recensioni a cura di Franco Forte

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Frankenstein, ovvero il Prometeo moderno. Uno dei romanzi che spesso vengono indicati (a ragione, direi) tra i capostipiti della fantascienza. Scritto dall'inglese Mary Shelley come risultato di una sorta di sfida tra amici, il capolavoro ottocentesco del Frankenstein continua a suscitare interessi letterari e cinematografici anche alle soglie del duemila. Soprattutto da parte degli americani, che avvertono il fascino della creazione dal nulla, del tentativo di diventare numero uno anche quando questo potrebbe significare lottare direttamente con Dio, misurarsi con Lui nella sfida più grande e più difficile a cui si possa pensare: creare la vita.
Così il regista Tim Burton rielabora a modo suo il Frankenstein facendo rivivere un cagnolino nel prologo in bianco e nero di Nightmare before Christmas , e per quanto riguarda la letteratura, il pluripremiato e talentuoso Michael Bishop trasferisce nella patria del "tutto possibile" i meccanismi fascinatori inventati da Mary Shelley (naturalmente evitando le atmosfere e le suggestioni dell'Inghilterra vittoriana a favore della cultura sportiva americana, e più in particolare del baseball, motore del mondo al di là dell'Atlantico).
Dopo aver dominato per due anni di seguito il premio Nebula (con i romanzi The Quickaning nel 1981 e No Enemy But Time nel 1982) e aver scritto quel bellissimo romanzo intitolato The Secret Ascension in onore e tributo al grande Philip K. Dick, Bishop ha provato a mettere all'opera le sue qualità narrative con questo confronto con la mano sottile ed elegante di Mary Shelley, americanizzando (ma ottimamente, è proprio il caso di dirlo) uno dei miti per eccellenza della fs, e giocando astutamente con la commistione tra antico e moderno, tra mainstream e fantastico, tra creazione e rivisitazione.
Il risultato dev'essere premiato in un solo modo: con l'acquisto e la lettura di un libro che trascende il semplice interesse letterario, sconfinando ancora una volta nella zona franca e sempre più rara dei romanzi gustosi.

Per passare al suolo italico, posso tranquillamente affermare che Diego Gabutti è uno dei pochi critici e scrittori nel nostro paese a non vergognarsi delle sue letture e dei suoi gusti letterari, in parte indirizzati verso la narrativa del fantastico. Lo dimostra il fatto che pur essendo editorialista e commentatore di spicco del quotidiano "Il Giorno", non è difficile trovare all'interno di quello stesso giornale sue recensioni di romanzi di fantascienza, horror, fantasy, giallo e altra narrativa di genere. Un modo di lavorare e di essere giornalista che ben pochi nel nostro paese hanno il coraggio di difendere apertamente.
Dopo aver pubblicato sempre presso Longanesi il romanzo Un'avventura di Amedeo Bordiga , Gabutti prova a reimmergersi nelle tensioni e nella complessa architettura della narrativa con un libro tanto folle, bizzarro e inquietante quanto coerente con la natura schietta e multiforme del suo autore. Il protagonista di Pandemonium è il diavolo (dunque prodotto del retaggio "fantastico" di Gabutti, che io ricordo, anni fa, presente con una lettera nella rubrica Accademia della rivista/libro Galassia), ma anche il sottobosco infido e oscuro dei servizi segreti (la passione parallela per la spy story), la ricostruzione fantasiosa ma non troppo di un gruppo di ex brigatisti convertitesi al neognosticismo (l'attualità, premiata da una telefonata allo stesso sbigottito Gabutti da parte proprio di uno di questi ex brigatisti riconosciutosi nel lavoro d'immaginazione del romanzo), e poi il corollario policromo di personaggi ritagliati dalle pagine dei quotidiani o fotografati alla televisione, in una girandola di azione e di follia creativa che spinge la ricerca del santo graal emozionale nei pruriti oltraggiosi delle sette sataniche e dei riti sconvenienti che tracciano il futuro agli aspiranti adepti.
Ma in tutto questo pandemonio , dove religione, politica, sesso, fantasia e servizi segreti s'intrecciano come l'ordito di un pesante tessuto, forse soltanto lo stesso Gabutti può cercare di sgrovigliare la matassa. E' lui infatti ad avvertirci che: "Anche i Templi e i postriboli, come le sale da gioco, i bar e le chiese, dovrebbero trovarsi sempre al piano terreno (...) se un postribolo al pian terreno attira i guardoni, un Tempio attirerebbe gli origliatori delle Logge nemiche, sempre a caccia di altrui segreti ".

