Interviste e commenti
Posted on Giugno 27th, 2008 in Tempo presente
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COMMENTI E INTERVISTE IN RETE CONCERNENTI IL BLOGGER
Commenti in rete
- L’innocenza e la scrittura, di Massimo Citi (dal suo blog “Fronte & retro”), 19 ottobre 2007.
Interviste in rete.
- Intervista a Vittorio Catani, a cura di Giuseppe Iannozzi, “Intercom”, novembre 2002;
- Le “storie” di Vittorio Catani tra ecologia e fantascienza, a cura di Sandro Marano, “Fareverde”, 2005
- Intervista a uno scrittore di fantascienza, a cura di Margherita De Napoli, “Costumando”, 2006
- Il gioco della fantascienza, a cura di Giampiero Stocco, “The Uchronicles”, 2007
- L’essenza del futuro secondo Vittorio Catani, a cura di Carmine Treanni, “Delos” 101, 22 aprile 2007
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Altre interviste
- Scheletri nell’armadio, a cura di Melania Gatto, “LibriNuovi” n. 23, 2002;
- Dialogo 12: Vittorio Catani / Komatsu Sakyô, a cura di massimo Soumaré, “LibriNuovi” n. 43, 2007;
- L’uomo dello Spazio. L’irresistibile richiamo della fantascienza, di Vito Lubelli, “Quotidiano” (Lecce) di sabato 1 settembre 2007;
- Dal sito “Iperstoria - Scaffali”, da Salvatore Proietti una recensione - che trovate su questo blog alla “pagina” Il libro di sabbia - del volume Accadde… domani. Storie vissute del prossimo futuro (Besa, 2001) e, qui di seguito, l’intervista Tre domande a Vittorio Catani (2001).
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Intervista di SALVATORE PROIETTI (2001): Tre domande a Vittorio Catani
D - Esistono tanti modi di considerare un genere “di massa” come la fantascienza; il tuo, da tanti anni, sembra essere quello dell’”impegno”—una dimensione che, in realtà, è sempre stata una delle spinte che la muove, a partire dagli inizi pulp. Qual è la tua visione, come autore e divulgatore italiano?
R - In verità, sono molte le “anime” della fantascienza che mi hanno affascinato. La prima fu certamente l’avventura. L’avventura fantascientifica era diversa: scenari amplissimi, esotismi sfrenati, vicende stupefacenti, in palio poste cosmiche; il tutto reso plausibile (più o meno) dal substrato scientifico-razionale. Nei primi anni Sessanta, con l’avvento in Italia di autori nuovi quali Robert Sheckley, Frederik Pohl & C. M. Kornbluth, William Tenn, Damon Knight e altri, scoprii una science fiction più meditata, permeata di istanze di critica sociale e contestazione. Qui la fantascienza sfruttava al meglio un procedimento narrativo di “straniamento” grazie al quale essa raggiungeva un iperrealismo allucinato, difficilmente eguagliabile (allora sembrava un paradosso) dalla stessa narrativa “realistica”, e capace di immergerci in alcuni temi portanti di fine millennio. Potrei dire ancora del senso di mistero (che oggi tende a sparire) connaturato a una certa fantascienza, o della visionarietà di pagine capaci di trasportare il lettore in un universo “altro”. Quale anima preferisco? Resto incerto, magari ne ho anche io più d’una, ma la sirena dell’”impegno” (parola molto inflazionata!) conserva sempre un suo fascino, una sua validità. Sono d’altronde convinto che la narrativa di fantascienza abbia abbondantemente dimostrato di saper scendere nell’inferno, di essere letteratura-bisturi capace di vivisezionare il reale e “sporcarsi” con le grosse contraddizioni del nostro tempo. Difficile oggi (secondo me) parlare in modo credibile di vita, morte, amore, giustizia, mondo, sottacendo temi e previsioni connessi con i nuovi scenari tecnologici e i nuovi rapporti di forza venutisi a configurare.
D - Quasi tutti gli scenari di Accadde…domani oscillano fra ironia e distopia. La distopia e la tragedia sono presenti in molti dei tuoi racconti e nel romanzo Gli universi di Moras; lo humor è invece il tratto specifico di questo libro. Come si sono evolute queste due componenti nella tua scrittura?
