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Recensione
di G. Mongini |
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Scott: - Quanto tempo ci mettero', dottor Silver, a tornare normale?
Dottore: - Signor Carey... abbiamo scoperto il processo degenerativo del vostro male: e' gia' una vittoria. In questo attimo la crescita del vostro corpo e' ferma come in un adulto. Se tornerete a crescere e' un'altra questione. Per aiutarvi affronteremo altri problemi...
Scott (fuori campo): - Troncai le mie relazioni con tutti, fuorche' con mia moglie; sapevo che allontanavo Louise da me, ma il mio amore, ancora piu' che la vergogna in cui vivevo, mi spingevano verso di lei... mi sentivo piccolo e assurdo, un minuscolo mostro. E' facile parlare di anima, di spirito e del valore essenziale, ma non quando si e' alti un metro. Io odiavo me stesso, la nostra casa e la mia vita grottesca con Louise, dovevo uscirne, dovevo lasciarla. Per la prima volta, dopo la disgrazia, uscii nella notte...
Il suo girovagare lo porta nei pressi di un Luna Park dove fa la conoscenza di una nana, piu' bassa di lui, che lo comprende e lo consola. Ma, un giorno, mentre sta parlando con Nana' (Diana Darrin) nota con terrore di essere ora piu' basso di lei. Fugge via sconvolto. Sono passati altri giorni, ora Scott Carey vive in una casa di bambole, di nuovo con Louise. La donna esce per fare delle compere e, per un attimo, lascia inavvertitamente aperto l'uscio di casa. Di questa disattenzione approfitta un gatto che assale la casetta di Scott il quale sfugge, sanguinante, agli artigli e si rifugia dietro la porta della cantina, chiudendola davanti al felino. Carey perde l'equilibrio e cade, dai gradini, su uno scatolone pieno di cianfrusaglie. Louise, tornando, vede con orrore il gatto che ha tra le zampe un brandello sanguinante della camicia di Carey e crede che il marito sia morto. Decide di abbandonare la casa.
Intanto, nella cantina, Scott inizia la sua lotta per la sopravvivenza.
Scott: - Non dubitavo che una volta o l'altra, Louise sarebbe venuta; non potevo che sperare in questo, dovevo solo vivere e scovare del cibo per sostenermi.
Come una pianura sconfinata il pavimento della cantina che si erge davanti, mentre un gigantesco (per Carey) ragno coabita e divide il territorio di caccia con lui. Per mezzo di un chiodo Carey fa scattare una trappola per topi, ma il formaggio che vi era collocato sopra finisce nella grata dello scarico.
Scott: - Ero finito, agli estremi, sapevo solo che per vivere dovevo mangiare, chissa' quando ci sarei riuscito. Ad un tratto, proprio davanti a me trovai un profondo abisso (Scott si e' arrampicato su un vecchio mobile il cui ripiano e' rotto). Mi sembro' enorme, un vuoto senza fine, fra le cime di due montagne, senza possibilita' di un varco, profondo, buio, misterioso e pericoloso. Non era possibile superarlo, per quante cose inventassi, per quante risorse avessi. Ogni volta, quando stavo per riuscirci, sentivo che per me sarebbe stata la rovina...
Aggirando un gigantesco barattolo di vernice Carey passa dall'altra parte (molto belle le scene in cui Carey vaga tra gli oggetti enormemente ingranditi, il barattolo sporco di vernice, il pezzo di legno, il chiodo del quale aveva fatto un'arma...)
Scott: - Decisi allora che come l'uomo era padrone del mondo, con il sole, cosi' io sarei stato il padrone del mio mondo di tenebre...
Inseguito dal ragno, Carey si nasconde dietro una scatola di fiammiferi.
Scott: - Nella caccia per il cibo, fu data la caccia a me. Questa volta sopravvissi, ma non ero piu' solo nel mio universo, avevo un nemico, il piu' terribile che occhio umano avesse mai veduto...
Il mattino vede Carey addormentato dentro la scatola di fiammiferi sulla quale, dall'alto, cadono gigantesche gocce d'acqua dalla caldaia. Scott usa una di esse per bere e lavarsi (che ci crediate o no, sono state realizzate riempiendo d'acqua dei profilattici: un ricordo giovanile di Arnold che ha lasciato di stucco i responsabili dell'Ufficio Spese della produzione ai quali, scherzando, Arnold aveva detto che servivano per un'orgia di fine film). La caldaia si rompe e fiumi d'acqua investono il protagonista, proprio mentre Louise e Charly scendono in cantina. Non lo vedono e se ne vanno. Travolto dalla corrente, aggrappato a una matita, Scott sviene. Il suo risveglio e' ancora piu' doloroso: adesso e' veramente solo.
