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a cura della redazione


Recensioni librarie




THOMAS RICHARDS, IL MONDO DI STAR TREK
recensione di Silvio Sosio

Thomas Richards, Il mondo di Star Trek, The meaning of Star Trek, 1997, tr. Libero Sosio - Longanesi 1998, pagg. 220, Lire 26.000

Dopo il successo di critica e di pubblico riservato a La fisica di Star Trek di Lawrence M. Krauss, la casa editrice Longanesi sembra aver scoperto un filone d'oro, e si sta lanciando nella pubblicazione in serie di saggi dedicati a Star Trek. Evidentemente, seppure seguaci di una serie televisiva, gli appassionati di questa serie non hanno perso il gusto per la lettura, il che va a loro onore.
Se il libro di Krauss usava Star Trek come punto di partenza per affascinare il lettore con interessanti speculazioni scientifiche, il saggio di Richards è specificamente dedicato alla serie, tentando un'operazione alla quale fino ad oggi, almeno in Italia, non avevamo ancora assistito: una vera e propria analisi simbolica di Star Trek. Questo obiettivo è abbastanza chiaro nel titolo originale del libro, The meaning of Star Trek (il significato di Star Trek), mentre l'editore italiano, forse meno "pratico" dell'argomento, ha preferito porre l'accento su un aspetto meno centrale, la costruzione di un universo coerente all'interno della saga.
L'idea di Richards è senz'altro interessante, anche se - come del resto avviene spesso in analisi di questo tipo - a volte ci si chiede se davvero gli sceneggiatori, quando hanno battezzato "Providence" quel tal pianeta o quando hanno chiamato "Madred" quel tal personaggio, avessero davvero in mente le motivazioni profonde che Richards attribuisce loro.
Richards prende in esame tutte e quattro le serie, ma si concentra soprattutto su quelle più recenti, le più omogenee dal punto di vista dell'ambientazione e del messaggio. Il primo tema preso in esame, per esempio, è quello della Prima Direttiva, la legge della Federazione secondo cui è vietato interferire nello sviluppo di altre culture. Richards nota subito come la Prima Direttiva venga in effetti applicata solo alle culture più primitive, mentre con popoli alla pari o superiori alla Federazione, come Klingon, Romulani o Borg il rapporto sia basato su altri criteri. Per la verità, se non andiamo errati la Prima Direttiva dovrebbe applicarsi solo a quelle culture che non sono ancora in grado di viaggiare fra le stelle. Dopo un ragionamento piuttosto stimolante, Richards arriva alla conclusione che sia in effetti impossibile rispettare la Prima Direttiva fino in fondo, inventandosi una sorta di principio di indeterminazione di Heisemberg applicato al sociale: come gli elettroni, anche le società primitive vengono influenzate dalla semplice osservazione.
L'argomento presenta un notevole interesse anche in vista dell'uscita del nuovo film di Star Trek, che dovrebbe intitolarsi proprio Prime Directive.
Addirittura, nel terzo capitolo Richards si spinge fino a trattare il rapporto di Star Trek con il mito.
Il libro è ben documentato, ricco di riferimenti a episodi, soprattutto delle tre serie più recenti (la classica risentiva troppo delle pressioni del network ed era quindi meno coerente con se stessa). Richards dimostra di conoscere molto bene il suo argomento, ma qui emerge anche il suo più grosso limite: l'autore è un appassionato di Star Trek, e spesso ne perde di vista i limiti. In alcuni casi si evidenzia anche un effetto che a volte emerge nei fan più convinti, ovvero la tendenza a giudicare il mondo sulla base dei valori di Star Trek, anziché il contrario. Richards non perde occasione per dichiarare la superiorità di Star Trek su tutte le altre serie televisive, su tutti gli altri cicli di fantascienza, in poche parole su tutto ciò che possa essere incluso in una categoria che includa anche Star Trek. In alcuni casi le sue asserzioni sono anche errate (per esempio, Star Trek non è la serie televisiva più longeva, né in termini di episodi né in termini temporali; basti pensare a Sentieri che andava già in onda alla radio quando ancora la TV non esisteva). In altri casi dimostra una certa ignoranza della fantascienza (non a caso cita sempre le stesse opere, la serie di Fondazione di Asimov, Dune di Herbert e Guerre Stellari). Questo continuo tentativo di affermare il valore di Star Trek, un'apologia di cui la serie non ha certo bisogno, risulta spesso abbastanza fastidioso.
Tuttavia, seppure discutibili, o forse proprio per questo, molte sue considerazioni sono davvero stimolanti, e rendono il libro un buon punto di partenza per cominciare a pensare a Star Trek in termini un pochino differenti da quelli consueti.
Un consiglio: dopo aver acquistato il libro, togliete la sovracoperta stile "catarifrangente", almeno durante la lettura. Potrebbe causarvi gravi danni alla vista...


