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RECENSIONI

di Francesco Grasso
L'impatto col romanzo vincitore dell'ultimo Premio Cosmo ricorda per molti versi l'affacciarsi dei novizi al Web. La prima sensazione che il libro fa sorgere è infatti il panico, il disorientamento, il timore di affondare nel mare di informazioni che ci vengono porte... Le tipiche fobie da impatto con il WWW si ritrovano nelle prime pagine del romanzo di Vietti, talmente dense di concetti nuovi, di scenari inconsueti, reali e virtuali, di miriadi di personaggi, umani ed artificiali, d'innovazioni linguistiche e tecniche, da stordire il lettore.
E' necessario un certo sforzo per capire che, dopotutto, il plot dell'opera è straordinariamente semplice: a pochi anni nel futuro Internet si trasformata in CyberWorld, un mondo virtuale ove l'intera umanità (o quasi) trascorre il suo tempo. Nel futuro immaginato da Vietti uomini e donne non escono mai fisicamente dalle loro abitazioni, ma solo tramite la Rete; essi si interfacciano ed agiscono nel mondo virtuale tramite un "simulante", un'icona di sè stessi, che li rappresenta garantendone l'anonimato. Essi svolgono il loro lavoro collegati alla Rete, coltivano amicizie collegati alla Rete, praticano sesso collegati alla Rete, vivono una vita telematica in cui la peggiore minaccia non è quella di essere uccisi, ma quella di essere formattati.
Il romanzo di Vietti in fondo è un semplice affresco di questo futuro Internettiano, in cui la trama serve solo per giustificare le descrizioni (peraltro ben fatte) e le gustose "chicche" presentate ai lettori, meglio se addetti ai lavori.
Capita infatti che ogni personaggio del romanzo abbia un nickname, un soprannome simile agli odierni indirizzi di posta elettronica (Albatros@69, Venus@124, Angel@01); che ognuno possieda uno homespace, estrapolazione dell'odierna homepage; che i virus informatici abbiano nel mondo virtuale la forma di insetti molesti; che i programmi di ricerca annusino la pista con un muso simulato da segugio, e che i software di sicurezza ringhino e sbavino come mastini affamati.
Vietti si diverte a tirar fuori dal suo cappello a cilindro spassose invenzioni a raffica, nonché citazioni dai classici del genere cyberpunk, come la I.A. di nome Case, che si presenta con un aspetto da cow-boy, chiaro riferimento all'omonimo cow-boy del cyberspazio del gibsoniano Neuromante. Ed in questo turbinare di astute citazioni e di trovate scoppiettanti il romanzo scorre piacevolmente, senza avvincere ma senza neppure tediare, sino alla fine, quando si scopre che:
- buona parte dei 2794 personaggi sono in realtà la stessa persona;
- se non sono la stessa persona comunque si conoscevano, a dimostrazione di come il mondo (o meglio il cybermondo) nonostante tutto resti piccolissimo;
- i giornalisti sono impiccioni e disposti a tutto per uno scoop, i poliziotti sono stupidi e testardi, i politici sono imbroglioni, i religiosi sono fanatici ed Alessandro Vietti è un amante degli stereotipi.
In conclusione, Cyberworld è un romanzo non eccelso, ma nel complesso gradevole. Lo stile di Vietti è originale, la scrittura pulita, le sue idee rivelano fantasia. Se si fosse sforzato un po' di più, ed avesse aggiunto agli altri ingredienti anche una trama (una qualsiasi, purché una trama!) CyberWorld avrebbe potuto essere un grande libro.
Peccato per l'occasione perduta... Ma non è il caso di disperarsi: vista l'età di questo giovane autore (appena 27 anni!), possiamo certo aspettarci una sua maturazione, una crescita letteraria che lo porterebbe davvero ad altri livelli.
Sono dunque d'obbligo gli auguri. Forza, Alessandro: da te ci aspettiamo grandi cose.
di Franco Forte
Come tiene a precisare l'autore in una breve avvertenza all'inizio del libro, i racconti compresi in questa folle antologia "non si svolgono né nel futuro, né nel presente, né nel passato, né nell'imperfetto, ma nel congiuntivo. A leggerli si rischia la
congiuntivite".
Ma non solo questo, ve lo posso garantire. Si rischia soprattutto un colossale mal di pancia per le sghignazzate feroci che le idee, le trovate e la comicità inarrestabile di Verrengia riescono a scuotere nell'incauto lettore.
I racconti di questa antologia di "fantascemenza" sono dei piccoli capolavori di umorismo e autoironia, ma come sempre dietro il messaggio comico, dietro le lacrime della risata e il gelo delle freddure, si possono scorgere paesaggi ben più vasti e profondi di quanto non possa la semplice cronaca letteraria.