Scott: - Avevo ancora qualche arma. Con dei pezzi di metallo ero di nuovo un uomo, non volevo finire come un povero insetto nelle fauci di un enorme ragno. Una strana calma si era impossessata di me. La mia mente era piu' chiara di quanto fosse mai stata, come se in essa entrasse una luce molto viva. Sentivo che parte del mio malessere era dovuto alla fame: allora mi ricordavo del cibo sullo scaffale, della torta coperta dalla ragnatela. Non riuscivo piu' a odiare il ragno: come me, lottava disperatamente per procurarsi da vivere. Se dovevo lottare contro di lui e contendergli il cibo, dovevo farlo subito, finche' avevo forza, finche' ero abbastanza alto da scalare il muro. Non era la volonta' che mi spingeva su, ma i riflessi istintivi in me, come nel ragno. Le gambe mi tremavano, non di paura ma per la debolezza. Eppure sentivo dentro di me una nuova forza, gigantesca, che mi spingeva a una ferocia selvaggia. Il mio nemico sembrava immortale... Era piu' che un ragno, ispirava un orrore sconosciuto e tutte le paure miste a un indefinito terrore; ma, comunque fosse andata, avevo un cervello umano e la mia intelligenza era quella di un uomo. Mi venne un'idea: le forbici erano troppo pesanti per me come arma, ma potevano servirmi ad altro. Potevo tentare di infilare il mostro con il mio gancio, legare lo spago alle forbici e poi farle cadere fuori dal ciglio. A tutti i costi dovevo tentare... Sapevo che prima o poi sarebbe calato dalla sua ragnatela e piombato su di me. Uno di noi doveva morire.
Dopo aver scosso la ragnatela, Scott vede il gigantesco aracnide lanciarsi verso di lui. Scaglia l'arpione che aggancia il ragno, fa cadere le forbici, ma il filo si impiglia in una asperita' del ciglio e si trancia. Il ragno e' sopra di lui. Prima che emetta la sua bava, Scott lo trafigge dal basso con il suo spillo, il sangue sprizza e il mostro muore. Faticosamente, Carey si rialza...
Scott: - Era il premio della mia vittoria: mi avvicinai al cibo ebbro di gioia, avevo vinto, vivevo... ma appena toccai le briciole secche e ammuffite, fu come se il mio corpo non esistesse piu'. Era sparita la fame, sparito il terrore di rimpicciolire... avvertivo di nuovo il senso dell'istinto, di ogni movimento, il pensiero si intonava con la forza dell'azione... (attraverso i fori di una grata, Scott scivola all'esterno e guarda il cielo). Ma sarei ancora rimpicciolito fino a diventare... cosa? Un infinitesimale? Cos'ero io? ancora un essere umano? O forse ero... l'uomo del futuro? Se ci fossero state altre radiazioni, altre nuvole, attraverso mari, continenti, mi avrebbero seguito altri nel mio nuovo mondo? Sono cosi' vicini l'infinitesimale e l'infinito... A un tratto capii che erano due termini di un medesimo principio, lo spazio piccolo e lo spazio piu' vasto della mia mente erano i punti di unione di un gigantesco cerchio... Guardai in alto, come per cercare di aggrapparmi al cielo... L'universo: mondi da non finir mai: l'aratro argenteo di Dio sul cielo notturno... e in quel momento trovai la soluzione dell'enigma dell'infinito. Avevo sempre pensato nei limiti della mente umana... Avevo ragionato sulla natura: ma l'esistenza ha principio e fine nel pensiero umano, non nella natura... Sciogliersi, diventare il nulla... le mie paure svanivano, e veniva a sostituirle l'accettazione. La vasta maesta' del creato doveva avere un significato, un significato che 'io' dovevo darle. Si', piu' piccolo, ma esisto ancora.
Abbiamo gia' incontrato un soggetto analogo nel 1939, con il dottor Cyclops. Ma a parte la minore difficolta' tecnica offerta dal fatto che i protagonisti diventavano, si', piccoli ma tali rimanevano, mancava in esso quell'atmosfera inquietante, quel senso dell'ignoto che Arnold sa dare con tanta maestria alle sue opere.
La collaborazione con William Alland e' ormai finita. Arnold realizza il film per Albert Zugsmith, che praticamente non intralcia mai il suo lavoro ne' modifica la stupenda sceneggiatura di Richard Matheson, un autore i cui soggetti saranno sempre massacrati fino all'ottimo Duel. Lo stesso Matheson si dichiara soddisfatto del film.
Dal punto di vista tecnico, segnaliamo che ancora una volta (come in Tarantola) il ragno veniva guidato sul set mediante getti d'aria; il sincronismo del montaggio dei fotogrammi del ragno e del piccolo Grant Williams sono pressoche' perfetti. Le scene sono state girate nei teatri di posa della Universal dove, in pratica, e' stata ricostruita la cantina con gli orrori di tutte le normali cantine di questo mondo.
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