recensioni a cura di
Franco Forte

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Durante la convention annuale degli appassionati di fantascienza di Courmayeur del 1990, lo scrittore americano David Brin presentò in anteprima italiana il suo più ambizioso romanzo, Terra. In quell'occasione mi capitò d'intervistarlo per un quotidiano nazionale, e potei dunque approfondire alcuni aspetti non soltanto del romanzo, bensì di tutta l'opera di questo autore particolarmente dotato. Vi confesso che quello che ne uscì fu abbastanza strano, soprattutto in relazione ad alcune mie domande specifiche che puntavano deliberatamente l'attenzione su un evento storicamente clamoroso di quegli anni, ovvero la caduta del muro di Berlino e lo sgretolamento del comunismo.
Il modo infervorato e appassionato con cui Brin collegò quegli avvenimenti (e il conseguente smottamento culturale che colpì l'Europa dell'est) al suo romanzo Terra, mi spinse a correre alla ricerca di quel libro e leggerlo in lingua originale con estremo interesse. Quello che mi sono trovato davanti, in realtà, era qualcosa di più di un semplice romanzo di fantascienza: era l'apologia di uno scrittore per il suo pianeta natale, per l'ambiente sempre più precario e difficile da gestire che in un futuro molto vicino conoscerà la lotta per la sopravvivenza da parte dei suoi figli.
Brin non maschera il suo terrore per catastrofi più o meno naturali e più o meno prevedibili, e anzi recupera gran parte degli argomenti più cari alla fantascienza catastrofica per imbastirte quello che sarebbe più appropriato definire un thriller futuristico e un canto d'amore per il più bel pianeta dell'universo.
Ma perché ambientare il romanzo nel futuro, in un futuro tra l'altro così vicino all'oggi frenetico che tutti conosciamo? Fu lo stesso Brin a chiarirmi l'importanza che attribuisce alla fantascienza, sostenendo che "questo genere letterario è molto importante per l'umanità: immaginare il futuro, infatti, consente di individuare meglio i possibili pericoli. Per questo penso che attraverso la fs si possa evitare gran parte degli errori e delle catastrofi cui l'umanità, anche entro breve tempo, potrebbe andare incontro."
Dunque fantascienza utilizzata come strumento di denuncia, per dare forza morale al grido di terrore intrinseco nelle 700 e oltre pagine di Terra.
"Noi tutti siamo dei guerrieri" mi precisò Brin, "che con gli strumenti della scrittura lottano contro le degenerazioni della civiltà."
Come legare tutto questo agli smottamenti culturali di allora, in quei folli anni in cui Terra è apparso nelle librerie e contemporaneamente l'Europa orientale si scrollava di dosso le armature rigide del comunismo intollerante?
"La cultura americana deve avere un ruolo di punta in questo processo di rinnovamento del pensiero umano, a partire da questi territori appena liberati da una così evidente seppure particolare forma di schiavitù." Le parole di Brin erano decise, addirittura appassionate, e mentre mi diceva questo stringeva con forza una copia rilegata di Terra in lingua originale, quasi a volermi far comprendere che tutto quello che mi diceva era contenuto nel suo libro. "La potenzialità del pensiero libero dev'essere diffusa e proposta in ogni angolo del mondo, e noi scrittori di fantascienza americani siamo all'avanguardia in questo processo."
Siamo arrivati a toccare un punto nevralgico non solo di questo bellissimo romanzo di Brin, ma certamente di tutta la sua opera. Eppure Terra è anche un libro che racconta una splendida e avvincente avventura.
"E' il mio romanzo più lungo e più difficile, che mi ha impegnato allo spasimo in uno sforzo di rigorosa predizione del nostro futuro prossimo venturo. Una rigirosità ideologica e sociale che vedo riflettersi in molte sue angolature proprio in quanto sta accadendo oggi nei paesi dell'est".
Diventa allora ancora più intrigante e affascinante leggere questo libro cinque anni dopo, e percepire fino in fondo la portata culturale del lavoro di Brin, che può essere più o meno condivisa ma che di certo non può lasciare indifferente nessuno.