Enzo Verrengia parla dei problemi del sud, dell'integrazione, dell'emancipazione, della rabbia, del disagio, del disprezzo, della malavoglia e del dolce far niente, sempre ruminando un pezzo di mozzarella di bufala tra i denti, e quando si depone il libro sul comodino dopo aver fatto echeggiare la propria risata sul soffitto, con il buon umore innescato da racconti come quello che dà il titolo all'antologia, oppure 1997 Fuga da Cerignola, Il villaggio dei cannati, La cozza da un altro mondo, Aglien, Il cervello da un miliardo di debiti e così via (tutte gustose parodie - ma non troppo - di celebri film di fantascienza), si può affrontare il retrogusto di questi bocconi dolce-amari e riflettere, forse in modo un po' meno disinteressato, un po' meno egoistico, un po' meno serioso
dei problemi che affliggono il sud di questo nostro splendido paese.
Verrengia è uno scrittore coi fiocchi che in questo libro dà valore di sé affrontando forse il compito più difficile dell'arte dello scrivere, ovverosia far ridere. E ci riesce così bene che possiamo perdonargli se alla fine quello che ci resta fra le mani è il rimpianto per aver terminato di leggere troppo presto le avventure dei suoi
assurdi eroi di carta Carta igienica, ci potete scommettere.
di Luigi Pachì
L'anno scorso, durante le ferie estive, attorno alla mezzanotte andava in onda su un canale catalano uno strano e vecchio telefilm con tematiche fantascientifiche ambientato nelle profondità marine. Tornato in Italia iniziai un po' di ricerche senza troppo successo. Nel nostro paese non lo aveva visto nessuno e le ricerche in Internet non mi avevano portato a nulla. Poi la svolta; un paio di articoli su riviste specializzate straniere che mi hanno permesso di mettere a fuoco un serial TV dai noi passato inosservato. Il titolo è Voyage to the bottom of the sea e racconta le storie di un sottomarino atomico che incontra da episodio a episodio personaggi frutto della più sfrenata fantasia.
Quello che lascia di stucco è pensare che siano state realizzate ben quattro stagioni per un totale di 110 episodi tra il 1964 e il 1968 (quindi ben prima del celebre Star Trek). Il serial fu il fiore all'occhiello del produttore americano Irwin Allen e la 20th Century Fox si impose come la principale produttrice di programmi televisivi in america. Il serial TV, tratto dal film omonimo (Viaggio in fondo al mare, 1961) con Walter Pidgeon, Joan Fontain e Peter Lorre e diretto dallo stesso Allen, partì con l'intento di portare sul video SF "seria", ma degenerò nelle stagioni successive in una grande caccia ai mostri/alieni che infestavano i corridoi del sottomarino (ci sono episodi dove ci si rincorre per i corridoi per decine di minuti interi). Il primo episodio è stato trasmesso in America il 14 settembre 1964 , mentre in UK il 10 ottobre 1964. L'ultimo episodio andò in onda il 21 marzo 1968. Tra le precedenti produzioni similari ricordo Sea Hunt e Stingray, mentre recentemente è stato lanciato in USA un nuovo serial TV dal titolo seaQuest DSV.
Tra i personaggi principali di Voyage to the bottom of the sea si cita l'ammiraglio Nelson interpretato da Richard Basehart (nel film Walter Pidgeon). La cosa buffa su questo personaggio chiave (il Kirk dell'occasione) è che Nelson non vuole assolutamente credere a qualsivoglia stranezza, nonostante accadano cose totalmente aliene per ben 110 episodi! Il ruolo del capitano Lee Crane fu affidato a David Hedison, quello del tenente Morton a David Dowdell. I dottori di bordo erano gli attori Richard Bull e Wayne Heffley. Le musiche del serial vennero realizzate da Lionel Newman e Paul Sawtell. Tra le cuirosità notiamo la presenza tra le "guest stars" anche di Leslie Nielsen, George Takei, Robert Duvall, Barbara Bouchet, John Cassavetes e Vincent Price. L'atmosfera del serial era un misto tra i film di SF stile anni '50 e il melodramma militare delle produzioni relative ai film sulla Seconda Guerra Mondiale. Per qualche episodio si è vissuta anche l'atmosfera tipica delle spy story, ma poi si tornò a trattare di argomenti fantastici, con una riuscita migliore durante la seconda e la terza stagione.
Se qualcuno fosse interessato a Voyage to the bottom of the sea tenga d'occhio il canale monotematico via satellite SCI-FI Channel... E se qualcuno si sente già un fan sfegatato dell'ammiraglio Nelson e compagni può iscriversi all'unico club che sono riuscito a scovare nell'intero universo: The Seaview Crew, 16, Walnut Avenue, Bryaston, Brandford Forum, Dorset DT11 OPT, Inghilterra (inviate lettera con francobollo allegato per ottenere risposta).

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