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recensioni

- Michael Bishop, Il tempo è il solo nemico
Tit. or. No enemy but time
Cosmo Argento, Nord, L. 22.000
- Mike Resnick, Nell'abisso di Olduvai
Tit. or. Seven views of Olduvai Gorge, Bibi, Bully, trad. di Nicola Fantini
Cosmo Argento, Nord, L. 22.000
- Dan Simmons, Endymion
Tit. or. Endymion, trad. di G.L. Staffilano
Superblues, Mondadori, L. 32.000
- Bruce Sterling, Fuoco Sacro
Tit. or. Holy Fire, trad. di Daniele Brolli
Fanucci, L. 25.000
- Bernard Wolfe, Limbo
Tit. or. Limbo, trad. di Vittorio Curtoni
Narrativa Nord, L. 26.000
- Sospesi nel tempo
Tit. or. The frighteners, regia di Peter Jackson
Con Michael J. Fox, Trini Alvarado - Prod. Robert Zemeckis
Distribuzione UIP - Durata 115'
recensione di Francesco Grasso
Ci sono, fondamentalmente, due modi in cui un romanzo
di SF può colpire il lettore: può intrigarlo con
la forza e l'originalità delle sue idee, oppure affascinarlo
mediante il linguaggio, la purezza, la potenza dello stile. Quando
un romanzo riesce a fare entrambe le cose, siamo di fronte a un
capolavoro.
E' questo il caso, a parere di chi scrive, di Il
tempo è il solo nemico, Premio Nebula 1983,
graditamente ripropostoci, il mese scorso, dall'Editrice Nord
nella sua collana Cosmo Argento.
Il tema del romanzo, il viaggio nel Tempo, non è
dei più originali. Ma lo è il modo in cui viene
trattato: il protagonista, John Monegal, torna nel passato sino
all'Africa pleistocenica, culla della nostra razza, seguendo le
orme dei primi ominidi e inseguendo, soprattutto, i sogni premonitori
che lo hanno angosciato fin da bambino. Accettato da una tribù
di homo habilis, stabilitosi tra loro, egli vivrà
in quel mondo primitivo un'esperienza straordinaria, che lo trasformerà
profondamente, come paleoantropologo e come uomo.
Bishop riesce a tratteggiare con sorprendente abilità
il cambiamento nell'animo del protagonista: costui inizia il suo
viaggio guardando ai suoi ospiti con l'abito mentale del ricercatore;
eppure, ben presto ne rimane coinvolto, integrandosi (con un processo
che molto richiama la vicenda dell'etologa protagonista di Gorilla nella nebbia) nella vita familiare e tribale degli abilini, legandosi a loro, addirittura scegliendo come compagna una femmina della tribù.
E' impossibile, sembra voler dire Bishop, studiare
come un semplice animale l'essere destinato a diventare nostro
progenitore. E' impossibile non sentirsene allo stesso tempo coinvolti
e sconvolti. Non quando lo si vede compiere gesti che senza dubbi
lo pongono, benché perfettamente integrato, al di sopra
delle creature con cui divide il suo mondo. Bishop ci racconta
la vita quotidiana degli homo habilis come nessun antropologo
aveva mai fatto, sottolineandone genialmente dettagli talmente
unici (nella loro crudezza e originalità) da turbarci.
Esempio: l'homo habilis ancora non parla. Ma canta.
E' un suono istintivo, senza ordine né regole, quello che
esce dalla sua gola. Eppure, lo si avverte ascoltandolo con le orecchie
del protagonista, nei suoi cori echeggia qualcosa di autocosciente,
una volontà di comunicare, un'emozione e un'empatia ancora
allo stato informe, grezzo, ma già distante (per significati e
profondità) anni luce dai richiami canori di qualsiasi uccello.
Ancora, l'homo habilis non seppellisce i suoi defunti.
Ma comprende l'idea della morte, e onora i compagni caduti con
cerimonie crude eppure struggenti, offrendone il corpo all'animale
più nobile della savana, il leopardo, affinché lo
divori salvandolo dall'insulto delle iene e degli avvoltoi.
Ma l'elemento più importante, definitivo,
l'unico in fondo che accomuni quest'essere primitivo a noi dominatori
della Terra, è un altro. Citando le parole del protagonista,
"Gli utensili che foggiate sono plettri per liuti non
ancora inventati, ma il vostro manufatto più bello è
una fragile compassione di gruppo". Richard Leakey battezzò
l'ominide da lui scoperto "homo habilis" in quanto primo
essere in grado di creare utensili. Ma non fu questa capacità,
ci spiega Bishop, a fare di lui il nostro primo vero antenato.
