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Ultime notti di Joe Smalto allo specchio

Salvatore Perillo è un autore che ha sempre fatto discutere. Difficile, secondo me, mettere in discussione le sue qualità stilistiche, ma certo i suoi racconti non seguono i consueti e più accessibili schemi della narrativa popolare. Quando si è cimentato per la prima volta con la difficile arte del racconto, Salvatore ha scritto "Il traguardo del nuvolario", vincitore di un'edizione del premio Alien, e dunque si è subito imposto all'attenzione del pubblico. Io stesso ho voluto un suo racconto nel Millemondi Mondadori che ho curato e che è uscito questa primavera, e sono convinto che quel racconto, "Gli inappartenenti", sia una delle più belle cose scritte non solo in Italia, ma in generale nella storia della sf. Molti lettori, invece, trovano difficile la sua scrittura, e ostico l'approccio ai suoi racconti. In poche parole, Salvatore Perillo lo si deve amare a prima vista o non si riuscirà mai a penetrare nei molteplici strati della sua scrittura. Il racconto che segue rappresenta perfettamente quello che dico. In realtà non è un vero racconto di fantascienza, ma più che altro un nero, o forse entrambe le cose e nessuna di esse. Ma è certamente un altro pezzo di bravura di Salvatore, e ho ritenuto crudele privare i lettori di Delos della possibilità di cimentarsi con la sua narrativa. Provate a leggere, ve ne renderete conto: o vi piacerà o vi lascerà sorpresi. Di certo, non passerà inosservato. (Franco Forte)
Sul tramonto scorrono bolle di ricordi abbandonati nel vento, pensieri smarriti che lasciano cicatrici sulle cose ferme come la sensazione passeggera d'un brivido profondo. Presto la sua rabbia si quieta distribuendosi come una cataratta sulle colline e dalle persiane scomposte tornano le voci alte, i movimenti rapidi dentro le abitazioni: ombre affaccendate sotto lampadine venticinque watt danzano intorno a brocche di porcellana ingiallita. Rumori dai cortili sordi e senza luna dentro Pollice sull'Arno, frazione ampia quanto mezza pagina dell'elenco telefonico.
La sera, in questo luogo specialmente, si abbandonano vicoli di fiat parcheggiate, auto con targhe necessariamente straniere disposte in pallottolieri ordinati secondo alfabeti locali. Sono scatole di latta tornate per riportare figli lontani, congegni meccanici corrosi dal tempo e dal sudore: non faranno più rumore a quest'ora, anime innocue quanto l'acqua santa piovuta sulle loro capote.
Adesso, ciò che resta della bufera aggredisce fette di terra contadine e strofinandosi oltre la periferia raggiunge la seicento multipla di Joe Smalto, la debole carrozzeria melanzana edulcorata da estati assai roventi. Davanti a lei tenebre tagliate da fari incapaci di divaricare il mondo intorno, tutti gli arcipelaghi, gli alberi silenziosi, le isole verdi sconosciute. Ma bisognerà attendere che la pioggia scolorisca l'espressione insistente della mezza stagione per ritrovare la felicità nell'estate del '67. Primo giugno toscano: nel nulla, campi di girasole incrociano i loro sguardi smarriti.
Joe avvolge le braccia nude sulla plastica del volante, ascolta la grandine pizzicargli il parabrezza, ferite e lacerazioni sui tergicristalli strizzati così velocemente che prima o poi s'intrecceranno. Non devo temere per le mie piante, s'incoraggia appoggiando il naso sul finestrino. Intanto, conta i chicchi di cristallo occupati a suonargli intorno, seppur troppo fragili perché mettano in pericolo la forte tempra dei suoi fiori.
Joe è sano come un pesce -- un pesce con l'ernia inguinale. Di fatto, lui ha un'ernia inguinale ed è convinto che solo se si strozzasse riuscirebbe a liberarsene del tutto. Perché, trovata finalmente la pace in corpo, non avrebbe più problemi nel sollevare i pesi del suo mestiere e perciò le vanghe, le cesoie, gli annaffiatoi, i concimi vegetali, tornerebbero leggeri come il pane.
