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a cura di Luigi Pachì
e Silvio Sosio



recensioni





PRIMO CONTATTO

recensione di Marco Spagnoli

Primo Contatto (Star Trek First Contact)
Regia:Jonathan Frakes
Sceneggiatura: Brannon Braga & Ronald D. Moore
Scenografia: Hermann Zimmerman
Costumi: Deborah Everton
Musica: Jerry Goldsmith
Montaggio: John W. Wheeler
Produttore esecutivo: Martin Hornestein
Prodotto da: Rick Berman
Durata: circa 120 minuti
Distribuzione cinematografica: UIP
Personaggi ed interpreti
Capitano Jean-Luc Picard: Patrick Stewart - William T. Riker: Jonathan Frakes - Data: Brent Spiner - Geordi La Forge: Levar Burton - Worf: Michael Dorn - Deanna Troi: Marina Sirtis - Beverly Crusher: Gates Mc Fadden - Dottore Olografico: Robert Picardo - Zephrem Cochrane: James Cromwell - Lily: Alfre Woodward - Regina Borg: Alice Krige

L'ottavo capitolo della saga cinematografica di Star Trek (il secondo con i protagonisti del serial TV Star Trek: The Next Generation) continua l'intento del produttore Rick Berman di procedere ad una sorta di "unificazione" delle quattro serie televisive e della storia dell'universo trekkiano.
Non ci si deve lasciare ingannare dalla nuova astronave Enterprise NCC 1701-E (la precedente era andata distrutta in Generazioni), dalle nuove divise della flotta stellare e da un nuovo atteggiamento che hanno alcuni personaggi come il Capitano Picard, mai visto così duro e aggressivo. Nel film, infatti, sono presenti elementi diversi provenienti dalle serie televisive che servono per rendere a Star Trek, nell'anno del suo trentennale dalla messa in onda del primo episodio (8 settembre 1966), gli onori di una vera e propria saga.
Girato con molta ironia da Jonathan Frakes (interprete anche del primo ufficiale dell'astronave William Riker), Primo Contatto segue due filoni:
il primo è quello di costituire il seguito ideale dell'episodio TV: L'attacco dei Borg, dando sfogo alla vendetta del Capitano Picard (fatto prigioniero dai Borg sei anni prima e mai del tutto ripresosi dal trauma) nei confronti di questi alieni, considerati unanimemente i nemici più pericolosi dei terrestri. Uniti, infatti, in una "coscienza collettiva", mezzi uomini e mezzi macchina, i Borg cercano di "assimilare" la terra, cancellando l'umanità e trasformando in cyber-apparati gli esseri umani.
Il secondo è, invece, quello del "primo contatto" tra gli uomini e gli extraterrestri, avvenuto secondo la storia trekkiana il 5 aprile del 2063 grazie all'utilizzo, per la prima volta, da parte del fisico Zephrem Cochrane del motore a curvatura Warp necessario per andare oltre la velocità della luce e quindi fondamentale per i viaggi spaziali.
Dall'unione di questi due temi nasce la trama che vede i Borg, sconfitti dalla Federazione Unita dei Pianeti, andare nel passato per eliminare Cochrane ed impedire, dunque, il "primo contatto", cancellando così i presupposti del presente loro avverso. Di fronte a questo, la nuova astronave Enterprise ed il suo equipaggio tornano indietro nel tempo per difendere Cochrane e lasciare che la storia segua il suo corso.
Primo contatto è un film in cui chiaro è l'intento dei produttori di attirare anche coloro i quali non sono appassionati della serie Tv e che non conoscono Star Trek.