La sua autentica, straordinaria, Prima Invenzione fu la compassione,
intesa come capacità di soffrire per l'altro, come volontà
di aiuto reciproco, come senso di appartenenza al gruppo, fraternità
grazie alla quale il branco diventa famiglia, poi tribù
e infine nazione.
Ma i temi di Il tempo è il solo nemico
non si esauriscono nella paleoantropologia. Dietro le vicende
preistoriche del protagonista si intravedono sottili riflessioni
sul razzismo, sull'accettazione del "diverso", sulla
tolleranza tra culture nel rispetto reciproco. In questo senso,
il romanzo di Bishop può essere letto come un singolare
e sconcertante Balla coi lupi preistorico.
Tra le pagine de Il tempo è il solo nemico ci si scopre a riassaporare respiro e atmosfere del film di Kevin Costner, ritrovandone addirittura le stesse idee e gli stessi punti di vista, seppure qui sviscerati con maggior schiettezza ed efficacia.
Come detto, un altro dei punti di forza del romanzo
di Bishop è la qualità della scrittura. Nonostante
impieghi una prosa asciutta, lineare, lo scrittore riesce a personalizzare
profondamente il testo, dimostrando una maestrìa di penna
davvero invidiabile. Da citare,tra le tante "gemme di stile",
l'uso altalenante della prima e della terza persona nella narrazione:
le vicende "in diretta" vengono raccontate dal protagonista
come voce narrante (e questo consente una partecipazione più
viva agli eventi); al contrario, i flashback sono sempre
in terza persona, e grazie a questo espediente resi impersonali,
credibili, oggettivi come note a pie' di pagina.
Altrettanto ammirevole, il mutamento del linguaggio
che sembra accompagnare l'evoluzione di pensiero del protagonista.
All'inizio del romanzo John Monegal vede il mondo attraverso gli
occhi di un perfetto "american middle-class boy": la
Luna piena è una moneta da dieci cent, il mastodonte abbattuto
dagli ominidi è l'elefantino dei cartoons Disney, la savana
pleistocenica è rasa come un campo di baseball e odora
di corn chips e marshmallow... Poco a poco, però, le metafore
cambiano, e il protagonista comincia a vedere la Luna "sanguigna
come la carne di un'antilope", i giorni che scivolano via
"lisci come schegge d'ossidiana", i ricordi da assaporare
come "lacerti di giorni lontani". E' proprio la metamorfosi
del linguaggio a rendere credibile la conversione di Monegal,
a farci accettare la sua (per il resto assurda) decisione di
abbandonare macchina del tempo, strumenti e vestiti per stabilirsi
tra gli ominidi e legarsi sentimentalmente a una femmina che oggettivamente
non appartiene alla sua stessa specie. Una tecnica eccellente per un risultato
straordinario.
Per altro, possiamo annotare al romanzo almeno un
difetto. "Il tempo è il solo nemico" non è
quel che si dice una storia avvincente. Non è un libro
che possa essere divorato in una notte. Salvo rarissime eccezioni,
non è mai la suspance, il desiderio di "sapere
come va a a finire", a spingere il lettore a voltare
le pagine. Persino l'espediente più ovvio, ovvero la fine
di un capitolo nel mezzo di una scena per aumentare la tensione,
viene costantemente disatteso da Bishop. Nei rari punti in cui
la trama può indurre l'apprensione, egli interviene subito
per smorzare il tono e calmare le acque.
Lo scrittore americano non è stato affatto
condiscendente nei confronti dei suoi lettori. Ma il gioco vale
la candela. Il tempo è il solo nemico va letto
con impegno, va masticato bene, magari anche stancandosi e contrariandosi
per lo sforzo, per essere poi digerito con il tempo e la calma
necessaria.
Ma quando finalmente lo si avrà assimilato, allora se ne resterà appagati. Contateci.
recensione di Franco Forte
Americano, nato nel 1942, Mike Resnick è l'alter ego fantascientifico di Wilbur Smith. Non perché scriva romanzi fiume avventurosi ambientati in Africa, quanto per il fatto di avere eletto il continente nero quale base ideale per la sua migliore narrativa (sono ben pochi, in realtà, i punti di contatto narrativo tra Resnick e Smith). Con queste premesse, Mike Resnick è riuscito ad aggiudicarsi il premio Hugo per il miglior racconto di fantascienza dell'anno per ben tre volte, la prima nel 1989 con Kirinyaga, la seconda nel 1991 con La manamouki e infine, nel 1994, con il primo dei tre racconti raccolti in questo volume, ovvero l'omonimo Nell'abisso di Olduvai.