R - In verità, quella dello humour è un po’ una scelta che mi sono autoimposto. Ogni volta che parlavo di fantascienza in pubblico, citando autori e trame di racconti, c’era qualcuno che mi poneva una domanda: “Ma perché la fantascienza è sempre così catastrofica, triste, pessimista?” La risposta che mi veniva era più o meno questa: “È’ un pessimismo catartico, e comunque esso allude a una società opposta, antitetica; insomma si descrive il male per esorcizzarlo”. Un ragionamento che però non convinceva me per primo: davvero—mi chiedevo io stesso—la fantascienza dev’essere sempre così cupa, affliggente, con i suoi drammi amplificati, planetari? Tutto questo non allontana molti lettori potenziali, anziché avvicinarli? (ho sempre cercato di avere un occhio particolare per il pubblico non specializzato).
Ho fatto quindi uno sforzo di memoria, per ritrovare tra le mie vecchie letture anche storie di fantascienza ironica, o umoristica: e mi sono accorto che ce ne sono, benché in percentuale davvero modesta. Difficile, d’altronde, far ridere se si descrivono sfracelli, o se si vogliono impostare tematiche serie e attuali. Però… Robert Sheckley, per esempio (autore che ho citato più sopra) negli anni Sessanta era stato capace di raccontarci temi estremamente drammatici in un tono lieve, ironico, quasi con leggerezza, centrando magnificamente i suoi obiettivi. Ho cercato allora anche io di seguire i Maestri o quanto meno di trovare una sorta di compromesso, specialmente quando scrivo fantascienza per lettori (quali quelli di un quotidiano, per esempio) che non sono necessariamente appassionati del genere. D’altronde l’umorismo e l’ironia sono anche delle forme di difesa, anzi di autodifesa: diciamo che ne esco salvo pure io che scrivo questa roba…
E poi su questa via non sarei certo il primo. Ci sono, per esempio, i racconti di Enzo Verrengia (si veda l’antologia La notte degli stramurti viventi, Stampa Alternativa, 2001) che mescolano un umorismo “demenziale” con una satira ispirata a tic e atteggiamenti di un “profondo Sud” italiano situato nella provincia di Foggia. Ma sarebbe da citare almeno un altro paio di nomi di autori, veri precursori, che furono attivi soprattutto nei primi anni Sessanta: anzitutto Sandro Sandrelli, con molte storie umoristiche sul filo del grottesco, talora drammatico; e Carlo della Corte, che si avvicinava proprio alla scrittura di Sheckley.
D - Dal tuo punto di vista, come vedi il ruolo, apparentemente sempre più centrale, dei generi “bassi” nella cultura letteraria italiana contemporanea? Fino a che punto c’è la moda, esistono delle basi per una presenza duratura in grado di fornire nuova vitalità?
R - Per una serie di ragioni - potremmo chiamare in causa la nostra storia del Novecento, dell’Ottocento e anche di tempi più antichi - la cultura italiana non ha mai assorbito completamente l’avvento dei “generi narrativi” (giallo, fantascienza, romanzo rosa, noir, etc.), considerati “bassi” e quindi di scarso interesse. La realtà è che, a mio modesto avviso, oggi solo generi come questi riescono a parlarci veramente di ciò che accade nel mondo, senza attorcigliarsi all’infinito sulla crisi della famiglia borghese o in psicologismi di maniera. Il problema, quindi, è che in Italia non si è formata una tradizione consolidata e accettata a tutti i livelli di narrativa “di genere”, come invece è accaduto altrove e specie nei paesi di lingua inglese. Di conseguenza noi non abbiamo avuto i vari King, Hammett, Asimov, Dick e via elencando, e neanche Follett o Crichton, benché negli ultimi anni le acque siano state smosse da Carlo Lucarelli, Valerio Manfredi, Valerio Evangelisti, e qualcun altro.
Tuttavia non mi sento di fare previsioni, per il semplice fatto che siamo in un periodo di grande rimescolamento: c’è il “meticciato” dei generi letterari, l’assorbimento di linguaggi (dialetti, lingue orientali) fino a ieri non ammessi nel recinto, c’è più che mai la pressione di una cultura (quella americana) difficilmente contenibile, c’è l’emergenza dei nuovi mezzi di comunicazione (Internet, cellulari, e-mail), di forme espressive - forse d’arte - quali spot e videogames, e di supporti interattivi (CD-rom, e-book) che possono modificare, anzi stanno già modificando, il nostro modo di rapportarci alla lettura e quindi la scrittura medesima; eccetera. Una cosa credo di poter affermare: entro un paio di decenni i problemi che dibattiamo non avranno più senso.
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