Più violento e dalle atmosfere più cupe rispetto ai precedenti capitoli della serie, Primo Contatto è certamente il passo più saldo verso il futuro della saga.
Sebbene ci sia per l'ennesima volta un salto nel tempo, la realizzazione della storia è assai lontana dall'essere trita e ritrita. Il film, infatti, riesce a porre il sigillo sugli episodi della serie Tv di cui i Borg costituivano la minaccia più seria, ponendo, contemporaneamente, le fondamenta della storia trekkiana grazie al riutilizzo del personaggio del Dottor Cochrane, già visto in nell'episodio Guarigione da forza cosmica della serie classica con Kirk, Spock e la vecchia Enteprise.
Con questa pellicola è come se la serie di Star Trek avesse aggiunto un nuovo tassello alla propria consistenza ed alla propria completezza, senza danneggiare il valore intrinseco del film che è molto alto, grazie anche al forte affiatamento di un cast di attori che recitano conoscendosi "a memoria", avendo lavorato insieme da oltre dieci anni. Questa è stata anche una delle ragioni del grande successo della serie Tv (ricordiamo che l'ultimo episodio di The Next Generation, negli U.S.A. fu seguito da oltre 54 milioni di persone) ricca di personaggi simpatici, profondi, ben delineati e definiti anche nelle loro crisi di identità. Uno su tutti l'androide Data (interpretato dall'ottimo Brent Spiner) in perenne lotta per conquistare la sua umanità e, dunque, ideale antagonista dei Borg, votati, invece, a sacrificare la propria individualità per ridursi a mere macchine.
Costato oltre sessantaquattro milioni di dollari, gli effetti speciali della Industrial Light & Magic di George Lucas hanno donato a questa pellicola un fascino particolare che si sintetizza nella "passeggiata stellare" con la tuta e gli stivali magnetici lungo il bordo dell'Enterprise e nelle immagini degli incubi di Picard prigioniero del collettivo dei Borg.
Primo contatto, di cui è stato già annunciato un seguito (della serie e non della storia) è un vero e proprio figlio degli anni Novanta, in cui la ricerca di identità ben precise e di sintesi adatte ai tempi, viene portata avanti per tutti i personaggi delle serie a fumetti e del grande schermo, da Batman a James Bond, da Alien a Jena Plinskeen di Fuga da Los Angeles, da Superman agli eroi di Guerre Stellari. In questo, Star Trek non fa eccezione e potrebbe addirittura venire considerato come una sorta di "metafora generazionale", visto che continuo è lo scavare degli sceneggiatori Brannon Braga e Ronald D. Moore (entrambi poco più che trentenni) nel passato dei personaggi e della loro storia intesa sia come universale, che come personale. Se si pensa che, originariamente, la prima sceneggiatura vedeva l'equipaggio dell'Enterprise combattere i Borg in una città dell'Italia rinascimentale, ci si renderà conto di quanto spasmodico sia il tentativo di comprensione, di appropriazione e di difesa delle proprie origini da parte di autori che, come milioni di fans in tutto il mondo, hanno visto negli oltre cinquecento episodi Tv e negli otto film di Star Trek anche un modo di guardare alla vita e all'universo da un punto di vista ottimista e multiculturale.