Vincere l'Hugo non è impresa di tutti i giorni, perché soprattutto nella narrativa di genere i lettori americani sono molto esigenti, e attribuiscono la loro preferenza solo a quelle opere che riescono a miscelare in un solo contenitore tutti gli ingredienti giusti della migliore letteratura d'intrattenimento: uno stile veloce ed essenziale ma che non trascuri i particolari e lo sviluppo psicologico dei personaggi, una trama avvincente, l'onnipresente sense of wonder di cui le pagine devono essere praticamente inzuppate, la capacità tutta americana di trattenere l'attenzione del lettore anche quando gli eventi raccontati sembrano scivolare nella normalità.
Nei tre racconti di questa antologia, Mike Resnick si dimostra un vero maestro dell'intrattenimento, conducendo il lettore alla scoperta di un enigma assolutamente affascinante, ovvero il mistero dell'estinzione di una antica razza che ha dominato la galassia e popolato milioni di mondi prima di estinguersi. La razza umana.
Sarà un gruppo di scienziati alieni disceso nelle pianure del Serengeti a studiare questo enigma e a cercare di risolverlo, e ai lettori non resta da fare altro che seguire con il fiato sospeso i piccoli passi di questa ricerca verso la soluzione di un mistero che tocca così da vicino il nostro prossimo futuro.
recensione di Franco Forte
Prime quindici righe:
Sono sicuro che leggi questo scritto per la ragione sbagliata.
Se lo leggi per imparare da un messia, il nostro messia, allora non dovresti proseguire nella lettura, perché sei poco più d'un voyeur.
Se lo leggi perché sei un appassionato dei Canti del vecchio poeta e muori dalla voglia di sapere quale fine hanno poi fatto i pellegrini su Hyperion, rimarrai deluso. Non so che cosa sia accaduto alla maggior parte di loro: vissero e morirono quasi tre secoli prima della mia nascita.
Se leggi questo scritto per capire meglio il messaggio di Colei Che Insegna, anche in questo caso rimarrai forse deluso. Ero interessato a lei come donna, lo confesso, non come maestra o come messia.
Se lo leggi infine per scoprire il destino di lei, o addirittura il mio, leggi il documento sbagliato. Per quanto il suo e il mio destino sembrino inevitabili e prestabiliti come per qualsiasi persona, non ero con lei, quando si compì il suo, e il mio attende l'atto conclusivo proprio mentre scrivo queste parole.
Dopo i successi mondiali di Hyperion e del suo seguito, La caduta di Hyperion, adesso riuniti in un unico volume nella collana "I Massimi della Fantascienza" della Mondadori, lo scrittore americano Dan Simmons ha dovuto ascoltare le feroci istanze dei suoi lettori e realizzare un prolungamento ideale di quella che ormai è diventata una vera e propria saga, ovvero questo Endymion, del 1996, e The Rising of Endymion, uscito recentemente negli Stati Uniti.
Dei tre volumi presenti sul mercato italiano, Endymion è per certi versi il migliore, e per altri il peggiore. Ma vediamo di capire perché.
Il protagonista della vicenda è Raul Endymion, che si mantiene sul pianeta Hyperion facendo la guida per i cacciatori di anitre selvatiche. Un giorno, durante una battuta di caccia, uccide un cacciatore in un alterco, e la giustizia spietata di Hyperion lo condanna alla pena capitale.
Risvegliatosi dalla sua morte apparente, Endymion scopre di essere stato salvato da un vecchio ultracentenario che gli chiede in cambio di salvare sua nipote Aenea dal destino che le forze della Pax vogliono riservarle. In questo lontano futuro il Vaticano e la milizia armata da esso controllata, la Pax, governano la galassia abitata, e il sommo Pontefice è la più grande autorità giuridica. La supremazia della Chiesa è stata faticosamente conquistata nei secoli con immani battaglie contro la gerarchia tecnologica che governava l'universo conosciuto, e ora tutti sono consapevoli del pericolo rappresentato da Aenea, una sorta di virus che si espanderà in tutta la galassia (e quindi nel corpo di Cristo) se avrà la possibilità di muoversi liberamente per i mondi abitati.