Nel rigurgito fresco della vegetazione la seicento corre verso casa, benzina normale o super, miscele agricole bruciate con velocità parsimoniosa alle spalle. Il vento scivola, accarezza la lamiera, si deforma, scompone amori morbosi dalle vere passioni, urla incubi feroci, anatemi lanciati chissà quanto tempo prima, nel vento. La sua carezza aerodinamica si spegnerà sulla coda a forma di goccia dove traballa la targa esageratamente toscana.
All'incrocio con la provinciale un vecchio vende fulmini e saette sotto veloci nubi d'idrolitina. Pioggia frizzante distribuita sulle cose buie.
Un chilometro più avanti ci sono binari da scavalcare ed un treno in transito con moto lento e statale. Il locale delle 19,40 rallenta fino a fermarsi in prossimità del passaggio a livello, attende con pazienza che quella macchina passi oltre le rotaie per farsi ingoiare dal resto della campagna.
I binari. Quante volte Joe li ha attraversati senza mai prendere un treno, lui che cavalca solo mezzi con cerchioni gommati per andare e tornare dal paese. Nessun'altra lunghezza oltre quel percorso, otto chilometri, poi il vuoto nel cemento, un mondo microscopico saturato da fiori voluminosi, lontano dagli occhi indiscreti, al riparo dai pensieri, quando il vento si trascina in giro mietendo disordine e caos.
Nelle pozzanghere della casa colonica la seicento intinge la gomma scolpita. Joe apre lo sportello, e lo apre controvento, lasciandosi avvolgere dal fresco respiro della campagna, un alito trasformatosi in rugiada sul similpelle blu del sedile. Osserva rapidamente il piccolo campo æ tre metri due æ rigoglioso di helianthus annuus, magnifici girasoli, frutto del suo mestiere. Poi una corsa rapida verso casa, altrimenti la pioggia gli impregnerà le scarpe nuove. Da circa un anno regna la solitudine dietro l'ingresso, nessuno gli chiuderà l'ombrello.
Sul pavimento due lettere volutamente aperte ed un messaggio lasciato sullo stipite della porta: "Ho letto la tua posta, Joe. Non ne valeva la pena. Carta bruciata". L'ha firmato il postino.
Gli recapita ormai solo lettere vuote, buste senza parole, parole non dette, pettegolezzi sottintesi, sottolineature già sottolineate, sospetti insospettabili, bisbigli fastidiosi. Funziona così da un anno, appunto, è stato scritto soprattutto sui quotidiani: quella macchina, hanno detto, una Volvo berlina del '59, era ferma davanti casa Smalto numero 16, ma delle graziose sorelle svedesi nessuna traccia. Hanselisa e Beatagitte hanno trentanove anni in due. Le orme dei loro sandali conducono fino alla porta del contadino; sono le ultime tracce, poi più nulla. Praticamente disintegrate. Molti sospetti ma nessuna prova concreta, nessuna notizia. L'hanno sottolineato tutte le testate dei giornali locali, minacciandolo per settimane con caratteri cubitali: t'inchioderemo Joe, lo dobbiamo fare. Verità e bugie vendono le nostre copie.
Joe accende il televisore cercando immagini nitide da un apparecchio che monta un girasole per antenna. Eppure, mirabilmente, attraverso il segnale monocromatico della maremma, tra una banda nera e l'altra dello scorrimento verticale, appare una lontana partita dei mondiali, un miracolo anacronistico capitato per caso in quell'inutile aggeggio, vivace finale persa nel tempo, eterna prigioniera del vento.
Nello schermo del Radiomarelli i giocatori della lontana Nazionale trottano dentro gli undici pollici; attraversando quel campo da immaginare verde e rigoglioso, fraseggiano azioni con l'ombrello aperto tra le mani. Riprese televisive mai filmate rullano sotto lo stesso temporale: Piola, ancora Piola, due gol contro gli stranieri. A Firenze la gloriosa Italia di Pozzo è in onda per farci sognare ancora.
Mais per cena e due gol degli azzurri sono sufficienti per andare a letto.