Recensione di Enrico Barbierato

First Contact inizia male. Una serie di nuvolette si dissolvono per lasciare posto ai nomi degli attori,come nei films di Maciste; per un colossal di fantascienza è un brutto sintomo, lascia presagire un budget molto ridotto. A voler essere cattivi, ogni cosa è ridotta in questo film:la recitazione, perché molto spesso, in questo genere di pellicole, si suppone che il talento artistico sia una cosa irrilevante (non lo è); gli effetti speciali, a cui ormai ciascuno di noi è totalmente assuefatto ed ogni dose, per quanto massiccia, non placa la dipendenza a cui ci hanno abituato; la storia, che non si preoccupa di seminare incongruenze (tanto si tratta di fantascienza) e punti oscuri dove capita. La trama, per chi fosse interessato, verte sulla specie aliena denominata Borg, nemesi di Picard. La Terra è minacciata non solo nell'attuale presente, ma persino nel passato, dove i Borg si prefiggono di eliminare Cochrane, lo scienziato che ha ideato la propulsione che permetterà all'uomo di colonizzare i vari pianeti.
La nuova Enterprise, più simile ad un internet-cafè che ad un astronave, si precipita nel passato per proteggere il povero Cochrane (nella realtà un ubriacone un po' rimba) e permettere la realizzazione del primo volo interstellare. Mentre Riker e compagnia si trastullano sulla Terra, Picard ed altri marines si trascinano sull'Enterprise inseguiti dai perfidi Borg, che cercano di prendere possesso della nave,in un'atmosfera che ricopia, senza alcuna delicatezza , il peggior "Alien". La grande novità è costituita dalla presenza della Regina dei Borg, infatuata dell'androide Data in quanto non organico. Data ci sta, però finge, poi finge di starci; per salvare capra e cavoli Picard decide di autodistruggere la nave (gli sceneggiatori dovrebbero capire che l'espediante puzza di vecchio). All'ultimo minuto, si scopre che Data fingeva davvero e, visto che Macchiavelli non era uno sprovveduto, il doppiogioco dell'androide salva tutti. Cochrane potrà completare il primo viaggio e incontrare i primi Vulcaniani, Riker e banda ritornano nel futuro.
E' stato un anno nero, per la fantascienza: da Independence day, che Sosio, uno degli amabili direttori di Delos mi ha confessato essere un insulto all'intelligenza dei lettori (come avrà giudicato le lettere giunte in redazione?!) a Escape from L.A., vuoto e ripetitivo.
Non dispongo, putroppo, di una ricetta magica che produca film di successo, però occorrerebbe tenere presente alcuni semplici criteri dettati semplicemente dal buon senso, ovvero: selezionare attori preparati e qualificati; affidare la sceneggiatura a scrittori di fantascienza professionisti;abbandonare l'idea infantile che gli effetti speciali rappresentino il 50% del film. Nulla di tutto questo, in First contact: la recitazione è inesistente (valga per tutte la scena in cui Marina Sirtis recita la parte dell'ubriaca: Gino Bramieri avrebbe avuto molto da insegnarle, al riguardo); la trama, buona per un telefilm; la regia, di Riker/Frakes comple- tamente inesistente (del resto, come tutti i componenti della vecchia serie, Frakes si è messo a scrivere romanzi, dirige film e - perché no -, in futuro potrebbe anche cantare).
Tanto è solo Star Trek, obbietterà qualcuno. O fantascemenza della peggior specie. Ma mentre Worf mugugnava "Perhaps this is a good day to die" e il pubblico nella sala si sganasciava dalle risate, non ho potuto fare a meno di sentirmi a disagio.