Endymion accetta l'incarico, e dopo aver salvato Aenea dalle forze della Pax si lancia con lei in una scatenata serie di avventure in tutta la galassia, mentre la Chiesa li insegue in una caccia colossale da cui dipenderà il destino stesso dell'umanità.
E' questo il lato positivo di cui si parlava, l'accavallarsi di idee originali e scenari impagabili in cui si muovono personaggi vivi e credibili, che si modellano nella nostra immaginazione come creature assolutamente reali, anche se trasportati in un'epoca di grande fascino.
Il lato negativo, invece, risiede nel fatto che Endymion non si conclude affatto. E' un romanzo che ci trascina con il fiato sospeso fino all'ultima pagina dove l'autore, strizzando l'occhio e allargando un sorrisino per metà divertito e per metà sadico, ci fa intendere che saremo costretti ad acquistare il prossimo volume della serie, se vorremo sapere come andrà a finire. Il che forse è solo fantascienza, perché Simmons ha l'aria di divertirsi parecchio con questa serie, e per quanto abbia solennemente giurato che non rimetterà più mano all'universo di Hyperion, dopo The Rising of Endymion, nessuno gli crede. Per fortuna.
recensione di Franco Ricciardiello
Edizione insolitamente lussuosa per un libro Fanucci: rilegato, con sovraccoperta e bordo dorato. Ma Bruce Sterling lo merita! Più della veste grafica, è la traduzione di Daniele Brolli a rendere giustizia a un testo prezioso. E' il primo romanzo di Sterling dopo quel piccolo gioiello rappresentato da Heavy weather (Atmosfera mortale, Bompiani 1995), dove l'avventura umana individuale di Islands in the Net si chiudeva in se stessa a seguito della catastrofe ecologica. Fuoco sacro è la storia di una centenaria californiana, Mia Ziemann (di nuovo un personaggio femminile dunque), che a causa di un trauma personale insegue il miraggio dell'eterna giovinezza. Un trattamento fisiologico radicale le restituisce il corpo e le prestazioni di una ragazza di 20 anni, ma Mia esce talmente choccata dall'esperienza che fugge dal monitoraggio clinico imbarcandosi per la vecchia Europa. Sia l'Europa che gli Stati Uniti sono nazioni in cui il potere è in mano a una gerontocrazia che conserva se stessa grazie alla medicina più radicale. In questo mondo del XXI secolo tutta la ricerca scientifica è concentrata nella tecnologia medica; esiste addirittura un doppio mercato, in virtù del fatto che la moneta corrente serve per gli scambi a breve e medio termine, mentre nel mercato a lungo termine il valore di scambio è rappresentato da certificati di investimento nella ricerca medica.
Sottraendosi alla logica aristocratica della sperimentazione sul prolungamento della vita, Mia Ziemann fugge in incognito verso l'Europa, dove vive di piccoli espedienti in un'economia ridotta quasi al baratto (con i gitani per esempio), dove è possibile vivere con discreta dignità grazie ad alimenti di sussistenza distribuiti gratuitamente in posti di ristoro statali. In Fuoco sacro, come in Isole nella rete, Bruce Sterling fornisce una vivida rappresentazione del rapporto fra l'Utopia e il mondo esterno. Ma là il luogo dell'utopia era la multinazionale "democratica" Rizome nella quale i ruoli dirigenziali erano affidati per elezione direttamente dai cittadini/azionisti, e il mondo esterno erano le banche pirata dei Caraibi, il Mali, Singapore: un territorio selvaggio ed estraneo alla legge con il quale il non-luogo utopico doveva confrontarsi. L'utopia perdeva chiaramente i colpi nelle sacche dell'incredulità del lettore. Multinazionale democratica? Capitalismo dal volto umano? Molto più realisticamente, in Fuoco sacro il non-luogo dell'utopia diventa la vecchia Europa. Mia Ziemann si sposta fra Praga, Monaco e Roma al seguito di una pittoresca banda di giovani anarcoidi, alla ricerca della giovinezza perduta e del fuoco sacro della creatività umana: Paul, docente universitario di Stoccarda e ideologo non integrato del gruppo semi-anarchico che frequenta i caffè di Praga; Emil, artigiano che ha bevuto il filtro dell'oblio per fare tabula rasa delle conoscenze precedenti e tirare fuori l'artista dalle spoglie del manipolatore di creta; Benedetta, la caustica hacker di Bologna che complotta per togliere il potere dalle mani di quella che chiama "la