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Un bel giorno d'aprile di tanti anni fa

Luca Masali è una vecchia conoscenza dei lettori di Delos, e uno dei nostri più prestigiosi autori. Questo breve racconto che pubblichiamo è già apparso nei mesi scorsi sulla rivista di letture "Pulp", quinbdi forse a qualcuno è già noto, ma ci è sembrato giusto metterlo a disposizione di tutti coloro che apprezzano le grandi qualità di scrittura di Luca e che si limitano, bontà loro, a soddisfare le proprie esigenze di lettura aprendo ogni mese le pagine elettroniche di Delos. (Franco Forte)
Un bel giorno d'aprile di tanti anni fa, Ramon in piedi sul Puente de la Renteria pisciava nel greto asciutto del rio Oca.
Un bel giorno d'aprile di tanti anni fa, Matteo Campini si accomodava nello stretto seggiolino della gondola ventrale di un grosso e sgraziato trimotore di legno e tela. Quasi assordato dal fracasso dei tre motori Alfa Romeo, infreddolito e intontito dal mal di testa, segno di un incipiente raffreddore, appoggiò gli occhi sulle lenti gelide del traguardo di puntamento Jocca. Con la mano indicava al pilota la rotta da seguire, finché il ponte non fu esattamente al centro del reticolo.
Ramon aveva appoggiato la carabina al parapetto del ponte. Era stanco e sfiduciato, la brigata basca a cui apparteneva era stata costretta a una ritirata disperata dall'attacco dei franchisti guidati da Garcia Valiño.
Distratto dal ronzio dei motori, sollevò lo sguardo e rabbrividì nella lercia divisa della milizia repubblicana. La sagoma dell'aereo era perfettamente visibile sullo sfondo del cielo terso. Se fosse stato un esperto di araldica militare, i tre sorci verdi dipinti sulla fiancata gli avrebbero fatto capire che si trattava di un Savoia Marchetti SM 79, un gobbo maledetto della Regia Aeronautica italiana. Visto che invece nulla sapeva di aeroplani, poté cullare l'illusione di trovarsi davanti a un Potez russo, e si augurò stancamente di veder uscire dal portellone ventrale spalancato i paracadute rossi delle casse di cibo e medicine che i sovietici avevano promesso alle stremate truppe basche rifugiate a Guernica.
Il pilota inclinò il Savoia Marchetti in una lenta virata sulla verticale del ponte. Il sole accese riflessi dorati sulla tela tesa dell'ala. Campini sbirciò i tetti delle case di legno della cittadina basca attraverso il finestrino sporco d'olio e di moscerini spiaccicati. Scacciò il sonno sfregandosi vigorosamente gli occhi. Si augurò che finisse presto, non vedeva l'ora di rientrare a Vitoria e mettersi a letto a curarsi il raffreddore.
Un po' preoccupato, Campini scrutò il cielo nella direzione in cui il trimotore inclinato nella virata offriva il ventre indifeso ad eventuali caccia nemici. Ma tutto sembrava andare per il meglio, in quel bel giorno d'aprile di tanti anni fa.
Poi qualcosa accadde. I capelli gli si rizzarono in testa, quando d'improvviso il rumore dei motori cessò di colpo. D'istinto si aggrappò alle maniglie della cabina, con lo stomaco in subbuglio. Pulì col guanto un rigurgito di acido gastrico all'angolo della bocca, che rimase grumo schifosissimo appiccicato al cuoio crudo dell'indumento.
Strinse gli occhi e tese i muscoli, aspettando il violento scodinzolare della carlinga in seguito all'inevitabile stallo che avrebbe seguito il blocco simultaneo dei tre motori. Un rumore terribile gli arrivò alle orecchie: tap-taptap-tap come il tamburellare de
i proiettili che attraversavano la tela delle ali, probabilmente sparati da un caccia Rata dell' Aviacciòn Nacional
Quando Campini osò respirare di nuovo, dopo lunghi secondi di angoscia, si convinse di essere impazzito del tutto. Non riuscì a staccare lo sguardo dall'ombra che il trimotore proiettava sulle case di Guernica. La chiazza scura era immobile in modo innaturale.
L'aereo sembrava inchiodato nel cielo, le eliche bloccate scintillavano al sole, anche l'aria era straordinariamente calma. Tutto era silenzioso in modo soprannaturale, al punto che il martellare del suo cuore gli sembrava un tamburo da parata.
L'unico rumore era quell'ipnotico tap-taptap-tap
Doveva reagire per salvaguardare in qualche modo la sua sanità mentale. A fatica allentò il moschettone della cintura di sicurezza, e strisciò lungo la stretta botola che separava la postazione ventrale dalla cabina di comando.