NATHAN NEVER: ODISSEA NEL FUTURO

recensione di Francesco Grasso

Secondo una tradizione ormai consolidata come il Presepe e l'Albero, anche questo Natale la Casa Editrice Bonelli invade le edicole con i suoi albi gigante a fumetti. Tra questi, anche una storia completa, di 240 pagine, di Nathan Never.
Come nel precedente Doppio Futuro, la sceneggiatura di questo "NathanNeverone" è firmata dal prolifico Antonio Serra; le matite sono invece di Mario Alberti, collaudato disegnatore della scuderia Bonelli, che trova modo di esaltarsi alle prese con tavole di più ampio formato.
Odissea nel futuro è idealmente il seguito del precedente albo gigante, non già per la trama (incentrata comunque sulla "saga" dei tecnodroidi), quanto per la comune impostazione da grande calderone, da bandolo di ogni filo sciolto, da immenso buco nero in cui far convergere e collassare ogni storia parallela, ogni spunto lasciato in sospeso nelle vicende dell'Agente Speciale dell'Agenzia Alfa.
Lo scatenato e spumeggiante Antonio Serra riesce, in questo numero speciale, nell'impresa di comporre un fascinoso puzzle riunendo insieme frammenti del passato di Nathan Never, vecchi personaggi sfruttati meno delle loro possibilità, figure minori e spezzoni di albi della serie regolare. L'autore sardo, ormai lanciatissimo nel dipingere la sua personale cronologia della storia futura, ci presenta una vicenda apparentemente enigmatica, che si dipana tra il Giappone medievale, i tempi di Nathan Never ed il futuro ancora più remoto. I tecnodroidi, la razza malvagia che si oppone agli uomini (e che tanto somiglia ai Borg di Star Trek) tenta ancora una volta di spazzar via l'umanità dalla faccia del pianeta, ricorrendo ad armi già collaudate (come i viaggi nel tempo) ed a nuove e rutilanti invenzioni, come la misteriosa "distorsione spaziale" che consente loro di spostarsi istantanemente nello spazio, di colpire a piacimento e poi fuggire indisturbati.
Alla fine dell'albo (che scorre tra le dita del lettore come acqua di fonte) i buoni trionferanno, i malvagi saranno respinti, ogni mistero sarà svelato, ogni lato oscuro chiarito, ogni paradosso risolto, ed ogni personaggio avrà trovato la sua funzione nello schema degli eventi.
Se qualcosa si può rimproverare all'ardita costruzione di Serra, è proprio il voler dare a tutti i costi spiegazioni convincenti. E' come se il bravo Antonio, negli albi giganti, si sentisse in dovere di fare ammenda delle inconsistenze e dei controsensi sfuggitegli nelle trame create nel corso dell'anno. Solo un esempio: avendo presentato in alcuni vecchi albi (L'orrore sopra di noi, Il satellite killer) una setta di monaci giapponesi dotati di poteri magici, Serra li fa ricomparire (tirandoli nella storia per i capelli), e compie salti mortali per dimostrare che i loro poteri hanno una spiegazione scientifica (la fantasy è ancora un tabù per i bonelliani!).
Le citazioni, come al solito, si sprecano: dal disegno, ispirato in numerose tavole alle stampe medioevali giapponesi, alla trama, ricca di richiami a Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne, a Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino, a Quel che resta del giorno di Ishiguro.
Serra, com'è noto, predilige l'azione senza respiro. Eppure Odissea nel futuro è anche una storia che lascia spazio a riflessioni, che addirittura prova a prendere posizione, a convincere il lettore della validità di una tesi.
Questa tesi, ovviamente, è la prediletta da Serra, che ha avuto modo di esprimerla in almeno una dozzina di albi. Serra, come il personaggio da lui creato, è contro la tecnologia. O meglio, è contro l'uso sfrenato della tecnologia; soprattutto di quella informatica.
I tecnodroidi, ovvero i "malvagi" della vicenda, rappresentano ciò cui è destinata l'umanità nei peggiori incubi di Serra. Essi vivono in un repellente connubio di carne e metallo, sono costantemente interconnessi tra loro tramite una rete di comunicazioni (metafora di Internet, bestia nera dell'autore sardo?), riescono ad intuire il funzionamento di ogni apparecchiatura semplicemente guardandola, condividono le informazioni, non hanno individualità, nè pensieri propri nè coscienza di singolo. E sono, com'è scontato, tanto brutti quanto cattivi. Nathan/Nemo, che li combatte, è invece un cultore degli oggetti del passato, un amante dei libri di carta (praticamente scomparsi ai suoi tempi), un eroe solitario, taciturno, chiuso nella sua torre d'avorio (o meglio, il suo sottomarino, battezzato Nautilus in onore dell'invenzione letteraria di Jules Verne). E' un uomo dai grandi drammi e dai piccoli misteri, che ha molto sofferto, ma non per questo ha perso la propria sensibilità.
Odissea nel futuro è un grido d'allarme lanciato a squarciagola. Serra è convinto che la creazione del Villaggio Globale e l'affermarsi del ciberspazio significhino in qualche modo la rovina della nostra specie, perchè implicano la fine della diversità. Egli vede nel nostro presente avvisaglie di questo pericoloso futuro, di fronte a moltitudini ormai prive di passioni private, ma schiave di miti mutuati dai mass-media, di una cultura assorbita quasi per ricatto.
Attenti - sembra dire l'autore - diffidate dalle macchine, dai computer, dalla tecnologia che uccide la coscienza di sè. E non dimenticatevi mai delle vostre origini. Quando le avrete perdute, sarà scomparsa anche la vostra umanità.
E chissà che in fondo non abbia ragione lui...


