| recensioni | a cura di Franco Forte |
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Per passare al suolo italico, posso tranquillamente affermare che Diego Gabutti è
uno dei pochi critici e scrittori nel nostro paese a non vergognarsi delle sue letture
e dei suoi gusti letterari, in parte indirizzati verso la narrativa del fantastico.
Lo dimostra il fatto che pur essendo editorialista e commentatore di spicco del quotidiano
"Il Giorno", non è difficile trovare all'interno di quello stesso giornale sue recensioni
di romanzi di fantascienza, horror, fantasy, giallo e altra narrativa di genere. Un modo di lavorare e di essere giornalista che ben pochi nel nostro paese hanno
il coraggio di difendere apertamente.
Dopo aver pubblicato sempre presso Longanesi il romanzo Un'avventura di Amedeo Bordiga
, Gabutti prova a reimmergersi nelle tensioni e nella complessa architettura della
narrativa con un libro tanto folle, bizzarro e inquietante quanto coerente con la
natura schietta e multiforme del suo autore. Il protagonista di Pandemonium
è il diavolo (dunque prodotto del retaggio "fantastico" di Gabutti, che io ricordo,
anni fa, presente con una lettera nella rubrica Accademia della rivista/libro Galassia),
ma anche il sottobosco infido e oscuro dei servizi segreti (la passione parallela
per la spy story), la ricostruzione fantasiosa ma non troppo di un gruppo di ex brigatisti
convertitesi al neognosticismo (l'attualità, premiata da una telefonata allo stesso
sbigottito Gabutti da parte proprio di uno di questi ex brigatisti riconosciutosi nel lavoro d'immaginazione del romanzo), e poi il corollario policromo di personaggi
ritagliati dalle pagine dei quotidiani o fotografati alla televisione, in una girandola
di azione e di follia creativa che spinge la ricerca del santo graal emozionale nei pruriti oltraggiosi delle sette sataniche e dei riti sconvenienti che tracciano
il futuro agli aspiranti adepti.
Ma in tutto questo pandemonio
, dove religione, politica, sesso, fantasia e servizi segreti s'intrecciano come l'ordito
di un pesante tessuto, forse soltanto lo stesso Gabutti può cercare di sgrovigliare
la matassa. E' lui infatti ad avvertirci che: "Anche i Templi e i postriboli, come le sale da gioco, i bar e le chiese, dovrebbero trovarsi sempre al piano terreno
(...) se un postribolo al pian terreno attira i guardoni, un Tempio attirerebbe gli
origliatori delle Logge nemiche, sempre a caccia di altrui segreti ".
Ma torniamo oltre oceano. Grande autore di talento pluripremiato, Dan Simmons dovrebbe
meritare più spazio e attenzione di quanto forse i lettori italiani gli concedono.
Non tanto per le sue indubbie qualità artistiche (non si vincono infatti Premio Hugo,
Premio World Fantasy e Premio Bram Stoker se non si è scrittori di razza), quanto
per la singolare capacità di rendere angosciante e incalzante la più semplice delle
situazioni, la più banale delle deviazioni sociali o la più comune tra le malformazioni
fisiche o mentali di cui, forse senza neppure accorgercene, siamo costantemente circondati.
Dan Simmons è un cronista della moderna chimica celebrale, ecco la definizione che
mi sembra più calzante. Una professione singolare che ha sviluppato non soltanto
attraverso le letture e le evoluzioni della sua creatività, bensì in forma diretta insegnando
per anni in un istituto per bambini prodigio, una di quelle istituzioni in cui gli
umori
della chimica celebrale in eccesso diventano evidenti e quasi palpabili.
Dopo i bellissimi (per quanto incredibilmente diversi tra loro) Hyperion
e I figli della paura
(tutto Simmons è edito da Mondadori e merita un posto di rilievo nelle nostre librerie),
questo Gli uomini vuoti
prova a raccontarci con ritmo serrato e incalzante (scandito da capitoli brevissimi
di efficacia esemplare) il crollo e la disintegrazione della chimica celebrale di
un ragazzo telepatico che per tutta la vita ha dovuto combattere contro il frastuono di fondo
dei pensieri dell'umanità.
Jeremy è sull'orlo di un baratro, perché nessuna mente può reggere alle ondate di
sofferenza, angoscia e disperazione che vengono emesse dai cervelli di miliardi di
persone, e se per gran parte della sua esistenza è riuscito a farsi scudo di queste
emissioni attraverso la presenza forte e confortante di Gail, sua moglie, quando questa muore
improvvisamente il baratro diventa evidente sotto di lui, e basta un nulla, un semplice
alito di paura, per farlo cadere irreparabilmente.
Un'esperienza che non deve essere augurata a nessuno e un romanzo che coniuga fantascienza,
horror e mainstream (ci tengo a dirlo, al di là di ogni pregiudizio o assurdo tabù)
in un compendio di generi assemblato da una tecnica narrativa esemplare.
Volete imparare a scrivere, a dosare gli ingredienti giusti nella complessa ricetta
romanzo? Lasciate perdere i manuali di scrittura creativa e provate a dare un'occhiata
a quello che scrive Dan Simmons.
Nell'era dell'elettronica globale, del villaggio telematico, di Internet e dei computer
sempre più potenti, sempre più piccoli, sempre più affidabili e dalle prestazioni
sensazionali (basti pensare al Think Pad, un portatile in grado di comprendere
la voce umana e trasformare i suoni in caratteri scritti), sembra quasi ridicolo,
di certo superato, parlare di robot; di quelle creature di metallo e plastica (o
simil-metallo e simil-plastica, come si è letto in tanti romanzi di fs) generalmente
a forma umana che hanno rappresentato il desiderio creativo dell'essere umano spingendolo
fino all'emulazione con la divinità: ovvero la tecnica di creare la vita partendo
dalla materia inerte e priva di coscienza.