MICHAEL JAN FRIEDMAN, IL NAUFRAGO DEL TEMPO


recensione di Marco Spagnoli

Michael Jan Friedman, Il naufrago del tempo - Fanucci 1998, pagg. 246, Lire 12.000

Ricordate l'episodio di Star Trek: The Next Generation in cui l'Enterprise di Picard arrivata sul luogo di un incidente avvenuto oltre settanta anni prima ritrova - bloccato e salvato nel diagnostico del teletrasporto della nave stellare Janolen - nientedimeno che il Capitano Montgomery Scott, vale a dire l'ingegnere capo Scotty della serie con Kirk e Spock? Ebbene, questo libro ispirato alla sceneggiatura scritta da Ron Moore è l'adattamento romanzato di quella puntata Tv, di cui ha lo stesso spessore e la medesima forza.
Un po' per il personaggio, un po' per la storia efficace e intelligente, il libro scritto con molta perizia e divertimento dal "veterano" dei libri trekkiani Michael Jan Friedman, presenta molte piacevoli caratteristiche. Innanzitutto quello di raccontare con sagacia uno dei più simpatici e importanti crossovers tra le varie serie, poi, per staccarsi dal pedissequo seguire la sceneggiatura, Friedman racconta la storia dell'impaziente e antipatico guardiamarina Kane che cerca di entrare in contrasto con Riker dimenticando i valori della Federazione. Inoltre - a tutto questo - va aggiunto il nostalgico richiamo alla serie classica e ai suoi protagonisti che - se negli episodi Tv non possono apparire com'erano una volta (se si eccettua il costosissimo Troubles and Tribblations 'remake computerizzato' della puntata con protagonisti i triboli cui sono stati aggiunti digitalmente gli attori di Deep Space Nine), nei libri possono apparire molte volte senza dispendio di denaro e di trucchi cinematografici. Insomma, una lettura divertente se non esaltante di una delle avventure più belle intraprese dall'equipaggio dell'Enterprise D, per esplorare un mondo meccanico che ha imprigionato dentro di sé una stella.


PETER DAVID, IMZADI


recensione di Marco Spagnoli

Peter David, Imzadi - Fanucci 1998, pagg. 378, Lire 12.000

La passione per Star Trek e il volere spiegare e raccontare eventi particolari può alle volte fare qualche guaio ed uno di questi casi è proprio questo Imzadi scritto da Peter David senza un minimo di coordinamento con la produzione. Già altre volte avevamo riscontrato delle discrepanze, ma in questo caso la situazione è davvero "pericolosa". Imzadi, infatti, racconta della morte di Deanna Troi sull'Enteprise D durante le trattative di pace con i Sindariani, popolo nemico dei Betazoidi e non solo. Riker si sentirà frustrato tutta la vita e alla morte di Lwxana Troi deciderà di tornare indietro nel tempo per ravvivare quel legame con la sua Imzadi, la parola betazoide che indica l'anima gemella e salvare Deanna. Senza sapere come, né perché.
Oltre a essere un romanzo un po' banalotto, un po' Blue moon, Imzadi ha il grande difetto di non tenere conto di come la situazione Riker-Troi evolverà con Worf che diventerà il grande amore di Deanna. A parte questo poi le incongruenze sono tante tra cui Data comandante della futuribile Enterprise F (mentre noi sappiamo che probabilmente Data finirà a insegnare a Oxford) e una serie continua di stridenti contrasti con la serie Tv. Inoltre che dire dei personaggi con un Riker che sembra solo "un gran porcone" in cerca solo di donne e successo e una Deanna che non ha alcun motivo di innamorarsi di lui eppure inspiegabilmente lo fa?
Se verso il finale qualcosa sembra ravvivarsi, il romanzo nelle sue prime duecento pagine è veramente noioso con tante imprecisioni che fanno sembrare l'azione più simile a quella di certi polizieschi di serie B che a un episodio di Star Trek. C'è un punto dove addirittura gli uomini della Federazione vengono definiti come "i Federali" che per antonomasia sarebbero gli uomini dell'FBI. Insomma, un brutto libro che sebbene abbia l'intento lodevole di raccontare la storia d'amore di Riker e Troi riesce solo a fare confusione senza nulla aggiungere allo splendore fantascientifico della serie.


