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  Monster movies (2)
di Giovanni Mongini

da Robot
no. 1 e 2
(1976)

L'idea di ingigantire uno scimmione per farne il protagonista assoluto di un film fu opera di Merian C. Cooper, che non aveva ancora trovato modo di realizzare il progetto poiche' i dirigenti della RKO lo trovavano troppo costoso.
L'incontro casuale tra Cooper e O'Brien fu la fortuna per entrambi: assieme all'amico-regista di Cooper, Schoedsack, decisero di girare una bobina di prova, per la precisione quella dove King Kong getta in un baratro gli uomini aggrappati a un tronco. La prova fu considerata soddisfacente dai dirigenti della produzione, e i tre si misero al lavoro per realizzare il film.
O'Brien, con l'aiuto dei suoi collaboratori, i fratelli Delgado, fabbrico' i modelli utilizzando uno scheletro d'acciaio sul quale veniva colato del lattice; costruirono, inoltre, per esigenze di scena, la testa, la mano ed un piede di King Kong in grandezza naturale, due busti dello scimmione alti circa mezzo metro e del peso di cinque chili ciascuno e, nello stesso modo, due modelli completi e un busto a grandezza naturale. Per ricoprirlo occorsero quaranta pelli d'orso e sei uomini all'interno, addetti alla manovra.
Un altro problema fu costituito dagli effetti sonori. Per ottenere il ruggito di King Kong, per esempio, fu abbassato di un'ottava il ruggito di un leone registrato al contrario; battendo una mazza di tamburo sul petto del regista, con un microfono ultrasensibile assicurato alla schiena, si ottenne il suono di Kong che si percuote il torace. La pellicola necessito', per il vero e proprio 'si gira', di cinquantacinque settimane, ma erano gia' occorsi molti mesi per arrivare al risultato voluto.
La storia, ormai famosa, e' presto detta. Un regista cinematografico (Robert Armstrong) e un esploratore (Bruce Cabot) assumono una ragazza (Fay Wray) per girare un film in Malesia. Gli indigeni, padroni dell'isola dove gli esploratori approdano e che e' tagliata in due da un gigantesco e misterioso muro, vogliono sacrificare la ragazza al loro enigmatico dio Kong, che si rivela essere uno scimmione gigantesco che vive dall'altra parte della barriera insieme a a una sopravvissuta fauna preistorica. Catturato e addormentato il gorilla grazie ai gas soporiferi, esso viene portato a New York per essere presentato al pubblico, ma il gigantesco animale fugge devastando la citta', afferra una donna credendola Fay Wray e poi la getta nel vuoto (scena tagliata in Italia); quindi, con la ragazza che cercava fra le mani, si arrampica sulla cima dell'Empire State Building per poi essere abbattuto dall'aviazione.
Furono girate molte scene che non vennero inserite nel film, come ad esempio quella del ragno gigantesco che divora i marinai caduti nel burrone; lo spogliarello al quale King Kong sottopone la ragazza, strappandole gli abiti di dosso o, anche, la scena di Kong che mangia un uomo. A tutta prima si era pensato di far morire il gigantesco scimmione sullo Yankee Stadium e, addirittura, la sequenza finale era stata disegnata ma soluzione piu' saggia fu quella di farlo apparire, imponente e dominatore, dall'alto del piu' grande albero che la giungla umana poteva offrirgli.
Il mito della bella e della bestia che tante, troppe volte verra' sfruttato in seguito, e' qui alla sua prova migliore: come e' stato presentato in questo film, non lo sara' piu' con tanta raffinatezza. L'unica eccezione e' rappresentata del Mostro della Laguna Nera, di cui avremo modo di parlare. Le scenografie della giungla, le immagini quasi demoniache dove appare la creatura, l'inferno dove essa si muove sono realizzate volutamente in modo da sembrare quadri, tanto sono irreali.
Quanto abbiamo detto dovrebbe definitivamente smentire la ridicola diceria che King Kong fosse un attore travestito. In realta' solo la sequenza di Kong che sale sul grattacielo richiese un attore: vennero, infatti, costruiti ventisette King Kong, tra totali e parziali.
La carriera cinematografica di Kong non termina qui: continua, infatti, l'anno seguente, con Il figlio di King Kong, sempre per la regia di Schoedsack e la collaborazione di Cooper, con gli effetti speciali di O'Brien. Si tratta di un ideale ma infantile seguito del primo film dove il regista Denham, perseguitato dai creditori che vogliono da lui i danni che il gigantesco scimmione ha provocato, torna nell'isola per trovare un tesoro nascosto. Oltre al tesoro trova un piccolo (si fa per dire) gorilla bianco che lo aiuta nella sua ricerca e che, addirittura, lo salva dal terremoto che sconvolge l'isola facendola inabissare. Il buon scimmione, infatti, solleva il corpo del regista sopra le acque fino a che una barca non giunge a salvarlo, dopodiche' scompare tra i flutti portando con se' il tesoro.
Il film, pregevole per gli effetti speciali, e' nel complesso molto infantile, come lo e' la terza pellicola di questa ideale trilogia, Il re dell'Africa del 1949, sempre di Schoedsack, per cui O'Brien vinse l'Oscar per gli effetti speciali. Anche qui la storia e' molto semplice: una bimba di sette anni vive insieme al padre in una fattoria del Congo e ha per amico un piccolo gorilla di nome Joe. Dieci anni dopo sia l'uno che l'altra sono cresciuti. Un giorno capita una spedizione giunta in Africa per catturare animali feroci da esibire in uno speciale night club che verra' allestito in America. Il capo della spedizione offre alla ragazza un contratto per lei e per il gigantesco animale e se li porta negli Stati Uniti, dove costituiscono l'attrazione principale dello spettacolo. I due sentono nostalgia della loro terra. Quando, una notte, tre avventori fanno ubriacare la gigantesca bestia, che devasta il locale, la polizia da' l'ordine di abbattere il gorilla, ma il proprietario del night organizza la fuga per imbarcare i due; durante l'avventuroso percorso, Joe salva dei bambini di un orfanotrofio in fiamme e cosi', sani e salvi, essi possono raggiungere la loro terra. Anche qui, come si vede, il tema e' piuttosto leggero, ma O'Brien raggiunge il vertice della perfezione, aiutato anche da un giovane e promettente allievo: Ray Harryhausen, che in seguito perfezionera' il metodo di animazione che chiamera' Dynamation.
Nel 1967, infine, King Kong conosce una seconda giovinezza nel film King Kong, il gigante della foresta, una pellicola giapponese a colori opera del prolifico regista Ishiro (o Inoshiro) Honda, dove lo scimmione combatte un suo omonimo e metallico avversario. Appena giunto in Italia, e quindi praticamente sconosciuto, e' il film Godzilla contro King Kong,  dove la creatura di Cooper combatte il famoso drago giapponese e vince nella versione americana, mentre viene sconfitto in quella giapponese: singolarissimo esempio di 'tifo' di puro stampo nazionalistico fantascientifico.
Come era logico immaginare, molti imitatori presero ad esempio il personaggio del gorilla gigantesco. Fra i piu' penosi ricordiamo il regista Sam Newfield con La sfida di King Kong, che narra la storia di una lotta fra un gorilla bianco e uno nero. Nel 1961 John Lemont gira Konga, che appare all'epoca in Italia in bianco e nero per venire piu' tardi ripubblicato a colori. Qui, a causa di un esperimento, uno scimpanze' diventa un gigantesco gorilla devastatore; e' un'altra penosa prova sul tema.

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