I piloti erano immobili al loro posto. Occhi ciechi guardavano le lancette ferme degli strumenti. Il cervello da pilota di Campini prese atto del fatto che i contagiri dei motori erano in arco verde, segnalando il perfetto funzionamento degli Alfa Romeo Se i lobi frontali acquisirono l'utile informazione, la corteccia cerebrale rifiutò di considerare la questione, ben altre erano le priorità da elaborare
Tap-taptap-tap
Tastò con le dita i polsi degli ufficiali. La carne era tiepida e dal colorito sano, ma in quei corpi non c'era battito né respiro. Saggiò la consistenza dei bicipiti, cercando la rigidità del rigor mortis. Il tono muscolare era elastico e i tessuti turgidi
Tap-taptap-tap
Il rumore sembrava provenire dal ventre oscuro del vano di carico, dove erano stivate le bombe incendiarie da mezzo quintale. Campini inspirò profondamente, impugnò la pistola d'ordinanza e con un calcio spalancò il portello.
-- Chi va là? Fermo o sparo!
Gridò con una voce che suonò stridula alle sue stesse orecchie.
Qualcuno rispose, con una strana intonazione tra lo stupito e il seccato.
-- Chi diavolo è? Sto lavorando, per Dio!
La voce sembrava venire dall'esterno dell'aereo, ed era così profonda e possente da mettere in vibrazione il compensato marino della carlinga.
Colto di sorpresa, Campini scandì
-- Campini Matteo, ufficiale dell'Aviazione Legionaria Nome e grado, da me non saprete altro!
L'assurdità della situazione gli acutizzò il mal di testa. Cos' era quella voce soprannaturale? Forse Deglutì. No No, diamine! Era troppo profondamente ateo per crederci davvero Tuttavia
-- Ehm nostro Signore?
La voce possente scoppiò in una risata assordante.
-- Signore un accidente! Non sono un fottutissimo ufficiale, fascistello testa di cazzo che non sei altro!
Campini si ricordò che difatti l'ufficiale era lui, e pure l'aereo era suo!
-- Basta con gli scherzi! Esci con le mani in alto!-- Gridò.
Un fumo aromatico e azzurrognolo penetrò attraverso le feritoie delle mitragliere laterali. L'istinto del pilota gli urlò nel cranio l'antico terrore di ogni aviatore: Incendio a bordo!
Col cuore in gola si precipitò alla cupola della mitragliatrice per scoprire l'origine del fumo. Col naso schiacciato contro il vetro corazzato cercò di dare un senso a quello che vedeva La mascella gli cadde.
Sotto di lui le case di Guernica biancheggiavano al caldo sole di aprile, in schiere ordinate lungo il rio Oca
Un'ombra si allargava sulla città. Enorme. Delirante. Folle di paura, Campini appoggiò la fronte contro il duro schermo di vetro. Il sudore gelido gli appiccicò la pelle alla cupola.
Sotto di lui, prendevano forma i contorni di una figura. L'ombra di un uomo seduto a una scrivania, di fronte a una monumentale macchina per scrivere... la cosa aveva acceso un enorme sigaro avana. Il cilindro di tabacco si allungava per almeno quattro isolati E dalla punta incandescente si alzava il fumo azzurro, aromatico, che invadeva la cabina del Savoia Marchetti.
-- Mio Dio Ma chi sei?
Balbettò Campini.
La voce aveva cambiato completamente tono. Se prima era carica di collera, ora era gonfia di disprezzo.
-- Io sono Ernest Hemingway, scarafaggio Vorresti farmi credere di essere un personaggio?
-- Come?
La monumentale ombra scosse la testa.
-- Che schifo! Un personaggio deve odorare di tabacco, sperma e testosterone! E tu Tu puzzi di paura, aspirina e brillantina da due soldi. Come diavolo sei capitato nel mio racconto?
-- Qua.. quale racconto?
L'ombra indicò la macchina per scrivere con un ampio gesto teatrale.
-- Io scrivo della Guerra di Spagna, di uomini grandi dietro grandi scudi, di uomini veri che sanno per chi suona la campana Che ci fa una nullità come te nel mio testo? Chi ti ha messo sulla mia strada?
Impacciato, Campini cercò di mettere insieme una risposta.
-- Io? Beh, offrirmi volontario è stato utile per la mia carriera.
-- Tu e i tuoi complici state per massacrare Guernica e non sapete nemmeno cosa state facendo. Tutti innocenti, tutti comandati, tutti lì per caso, per la carriera, perché gli ordini non si discutono, vero? Tu non sarai mai un personaggio, perché non sai nemmeno che cosa significa vivere. Sei uno spettatore della tua esistenza, un verme senza spina dorsale, una nullità.
Detto questo, l'enorme mano dell'ombra strappò di rabbia il foglio dalla macchina per scrivere, lo appallottolò e lo gettò lontano con rabbia. Il sole dissolse l'inquietante macchia scura. I contorni tremolarono, mentre svaniva al sole la chiazza sembrò trasformarsi per un istante nell'immagine di un cavallo morente.
Alle orecchie di Campini giunse come una liberazione il cupo rimbombo dei tre motori. L'aereo proseguì la sua virata, e lui dovette aggrapparsi all'intelaiatura del portellone per non cadere. Il secondo pilota lo guardò sbigottito.
-- Capitano Campini, che ci fate qui? Presto, tornate al vostro posto di combattimento, dobbiamo sganciare!
La bomba legionaria non lasciò a Ramon il tempo di chiudersi la patta, un bel giorno d'aprile di tanti anni fa.
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