gerontocrazia"; Novák, il fotografo che testardamente non vuole sottomettersi a trattamenti di ringiovanimento. Sorprendentemente, la molla del Fuoco sacro, della creatività artistica si trasforma in una lotta di classe spostata nel prossimo secolo, che vede la contrapposizione di una élite distante e quasi aristocratica (brevemente descritta solo nell'episodio della sfilata di moda a Roma, nell'entourage dello stilista Giancarlo Vietti) con i giovani bohémien molto mitteleuropei, cinici o meno, che accolgono Mia come una di loro. L'unico progetto organico, cosciente di lotta di classe è comunque quello di Benedetta, la quale si accorge che il prolungamento della vita umana consegnerà alla sua generazione un'esistenza praticamente eterna, e si prepara a quel momento. Mia Ziemann compie la sua scelta di campo: viene accolta con fervore dai giovani e non cessa di barcamenarsi fra happening mondani, contorsioni erotiche e piccolo cabotaggio ai margini della legalità. Forse non riuscirà a impadronirsi del fuoco sacro, e le sue fotografie rimarranno irrimediabilmente scadenti, ma la sua scelta è irrevocabile, e al ritorno in America non si lascerà reintegrare nel sistema. Rinunciando all'assistenza medica, comincerà a girare a piedi il continente indipendentemente dal risultato dello scontro per l'egemonia culturale e politica.
Lo stile di Sterling è asciutto e realistico, concreto fino all'esasperazione, ricco di invenzioni minimaliste (i cani del futuro parlano! grazie a un microfono trapiantato in gola). Scrive con una successione di scene lunghissime, ricorrendo poco al discorso libero indiretto (il punto di vista per tutto il romanzo è comunque solo quello di Mia Ziemann). L'Europa futura è molto credibile dal punto di vista concreto, quasi bizzarra nel suo anarchismo un po' bohémien in cui i poliziotti vestono una divisa rosa. Sembra il sogno nonviolento di una socialdemocrazia scandinava in cui lo Stato si prende cura in modo molto materno dei suoi giovani scapigliati.
recensione di Franco Ricciardiello
Probabilmente la pubblicazione in Italia a 45 anni di distanza di questo romanzo del 1952 è dovuta al fenomeno cyberpunk; a partire da Larry McCaffery infatti, Limbo è stato indicato come uno dei precursori del movimento. Non certo per l'ambientazione metropolitana ipertecnologica o per una anticipazione del ciberspazio, bensì per un aspetto più "maledetto": infatti, se è vero che uno degli argomenti più stimolanti della fantascienza postmoderna è l'analisi del rapporto fra il corpo e le sue espansioni prostetiche, Bernard Wolfe può esserne considerato l'antesignano. Troviamo un futuro post-guerra nucleare, in cui un noto chirurgo statunitense creduto morto ritorna nel suo paese per trovare una società fondata su una feroce distorsione delle sue stesse idee. Sotto choc per gli orrori della guerra, orientali e occidentali si sono liberati dalla "tirannia" dei due supercomputer che dirigevano le operazioni belliche; il rifiuto della guerra è spinto a tal punto che per scongiurare l'aggressività innata la società si è autoimposta una filosofia di mutilazione fisica. Se è vero che un braccio teso può diventare un pugno per colpire, allora amputiamo il braccio e sostituiamolo con una protesi meccanica molto più efficiente. Uni-amp, bi-amp, tri-amp e quadri-amp, a seconda del numero di arti che si è ottenuto di sostituire con protesi: questa è la gerarchia sociale della società del futuro. Più sono gli arti volontariamente mutilati, maggiore è la considerazione di cui si gode fra i propri simili (e soprattutto fra le donne, visto che la maggior parte degli amp-vol -- amputati volontari -- sono di sesso maschile). Per il protagonista, il dottor Martine, che aveva vissuto in volontario isolamento e in incognito su un'isola dell'Oceano Indiano, il ritorno alla civiltà industriale è un viaggio d'incubo nell'irrazionalità: "Ma se la persona mutilata non fosse, chiaramente, vittima di un caso sfortunato? Se fosse ovvio che ha deliberatamente, programmaticamente, volontariamente eseguito la mutilazione su se stesso, e che come risultato viene coperto di prestigio e plauso dalla sua intera società? Allora? La vista di un mutilato di quel tipo diventerebbe tanto straordinaria da essere insopportabile. Perché la