, al cui centro si trova una cattedrale in costruzione. Questa apparizione si staglia contro il cielo in cui vagano piccole nubi bianchissime, vaporose e smarrite. L'uomo non capisce il perché di quella cattedrale e di quell'impalcatura fitta di travi e di corde. Forse è un sogno, mormora, forse è la storia della mia vita. Forse è il messaggio di Linda. Linda vuol tornare da me. Intanto la Bestia ha battuto le palpebre, un battito che dura millenni. Il suo occhio si fissa nell'occhio dell'uomo. * * *
-- Chissà se adesso sta passando qualcosa attraverso quei cavi. * * * La terra all'improvviso si mette a tremare sotto i piedi dell'uomo, nella Bestia si aprono crepe immense, la sua epidermide rugosa si lacera e si formano lunghe fenditure da cui cola la polvere del tempo. La geografia del suo universo viene sconvolta. Nel cielo si muovono geometrici astri colmi di poligoni vuoti. La cattedrale prigioniera dell'armatura palpita come un viscere, poi si popola di creature minuscole piovute da quegli astri ciechi. Le creaturine vanno e vengono lungo i contrafforti della cattedrale, salgono sulle impalcature in una luce sfatta, vibratile, piena di vaporazioni. Il terremoto cessa. La Bestia è sempre lì. Le crepe nella sua pelle si rimarginano e lasciano nere cicatrici. L'uomo avanza verso una delle sue gambe. La Bestia malata emana un fetore insopportabile. Lassù il suo sesso turgido penzola enorme nel vuoto. L'uomo si avvicina e tocca la pelle rugosa della gamba. E' come una parete di cemento senza fine, piena di finestre e balconi. A queste finestre è affacciato un popolo innumerevole. In quei volti intenti l'uomo crede di riconoscere qualcosa. * * *
-- Cambiamo scala. * * *
La cattedrale con le sue impalcature corre verso l'uomo e si posa ai suoi piedi come un giocattolo. Gli giunge all'orecchio il vocio degli operai e dei muratori. Nella luce scialba che circonda la cattedrale si creano effetti fantasmatici. Ogni creatura ha il suo doppio, in una replicazione lenticolare. L'uomo vede le creature correre qua e là, a centinaia. Si china e sente levarsi urla di terrore. L'uomo si rialza e vede che la gamba della Bestia è diventata grande come una montagna. E' una parete cieca e accidentata. I balconi si sono richiusi, non ci sono più volti affacciati. L'uomo comincia ad arrampicarsi e giunge a una caverna che lo accoglie silenziosa nel suo ventre tiepido. Di nuovo gli sembra di essere due persone, quella esterna porta in giro l'altra interna. Quella di dentro soffre e ricorda qualcosa di molto lontano. Forse, pensa l'uomo, tutto questo dolore è il segno di qualcosa che non riesco a capire. Forse non c'è niente da capire. Forse le cose dànno dolore perché non vogliono dire niente. Questo pensiero dà all'uomo una certa consolazione. Nella caverna l'uomo ritrova la desolata periferia di palazzoni anonimi. Nell'aria è sospeso un perdurante crepuscolo. Per le strade non c'è anima viva, solo qualche alberello in lontananza. La bambina è scomparsa. Intorno c'è un'eco di sirene, come se avessero finito di fischiare un attimo prima. Nell'aria c'è un odore di etere. Linda. L'uomo attraversa piazze e portici, entra in un portone. A destra, sulla parete, una bottoniera con centinaia di pulsanti. Ogni targhetta porta una figura. L'uomo capisce che quelle figure narrano una storia. L'uomo interno è pieno di ansia, quello esterno continua a guardare i pulsanti. Su una targhetta c'è l'immagine della Bestia, che lo guarda con indulgenza. L'uomo preme quel bottone e ode la voce di Linda. Sali, dice la voce, ti aspettavo. L'uomo piange di felicità, poi s'incammina verso gli ascensori che vanno su e giù silenziosi tra un lampeggiare di lampadine. Le porte si aprono e si chiudono con fruscii smorzati, le luci ammiccano. L'uomo entra in una cabina, l'ascensore parte e si arresta subito. La porta si apre e l'uomo si trova davanti un corridoio bianco, lunghissimo, pieno di luce abbagliante. Non ci sono né porte né finestre. L'uomo comincia a camminare. Respira a fatica, la luce lo soffoca. La luce è così uniforme che non si vede niente. Dopo molto tempo che l'uomo cammina, la luce cambia colore, diventa più gialla. In lontananza l'uomo vede la fine del corridoio. C'è una porta rossa. L'uomo vi si appoggia ansando e la porta si apre sotto il suo peso. Dietro c'è una stanza. La stanza è grande, fresca, in penombra, piena di un soffio. Contro una parete vi è una macchina enorme, accanto alla macchina stanno due uomini.
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