HARRY TURTLEDOVE, INVASIONE: ANNO ZERO

recensione di Francesco Grasso

Nulla da dire: il genere ucronico non ha segreti per Harry Turtledove, che continua a cesellare i suoi romanzi di storia alternativa con la cura e la precisione di un orafo. Il nuovo corposo volume (553 pagine!) edito dall'Editrice Nord nella collana Cosmo Oro, prosegue le vicende del precedente Invasione: Anno Zero, raccontandoci una Seconda Guerra Mondiale ben diversa da quella riportata dai libri di storia, un conflitto che vede le forze dell'Asse combattere a fianco degli Alleati contro la Razza, il nemico inumano giunto dalla Spazio con l'intenzione di conquistare il pianeta.
Turtledove, con l'usuale prosa piana e familiare che chiama le cose con il loro nome, ci regala un documentario bellico di un realismo ed un'efficacia straordinari, una storia corale, ove i protagonisti ed i comprimari recitano il loro giusto ruolo, ed a ciascuno di loro viene concessa la voce. Si tratti di narrare la guerra di tank nelle sterminate steppe dell'Ucraina o la sopravvivenza nell'Inghilterra angosciata dai bombardamenti, i drammi dei ghetti ebraici polacchi o in una Chicago assediata dalle truppe extraterrestri, l'autore californiano ci sorprende e ci delizia con le sue descrizioni convincenti, i suoi puntuali aneddoti storici, l'umanità calda e percettiva dei suoi personaggi.
Punto di forza del romanzo, del resto ereditato dal primo capitolo della saga, la presentazione delle figure storiche del tempo: Winston Churchill, Molotov, Stalin, Roosevelt, Hitler, von Ribbentrop, Fermi, Zukov, George Patton e tanti altri, tratti dai libri di storia e fatti vivere magistralmente sulle pagine del romanzo, con la loro grandezza di condottieri che hanno mosso le nazioni, ma anche con i difetti che forse non tutti conoscevano, ma che fanno di loro uomini vivi e non statue di marmo.
Dove "Invasione: Fase Seconda", mostra i suoi limiti è invece ove esso tratta degli alieni. La Razza, questa specie antichissima di rettili che minacciano la Terra dall'alto delle loro astronavi e della loro superiore tecnologia, lascia quantomeno perplessa il lettore. Presentare gli alieni freddi, crudeli e malvagi nella loro disumanità sembrerebbe scontato, e quindi Turtledove preferisce renderli maldestri, pasticcioni, distratti e sfigatissimi, destinati (nonostante le armi mirabolanti e futuristiche) ad essere puntualmente sconfitti dagli eroici terrestri. Per sua stessa ammissione, Turtledove teneva a dimostrare come sia difficile conquistare con la forza un pianeta industrializzato, perdipiù avvezzo da millenni alle arti della guerra. Così facendo, però, rende involontariamente più simpatici i poveri sfortunati rettiloni, ed alla fine il lettore non può fare a meno di parteggiare per loro. Scatta infatti lo stesso meccanismo di identificazione che porta gli spettatori dei cartoni della Warner Bros a tifare per il testardo Will Coyote che, ad onta dei suoi marchingegni ipertecnologici (prodotti dalla famigerata Acme), viene eternamente beffato dal fortunato ed antipaticissimo RoadRunner.
Si giunge così al paradosso dei "buoni" della vicenda che diventano "cattivi", e che si scambiano ripetutamente i ruoli a seconda dei punti di vista; capita che un ufficiale delle SS fervente nazista sia presentato come un eroe, che un tiranno come Stalin venga elogiato per la sua ferrea volontà e la sua astuzia contadina, che i sanguinari ufficiali giapponesi che torturano i prigionieri di guerra vengano giustificati ed addirittura apprezzati per la loro gelida furbizia.
La morale, sembra dirci Turtledove, deve inchinarsi alle circostanze della Storia. Male e Bene sono concetti relativi, che si intrecciano in modo indistricabile nel grande calderone della guerra. Sperare di non macchiarsi mai le mani, di serbare la propria innocenza e di restare sempre dalla parte della ragione è soltanto una vana illusione.
Ultima curiosità del romanzo (che comunque vale la pena di leggere, anche soltanto per le riflessioni sull'etica che esso suggerisce): tutte le nazioni della Terra, che pure stavano combattendo tra loro all'arrivo dei rettiloni, si alleano contro il comune nemico, pur sapendo di andare incontro ad una guerra terribile e senza speranza... Be', non proprio tutte. C'è un Paese che finge di aderire all'alleanza, ma che in realtà tratta segretamente la resa, e che addirittura consegna il proprio leader agli alieni in cambio di un'umiliante pace da schiavi.
Di quale nazione si tratta? Avete indovinato: l'Italia. Dobbiamo sentirci offesi? Tutt'altro: Turtledove non voleva affatto denigrare il nostro Paese. E' che, purtroppo, lo conosce fin troppo bene.


J.W. JETER, DR. ADDER

recensione di Emiliano Farinella

Se Cronemberg vi dà la nausea.
Se non avete visto Crash perché era vietato ai minori.
Se credete che Dick fosse un visionario
Se pensate che in Blade Runner facesse troppo buio... beh, allora non leggete Dr.Adder!
Altrimenti fate come Limmit: andate alla porta del bagno, entrate e tirate fuori dalla tazza quella testa (o quel che ne rimane) spiaccicata e gocciolante. Guardate nell'acqua rossa galleggiare piccoli frammenti di tessuto cerebrale, come molli cavolfiori rosa, e quell'occhio che vi fissa. Ah cazzo, penserete, accucciandovi sul sedile con i pantaloni tirati giù alle ginocchia. Leggere Dr.Adder ti fa diventare proprio un duro.
Ok, siete pronti per iniziare...