In bagno, immobilizzato dalla verità dello specchio, Joe osserva i suoi nei che, come torbide gocce di sudore, gli scivolano lentamente dal volto per raccogliersi sul suo petto glabro. Sa che è il vento ad animarli quando bussa alla porta con quelle alte frequenze da radiocomando. La sua forza presuntuosa comanda vendette scrivendogli stigmate sulla pelle.
E' tardi e vorrebbe radersi, ma le lamette sono scadute. Potrebbe prendere il tetano, magari morirci per un tetano. Allora spegne le valvole del televisore con un click pastoso e si corica sul materasso. Ha chiuso la porta della camera con doppia serrata, per proteggersi dalle infiltrazioni psicologiche dei ricordi. Prenderà sonno sperando che domani non piova: i sogni possono degenerare spesso in incubi, ma lui corre volentieri questo rischio perché la notte senza sogni assomiglia troppo alla morte.
Questa mattina qualcuno, lassù in alto, ha deciso di accontentare il contadino toscano. C'è l'onesta luce del sole nell'aria, la casa colonica risplende come una macchia di ragù nel candore della campagna, altri colori ne esaltano i contorni rigogliosi, centinaia di incastri d'un puzzle dal quale affiorano i laghi dorati dei girasoli. Ecco la metafora dell'estate, la tonalità del Tirreno, la voce d'un mondo essenzialmente verticale.
Le strade tacciono ancora sotto l'alba e lui, con la vanga tra le mani callose, è con le giraffe vegetali per rifargli il letto fresco abbandonato dalla notte. Ogni tanto riposa. Quando lo fa, le osserva con orgoglio: le sue creature crescono sane, gli daranno semi da piantare ancora.
A volte capita, quando il cielo è coperto, che perdano l'orientamento cercando una sbavatura luminosa dalla quale spillare linfa vitale. Ma oggi no, non una nuvola giungerà per il resto della giornata, Bernacca l'ha giurato sul buon nome di mamma Rai. I fiori potranno seguire tranquillamente il moto apparente del sole, senza interferenze. Joe l'avverte nell'aria, sa che il vento non è forte abbastanza e forse, per un giorno intero, la sua ernia gli darà pace.
Come una cometa inattesa è giunto Carl Dago, l'uomo della musica, precedendo il polverone sollevato dal suo vecchio O.M. smaltato rosso: il tettuccio che è un insieme di altoparlanti, i sedili foderati da vecchie copertine dalle quali si può intuire l'intera storia della musica italiana e, all'interno di ciascuna di esse, tanto vinile corroso da puntine economiche.
Per un motivo della Pizzi ci vogliono cinquanta lire, urla al popolo della campagna, qualche centesimo in più per Modugno. Carosone non lo potete ascoltare per meno di cento: con lui riuscirete a sognare l'America.
Carl ha raggiunto la pensione nell'anno in cui i Beatles incidevano "She loves you" ma fino a quando avrà forza e benzina nel motore, il suo juke-box ambulante percorrerà ancora quella campagna portando la musica a chi non ha modo d'ascoltarla. E così, mentre i bifolchi ascoltano le note nazionali, lui prende il sole steso sull'erba ed è ormai talmente abbronzato da non trovare più l'ombelico. Vorrebbe morire ascoltando Morandi. Odia le colonne sonore.
Sporgendosi dalle foglie cuoriformi Joe agita il fazzoletto per attirare l'attenzione del mercante. Asciuga il sudore sul collo, poi gli ordina un Little Tony, che dà letizia alle piante e le fa danzare. Dago lo metterà sul conto.
-- Bella e di buon gusto, eh? -- commenta entusiasticamente la sua scelta.
Ma solo avvicinandosi a Dago intuisce che questi ha altri pensieri nella testa. Appoggiato al cofano del suo furgone, spella i lupini mentre prepara una domanda invadente:
-- Dimmi Joe: non era qui che sostava l'auto delle turiste scomparse l'anno scorso?
La reazione di Joe è pronta quanto imprevedibile. Lui giura, spergiura, gli mostra le mani callose, il sudore della vanga, le foto del matrimonio con Maria e la verginità del suo sorriso. L'ha dichiarato anche al maresciallo che non le ha mai viste. Se hanno bussato, io non ero in casa. Ero ondivago tra la folla del mercato per cercare un paio di calzini bucati perché costano meno, è stato messo anche a verbale. Quelle due non avevano senso dell'orientamento e si saranno perse nei campi. Perché dovrei avere un alibi, io, perché? Dio mi fulmini se le ho viste o sfiorate.