Isaac Asimov ha contribuito non poco a delineare e caratterizzare la figura del robot
moderno. Creature solitamente imponenti, dallo sguardo freddo e dal contegno impassibile,
che si rifanno alla leggenda del Golem e incutono timore e rispetto. Ma l'idea principale su cui ha lavorato il Buon Dottore (oltre alla definizione del cervello
positronico, ovvero un intelligente escamotage per dribblare il problema di riempire
la contenuta scatola cranica di un robot con gli intricati, complessi e voluminosi
apparati che caratterizzavano gli elaboratori elettronici dell'epoca) è stata quella delle
tre leggi della robotica, che costituiscono una sorta di manuale deontologico per
ogni robot che si rispetti.
Il terrore, infatti, che una creatura di metallo mille volte più forte di ogni essere
umano, quasi indistruttibile, possa perdere le staffe e rivoltarsi contro i suoi
assemblatori, è un tema fondamentale di buona parte della letteratura di fantascienza
che ha avuto i robot come protagonisti di primo piano.
Ma se i racconti e i romanzi di Asimov sui robot, quasi sempre imperniati su intelligenti
exploit e contraddizioni a danno delle tre leggi, sono stati seguiti con entusiasmo
dal pubblico e hanno appassionato almeno un paio di generazioni di lettori di fs,
al giorno d'oggi l'argomento potrebbe apparire superato, quasi obsoleto. Con l'esplosione
del cyberpunk e delle avanguardie virtuali, la connessione uomo-macchina ha costruito
uno scalino superiore (e più terrificante) a quello della macchina animata. Potenziare il corpo umano mantenendo inalterata la forza inimitabile del cervello biologico,
è qualcosa che molto si avvicina alla creatura semimitica del robot onnipotente,
e inevitabilmente la supera, aggirando con estrema facilità quelle limitazioni e
assicurazioni per il genere umano che erano contenute nelle tre leggi della robotica.
Forse per questo dalle solari e poco cruente storie di Asimov siamo passati agli scenari
cupi dell'underground metropoli-tano, in cui degrado e devastazione si accompagnano
alla crescita vertiginosa della simbiosi uomo-macchina.
Ma ogni tanto è bello poter riprendere fiato, recuperare atmosfere e luoghi comuni
che sembravano irrimediabilmente perduti. Quello che fa Roger McBride Allen, trentottenne
scrittore americano già conosciuto dagli appassionati italiani per alcuni suoi bei romanzi apparsi nelle collane Mondadori, che si contraddistingue per la fresca capacità
di rinnovare con i fermenti della narrativa degli anni novanta quelle tematiche e
quelle suggestioni tipiche della fs classica di maestri quali lo stesso Asimov, Robert Heinlein e Arthur C. Clarke.
La carriera di Roger McBride Allen inizia nel 1985 con il romanzo "Torch of Honour",
seguito l'anno dopo da "Rogue Power". Nel 1988 sono due i romanzi che McBride Allen
dà alle stampe: "Orphan of Creation" e "Farside Cannon". Nel 1989 appare "The War
Machine", scritto in collaborazione con David Drake, e nel 1991 (l'anno del balzo alla
popolarità per questo autore) "Supernova" (a quattro mani con Eric Kotani) e "L'Anello
di Caronte", esordio italiano di McBride Allen nella ormai scomparsa collana Interno
Giallo.
Ma il suo accostamento al tema dei robot avviene nel 1992, quando l'uscita di "The
Modular Man" ("L'uomo modulare", Urania 1239), individua questo autore come un possibile
emulo del Buon Dottore. Per non smentirsi, McBride Allen torna l'anno successivo
a occuparsi con abilità e sagacia dell'universo robotico, e lo fa con "Caliban" ("Il
Calibano di Asimov") che inaugura una trilogia su questo tema che sarà completata
dai romanzi "Inferno" e "Utopia".
Tre romanzi, proprio come le tre leggi della robotica, che in questo libro tornano
prepotentemente alla ribalta, facendoci riscoprire il sapore della tradizione classica
in contrapposizione agli scenari truci del cyberpunk, dello steampunk, dello splatterpunk e del post-futurismo.
Saranno proprio le tre leggi della robotica a ingarbugliarsi nel cervello positronico
di un robot di nuova generazione, Calibano, che svincolato dai limiti deontologici
della sua natura meccanica si ergerà contro l'umanità come una creatura nuova e affascinante, simbolo della protervia e dell'arroganza dell'uomo, e che potrà costruirsi
da sola delle nuove leggi da rispettare e interpretare in modo completamente diverso
dai comunii codici della società umana.
Calibano viene ritenuto responsabile del ferimento di una donna, e questa infamia
macchierà non soltanto la sua esistenza ma anche quella di tutto l'universo abitato,
diviso tra gli Spaziali (una razza decaduta e dolente che si affida ai robot per
qualsiasi mansione) e i Coloni, i discendenti dei terrestri, che disprezzano gli Spaziali
e odiano i robot.
Calibano sarà l'ago della bilancia e il fautore di un nuovo modo di vedere e interpretare
le creature artificiali, e si muoverà nello scenario creato da McBride Allen (tanto
simile a quello ideato da Asimov) senza le certezze e le regole fondamentali delle
tre leggi, forse dimostrandosi un pericolo per l'umanità, forse il suo salvatore.
Un romanzo scritto con maestria che ci ricorda la migliore prosa del Buon Dottore
e che denuncia, a partire dal titolo scelto per l'edizione italiana, l'intenzione
di colmare quel vuoto che Isaac Asimov ci ha lasciato.