Ma torniamo oltre oceano. Grande autore di talento pluripremiato, Dan Simmons dovrebbe meritare più spazio e attenzione di quanto forse i lettori italiani gli concedono. Non tanto per le sue indubbie qualità artistiche (non si vincono infatti Premio Hugo, Premio World Fantasy e Premio Bram Stoker se non si è scrittori di razza), quanto per la singolare capacità di rendere angosciante e incalzante la più semplice delle situazioni, la più banale delle deviazioni sociali o la più comune tra le malformazioni fisiche o mentali di cui, forse senza neppure accorgercene, siamo costantemente circondati. Dan Simmons è un cronista della moderna chimica celebrale, ecco la definizione che mi sembra più calzante. Una professione singolare che ha sviluppato non soltanto attraverso le letture e le evoluzioni della sua creatività, bensì in forma diretta insegnando per anni in un istituto per bambini prodigio, una di quelle istituzioni in cui gli umori della chimica celebrale in eccesso diventano evidenti e quasi palpabili.
Dopo i bellissimi (per quanto incredibilmente diversi tra loro) Hyperion e I figli della paura (tutto Simmons è edito da Mondadori e merita un posto di rilievo nelle nostre librerie), questo Gli uomini vuoti prova a raccontarci con ritmo serrato e incalzante (scandito da capitoli brevissimi di efficacia esemplare) il crollo e la disintegrazione della chimica celebrale di un ragazzo telepatico che per tutta la vita ha dovuto combattere contro il frastuono di fondo dei pensieri dell'umanità.
Jeremy è sull'orlo di un baratro, perché nessuna mente può reggere alle ondate di sofferenza, angoscia e disperazione che vengono emesse dai cervelli di miliardi di persone, e se per gran parte della sua esistenza è riuscito a farsi scudo di queste emissioni attraverso la presenza forte e confortante di Gail, sua moglie, quando questa muore improvvisamente il baratro diventa evidente sotto di lui, e basta un nulla, un semplice alito di paura, per farlo cadere irreparabilmente.
Un'esperienza che non deve essere augurata a nessuno e un romanzo che coniuga fantascienza, horror e mainstream (ci tengo a dirlo, al di là di ogni pregiudizio o assurdo tabù) in un compendio di generi assemblato da una tecnica narrativa esemplare.
Volete imparare a scrivere, a dosare gli ingredienti giusti nella complessa ricetta romanzo? Lasciate perdere i manuali di scrittura creativa e provate a dare un'occhiata a quello che scrive Dan Simmons.

