| recensioni | a cura della redazione |
Terra, 2035: una misteriosa epidemia ha decimato la razza umana e i superstiti hanno trovato rifugio nei sotterranei. Dalla profondità dei tombini di Philadelphia un galeotto viene rimandato indietro nel tempo per scoprire le cause del disastro e cercare di cambiare il destino del pianeta. E' da questa premessa narrativa, ampiamente sfruttata dal cinema fantastico passato e recente, da cui prende le mosse il film visionario di Terry Gilliam che a molti ricorderà l'estetica claustrofobica e futuribile di Brazil.
Lo spunto, o meglio la folgorazione, è venuta al produttore Charles Roven rivedendo il cortometraggio d'avanguardia La Jetéè realizzato nel 1962 dal cineasta francese Chris Marker. Da lì Terry Gilliam ha intrapreso un suo personale confronto con il soggetto originale reinventandolo, ricreando l'allucinante viaggio nel futuro con lo sguardo puntato al presente. E Philadelphia, detrito post-industriale d'America, è stata scelta come scenario apocalittico di questa terra desolata.
Un film straordinario. Un grande coacervo di immaginazione malata e slabbrata, di Apocalisse prossima ventura, di febbre del Millennio che muore. Avanza con un continuo senso di presagio fra psicospazzatura, oscurità, piogge luride, degrado. "L'esercito delle 12 scimmie" è un gran pasticcio buio, ma con momenti di tale intensità' evocativa, di sgomento così profondo, da candidarsi a cult.
Collocato nel 2035, il thriller post-apocalittico di Terry Gilliam, tratto dai 30 minuti de "La jetee" di Chris Marker, dilatati e stirati oltre misura, interpretato da Bruce Willis sempre più cranioso, da un Brad Pitt da Actor's Studio, immagina che un virus misterioso abbia ucciso fra il 1996 e il 1997 cinque miliardi di persone, il 99 per cento degli abitanti della Terra.
Bruce Willis, criminale detenuto, picchiato, pestato, insanguinato, preso a calci, illividito, tumefatto, dolente, e' l'esploratore che in cerca di informazioni viaggia attraverso il tempo, assistito dalla sua psichiatra Madeleine Stowe; che risale alla superficie in un universo nevoso spopolato di uomini, dove orsi e leoni passeggiano nel centro di New York. E che cerca la chiave di tutto nelle oscure allusioni di Brad Pitt, pazzo per finta o per davvero, forse in manicomio per essere neutralizzato, che gli racconta del gruppo terrorista-animalista "Esercito delle 12 scimmie"...
L'effetto e' possente. Non importa se, anche nei momenti più tesi, Madeleine Stowe non dimentica di rifarsi il trucco. Inquietante è la complessità imperscrutabile dei fatti, che provoca smarrimento nel protagonista come negli spettatori.
E inquietante, entusiasmante, è la frammentazione del racconto, che arriva a farci percepire, fra frammenti e schegge impazzite di racconto, il senso della relatività del tempo, la tirannia della scienza, il presagio, il confine sottile fra equilibrio mentale e follia. E' il film più' bello di Terry Gilliam, del suo talento visuale oppressivo e anarchico. E forse anche la migliore interpretazione di Brad Pitt.
Curiosità L'esercito delle dodici scimmie è ambientato, in larga [Image] parte, nelle aree dismesse di Philadelphia, fra le fabbriche chiuse a causa dell'alta tecnologia che ha strappato all'industria pesante il primato nella produzione di massa. Queste cattedrali nel deserto rappresentano "il fallimento del sogno americano - ha dichiarato Terry Gilliam - un cocktail, per certi aspetti indigesto, i cui ingredienti sono la straordinaria ricchezza del centro di Philadelphia e la disperante miseria delle zone immediatamente contigue". [Giovanni Bogani, per gentile concessione di HalCinema]