E' un gran bel libro che nell'edizione italiana soffre essenzialmente di due pecche: la copertina è una brutta copia dell'originale, e in quarta di copertina viene spacciato come un "romanzo cardine nell'evoluzione del genere cyberpunk"... beh, non c'è male per un libro che è stato scritto nel '72... ben prima che Gibson si sognasse ogni rosa olografica e Bruce Bethke stampigliasse "Cyberpunk" in cima ad un suo racconto nell'83, battezzando un genere.
Dr. Adder precorre certe tematiche del genere, ma, d'altronde, altre di fondamentale importanza non le vede proprio...
In Dr. Adder la problematica dell'informazione esiste in via embrionale... c'è Droit, uno spacciatore di informazioni, un maniaco collezionista di notizie, un ricettatore di soffiate; c'è KCID (ombrosa proiezione di Dick) che gestisce una emittente radiofonica in valigia che viene ascoltata in tutta Los Angeles, e c'è Melia, una ragazza sordo-cieca capace di connettersi direttamente ai circuiti televisivi e interferire direttamente con i segnali. Questa ragazza pare anticipare con le sue capacità due fattori: la cavalcata nel cyberspazio e il TV hacking che andava fortissimo negli anni '80 in California. L'anticipazione di questo fenomeno è interessante... fino agli anni '70 non era successo granché su questo fronte, si dovranno attendere almeno una decina d'anni per arrivare al mitico Orson Clarcke che per mesi e mesi si intromise nelle trasmissioni televisive di mezza west coast disturbando le tranquille serate di tanta gente un po' troppo tranquilla.
Melia anticipa anche lo sforamento di sistemi coperti con una coreografia che diverrà poi tipicamente cyberpunk, più o meno sono descrizioni a cui ora siamo abbastanza abituati, pare quasi che Jeter non abbia buona dimestichezza col genere perché usa le parole sbagliate al momento sbagliato... poi facciamo mente locale, e beh, non è malaccio, decisamente non è male! E di questo passo arriviamo dritti dritti al finale che - come talvolta accade - è ambientato in uno scenario apocalittico e un po' splatter (beh, poteva fare di meglio) ma prima di giungere alla fine vediamo come ci si è arrivati.

La storia prende il via da una fattoria nei pressi di Phoenix. Una fattoria dove si allevano galline giganti, che forniscono equivalentemente uova giganti per la vendita e prestazioni sessuali per i tecnici della fattoria.
Limmit prende il largo e sbarca a Los Angeles: una città ridotta a parco giochi della sua fetta più ricca. Qui regna incontrastato Dr. Adder, un bel personaggio che incarna la veste di scienziato pazzo con molta, molta carica e anche qualche altro ruolo non ben definibile... Ciò in cui è maestro il nostro dottore è scrutare dentro la gente alla ricerca dei suoi sogni più perversi da trasformare in realtà, appunto per costruire quel parco di divertimenti in cui si è trasformata Los Angeles. Il dr. Adder appare come il realizzatore di una possibile simbiosi tra uomo e artificialità, in una prospettiva visivamente provocante e per il resto decisamente conturbante.
Al dottor Adder si contrappone Mox, un altro brutto tipo... maniacalmente più puritano e con smanie egemoniche, e repressive, eccessive, decisamente insopportabili.

L'ambientazione per certi versi è alla Blade Runner, nel senso che pare fare molto buio e c'è un bel po' di spazzatura ovunque (ogni stanza ha i suoi 5 cm di immondizia sul pavimento!). Ma non c'è molto altro in comune. Camminando per l'interfaccia (questa parte di Los Angeles) si incontrano quasi esclusivamente ricchi in gita di piacere, puttane - trasformate da Adder in mostri con mutilazioni, costruzioni artificiali e sfiguramenti vari del corpo - sicari e MoFo (le squadre di bastonatori di Mox). Per il resto state certi di trovare ad ogni angolo di strada un attacco alla rete di TV via cavo e una buona scusa per rimanerci secchi in pochi secondi.

Voi riuscireste a cavarvela in un posto del genere?
Beh, credo proprio di sì!
A leggere tutta quella maledetta fantascienza dice Limmit si arriva a un punto in cui si accetta di tutto...

Il mondo è ridotto male, ma non è ancora perduto: anche qui c'è spazio per rivoluzionari ed idealisti, persino Limmit tra una scopata e un'altra (ah, non l'ho detto ma qui come in Crash pare che l'autore si sia impegnato per riuscire a far vedere che tutti si fanno tutti!) ci fa un pensierino alla rivoluzione.
Non è un'idealista lui, ma è una scusa come un'altra per morire, per morire sapendo almeno da che parte sta chi ti farà fuori. E soprattutto una buona scusa per legarsi a quella rivoluzionaria che lo insegue per tutto il libro.
Ma alla fine la conclusione di Limmit era prevedibile: "La rivoluzione: che stronzata!"

E già... e così stando splendidamente in tema con le immagini del libro, il mondo continua ad andare tranquillamente a puttane.