Nell'era dell'elettronica globale, del villaggio telematico, di Internet e dei computer sempre più potenti, sempre più piccoli, sempre più affidabili e dalle prestazioni sensazionali (basti pensare al Think Pad, un portatile in grado di comprendere la voce umana e trasformare i suoni in caratteri scritti), sembra quasi ridicolo, di certo superato, parlare di robot; di quelle creature di metallo e plastica (o simil-metallo e simil-plastica, come si è letto in tanti romanzi di fs) generalmente a forma umana che hanno rappresentato il desiderio creativo dell'essere umano spingendolo fino all'emulazione con la divinità: ovvero la tecnica di creare la vita partendo dalla materia inerte e priva di coscienza.
Isaac Asimov ha contribuito non poco a delineare e caratterizzare la figura del robot moderno. Creature solitamente imponenti, dallo sguardo freddo e dal contegno impassibile, che si rifanno alla leggenda del Golem e incutono timore e rispetto. Ma l'idea principale su cui ha lavorato il Buon Dottore (oltre alla definizione del cervello positronico, ovvero un intelligente escamotage per dribblare il problema di riempire la contenuta scatola cranica di un robot con gli intricati, complessi e voluminosi apparati che caratterizzavano gli elaboratori elettronici dell'epoca) è stata quella delle tre leggi della robotica, che costituiscono una sorta di manuale deontologico per ogni robot che si rispetti.
Il terrore, infatti, che una creatura di metallo mille volte più forte di ogni essere umano, quasi indistruttibile, possa perdere le staffe e rivoltarsi contro i suoi assemblatori, è un tema fondamentale di buona parte della letteratura di fantascienza che ha avuto i robot come protagonisti di primo piano.
Ma se i racconti e i romanzi di Asimov sui robot, quasi sempre imperniati su intelligenti exploit e contraddizioni a danno delle tre leggi, sono stati seguiti con entusiasmo dal pubblico e hanno appassionato almeno un paio di generazioni di lettori di fs, al giorno d'oggi l'argomento potrebbe apparire superato, quasi obsoleto. Con l'esplosione del cyberpunk e delle avanguardie virtuali, la connessione uomo-macchina ha costruito uno scalino superiore (e più terrificante) a quello della macchina animata. Potenziare il corpo umano mantenendo inalterata la forza inimitabile del cervello biologico, è qualcosa che molto si avvicina alla creatura semimitica del robot onnipotente, e inevitabilmente la supera, aggirando con estrema facilità quelle limitazioni e assicurazioni per il genere umano che erano contenute nelle tre leggi della robotica.
Forse per questo dalle solari e poco cruente storie di Asimov siamo passati agli scenari cupi dell'underground metropoli-tano, in cui degrado e devastazione si accompagnano alla crescita vertiginosa della simbiosi uomo-macchina.
Ma ogni tanto è bello poter riprendere fiato, recuperare atmosfere e luoghi comuni che sembravano irrimediabilmente perduti. Quello che fa Roger McBride Allen, trentottenne scrittore americano già conosciuto dagli appassionati italiani per alcuni suoi bei romanzi apparsi nelle collane Mondadori, che si contraddistingue per la fresca capacità di rinnovare con i fermenti della narrativa degli anni novanta quelle tematiche e quelle suggestioni tipiche della fs classica di maestri quali lo stesso Asimov, Robert Heinlein e Arthur C. Clarke.
La carriera di Roger McBride Allen inizia nel 1985 con il romanzo "Torch of Honour", seguito l'anno dopo da "Rogue Power". Nel 1988 sono due i romanzi che McBride Allen dà alle stampe: "Orphan of Creation" e "Farside Cannon". Nel 1989 appare "The War Machine", scritto in collaborazione con David Drake, e nel 1991 (l'anno del balzo alla popolarità per questo autore) "Supernova" (a quattro mani con Eric Kotani) e "L'Anello di Caronte", esordio italiano di McBride Allen nella ormai scomparsa collana Interno Giallo.
Ma il suo accostamento al tema dei robot avviene nel 1992, quando l'uscita di "The Modular Man" ("L'uomo modulare", Urania 1239), individua questo autore come un possibile emulo del Buon Dottore. Per non smentirsi, McBride Allen torna l'anno successivo a occuparsi con abilità e sagacia dell'universo robotico, e lo fa con "Caliban" ("Il Calibano di Asimov") che inaugura una trilogia su questo tema che sarà completata dai romanzi "Inferno" e "Utopia".
Tre romanzi, proprio come le tre leggi della robotica, che in questo libro tornano prepotentemente alla ribalta, facendoci riscoprire il sapore della tradizione classica in contrapposizione agli scenari truci del cyberpunk, dello steampunk, dello splatterpunk e del post-futurismo.
Saranno proprio le tre leggi della robotica a ingarbugliarsi nel cervello positronico di un robot di nuova generazione, Calibano, che svincolato dai limiti deontologici della sua natura meccanica si ergerà contro l'umanità come una creatura nuova e affascinante, simbolo della protervia e dell'arroganza dell'uomo, e che potrà costruirsi da sola delle nuove leggi da rispettare e interpretare in modo completamente diverso dai comunii codici della società umana.
Calibano viene ritenuto responsabile del ferimento di una donna, e questa infamia macchierà non soltanto la sua esistenza ma anche quella di tutto l'universo abitato, diviso tra gli Spaziali (una razza decaduta e dolente che si affida ai robot per qualsiasi mansione) e i Coloni, i discendenti dei terrestri, che disprezzano gli Spaziali e odiano i robot.
Calibano sarà l'ago della bilancia e il fautore di un nuovo modo di vedere e interpretare le creature artificiali, e si muoverà nello scenario creato da McBride Allen (tanto simile a quello ideato da Asimov) senza le certezze e le regole fondamentali delle tre leggi, forse dimostrandosi un pericolo per l'umanità, forse il suo salvatore.
Un romanzo scritto con maestria che ci ricorda la migliore prosa del Buon Dottore e che denuncia, a partire dal titolo scelto per l'edizione italiana, l'intenzione di colmare quel vuoto che Isaac Asimov ci ha lasciato.


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