GREGORY BENFORD, FONDAZIONE: LA PAURA


recensione di Alberto Mingardi

Gregory Benford, Fondazione - La Paura, Foundation's Fear, 1998 - tr. it. Piero Anselmi - Mondadori, pagg. 526, L. 32.000

Rivitalizzare un grande "ciclo" come quello della Fondazione asimoviana non è cosa facile: lo stesso Asimov, mettendo mano negli ultimi anni di vita a un presunto progetto di unificare la sua incoerente "storia futura" sul modello heinleiniano, riuscì soltanto a far cassetta, replicando temi, modelli e situazioni triti e ritriti, con il suo stile classico e leggibile ma ormai inattuale.
Di tutt'altro stampo l'operazione di Gregory Benford.
Vera avanguardia della "hard" science fiction made in U.S.A., Benford - all'attivo romanzi memorabili come Timescape e, analogamente a Jerry Pournelle, una carriera scientifica di primo piano fra la NASA e la Casa Bianca - non si rassegna al ruolo di scrittore di tie-in.
L'intera operazione che ha portato a questa nuova trilogia imperniata sui personaggi asimoviani parla sì al grande pubblico, ma intende parlare con logica, coerenza ed intelligenza.
Anzitutto, l'opera più notevole di Benford è l'umanizzazione dei personaggi. Hari Seldon e la sua compagna robotica, Dors Venabili, incominciano qui ad "avere tre dimensioni", il clicche' del "contadinotto-pudabondo-matematico-emigrato in una grande citta'" che contraddistingueva la caraterizzazione asimoviana.
E tutto ciò, soprattutto, riesce a farlo senza grandi "stacchi", anzi inserendosi perfettamente nel ciclo, presentandolo come logica conseguenza degli avvenimenti già immaginati dal Buon Dottore.
Non solo: notevole è l'adeguamento dei concetti scientifici alle nuove frontiere ormai raggiunte: i balzi iperspaziali si appoggiano ora alla più moderna teoria dei cunicoli, si intravvede anche Internet "grande Rete", ma soprattutto Benford parla al cuore dei lettori di oggi tramite due figure, le "simu" (simulazioni di personalità) di Giovanna D'Arco e Voltaire. L'autore trova dunque il modo - un po' artificioso, a dire la verità - di riprendere due individui storicamente esistiti, di porli in un contesto nuovo e di mostrare al lettore la reazione di queste due straordinarie figure, tutto fuorchè rassegnate alla loro attuale situazione.
Ma è anche un'occasione per uno sguardo originale sul rapporto Ragione/Fede e, indirettamente, sulla natura umana che è un compendio di entrambe. E sull'Amore, che se entrambe separatamente escludono - chi per un verso, chi per l'altro -, assieme invece celebrano e realizzano.
Non poche le, se non critiche, "osservazioni" che Benford pone allo scenario asimoviano di base, a partire dallo stesso concetto di psicostoria.
Tutto questo in un romanzo veloce, scattante, in cui, a differenza dei vecchi Foundation, "succede qualcosa" che premia decisamente, appunto, l'"orgoglio" di Benford ed apre nuove prospettive per un ciclo che a quanto pare non si rassegna a scomparire con il suo ideatore.


GROUCHO MARX, SE MI SPOSI NON GUARDERO' MAI PIU' UN ALTRO CAVALLO


recensione di Silvio Sosio

Groucho Marx, Se mi sposi, non guarderò mai più un altro cavallo, a cura di Marco Spagnoli - Millelire Stampa Alternativa 1998, pagg. 28, Lire 1.000

Be', non si tratta esattamente di un libro di fantascienza, questo è chiaro, tuttavia ci sentiamo di segnalarlo intanto perché l'autore - o meglio, il compilatore - è il nostro mitico inviato speciale Marco Spagnoli, e soprattutto perché, con sole mille lire, è possibile mettersi in tasca un breviario delle famose battute di Groucho Marx, uno dei più grandi comici del secolo, padre del genere demenziale che tanto successo ha avuto in anni recenti. Marco Spagnoli con molta pazienza ha riunito oltre cento battute e aforismi e li ha raccolti per argomento. Un libretto da leggiucchiare sfogliandolo a caso quando annoiati non si ha voglia di fare altro, ricordandosi che, come diceva Groucho, "è molto più piacevole leggere i pensieri di qualcun altro che pensarne di nuovi da soli".