natura volontaria della menomazione sottolineerebbe non solo il beatifico stato di passività ma ancora di più, e con lacerante chiarezza, il fatto che il fascino esercitato da quello stato sia, nel suo furtivo nucleo, un fascino masochista. Quando in segreto ci si identifica con quel mutilato ci si identifica non solo con la mutilazione ma anche con quel desiderio di essere mutilati, di mutilarsi da sé." [Pag. 165] Martine affonda nell'orrore e nella sua giustificazione. C'è un partito di opposizione in questo mondo futuro che ha idee ancora più radicali: la mutilazione deve rimanere tale, non bisogna sostituire l'arto amputato con uno artificiale; addirittura, si può arrivare alla pratica della castrazione per eliminare anche l'aggressività sessuale. L'unico difetto è che questi radicali, che vivono praticamente in ceste di vimini coperti da un lenzuolo, hanno bisogno di donne che li accudiscano, nutrendoli e pulendoli. L'orrore e il rifiuto di Martine, oltre a derivare dalla consapevolezza che alla base della filosofia dell'Immob (immobilizzazione) c'è un taccuino di suoi scritti assurdamente travisato dal suo assistente, aumenta con la consapevolezza che egli stesso ha continuato a praticare lobotomie sull'isola dove si è rifugiato per sfuggire alla guerra. Scoperchiamento del cranio e amputazione dei lobi frontali per ridurre l'aggressività e il tono muscolare, così come richiesto dalla società primitiva dell'isola che sembra anticipare in piccolo l'isteria castrante dell'Immob. Limbo è un romanzo decisamente prolisso, quasi tutto scritto attraverso il flusso di pensiero di Martine, ma comunque da leggere per la radicalità del tema e delle sue conseguenze; non si può inserire in senso stretto nella science-fiction, anche se alcune descrizioni ambientali -- per esempio la città sotterranea -- sono un cliché tipico di genere. Senz'altro siamo nel campo dell'anti-utopia: Limbo ricorda apertamente 1984 di Orwell, pubblicato solo 4 anni prima. Anche qui c'è un testo-base per il mondo futuro riportato integralmente: La teoria e la pratica del collettivismo oligarchico di Emmanuel Goldstein (1984), Schivate il rullo compressore di Fratello Martine (Limbo). Anche qui c'è una completa descrizione della filosofia politica del futuro: il Socing o Socialismo Inglese (1984), l'Immob o Immobilizzazione (Limbo). Particolare non secondario, anche Bernard Wolfe come George Orwell fu per un certo periodo della vita attratto dal comunismo "deviazionista" di Lev Trockij, addirittura Wolfe fu uno dei suoi segretari e guardie del corpo nella casa di Coyoacán dove il leader bolscevico sarà assassinato durante la seconda guerra mondiale.
recensione di Marco Spagnoli
Torna Peter Jackson l'autore di Creature del cielo e lo fa in grande stile con un film ricco di effetti speciali terrificanti (Pareti che si animano, mummie che si muovono, ectoplasmi che si liquefano) pieno di suspense e di humour.
Certo c'è lo zampino della coppia Michael J. Fox - Robert Zemeckis, artefici, interpreti e protagonisti degli stravolgimenti stralunati della saga dei tre film di Ritorno al futuro, ma Sospesi nel tempo (brutto titolo italiano per un intraducibile The frighteners) è - a tutto tondo - un film di Peter Jackson con situazioni tipiche dei suoi film precedenti. Originale anche la trama della pellicola in cui si muove un cast di attori poco conosciuti, ma molto capaci, che vede un investigatore del paranormale (Micheal J. Fox) sulle tracce di un serial killer morto molti anni prima e riportato sulla terra dalla sua amante. La trama, mai scontata e prevedibile, farebbe di questo film un ottimo esempio del genere horror se non fosse "puntellata" da situazioni comiche irresistibili e paradossali e da uno humour pungente e viscerale che ha dato vita al personaggio di Milton Dammers (Jeffrey Comb) agente dell' FBI che fa molto il verso ai peggiori episodi di X files.
Due curiosità: il film, seppure ambientato negli U.S.A., è stato interamente girato e prodotto in Nuova Zelanda, patria del regista. Alla faccia delle cosiddette "pubblicità occulte" nei film, la videocassetta di Creature del cielo è messa in bella mostra nella nastroteca dell'affascinante protagonista Trini Alvarado.
 
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