Film Live: contratto mortale di Wilhelmina Baird, una scrittrice scozzese che vive nel sud della Francia al suo primo romanzo, riesce a mescolare con una tecnica audace le spinte propositive del fenomeno cyberpunk (che seppure in esaurimento nella sua patria natale, gli Stati Uniti, nel resto del mondo gode ancora di enorme notorietà legata alle più attuali conquiste della telematica) con alcune delle più classiche trame di quella fantascienza anni cinquanta che nel caso specifico si può legare al bellissimo La decima vittima di Sheckley (e alle numerose, seppure minori, riduzioni cinematografiche che ne sono state fatte negli ultimi vent'anni).
La trama è semplice quanto (per quel suo sapore primordiale, appunto) affascinante: un trio di emarginati si barcamena come può nel consueto panorama di distruzione e degrado urbano del più tipico scenario cyberpunk, fino a quando non entra in gioco la nuova moda del secolo, ovvero il cinema in versione empatica totale, che oltre alle immagini coinvolge lo spettatore sensorialmente ed emozionalmente, sfruttando la realtà alla stregua delle precedenti finzioni messe in scena da attori professionisti. In questo nuovo modo di operare, gli attori sono la gente comune, la vicenda è la loro vita, le loro illusioni e la loro morte. Morte che deve essere quanto più cruenta possibile per lasciare il segno sullo spettatore.
I tre protagonisti vengono coinvolti in una spirale di avventure mozzafiato, e quello che ne viene fuori è una credibile quanto angosciante ipotesi estrema di evoluzione di un genere d'intrattenimento popolare che già adesso muove un giro colossale di denaro e interessi, e che sembra destinato a crescere in futuro. Del resto, ricordate il bellissimo romanzo di Harry Harrison Il vichingo in technicolor, in cui una troupe cinematografica si sposta all'indietro nel tempo per girare in presa diretta un film sui vichinghi e sfruttarne l'impatto emozionale derivato dalla realtà, così diversa e più acre della finzione? La forza visionaria e ironica di uno scrittore di fs degli anni sessanta (quel romanzo era del '67) si ritrova intatta nell'opera di Wilhelmina Baird, con un corollario di atmosfere, scenari e personaggi che si rifanno al nostro presente (di certo quello sotterraneo e suburbano delle grandi metropoli continentali) forse più di quanto siamo disposti ad ammettere.
Lo stesso William Gibson, profeta e autore cult del movimento cyberpunk, ha espresso un giudizio estremamente sintetico ma significativo di questo romanzo, che meglio di ogni mia parola riassume il significato di Film Live: contratto mortale: "Un futuro spietato, dai riflessi cupi, illuminato da uno stile memorabile, un graffiante senso dell'umorismo e un occhio infallibile per la tecnologia deviante".


Decisamente più soft e di diversa fattura il romanzo di Stephen Lawhead, La guerra per Albion, riproposto in edizione rilegata dalla Keltia Editrice di Aosta, una piccola ma estremamente attiva casa editrice che si propone di confezionare e vendere libri non tanto per il loro potenziale commerciale quanto per la qualità dei contenuti, senza dimenticare l'amore sacro per il libro.
Amore che si può immediatamente notare dal modo in cui i volumi della Keltia sono curati, con le splendide copertine originali di Eta Musciad e una scelta della carta e degli inchiostri che non si affida certo al risparmio.
Dopo la collana "I Calicanti", la Keltia Editrice ha deciso di varare questi Calicanti D'Oro, ovvero volumi rilegati che intendono presentare una panoramica il più ampia possibile di grandi successi internazionali di fantasy e fantascienza ma anche di giallo, gotico e trilling d'autore.
Queste edizioni di pregio hanno tiratura limitata in mille copie numerate, il che contribuisce ad arricchirne il valore intrinseco oltre che l'appetibilità per i collezionisti e per i cultori del libro tout court.
La guerra per Albion è la ristampa di un romanzo già apparso nel catalogo delle edizioni Nord nel 1992, e tratta uno degli argomenti di maggiore interesse per i curatori della Keltia Editrice: le storie e le leggende della civiltà celtica in un contesto di precisa ricostruzione storica, oltre che immaginifica.
Per questo antico popolo non esisteva una reale divisione tra il mondo reale e l'aldilà. Presente e passato, il mondo dei vivi e le mitche terre degli dei e degli eroi, erano considerati non come universi separati, bensì come dimensioni parallele strettamente connesse tra di loro. I Celti sapevano anche come, in certi periodi dell'anno e in forti lughi di potere, alcuni varchi potessero aprirsi, consentendo scambi e influenze tra questi mondi. Ma quando l'equilibrio si rompe e le rigide regole che governano la separazione degli universi vengono violate, le soglie consentono il libero passaggio dei viaggiatori da un mondo all'altro, con le conseguenze che si possono immaginare.
Accade così che un'escursione per le valli e le brughiere nebbiose della Scozia si trasformi, per due studiosi di Oxford, in un viaggio avventuroso che li costringe a lottare e a vivere tra le tribù guerriere dei loro mitici antenati, in uno scontro tra il bene e il male che si rivela essere anche un viaggio attraverso i dubbi e i simboli che da sempre animano l'essere umano alla ricerca di un senso più grande e segreto della natura.