Nelle giustificazioni il suo alito si fa pesante, ha risposto ansiosamente a domande che il mercante della musica non gli ha mai posto.
In realtà Dago non perderebbe mai un buon cliente e per questo preferisce cambiare discorso:
-- Dimmi allora cos'hanno i tuoi girasoli, Joe?
-- Cosa vuoi che abbiano le mie piante: godono di buona salute!
Gli è bastato un attimo per esaminarle tutte.
-- E allora perché non si voltano verso il sole?
Joe perde molto del suo smalto. Che storia è questa? Doveva giungere "Il musichiere" ambulante per fargli notare quanto fossero malate?
Ci sono due minuti d'attesa. Esaurito quel vinile, il contadino intuisce la gravità della situazione: è vero, sembrano distratte, forse semplicemente incantate dalla luna. Credono di poter vivere di pallida luce riflessa.
A mezzogiorno il dottor Frank Burro assume l'aspetto d'un tracheotomizzato, il viso rosso e gravido, come se la serratura forzata della sua bocca non possa frenare le parole che vuole ad ogni costo articolare. E' sceso dalla Lancia poggiando una gamba e una stampella. Esamina attentamente i maestosi capolini prima di certificare il suo sapere elitario fatto di ricette su carta carbone:
-- Questo è davvero un caso lapalissiano... -- sentenzia con voce sostanziosa.
-- Male peggiore della cocciniglia... -- sottolinea il contadino.
-- Macché! Alludevo all'evidente stato d'eziolamento. Sono pallide e affaticate, credo gioverebbe loro prendere un po' di sole.
-- Lo penso anch'io, -- ammette Joe strofinandosi la mano sulla bocca, ma gli incisivi gli mordono le labbra per trattenere l'automatica risata di scherno.
-- E allora che aspetti? Portale qualche giorno sulla spiaggia, là sulla Versilia æ gli ordina indicando il mare.
Il discorso è limpido ma la rima non bacia. In realtà la vera medicina non esiste. Dottore o stregone, le sue piante non potranno mai guarire da un male senza nome, Joe le conosce da quando erano semplice semenza. Gli fa comodo credere che siano solo stanche, stufe d'irretire il contenuto del vento: una semplice indigestione di pensieri e segreti. Cose che Burro non sa curare.
Silenziose messaggere dell'estate, le lucciole cercano i volti più maestosi da illuminare; girano intorno ai girasoli con l'intima intermittenza del loro ventre, come semafori persi nelle strade d'una metropoli sconosciuta. Hanno però vita breve, perché bastano poche gocce di pioggia per farle precipitare nella promiscuità del buio.
Il vento appare più forte questa sera, rinvigorito dopo un giorno intero trascorso a cavallo delle onde marine. Prova con decisione a penetrare in casa Smalto insinuando i suoi bisbigli satanici dentro gli spifferi e le nenie incenerite giù per il camino. Così apre una nuova notte da trascorrere al tiro alla fune con la sua vittima contadina.
E adesso Joe, sciacquati gli zigomi nel lavabo, avverte il peso dei nei che gli giocano sul petto. Le piccole chiazze, diverse nella forma e nel colore, saltano acrobaticamente come pulci addestrate in un circo del futuro. Vanitose cercano la loro immagine riflessa nello specchio, disegnano due piccoli girasoli. Esauste, riprendono fiato.
Joe è fuggito da quel posto contagiato dal vento consapevole che in nessun'altra parte della casa troverà pace finché l'oppressione insistente dei ricordi resterà nell'ossigeno che ingoia.
Il rimorso è come una ventosa sul corpo, aspira l'anima attraverso la pelle. L'aria è una sfera da chiromante e gli racconta delle inquisizioni nei secoli bui, d'un polacco che diverrà Papa, di Tito Stagno e delle sue orme lasciate sulla luna. Ha paura Joe Smalto ma il suo sguardo diventa vigile, uno sputnik caricato a molla per proteggersi dai pericolosi presagi lasciati liberi come meduse vaganti.
Quando gli entra in casa ha vita facile il vento, in quelle stanze dove in passato si è consumato pane e violenza.
Joe vorrebbe nascondersi in cantina ma gli atomi che respira sono ormai vuoti nella memoria, evocazioni inquietanti, condanne e pentimenti: le molecole sfamano la brutalità dei buchi neri venuti ad aspirare la coscienza del suo essere inquieto. Fanno quel che vogliono d'un corpo in assenza di gravità.
Ha implorato i girasoli di lasciar liberi i ricordi, di non filtrarne ancora. Che il vento li spinga altrove, urla dentro la mente stanca, non affaticatevi oltre, l'ha scritto anche Burro sulla ricetta. Devono transitare in pace.
Ma i fiori sono sordi o non sanno rispondere.
Pregando si è distratto, perciò il vento ha sfogato la rabbia disintegrando e ricomponendo gli oggetti a suo piacere. Ed ecco che le foto del matrimonio con Maria attraversano lo spazio ed il tempo consumandosi nel servizio fotografico della disperata separazione.
No, non era una vittima la sua signora, avevano un tetto massimo di parole amare erogabili giornalmente e comunque altro non sapevano dirsi, nessuna gioia in comune. Prima o poi sarebbe sparita anche lei. Molte coppie lo faranno liberamente in futuro, lo consentirà anche un referendum: sono pettegolezzi raccolti nel vento.
Intanto, odiando Maria, prosegue la notte con la velocità dell'insonnia.
Questa è l'alba che gli etruschi hanno visto sorgere dalle stesse colline, molte volte secoli prima. Il gallo ha cantato tre volte allungando il collo sulla Balilla sepolta nel fienile. Poi è mutato in gallina.
E' una lumaca Joe quando apre gli occhi, non ha forza per alzarsi e si nasconde sotto le lenzuola come una lisca di pesce spolpata da gatti randagi. Prova vergogna leggendo i messaggi scritti dal vento sulle pareti della camera, parole che farebbero rabbrividire un istrice calvo. Si sente più disgraziato dei girasoli col torcicollo abbandonati nel campo, gradirebbe volentieri un gargarismo al cervello per liberarsi da tutto ciò che lo ha assediato e sconfitto durante la notte.
Si è alzato con timore e ha preso per colazione del buon Chianti, servito direttamente dalla bottiglia. Ha il viso tirato e stanco, orribile come una matita spuntata, quando l'espone alla verità dello specchio. Sarebbe inutile lavarsi con un sapone sporco di pensieri carnali.
Solleva lentamente la canottiera di puro cotone: i nei, almeno quelli, sembrano essersi calmati. Non a caso però, come costellazioni sulla pelle, hanno scritto due nomi stranieri: Hanselisa, Beatagitte. Si leggono bene, non c'è dubbio, tatuaggi che razionalizzano l'astratto sulla sua carne, compagni di viaggio verso la stessa fossa. Riesce perfino a distinguerlo il vento mentre agita la sua ira nello specchio: cento fazzoletti di carta, come gabbiani impazziti, girano sulla spazzatura del suo essere maledetto.
Ma Joe deve calmarsi, farsi più furbo del vento. Respirare.
Due minuti impastando mollica di pane in cucina, appoggiato alla lavatrice inox che centrifuga sporchi segreti. Passata la paura sarà più facile mentire. Eppure, qualcosa gli rimbomba nella testa, biglie clandestine nella stiva del Titanic in preda al panico, consigli avanzati dalla notte. Dovresti confessarlo al tuo parroco quanto poco amore ti resta intorno: due pesciolini rossi incastrati in barattoli monolocale arredati anni trenta, esseri a volte depressi, mangime e una goccia d'Ansiolyn due volte al dì. Per quanto tu possa prenderti cura di loro non basterà per sfuggire all'astuta indagine del vento.
Ha riposto i ricordi peggiori nel frigo avvolgendoli in buste ermetiche a prova di coscienza, ma è troppo tardi per creare altro freddo intorno: il tempo scioglie il ghiaccio e non nasconderà a lungo Joe Smalto da sé stesso, inutile sperare che il gelo cancelli ogni traccia, non può essere così facile. Avrebbe dovuto pensarci prima, tutte le volte strappava le erbacce malefiche dalle radici, quando i rimorsi sbucavano come talpe dal sottosuolo riportando alla luce i peluche sbiaditi, le trecce bionde, i dinosauri di pezza. Gli evidenziatori al sangue.