L'editrice Nord di Milano pubblica il romanzo di esordio di un nuovo autore italiano, Nicola Fantini, che con il suo La variabile Berkeley si è imposto nel premio letterario Cosmo bandito annualmente dalla Nord in concomitanza con quello di Urania.
Forse la formula dei premi letterari potrà apparire un po' avvilente e artificiale agli aspiranti autori, ma nel nostro paese, in cui la narrativa italiana di genere incontra notevoli difficoltà ad esprimersi e a trovare spazi, è forse il solo espediente valido che possa garantire a tutti uniformità di giudizio e una lettura critica del proprio lavoro.
Riuscire quindi a imporsi in un premio letterario come quello bandito dalla Nord è sintomo di qualità e di impegno professionale (ovvero di quello che serve per potersi reputare scrittori nel vero senso della parola) che oltre a dare gratificazione all'autore porgono altre robuste pietre su quella faticosa identificazione di una via italiana alla fantascienza a cui gli scrittori nazionali aspirano da tempo.
Fantini esordisce con un romanzo che segue le tematiche dominanti degli ultimi anni. Alle atmosfere cyberpunk del paesaggio urbano in cui si muovono i protagonisti vi sono infatti in aggiunta le conseguenze di una folle guerra chimica (ormai il nucleare ha fatto il suo tempo, anche se le nuove pressioni francesi e cinesi in questo senso farebbero pensare il contrario) e le manipolazioni delle realtà virtuali, che tanto più terrificanti possono essere quanto più generico può sembrare il significato di questo termine.
Ma non sfugge neppure l'elemento del serial killer, che da Il silenzio degli innocenti in avanti sembra dominare gli incubi collettivi della narrativa di genere (e della società) degli anni novanta.
Ahram Lee Coxie, il protagonista, è un investigatore privato che si muove ai limiti della legalità, con le gambe artificiali e metodi d'indagine chandleriani. La sua caccia al serial killer sarà determinante non solo per assicurare alla giustizia un pazzo criminale, ma anche e soprattutto per riuscire finalmente a dare identità al mondo reale: un'operazione che appare notevolmente complessa negli scenari futuristici del duemila dominati dalle realtà virtuali.


Passando alla Mondadori, va lodato il tempestivo recupero del romanzo di Robert Heinlein Il terrore dalla sesta luna (The Puppet Masters, del 1951) dopo la decisione della Hollywood Pictures di realizzarne la versione cinematografica interpretata da Donald Sutherland.
Il libro si basa su un'idea non certo innovativa già per l'epoca (ovvero il presupposto, derivato dagli studi e dalle denunce di Charles Fort, che astronavi aliene abbiano visitato regolarmente il nostro pianeta, a volte lasciando spiacevoli prove del loro passaggio), ma corre a perdifiato sostenuto dalla grande abilità narrativa di Heinlein, che eccelle nell'arte di tenere il lettore inchiodato alla pagina con il fiato sospeso.
Il sense of wonder, i continui colpi di scena, la tecnica di lasciare il termine di ogni capitolo aperto a ogni possibile sorpresa, trasformano questo romanzo in una specie di guida per gli aspiranti scrittori di fantascienza.
I personaggi vengono fatti emergere in rilievo dalle pagine dopo solo poche righe, nessun convenevole viene trascinato in lungo per introdurre gli alieni che hanno invaso la Terra, e capitolo dopo capitolo la vicenda scorre via con continui sussulti e colpi di scena, fino all'agognato (ma non privo di suspence) finale.
L'invasione aliena descritta da Heinlein è veloce e terrificante (forse proprio come sarebbe se avvenisse realmente), i parassiti extraterrestri che si attaccano alla schiena degli esseri umani prendendone il controllo ci riporta agli albori della fs, quando autori come Heinlein, Asimov o Clarke dominavano incontrastati la scena per mezzo di romanzi forti e veloci, del tutto privi di fronzoli ma impregnati di messaggi e di energia morale, al punto da scatenare selvagge discussioni tra gli appassionati a ogni apparizione di qualche loro novità.
E gli stessi protagonisti (lo stereotipo dell'agente segreto alla James Bond e l'eroina dalle languide fattezze) non sono altro che il corollario divertente a un modo di scrivere che ha entusiasmato generazioni di adolescenti (e perché no, una buona fetta anche di adulti).
Condensare il tutto in duecento pagine per divertire ed entusiasmare il lettore, lasciandogli appena il tempo per respirare. Questo era il segreto di autori come Robert Anson Heinlein (almeno quello prima maniera, quando ancora non era stato colpito dalla decadenza senile che è esplosa subito dopo l'eccentrico Lazarus Long l'immortale), e in questo Il terrore dalla sesta luna non ha certo mancato di assecondare i suoi precetti.
Forse tutta la fantascienza dovrebbe ispirarsi a questi modelli, per continuare a esistere e a riprodursi mantenendo intatte le sue peculiarità e la sua identità, soprattutto di questi tempi, quando la commistione di generi sembra un'operazione sempre più voluta da autori ed editori ma forse non altrettanto dai lettori.


Il presente testo può essere letto in linea o scaricato, e può essere diffuso per via telematica senza limitazioni. Il testo è però di proprietà dell'autore e non può essere utilizzato per scopi commerciali, pubblicato su riviste commerciali o inserito in CD-Rom, senza la previa autorizzazione dell'autore.
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