C'era poco da stupirsi se elfi e libellule metalliche marciavano nel suo piccolo campo scortando Venere di Milo in minigonne ombelicali, soldatini di piombo pronti ad infierire sulle sue scarpe. Le scarpe, tutto ciò che continua a piangere sotto le suole: concimi organici, trecce bionde sepolte, urla, pietà negate, pianti, mosaici impotenti, atroci silenzi. Bugie.
Dinanzi alla casa maledetta dai ricordi il maresciallo George Sabatini ascolta la musica offerta da Dago. Agita nervosamente il taccuino intingendolo nell'aria umida: ha scritto confessioni e condanne sui quadretti ad anelli e si aspetta che i girasoli gli spifferino segreti con i quali riempire l'ultima pagina. Solo così potrà datare la copertina e andarsene in pensione.
Stanno parlando della casa maledetta dai ricordi.
Ed ecco che il coro degli Abba s'insinua negli altoparlanti dell'O.M. rosso sovrapponendosi all'introversa musica d'Endrigo. Vengono dall'Europa degli anni settanta, sono sponsorizzati dal vento.
Sul tetto della casa colonica le rondini hanno sfamato i piccoli e corrono in cerca d'altri insetti. Torneranno al nido per ingoiare i loro figli e migreranno altrove per accoppiarsi ancora.
E' stato solo un attimo di brutale incertezza scesa vertiginosamente nell'aria che ha termine quando Joe apre la porta e poi, senza gesti o parole, rientra in casa.
Il maresciallo sa che è tempo di riempire il suo taccuino. Con passo marziale si avvicina all'ingresso per spiare il contadino dietro la porta semi aperta; Joe si lascia spiare dietro la porta semichiusa. Sta scegliendo pantaloni e mutande da imbucare in valigia. Entrano più mosche che non mosche in quella casa ora che non c'è più la corrente ad impedirglielo: la corda si è spezzata, i rimorsi insaziabili hanno fatto abbastanza, Joe dovrà indossare un vestito trasparente per metterlo a disposizione di giudici e giurati.
-- Non chiedermi perché albergano cani e lupi nella mia mente, -- sussurra al sottufficiale quando sale sull'Alfa -- Tu non puoi capire. I carabinieri vivono con le manette nascoste dentro i portafogli, qualche volta sfogliano i quotidiani. Leggerai di una mamma straniera, delle sue lacrime che, venute giù per anni, hanno formato stalagmiti salate e la gente pagherà il biglietto per vederle, mettendosi in fila come a Lourdes. In verità, George, cercavo la bellezza che Maria non aveva dentro la sottana, desideravo un po' di manutenzione per la mia maledetta scatoletta di carne.
E' la peggior confessione ascoltata in trent'anni di gloriosa Benemerita, parole che fanno perdere a Sabatini il controllo della nazionale appena accesa.
Ed anche Dago, per un attimo lungo quanto una vita, tace la vergogna scritta sul volto. Ora che il contadino abbandona la sua terra, vorrebbe dirgli cose disgustose ma si limita a riflettere. Pensa che i treni non s'inchineranno più per Joe Smalto e che i girasoli cadranno come stuzzicadenti quando la scientifica scaverà nel campo.
Non sarà presente il mostro di Pollice sull'Arno quando i girasoli guariranno da tanto male, né quando i gendarmi calpesteranno le loro radici.
Cercando per l'ultima volta il sole si torceranno crepitando un po'. Si abbracceranno su una terra talmente insanguinata da ustionare le radici di qualsiasi altro fiore. Una volta recisi, moriranno senza urlare quanto fa male.
Cadendo, disegneranno una croce.
Se avete racconti che ritenete adatti per Delos, inviateli alla Redazione Narrativa di Delos, delos.script@fantascienza.com: saranno letti e accuratamente valutati dai nostri editor Franco Forte ed Emiliano Farinella.

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